lunedì, novembre 27, 2006

Cose di donne

Leggo solo oggi i post di Mafe su maestrinipercaso e su Grazia, riguardo alla violenza sulle donne. E siccome è passato molto blog-tempo non me la sento di inserire un commento, perciò trovo più utile riprendere quello che gli altri hanno già detto.

Mi hanno colpito molto i commenti, anzi, mi ha colpito la loro diversità: su Maestrini ci sono tanti maschi, propongono soluzioni per così dire pratiche ("quando c'è violenza, bisogna denunciare, se no te la sei voluta", più o meno, e poi si azzuffano perché non si capiscono), su Grazia parlano soprattutto le donne, e per loro è un problema più ampio, di cultura, da affrontare da piccoli, da quando una creatura, maschio o femmina che sia, comincia ad esistere e a essere educata - da una donna.

Sono una donna, quindi nessuna sorpresa se sento una maggiore affinità a questa parrocchia. Sono anche una mamma, di un maschio, quindi nessuna sorpresa se mi sento chiamata in causa. Il discorso della violenza sulle donne è emerso più volte nel corso delle mie serate casalinghe con gli amici, anche se più spesso prendeva le sembianze della violenza psicologica, del sopruso, della prepotenza che le donne si trovano troppo spesso a subire, e che si nasconde dietro etichette generiche (mobbing, impossibilità di fare carriera se non si sta a certe condizioni, e amenità di questo genere) e a volte paradossali, quasi sacrileghe - a pochissime fortunate si perdona la maternità. Non credo che sia un discorso diverso, credo che sia solo un altro aspetto della questione. Perché questa forma di violenza ti lascia esattamente come quella fisica: umiliata, disintegrata nella tua femminilità, pervasa da un senso di colpa che non sai e non puoi spiegare. Se vuoi andare avanti, devi abiurare: semplicemente cessare e negare di essere una donna. E non è questione di tailleur o di tacchi, se sei una donna semplicemente non puoi. Poi, quando sarai diventata stronza come un uomo, allora sì, sarai ammessa nel club.
(Non credo che gli uomini siano stronzi di default, credo che gli uomini di potere debbano essere dotati di una buona dose di mancanza di scrupoli, il che, se attribuito a una donna, si definisce in generale stronzaggine. E' una questione di genere, tanto per cambiare).

Però c'è un problema. Noi (donne), da qualche decina d'anni veniamo educate come se in futuro dovessimo avere le stesse possibilità degli uomini. Studiamo per vent'anni, facciamo esperienze all'estero, posticipiamo finché è possibile gli impegni biologici (un vantaggio c'è, che dopo i 35 anni l'amniocentesi la passa la mutua - non è un segno anche questo?). Finché è possibile, facciamo in modo di essere non-troppo-femmine. Qualcuna di noi riesce a divertirsi lo stesso (io sono - stata - una di queste fortunate, per di più troppo cozza per la violenza), ma questo è un altro discorso. Però è una clamorosa menzogna. La verità è che tutte noi, le donne della mia - nostra - generazione sono state addestrate ad accudire, comprendere, negoziare, non entrare mai in conflitto, sorridere. Nessuna di noi sa veramente giocare: non ce l'hanno mai insegnato, il nostro gioco è rendere felici le bambole. La competizione non è affare di donne. Nei vari commenti ho sentito parlare di difesa personale. Balle. Non è questo il punto. Posso fare a botte finché voglio, questo non mi sottrae al mio status. Semmai fa sorgere dei dubbi sulla mia sessualità. Che - parlo per me - non mi hanno mai disturbato, ma che in certi momenti possono fare male.

E' un mondo di uomini, fatto dagli uomini, in cui gli uomini decidono. E perché dovrebbero decidere per le donne? E qui il discorso diventa politico. Quote rosa? Le trovo umilianti, e tuttavia è assai probabile che in Italia, finché non vi si farà ricorso, non si uscirà da questa situazione. Perché la Spagna di Zapatero è stata in grado di votare subito una legge sulla violenza domestica? Probabilmente perché la metà dei ministri è donna. Le nostre ministre sono deboli, a capo di ministeri senza portafoglio, e, scusate, senza uno straccio di potere. Non è così che si raggiungeranno risultati decenti. Non per la nostra generazione, non per quella dei nostri figli.

Io ho un figlio maschio. Piccolo, ma li si coltiva così, da quando sono piccoli. E però non sono l'unica a prendermene cura: c'è la scuola, c'è la tata, ci sono le nonne: tutte con l'idea che le donne stanno in casa. Quando mio figlio, a due anni, mi ha detto che il posto del guidatore, in macchina, era il posto "di papà", mi è venuto da piangere. Chi gli ha detto una cosa del genere? Chi lo prende dall'asilo tutti i giorni, e lo porta a casa in macchina? Nella sua deliziosa testolina bionda, quando andiamo a casa, sono già fuori luogo. Poi ci sono le nonne. Quella che frequenta di più è una nonna putativa, la vicina, che vorrebbe tanto un nipotino vero, e intanto Gabriele ne fa le veci. Lei ha un figlio che ha ormai passato i 40, che tutte le settimane le porta il bucato a casa; il pomeriggio lei va a casa di lui a fargli da mangiare, e al cambio di stagione va per negozi, prende abiti e scarpe, glieli porta a casa, lui sceglie, si tiene quelli che gli vanno bene e il giorno dopo lei riporta indietro gli altri. La nonna ha regalato un pistolone gigante a un Gabriele di 8 mesi - pistolone che io ho fatto sparire, con tutte le menate sull'educazione alla pace, e che un giorno è rispuntato chissà come, ma ormai era inutile tenerlo nascosto, perché lei gli aveva insegnato a tirare di spada con i mestoli della cucina. E dice che Gabriele è "un vero maschiaccio", mentre sorride compiaciuta dell'acerbo machismo che cerca di passargli.

Ecco, io credo che non saremo noi a vedere dei cambiamenti, e forse neanche i nostri figli. Ogni giorno lavoro con un bimbo di 3 anni perché possa diventare un uomo migliore di quelli che oggi ingombrano le nostre già sovraffollate vite. Francamente, a volte credo che sia una guerra persa in partenza. Facciamo qualcosa? Con la morte nel cuore, quote rosa.

