Auguri!
(Thanks to Ovnii)
lunedì, dicembre 25, 2006
venerdì, dicembre 22, 2006
Piergiorgio Welby è morto.
Facciamo in modo che nessuno debba più avere un'agonia come la sua.
Il suo blog
Il sito dell'Associazione Luca Coscioni
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giovedì, dicembre 21, 2006
Christmas Generated Content
Ci sono gli User Generated Content, di cui a lungo si è discusso e su cui sono stati versati mega e mega di bit. Sono quelli che le aziende sperano e temono insieme che i loro clienti dedichino loro. Sono quelli che altre aziende cercano di monetizzare, con risultati alterni. Sono quelli della cui utilità altre aziende ancora, di consulenza e di servizi, cercano di convincere i loro clienti, spesso riluttanti. Sono quelli dei blog, di You Tube, di MySpace, e chi più ne ha più ne metta. Insomma, sono quelli che produciamo noi, e che ci hanno fatto eleggere Person of the Year dal Time. Giusto? Sbagliato? (l’elezione, intendo). Ai posteri l’ardua sentenza. Io un’idea ce l’ho, ma non sarebbe molto popolare, per cui per ora sospendo il giudizio (ho detto che è un’idea, non un giudizio, infatti).
E poi ci sono i Christmas Generated Content. Che sono contenuti scritti sì da qualcuno, ma molto, molto più virali di ogni altro tipo di contenuto esistente al mondo. Perché questi vivono da soli, si direbbe che si autoproducono e che semplicemente si danno in pasto al mondo per una specie di immacolata concezione collettiva, e che poi si distribuiscano uniformemente su tutto: carta stampata, TV, radio, Web, e via divulgando. Fin dai primi di novembre.
Ce ne sono di diversi tipi:
1) I CGC tradizionali: palline, abeti e babbinatali in salsa di luccichini e stelline. Il messaggio è piano, lineare e va dal Buone Feste da vetrofania del panettiere sotto casa al più ricercato “Season’s Greetings” delle griffe patinate (come se “auguri di stagione” avesse il benché minimo senso…), su cartoncino nero o argento o oro (riservato, fra questi, a chi può fare una piccola concessione al sopra-le-righe senza timore di venire preso per cafone).
2) I CGC multimedial-pacchiani: ecards, video, animazioni in flash. Riservati, sia per la produzione materiale (abbiamo detto che i CGC per definizione si fanno da soli) che per la fruizione, alla fascia d’età che può fruirne adeguatamente, quindi più o meno dai 7-8 anni ai 60. L’armamentario della tradizione viene in questi contenuti preso e trattato con una disinvoltura a volte blasfema. Alberi di Natale che perdono le palle, renne ubriache, cori natalizi interpretati da bande di alpini metropolitani. L’anno scorso c’era un trend molto forte, quello dei Babbi Natale cattivissimi; quest’anno ognuno ha fatto come ha potuto, ma da qualche giorno girano catene di Sant’Antonio via SMS che potrebbero rientrare in questo filone.
3) I CGC educati: cartoncini di accompagnamento ad agende di banche e assicurazioni, email aziendali in cui si fa finta di avere a cuore le famiglie dei dipendenti, “codini” alle telefonate a clienti e fornitori. Sono contenuti minimalisti, questi, praticamente di servizio, una specie di parenti poveri dei CGC tradizionali.
4) I CGC esistenziali: scritti, possono essere anche molto lunghi, e in generale il Natale ne è solo il pretesto, trattandosi per lo più di mantra augurali che possono andare bene per qualunque momento della vita. Infatti uno se li può conservare e, quando deve fare gli auguri per qualcosa (nascita di un figlio, laurea, cambiamento di lavoro, anniversario, ecc. ecc.), semplicemente li ricicla, esattamente come fa con i regali. Alcuni sono bellissimi, altri un po’ borderline rispetto al margine inferiore, i bigliettini dei Baci Perugina. Quasi sempre sono citazioni, spesso dal famoso Anonimo.