Ciao Gianluca

Sono arrivata in ritardo, quella sera. L’appuntamento era nella sede di Yoox, e mentre la Simo e Alberto ci andavano direttamente dal lavoro in moto, io avevo preso il bambino al nido, e in macchina ero passata da casa a lasciare lui e prendere una cosa da portare con me. Poi via di nuovo, direzione navigli, con il traffico delle 19.30 che mi attanagliava. Arrivata quasi a destinazione ho sbagliato strada. Ero sicurissima che Yoox fosse su quel lato del naviglio, e invece no, era dall’altra parte. Che significa: stradina a un certo punto sterrata, solo pedonale, ricerca di un cancello o qualcosa dove fare inversione, ritorno indietro tra – appunto – pedoni maledicenti e sensi unici da paura. Ecco perché ero in ritardo.
Dentro al cancello ci sono i miei soci che fumano una sigaretta con un’altra persona: non alto, piuttosto corpulento (non grasso), faccia vagamente mefistofelica, postura da spacciatore. Deve essere Gianluca.
“Tu sei Gianluca, no? Scusa il ritardo, il traffico, sai… Piacere…”
“Senti, non me ne frega niente di conoscerti, ti sembra l’ora di presentarti? Ti ho aspettato solo perché tu hai una cosa da darmi”
(Si capisce cosa intendo quando dico “postura da spacciatore”?)
Un po’ atterrita dall’aggressione, non ho il coraggio di replicare, gli dico solo: “Sì, ecco, è qui” (il seguito, che non c’è stato, suonava più o meno: “E vaffanculo”).
Gli porgo un sacchetto di quelli dei negozi d’abbigliamento, con dentro un pacchetto fatto con la carta velina, quella dei sarti. La Simo mi fa solo un cenno come per dire “non farci caso”, e poi ricomincia a fare la splendida, la donna delle relazioni. Entriamo, la sede di Yoox è bellissima. Gianluca ci guida fino a un tavolo, ci raggiunge un ragazzo pelato con una treccia sottile, ci saluta e rimane lì. Gianluca apre il pacco: c’è dentro un kimono bianco con stampate delle teste di lucertola enormi, rosse e blu. Un pugno in un occhio. Le testone le ha serigrafate lui, una per una, poi mi ha dato la stoffa e io ho fatto confezionare il kimono. Di solito funziona al contrario: io faccio i pezzi, poi li do agli artisti e loro li interpretano. Ma questa era una prova di serigrafia manuale, e quindi valeva la pena di invertire il processo, solo per questa volta.

“Minchia, bellissimo! Questo spacca!” Il primo a parlare è il ragazzo col codino, che ora, a guardarlo bene, così ragazzo forse non è. Porta il kimono in giro, lo mostra agli altri, tutti entusiasti, noi un po’ emozionati.
Poi Gianluca mette sul tavolo l’altro pezzo: la borsa di tela, dipinta a mano sul davanti. Uno spettacolo. Ancora giubilo, da qualche parte esce una bottiglia di prosecco. Il ragazzo si qualifica, è il direttore creativo di Yoox, artista lui stesso, e si chiama Alberto Biagetti. Faremo delle cose insieme, promette. (In seguito manterrà).

Gli altri incontri con Gianluca sono stati più o meno così. Alle mostre è diventato grande amico di Paola del catering, alla quale continuava a chiedere di riempirgli il bicchiere di rosso. E quando il rosso è abbastanza, comincia a dire cose del tipo: “Ma che sono queste schifezze? Io me ne vado, non mi piace qua, tutti ‘sti giornalisti…”. E allora qualcuno di noi interviene per dirgli che non è il caso, che non tutti sanno cogliere l’ironia, e che se proprio uno degli artisti dice cose del genere come fai? Lui si scusa e torna da Paola a farsi consolare e a espiare.

Ha fatto un sacco di cose per noi, le gonne serigrafate a mano, i marsupi di alcantara dipinti a mano, una dozzina di microborse/bisacce. Praticamente una fabbrica, ma manuale. Sempre burbero, per convincerlo di qualunque cosa ci vuole del bello e del buono. Alla fine a me è rimasta una borsa “nuda”, non interpretata. Gli ho chiesto di farmela, quall’altra era troppo bella. “Prima o poi te la faccio, figurati.”

Da due giorni però Gianluca Lerici, aka Prof. Bad Trip, non c’è più. Volevo salutarlo, ecco tutto.

venerdì, novembre 24, 2006

Preadolescenza

Gabriele è stato invitato alla festa di una compagna di classe, Matilde, questo pomeriggio. Ieri sera ne abbiamo parlato.

Alberto: "... Non ci andrà"
Io: "Perché?"
Alberto: "Perché non vuole"
Io: "Come sarebbe, non vuole?"
Alberto: "Non vuole. Me l'ha ripetuto un sacco di volte, forse perché Matilde ha 5 anni..."
Io: "Ma Gabriele ha 3 anni! Non può essere così selettivo!"
Alberto: "Sì, chissà da chi ha preso? Comunque poi ormai non ha neanche il regalo..."
Io: "Quello non è un problema, lo diciamo alla tata e se ne occupa lei"
Alberto: "..."

Io (rivolta a Gabriele): "Allora, Gabri, domani vai alla festa di Matilde?"
Gabriele: "No"
Io: "Come no? Sarà divertente..."
Gabriele: "No-o"
Io: "Ma non vuoi andarci?"
Gabriele: "No-ooo"
Io: "E perché non ci vuoi andare?"
Gabriele (guardandomi fisso negli occhi, serissimo): "Perché ho mal di pancia".

Gabriele ha 3 anni. Quando ne avrà 11, io mi sparerò.

C'è qualcosa di nuovo

Ieri sera grande vita. Giacomo Spazio ha inaugurato una nuova galleria d'arte (lui la chiama no-art gallery), Limited, con la mostra di Paola Sala, Portraits. Non sono un critico d'arte, ma se passate da Milano in questi giorni e apprezzate gli artisti un po' lontani dal mainstream, andateci. Le sue creature a olio sembrano uscite da fumetti rinascimentali, con quelle testone dondolanti e quegli occhioni spalancati a guardarvi. Da vedere, assolutamente.

Limited no-art gallery
via Teodosio 102
20131 Milano

lunedì/venerdì 15.30 - 20.00

A seguire, proprio di fianco alla galleria, cena di rito con gli amici da Celanto a settembre, enoteca e cucina. E così la poesia continua. La signora Antonella ci ha guidato attraverso profumi e sapori non comuni (se penso al tortino al cioccolato con il cuore di cioccolato caldo mi vengono le lacrime agli occhi, ci vorrebbe, per ripristinare l'equilibrio, quella grappa morbida che più morbida non si può...), con una passione da padrona di casa e viaggiatrice professionista. Il tutto ad un prezzo più che ragionevole, per i tempi che corrono.
(Ha visto, Antonella? L'ho detto e l'ho fatto. E spero di tornare presto a trovarla).

Celanto a settembre
via Teodosio 102
20131 Milano
tel. +39.02.28970730

mercoledì, novembre 22, 2006

Il linguaggio del corpo

L’ho visto e ho subito capito. È passato con l’andatura decisa, il passo lungo un po’ saltellante alla Alberto Sordi, e le spalle appena chine in avanti. La testa era leggermente piegata da una parte, anch’essa sporta in avanti. Lungo i fianchi, un braccio stringeva una cartella di documenti, e intanto dondolava vistosamente avanti e indietro accompagnando i passi; l’altro era piegato verso il busto, con una penna in mano (anzi, una matita, da noi si portano molto le matite, da quando un cliente ha iniziato a rifornirci di bellissime matite di legno con la gommina sopra e hanno smesso di comprare penne. Peccato che in tutta l’azienda non ci sia un temperamatite a pagarlo, e così ogni volta che una matita si spunta si va cercarne una nuova in qualche sala riunioni). Non potevo vederla, ma immaginavo perfettamente l’espressione del viso: un sorrisetto appena accennato (lo avresti detto più che altro un rictus), a contestualizzare il tutto, conferendo ad ogni suo gesto sicurezza di sé e certezza che quel qualcosa che stava facendo era fatta bene. Molto bene. Che poteva essere orgoglioso di lui. Perché era diretto dal suo capo e gli stava portando un lavoro. Un gran bel lavoro.
Ho provato a chiamarlo, dovevo dirgli una cosa, ma lui non mi ha sentito: ci sono momenti nella vita di un consulente senior in cui bisogna andare dritto all’obiettivo, senza lasciarsi distrarre.

Eccone un altro. Questo è furtivo, cammina guardando dritto davanti a sé, senza girare la testa verso le stanze. Tiene i pugni chiusi, le braccia leggermente piegate e il passo è leggero come quello di una ballerina, anche se a occhio e croce pesa almeno 80 chili. Arriva davanti a una porta, dà un ultimo sguardo e entra come un ladro. Ti puoi giocare qualunque cosa che si tratta di un consulente che sta andando a fumarsi una sigaretta sul terrazzino.

Se però lo stesso consulente fosse stato diretto da una risorsa (qualunque, tecnica o creativa: le persone si chiamano così, risorse, manco fossero petrolio o grano o acqua), allora il passo sarebbe stato deciso, e l’espressione un po’ corrucciata, le mani ingombre di documenti, mento alto, petto in fuori e pancia in dentro. Che non necessariamente vuol dire che i consulenti siano stronzi, vuol dire solo che passano la maggior parte della giornata in giro da un ufficio all’altro, su e giù per i quattro piani, sempre di corsa, affannati e privi di cellulare, cosicché nei rari momenti in cui sono alla scrivania devono rimettersi in pari con decine di telefonate perse e di email in coda. Si narra di consulenti che nessuno ha mai visto in faccia, la cui presenza sul libro paga aziendale è però garantita dal barista qui sotto che li vede ogni tanto prendere un panino da portare via, di solito quando tutti gli altri sono già andati via. Per fortuna, i tacchi per le donne sono obbligatori solo da manager in su (e “in su” non ci sono donne). Così ci si arrangia come si può, se si è molto discrete e/o sufficientemente trendy si possono anche osare le sneakers senza subire ritorsioni. Al contrario, per i maschi il completo è d’obbligo fina dai gradini più bassi. Si sono ribellati a questa policy solo alcuni stagisti, facendo presente che con quello che gli davano o mangiavano o pagavano la casa o si rifacevano il guardaroba su una bancarella. In genere preferiscono mangiare e riproporre l’abito della laurea (o della cresima, per chi alla laurea non c’è arrivato) finché il lucido nei gomiti non diventa buco. A quel punto la speranza è che il loro contratto cambi.

I manager sono diversi. A parte un paio, che per loro carattere sono sempre in giro, in generale questa categoria è fatta di persone che non si muovono dal loro posto. Dove, per lo più, pensano. Oppure coltivano relazioni che qualcun altro ha intrecciato per loro. Oppure dicono agli altri cosa devono fare, e se gli chiedi una spiegazione o una mano, loro ti rispondono semplicemente: “mi dispiace, su questa cosa non posso aiutarti, non ci capisco niente”. Ah. Sono spesso agghindati come star, le grandi firme si fanno in quattro per loro; te li immagini nel parterre della notte degli Oscar in attesa del loro premio, quello da non protagonisti. Il premio arriva, loro sono sempre più simili a figure mitologiche, metà uomo/donna e metà sedia girevole, con le mani attaccate alla tastiera del loro notebook da mezzo chilo e al telefonino (Blackberry per i più intraprendenti).