5) I CGC rumore-di-fondo: sono i discorsi. I più comuni: “odio il Natale, le feste mi deprimono” (certo, e allora che cavolo ci fai al veglione di Capodanno al Casinò?), “non ho fatto ancora neanche un regalo” (non è vero, ma così te la puoi svignare un’ora prima dal lavoro), “vorrei chiudermi in casa il 23 dicembre e uscire il 7 gennaio” (e perché non lo fai? Qualcuno sentirebbe la tua mancanza?), “inutile iniziare una dieta ora, dopo le feste se ne parla” (finalmente una cosa sensata!), “ogni anno una strage di abeti per cosa?” (nessuno considera la quantità di carta sprecata per difendere i diritti degli abeti?) e via discorrendo. Sono spesso fastidiosi, ma non se ne può fare a meno, e non è colpa di nessuno: loro si generano da soli!
6) I CGC cinematografici: la valanga di film a tema che si spande su cinema e TV in questo periodo. A parte le vanzin-parentate della serie Natale-di-qua e Natale-di-là, in questo periodo in TV è tutto un Miracolo sulla 42° strada, tutto un Times Square in bella copia con la neve, e pattini a Central Park, e renne che volano e bambini che a Babbo Natale non ci credono ma poi si redimono, e cartoni (animati) come se piovesse.
7) I CGC gastronomici: come non considerarli! E giù ricette di panettoni e pandori orrendamente squartati e ripieni dell’impossibile, di improbabili stoccafissi della tradizione, di anguille e capitoni fritti, pastellati, incatramati, truccati. Spesso su base regionale, questi contenuti sono il teorema a cui fanno da corollario le ospitate degli chef su tutti i media. Che ti insegnano a cucinare il gamberetto su un letto di lattughina in purea con mirtilli freschi e salsa di cipolline allo chardonnay. Uno, ho detto UN gamberetto per piatto.
8) I CGC design-oriented: ovvero la-casa-delle-feste. Appannaggio della carta stampata, l’how-to più scintillante dell’anno. Anche questo è un teorema, il suo corollario sono gli allestimenti ad hoc dell’Ikea.
Ecco, tutte queste cose non siamo noi che le produciamo. Tutte queste cose esistono e basta, si impadroniscono di noi e ci fanno strumento della loro diffusione, una volta l’anno. Ma, diciamoci la verità, in fondo sono tutti belli, questi contenuti. E non è vero che Natale è la festa dei bambini, perché Natale, per fortuna, è di tutti, e ci commuove sempre un po’. E chi dice il contrario, spesso più che uno snob è uno Scrooge. Con tutto quello che ne consegue.
P.S.: Naturalmente, anche questo post è un CGC. Ma per gli auguri voglio aspettare l’ultimo momento.
E poi ci sono i Christmas Generated Content. Che sono contenuti scritti sì da qualcuno, ma molto, molto più virali di ogni altro tipo di contenuto esistente al mondo. Perché questi vivono da soli, si direbbe che si autoproducono e che semplicemente si danno in pasto al mondo per una specie di immacolata concezione collettiva, e che poi si distribuiscano uniformemente su tutto: carta stampata, TV, radio, Web, e via divulgando. Fin dai primi di novembre.
Ce ne sono di diversi tipi:
1) I CGC tradizionali: palline, abeti e babbinatali in salsa di luccichini e stelline. Il messaggio è piano, lineare e va dal Buone Feste da vetrofania del panettiere sotto casa al più ricercato “Season’s Greetings” delle griffe patinate (come se “auguri di stagione” avesse il benché minimo senso…), su cartoncino nero o argento o oro (riservato, fra questi, a chi può fare una piccola concessione al sopra-le-righe senza timore di venire preso per cafone).