Ai creativi è richiesto di avere capelli blu, essere sterili e non possessori di un’abitazione, per non essere un’azienda di vecchi, con troppi mutui e troppi figli. Ovviamente non tutti rispondono esattamente a tutti i requisiti, e per questo sono tollerati dreadlock e capelli semplicemente spettinati. In alternativa, vanno benissimo i tagli asimmetrici, meglio se eseguiti in un salone tipo Aldo Coppola o Orea Malià (che garantiscono il risultato più vicino possibile all’effetto punkabbestia richiesto dalle policy aziendali). Per i vestiti, via libera ai mercatini: più strati hai, più le tue quotazioni si alzano. Per chi proprio non ci sta dentro, c’è sempre la possibilità di vestirsi Dolce e Gabbana, un classico che non passa mai di moda. Scarpe no problem: dall’infradito al sadomaso, dall’anfibio (possibilmente non Doc Martens, che fa troppo bravo figliolo) allo stiletto da zoccola, è ammesso tutto. Purché ci si sappia adeguatamente trascinare per i corridoi, usando un lessico non necessariamente urbano (eventualmente anche smadonnando un po’) e non necessariamente italiano, dicendo “fico” e “cacare” invece di “figo” e “cagare”, e avendo sempre l’espressione di chi sa che anche oggi prima delle 11 non andrà a casa (il che è quasi sempre vero). La direzione delle risorse umane auspica inoltre che, all’uscita, ci si rechi in qualche luogo ameno dove abusare di alcool e sostanze psicotrope. Mostrandone i segni il giorno dopo, così che si possa dire: “Questi creativi! Sempre con la testa tra le nuvole!”.

venerdì, novembre 17, 2006

Il capo espiatorio

Ore 10, gli abitanti della mia stanza stanno per trasferirsi tre piani più giù per il caffé.

Collega 1: "Mi hanno tolto dal progetto X"
Io: "Accidenti. Come mai? Che cosa è successo?"
Collega 1: "Avevano bisogno di un capo espiatorio..."
Collega 2: "Di un capro espiatorio"
Collega 1: "Ho detto di un capo espiatorio, che c'entra il capro?!"
Io: "..."

martedì, novembre 14, 2006

Quando ai Tropici fa freddo

C’è un tipo di freddo particolare, che non ha niente a che fare con la temperatura, ma che c’entra solo con il luogo in cui ti trovi. La temperatura può essere tropicale, il luogo è l’ospedale. È il freddo che ho sentito quando mio figlio, di un anno e mezzo, era in un lettino con la maschera d’ossigeno. C’erano 28 gradi in quella stanza, ma non ho potuto togliermi di dosso la giacca a vento. È il freddo che ho sentito ieri sera, mentre aspettavo che mio marito uscisse dalla sala operatoria. Gli infermieri mi guardavano incuriositi, io ero seduta su una panca nel corridoio della chirurgia d’urgenza e me ne stavo a leggere con il cappotto addosso.

Mio marito è stato operato alle 10.30 di ieri sera. Non c’erano letti e quindi fino all’ultimo non ci hanno detto se avrebbero fatto l’intervento o se lo rimandavano a stamattina. Poi hanno trovato una barella, e la situazione si è sbloccata. Dopo un’intera giornata passata a girare tra i padiglioni, sballottati da un reparto all’altro, il tutto intervallato da pochi momenti lontani dall’incertezza, quelli in cui effettivamente Alberto veniva sottoposto a visite ed esami. Un paio di volte ci siamo sentiti rispondere: “Io sono di [nome di un reparto o di una specialità], non so niente, ma non è qui”. Fantastico!

E così è venuto fuori il mio vecchio contenzioso con la Medicina convenzionale: non con la Sanità, che è affare diverso e che con la gente non c’entra niente, ma proprio con la Medicina e con il modo di esercitarla.
Non ho molti amici medici, e un solo medico amico. Il quale è un personaggio di circa 60 anni, tutt’altro che rassicurante e difficilmente interpretabile. È neurologo, specializzato anche in psichiatria e pediatria, ma guai a definirlo neuropsichiatra infantile; ha studiato a Bologna, dove ha anche insegnato per un po’ (poi ha litigato con tutti, Rettore compreso) e negli Stati Uniti, e l’Italia è per lui una condanna; però odia volare (si fa di sostanze psicotrope quando deve), e vive nella casa di famiglia in campagna, lontano 40 km dalla via di comunicazione principale più vicina. Ha 7 studi sparsi in giro, dal Piemonte alla Calabria, con una fitta copertura dell’Italia centrale; in verità si fa ospitare in 7 studi (ma forse sono di più, il mio ultimo censimento è piuttosto datato), perché man mano che gli portano dei pazienti, quando si crea un gruppo abbastanza omogeneo – geograficamente parlando - va lui da loro, almeno una volta ogni due-tre mesi.
Gira per convegni con per lo più il ruolo di guastatore, ce l’ha con le case farmaceutiche “che mercificano la ricerca” e con i giovani medici “che vanno a lavorare in ospedale per non assumersi nessuna responsabilità”. Lui invece è anche medico della NATO, e le sue responsabilità se le assume eccome. Tanto che ha fatto da perito di parte (della difesa) in un processo per omicidio volontario: un padre ha fatto fuori con un colpo di pistola l’anestesista che ha provocato danni permanenti a suo figlio, operato a una gamba per un incidente stradale. Ora il ragazzo è un vegetale, e il padre praticamente pure. E lui, il mio medico amico, non ci dorme per questa storia.
Legge i Padri della Chiesa e Sant’Ignazio di Loyola, ma non è un cattolico praticante: il suo è un interesse puramente scientifico. Da buon ex psicanalista, cita Freud a memoria, essendone uno dei maggiori esperti viventi, ma odia profondamente la psicanalisi, la psicologia, e qualunque altra disciplina che cominci per -psic. I suoi pazienti li chiama per nome, ne conosce le famiglie e cura tutti i membri, perché dietro ogni problema c’è sempre un problema anche ambientale, e spesso è necessario sradicare quello per capire cosa non va. E quindi quando vai da lui ti sembra di andare, appunto, dall’analista.
Non ama le analisi, gli esami, la diagnostica invasiva e la medicina nucleare; perché prescriva una di queste cose bisogna che sia proprio l’ultima spiaggia, altrimenti fa lui, con uno stetoscopio e un diapason, e un apparecchio per la pressione di quelli a pompetta. Detesta lavorare con altri medici, li considera tutti ignoranti di ritorno, gente che ha dimenticato quello che aveva imparato all’Università e che si è specializzata così tanto nella sua materia da essere arrivata a sapere tutto di niente (il contrario di niente di tutto, l’assoluta despecializzazione).
E lui è uno che se gli dici che hai male a un ginocchio ti chiede se sei stato operato di tonsille da piccolo, e poi ti spiega perché le due cose sono correlate, e il suo discorso sta in piedi, e non ti prescrive farmaci ma sostanze naturali (spesso difficilissime da trovare) che, nessuno sa come né perché, ti rimettono a posto il ginocchio o quello che è. Dall’altra parte, ha un carattere veramente di merda, facile alla collera come un bambino di 2 anni o un vecchio di 80, spesso depresso e, forse, con tendenze suicide. In vent’anni che lo conosco non ha mai cannato una cura. Ecco, perché lui cura e guarisce, non fa solo una delle due cose. E soprattutto ti fa capire che il corpo umano non è fatto di pezzi che vivono indipendentemente l’uno dall’altro, ma è un tutto indivisibile. La vera visione olistica della medicina.

Nelle nostre peregrinazioni di ieri, ci chiedevamo appunto perché non ci sia nessuno, a parte qualche cane sciolto come appunto il mio medico amico, che quando ti visita abbia a cuore tutto te, non solo l’organo che in quel momento è caduto nella sua circoscrizione. A pensarci bene, c’è stato solo un momento della mia vita in cui avevo un medico di riferimento che mi guidava per tutto, ed è stato durante la gravidanza. Lì il ginecologo (pagato privatamente, quindi voglio vedè che faceva pure storie!) era diventato una sorta di regista della mia vita sanitaria, in questo periodo così delicato. Con qualche esagerazione, forse (non c’è essere “sano” più medicalizzato al mondo di una donna incinta in Italia), sul fronte della diagnostica (preventiva), ma almeno sapevo che per qualunque cosa, anche un’influenza, potevo rivolgermi a lui. Prima e dopo, niente. Ti sistemano un pezzo e te ne sfasciano un altro. Ti risolvono un problema e te ne spuntano altri tre. Fanno una parte della cura ma l’altra parte “non è di loro competenza”. E così via, sempre più specializzati e sempre meno umani, sempre più stanchi e restii alla comunicazione, sempre più arroccati nella loro torre d’avorio, che quando gli parli ti fanno sentire un cretino con pretese assurde.

Alberto dice che in realtà forse anche loro, i medici, sicuramente provano una maggiore soddisfazione professionale quando parlano con persone che sono realmente interessate a quello che dicono, piuttosto che con gente che è contenta solo se va a casa con chili di prescrizioni. Non so, a me non è mai capitato. A parte, naturalmente, con il mio medico amico.

Che il freddo di ieri sera fosse il freddo del silenzio, della non comunicazione? Che fosse per caso il freddo della specializzazione?

venerdì, novembre 10, 2006

Avviso ai naviganti

Vorrei mandare un messaggio a tutte le single, perché non si dica che non ve l'avevo detto.
Quando deciderete di scegliere un uomo per la vita, assicuratevi che abbia il sonno leggero, comunque più leggero del vostro. Fatene una barriera all'entrata, come, che so, che condivida le vostre idee politiche o che sappia usare i congiuntivi in maniera appropriata.

Perché se, messa su casa e chetato il vostro orologio biologico, vostro figlio vi saltasse nel letto alle 5 del mattino per fare pipì, e poi alle 6 reclamasse a gran voce la colazione, dovete essere certe che qualcun altro oltre a voi possa adempiere a queste sue fastidiose esigenze.

Sul serio, quando vi rendete conto che è uno di quelli che non si svegliano neanche con le cannonate, mollate il colpo e godetevi la vostra sigolitudine. Se non altro, sarete riposate al mattino.

giovedì, novembre 09, 2006

Ragionevolmente

Durante una riunione un collega ha pronunciato la parola “ragionevolmente”. E io non ho più seguito per qualche minuto. Perché “ragionevolmente” era l’intercalare tipico di un altro collega, che ci ha lasciato alcuni anni fa. Non per un’altra azienda, per sempre. Con un infarto la mattina del suo primo giorno di vacanza dopo 3 anni.

Al suo funerale c’eravamo tutti, 2 o 300 persone ammutolite da quello che, a tutti gli effetti, poteva essere considerato come il primo (a noi noto) suicidio da iperlavoro in Italia. Lui aveva totalizzato 3 anni senza ferie, con uno stile di vita tutt’altro che sano: 4 ore di sonno a notte (per il resto del tempo era in ufficio a lavorare), una decina di caffé e 40 sigarette al giorno. Week end compresi. Il risultato: una carriera luminosa, un amministratore delegato che lo portava ad esempio a tutti, collaboratori che lo rispettavano, molti soldi. Ma anche una moglie e un figlio di 3 anni che continuava a vedere solo nella foto che teneva sulla scrivania.

Se l’è cercata, fu la tesi da molti sostenuta quel giorno. I più acidi quel giorno dissero che si era trattato di omicidio colposo, e che l’azienda doveva pagare. Altri, meno polemici e più intimisti, quel giorno si sono guardati gli uni gli altri e gli si leggeva in faccia la paura: stessa età (lui aveva 42 anni), stesse ore lavorate (week end meno, week end più), stesse sigarette, stessi caffé.

Dopo averlo accompagnato, siamo tornati tutti in ufficio, ma ormai non c’era più gusto a lavorare. L’AD (che oltre ad essere spaventato era roso dai sensi di colpa, anche se non lo ammise mai) ci portò prima a prendere un aperitivo e poi a mangiare, nel loft del direttore generale, che con l’occasione ci mostrò dal vivo alcuni pezzi di design veramente notevoli.
Ci furono lacrime e belle parole e buoni propositi, e brindisi alla salute di chi non era più e della sua famiglia (che era ancora ma alla quale ora mancava un pezzo – più sotto forma di reddito che di persona fisica, a dir la verità).

Il giorno dopo ci si incontrò alla macchinetta del caffé e si fumò tutti insieme la prima di una lunga serie di sigarette.
Ragionevolmente.

mercoledì, novembre 08, 2006

Ad occhi aperti

Ieri ho fatto un sogno ad occhi aperti. Non mi capitava da tanto, in genere è un segnale, vuol dire che l’energia ricomincia a circolare. I miei sogni ad occhi aperti sono precisi e circostanziati, immagino ogni singola azione, i luoghi, le parole esatte, le persone, esattamente come vorrei che le cose andassero.

Il sogno di ieri riguarda il lavoro, un nervo scoperto in questo momento. Ed è iniziato sulla strada tra l’ufficio e la macchina. Succedeva che ricevevo una telefonata, ma non riconoscevo il numero:
Io: “Pronto?”
La voce: “Giuliana?”
Io: “Sì, sono io. Chi parla?”
La voce: “Sono…. Disturbo?” (anche nei sogni il bon ton non mi abbandona, così lo attribuisco anche ai miei interlocutori)
Io: “Ah, … ! Buonasera! No, non disturba, mi dica”
La mia voce è sorridente, e lo sarà per tutto il tempo della telefonata. Anche la voce de La voce lo è, e questo mi piace molto.
La voce: “Direi che ci diamo del tu, visto che lo facciamo regolarmente quando [omissis]. Ho ricevuto il tuo curriculum, e mi sembra interessante…”
Io (che sto per svenire dall’emozione, ma non lo do a vedere): “Ah, bene…!”
La voce: “Sì, e mi chiedevo se potessimo vederci… Tu quando potresti fare un salto da noi, nei prossimi giorni? Per me andrebbe bene anche domani, se per te non ci sono problemi…”
Io: (Fino a domani??? Ma io ti raggiungo immediatamente, ovunque tu sia! Sfiderò il traffico dell’ora di punta, mi perderò nella metropoli tentacolare e troverò la strada per raggiungerti, tutto, purché tu mi porti via di qua, al più presto possibile!) “Sì, direi che domani va benissimo! A che ora?”
La voce: “Se tu potessi per le 18.30-19… sarebbe perfetto, così facciamo due chiacchiere, ci conosciamo e parliamo di una cosa che mi è venuta in mente, che non c’entra molto con il motivo per cui mi hai mandato il curriculum, ma a noi sembra interessante…”
Io: (Non c’entra? E che è?) “Non c’entra? Allora mi puoi anticipare qualcosa, magari…”
La voce: “No, è un po’ complicato, preferisco che ne parliamo a voce. Allora, ti aspetto domani sera, ok?”
Io: “Certo, ok. Dove devo venire?”
La voce: “In via … . Se vuoi ti mando un sms, se non puoi scrivere, sento che sei per strada”
Io: (Ammazza che raffinatezza…! Ti amo già!) “Sì, sono per strada, ma mi ricordo, grazie, sei molto gentile” (Guarda, il tuo indirizzo ce l’ho scolpito nella testa col fuoco)
La voce: “Non prendere impegni per l’aperitivo, la chiacchiera potrebbe anche protrarsi”
Io (la voce si fa più sorridente, lotto perché non diventi ridanciana come sotto un effetto chimico): (Ma figurati! Mi tengo libera anche per la cena ed eventualmente per la notte! Ma tu, per favore, portami via di qua, via di qua!) “Va bene, non prenderò altri impegni. A domani, allora!”
La voce (sempre sorridente): “A domani”.

Fine della telefonata. Adrenalina a 1000. Mi gira persino un po’ la testa. Non ho voglia di dirlo a nessuno, questa volta terrò il segreto fino alla fine. Per scaramanzia. Sì!

Nel sogno viene domani, cioè oggi. Nella realtà sono arrivata alla macchina, meccanicamente accendo la radio, ma la spengo quasi subito, mi deconcentra e mi distoglie da questa felicità, dalla felicità di una cosa che ancora non è successa ma che mi dà una speranza, dalla felicità sintetica e artificiale (ma non per questo meno vera) di una cosa che non è successa e che non succederà affatto.
Domani cioè oggi sorvolo sulla fase del “che cosa mi metto?”, perché sarebbe troppo lunga, e non c’è tempo da perdere, perché una volta arrivata a casa ciao ciao sogno. Quindi lo devo finire prima.
Domani cioè oggi, più o meno alla stessa ora, mi vedo in questo ufficio non grande ma accogliente, con queste due persone che mi salutano come una vecchia conoscenza, anche se non siamo mai stati presentati. Poi solite cose: che cosa fai, ma sai che abbiamo delle esperienze comuni, certo che lo so, ti ricordi?, anche tu avevi questa impressione?, ecc. ecc. Ma la proposta, venite alla proposta.

La voce/persona: “Come sai, noi siamo [presentazione dell’azienda]. Allora avremmo pensato che…”

Ecco, la proposta non la posso formulare in sogno, anzi, non voglio formularla in sogno. Per pudore e per scaramanzia. Ma so che è fantastica, e che comporta dei rischi. E scopro che ho bisogno di una dose di rischio, è troppo tempo che mi crogiolo nel calore della sicurezza, sto soffocando, ne ho un disperato bisogno. Altrimenti questa calda intimità finirà col sommergermi e poi annegarmi, e un bel giorno non mi troverete più, punto e basta.

Il colloquio diventa aperitivo, l’aperitivo cena nella trattoria sotto l’ufficio, dove ristoratori e clienti si chiamano per nome e non c’è bisogno della lista per ordinare. Nel frattempo – sempre nel sogno – ho telefonato ad Alberto per dirgli che sì, insomma, avrei fatto più tardi del previsto, mi fermerò fuori a cena, sì, non ti preoccupare, poi prenderò un taxi.
Poi c’è un balzo spazio/temporale. Il capitolo successivo si svolge nell’ufficio della mia capa del personale, sto dando le dimissioni. Ferma all’ultimo semaforo che ancora mi separa da casa, sono semplicemente euforica.

Semaforo verde: parlo con un paio di persone in azienda, quelle a cui sento di dover spiegare la mia scelta.
Parcheggio: mando una mail a tutti i colleghi che hanno reso più interessanti questi anni.
Salgo le scale: ho giusto il tempo di ricompormi e
Il sogno è finito. Suono il campanello. Mio figlio impazza. Metto su la cena.

Questi sogni non si avverano mai così come sono. Nei momenti più rosei hanno fornito degli spunti interessanti alla realtà, in quelli più grigiastri semplicemente nella realtà non ne è rimasta traccia.
Speriamo che non sia (ancora) un momento grigiastro.

lunedì, novembre 06, 2006

Prima lutchi, poi no lutchi

Il martedì e il venerdì sono giorni bellissimi per me. Perché in quei giorni, quando io rientro a casa, è appena andata via la colf (termine che non amo, ma del resto come chiamarla?), la mitica Mirna.
Mirna è un cartone animato vivente, la trasposizione in carne e ossa di Taz, il Diavolo della Tasmania, hai presente? Appena entra in casa non si concede neanche 5 secondi per togliersi la giacca a vento, e subito comincia a roteare in giro, apre finestre e armadi, disfa i letti, fa partire la lavatrice, spruzza acqua sul bucato asciutto prima di inamidarlo e di ridurlo alla ragione, dritto e liscio che manco appena uscito dal negozio. Poi lava piatti, batte tappeti, mette tutto in ordine, si arrampica sui davanzali e lava i vetri finché non si vede di nuovo fuori, ma così bene che sembra di guardare il mondo in DVD, mentre nel frattempo i vicini del palazzo di fronte raccolgono scommesse su quanto riuscirà a rimanere là in bilico prima di cadere giù. Bastardi.
Tutto questo mentre io non ci sono. Me l’hanno raccontato. Ospiti passeggeri a casa mia, o, appunto, vicini del palazzo di fronte. Al pensiero rabbrividisco.

Insomma, venerdì torno a casa e tiro un sospiro di sollievo: è tutto in ordine (rimarrà così solo per un quarto d’ora, ma non importa), tutto pulito, la casa sembra perfino più grande. E sul tavolo della cucina c’è un messaggio. Che dice: “SIG. IO COMPRA CANDEGGINA (X2) SGRASSATORE VIAKAL, CE SCONTRINO.” Che fin qui tutto bene, tutto nella norma, compreso il fatto che con due flaconi da 3 litri di candeggina, ma che ci fai, bella la mia filippina, te la bevi??? Comunque il messaggio non era finito: “LAVATRICE NO CENTRIFUGA” Oh, cazzarola, questa no! “FORSE SOLO TROPO CE SPORCO EN EL BUCO SOTO”. Spero si riferisca al filtro, se no la faccenda si fa torbida.
Controllo, in lavatrice ci sono le lenzuola immerse nell’acqua. Pastrugno un po’, poi la centrifuga parte. Uff! ci mancava solo la lavatrice rotta!

Però questa dei messaggi di Mirna è una tradizione straordinaria. È in Italia dal 2000, ma – come spesso accade – non parla italiano. E neanche inglese. Si esprime in verità con un italiano per caso, che solo la mia portinaia riesce a capire. Forse perché anche lei condivide un eloquio simile (ci siamo più volte immaginati una conversazione tra Mirna e Lena, la portinaia, e siamo sempre giunti alla conclusione che devono pensare l’una dell’altra che ecco, finalmente hanno trovato una persona con cui si può comunicare senza dover ripetere duemila volte le stesse cose, anche se ha un accento proprio strano, chissà di dov’è). E allora abbiamo visto che con i bigliettini (che sono proprio tipo pizzini) invece ci si poteva dire un sacco di cose, molte di più di quante ce ne si possa dire a voce, visto che tutte le volte che le dicevo qualcosa la sua risposta è sempre stata la stessa: “Sì sinola, sì sinola”, e intanto sorrideva. Senza, ovviamente, aver capito una mazza.

Soprattutto, i messaggi mi tornano utile quando devo dire cosa fare o, più spesso, non fare. Solo che non basta scriverle: “Per favore, non fare il bucato”, perché la sola idea di non fare una cosa sembra essere contraria alla sua religione; quindi ricorro a cose un po’ più terroristiche, tipo attaccare alla lavatrice un grosso foglio con su scritto “NON FUNZIONA”. Poi se capita glielo spiego anche, su un messaggio separato in cucina, ma di base questa forma di comunicazione funziona di più.
Soprattutto per l’armadio di Gabriele è stata una lotta. Quando Mirna mette a posto gli armadi, poi ti sembra di essere in un negozio del centro: lei ordina per dimensioni, materia prima, colori. È bellissimo. Peccato che l’armadio di Gabriele segua altri criteri: le cose per l’asilo, quelle piccoline ma che gli vanno ancora, quelle un po’ grandi ma che si possono indossare, quelle enormi, quelle della stagione passata o di quella a venire, e così via. Insomma, un ordine basato esclusivamente sul livello di servizio. Ma Mirna è superiore a queste che lei vive come accozzaglie indegne, e quando lei rifà l’armadio di Gabriele io ho: tutte le magliette intime, tutte le T-shirt, tutti i pantaloni, tutte le felpe, e così via, ordinati per colore. Fantastico. Mezz’ora minimo per vestirlo al mattino. Allora le ho lasciato un primo messaggio: “Per favore, non mettere in ordine l’armadio di Gabriele, ci penso io”. Il venerdì torno a casa, dovevo preparare la borsa per andare via, apro l’armadio e ci trovo dentro uno scaffale di Gucci. Con tutte le cose in ordine, dal suo punto di vista. Rifaccio l’armadio, e il martedì successivo lascio un nuovo biglietto: “ Mirna, per favore, non mettere ASSOLUTAMENTE in ordine l’armadio di Gabriele”; meglio lasciar cadere il discorso sul “ci penso io”, evidentemente ho perso credibilità ai suoi occhi su questo punto. Ora però io non so quale fosse il problema, quale la chiave di comunicazione che mi sfuggiva, fatto sta che al mio ritorno eravamo punto e daccapo. Così ho deciso di lasciare da parte ogni remora dal retrogusto terzomondista e passare a un metodo più diretto. Quel venerdì sull’armadio di Gabriele c’era un foglio di carta A4 messo per traverso a bloccare le ante (tipo CSI, stessa decisione e professionalità) che diceva “NON TOCCARE”, senza più né scuse né perfavori. Obiettivo raggiunto – anche se non so fino a quando durerà.

Mirna ha scritto sui pizzini anche cose molto serie, tipo le pratiche per la sua regolarizzazione, il permesso di soggiorno e tutto il resto. Ha affidato a una lettera, questa volta piuttosto lunga, il compito di dirmi che era incinta e che stava per andare a casa sua a partorire, e che era molto dispiaciuta e che sperava che non la licenziassi per questo. Ovviamente sono stata contenta per lei, lei è andata lasciandomi come sostituta una specie di Attila in gonnella ancora più incomprensibile di lei, e poi è tornata. In quell’occasione avrei voluto dirle che ora poteva ricominciare a venire solo una volta la settimana (le avevo chiesto di raddoppiare il suo tempo perché Gabriele era appena nato e io facevo un po’ fatica, soprattutto con la testa, a star dietro alla casa), ma lei mi ha preceduto, chiedendomi se conoscevo qualcuno che avesse bisogno del suo lavoro. Evidentemente, pensai, qualcuno non ha perdonato neanche lei di aver fatto un bambino. Così ho lasciato perdere, e oggi almeno 5 dei datori di lavoro di Mirna sono miei amici. A volte uno di loro mi manda un SMS incomprensibile: è la trascrizione di un biglietto di Mirna, e una tacita richiesta di aiuto nella sua traduzione.

Ma nella memoria familiare rimarrà sempre un biglietto veramente fantasioso, un evergreen che faceva più o meno così:

“SIG.RA,
PRIMA LUTCHI
POI NO LUTCHI
IO NO STERARI”

Ahah! Quella sera mi ci sono appassionata, al messaggio. “Prima lutchi poi no lutchi…”. Il frigo è spento, la lavastoviglie ha il pulsante su “ON” ma non funziona, e così pure la lavatrice. Facile, se attacchi tutto insieme! La scoperta è l’equivalente di una traduzione simultanea: “Prima c’era la luce, poi non c’era più, e quindi non ho stirato”. Che Dio ti benedica, Mirna mia!

venerdì, novembre 03, 2006

Marito 2.0

Mio marito lavora in Internet da quando Internet non esisteva ancora. E infatti l’azienda (se si può chiamare azienda uno scantinato che si allagava quando pioveva e frequentato da 5 o 6 persone al massimo) del suo primo impiego in odore di web si occupava di reti neuronali. Poi, grazie all’intuito e al coraggio (eeeeehhhhhh!!!!!) degli affittuari dello scantinato, quello che era un business decotto in partenza è diventato quello che è, la prima e più grande agenzia di Internet d’Europa. Cioè, in realtà è molto più complesso di così, ma in estrema sintesi…
Quindi si può dire che Alberto sia in Rete da sempre. Per un periodo quando qualcuno gli chiedeva se aveva Internet lui rispondeva: "Io sono Internet". L’ha usata e ne ha abusato per qualunque cosa, e nel tempo è sempre stato “più avanti” della media degli utenti avanzati. Fino a quando si è stufato, e laddove un tempo c’era passione per il lavoro – da cui l’effetto di connessione permanente – negli ultimi tempi c’era soprattutto lavoro e basta. Mi prende in giro perché ho un blog, ogni tanto lo legge ma non partecipa del mio entusiasmo.
Poco più di un mese fa, però, ci hanno rubato la macchina. Ergo, passato il periodo di lutto, ci siamo messi a cercarne una nuova. Nuova per noi, intendo, perché la nostra religione ci impedisce di comprarla nuova di pacca. E allora che fa mio marito? Si attacca a Internet, sia in senso proprio che figurato. Salta il pranzo perché si sta facendo fare 4 preventivi contemporaneamente, va in bagno con Quattroruote per controllare le quotazioni, mette il portatile a tavola così può navigare durante la cena, e così via.
Poi arriva il momento di toccare con mano: ci facciamo prestare una macchina (ahahahahah!) dai nostri amici e programmiamo un sabato per concessionarie. Al termine del quale, fumata bianca: abbiamo una short list. Dentro ci sono una Volvo V40 e una Lancia Lybra.
Belle entrambe, la scelta è difficile. Come si fa? Semplice, si vede in Internet. Dove la Volvo è presente quasi esclusivamente in modo istituzionale e nei forum “generalisti” di consumatori, ma la Lybra… tutta un’altra storia.
Anni fa avevo progettato una community per Alfa Romeo (per lavoro, non per passione o diletto, per quanto…), e in quell’occasione avevo fatto un censimento delle comunità attive di alfisti nel mondo: erano circa 600. C’era la community vera e propria, che oltre a chiacchierare convulsamente di auto organizzava raduni e ogni sorta di occasione per celebrare la mitica Alfa; e poi c’erano forum più piccoli in cui il livello di specializzazione raggiunto era equiparabile solo a quello che ti aspetti dalla NASA o dal CERN. Ero rimasta affascinata da uno di questi forum in cui si parlava solo di carburatori. Ecco, di carburatori. Delle Alfa. E basta.
A distanza di anni, mio marito ha scoperto il sottobosco 2.0 della Lancia. Un club, intanto, con le cene, i raduni, le notizie, i link, i documenti, ecc. ecc. E poi un forum. Ma non un forum normale, dove ti scambi opinioni: questo è un posto dove i proprietari di Lancia Lybra (i Lybristi) arrivano a spiegarti, con tanto di corredo documentale fatto di foto, disegni, progetti e quant’altro, come hanno fatto ad installare un DVD nello schermo del computer di bordo, o a mettere un PC che cala dal tetto (così quando lo chiudi non si vede). E abbiamo scoperto l’esistenza del debimetro. A cui sono dedicate decine di post nel forum e di link in giro per il Web.
A questa scoperta si deve la nuova identità di mio marito: l’identità 2.0. Alberto è tornato in Rete!
Con passione e sentimento, e non importa se passa le serate a confrontarsi con questi simpatici signori sull’opportunità di installare un trasformatore 12v/220v, perché non si mai, tante volte dovessi asciugarti i capelli in macchina dove lo attacchi il phon?
Bentornato, ci mancavi.

E' nata una fata!

Ho scoperto il mio nickname ancestrale, ed è Killer Fairy (fata assassina). Credo che lo adotterò, mi piace un sacco. Ed è anche certificato!



Grazie a pm10!