2) I CGC multimedial-pacchiani: ecards, video, animazioni in flash. Riservati, sia per la produzione materiale (abbiamo detto che i CGC per definizione si fanno da soli) che per la fruizione, alla fascia d’età che può fruirne adeguatamente, quindi più o meno dai 7-8 anni ai 60. L’armamentario della tradizione viene in questi contenuti preso e trattato con una disinvoltura a volte blasfema. Alberi di Natale che perdono le palle, renne ubriache, cori natalizi interpretati da bande di alpini metropolitani. L’anno scorso c’era un trend molto forte, quello dei Babbi Natale cattivissimi; quest’anno ognuno ha fatto come ha potuto, ma da qualche giorno girano catene di Sant’Antonio via SMS che potrebbero rientrare in questo filone.
3) I CGC educati: cartoncini di accompagnamento ad agende di banche e assicurazioni, email aziendali in cui si fa finta di avere a cuore le famiglie dei dipendenti, “codini” alle telefonate a clienti e fornitori. Sono contenuti minimalisti, questi, praticamente di servizio, una specie di parenti poveri dei CGC tradizionali.
4) I CGC esistenziali: scritti, possono essere anche molto lunghi, e in generale il Natale ne è solo il pretesto, trattandosi per lo più di mantra augurali che possono andare bene per qualunque momento della vita. Infatti uno se li può conservare e, quando deve fare gli auguri per qualcosa (nascita di un figlio, laurea, cambiamento di lavoro, anniversario, ecc. ecc.), semplicemente li ricicla, esattamente come fa con i regali. Alcuni sono bellissimi, altri un po’ borderline rispetto al margine inferiore, i bigliettini dei Baci Perugina. Quasi sempre sono citazioni, spesso dal famoso Anonimo.
5) I CGC rumore-di-fondo: sono i discorsi. I più comuni: “odio il Natale, le feste mi deprimono” (certo, e allora che cavolo ci fai al veglione di Capodanno al Casinò?), “non ho fatto ancora neanche un regalo” (non è vero, ma così te la puoi svignare un’ora prima dal lavoro), “vorrei chiudermi in casa il 23 dicembre e uscire il 7 gennaio” (e perché non lo fai? Qualcuno sentirebbe la tua mancanza?), “inutile iniziare una dieta ora, dopo le feste se ne parla” (finalmente una cosa sensata!), “ogni anno una strage di abeti per cosa?” (nessuno considera la quantità di carta sprecata per difendere i diritti degli abeti?) e via discorrendo. Sono spesso fastidiosi, ma non se ne può fare a meno, e non è colpa di nessuno: loro si generano da soli!
6) I CGC cinematografici: la valanga di film a tema che si spande su cinema e TV in questo periodo. A parte le vanzin-parentate della serie Natale-di-qua e Natale-di-là, in questo periodo in TV è tutto un Miracolo sulla 42° strada, tutto un Times Square in bella copia con la neve, e pattini a Central Park, e renne che volano e bambini che a Babbo Natale non ci credono ma poi si redimono, e cartoni (animati) come se piovesse.
7) I CGC gastronomici: come non considerarli! E giù ricette di panettoni e pandori orrendamente squartati e ripieni dell’impossibile, di improbabili stoccafissi della tradizione, di anguille e capitoni fritti, pastellati, incatramati, truccati. Spesso su base regionale, questi contenuti sono il teorema a cui fanno da corollario le ospitate degli chef su tutti i media. Che ti insegnano a cucinare il gamberetto su un letto di lattughina in purea con mirtilli freschi e salsa di cipolline allo chardonnay. Uno, ho detto UN gamberetto per piatto.
8) I CGC design-oriented: ovvero la-casa-delle-feste. Appannaggio della carta stampata, l’how-to più scintillante dell’anno. Anche questo è un teorema, il suo corollario sono gli allestimenti ad hoc dell’Ikea.
Ecco, tutte queste cose non siamo noi che le produciamo. Tutte queste cose esistono e basta, si impadroniscono di noi e ci fanno strumento della loro diffusione, una volta l’anno. Ma, diciamoci la verità, in fondo sono tutti belli, questi contenuti. E non è vero che Natale è la festa dei bambini, perché Natale, per fortuna, è di tutti, e ci commuove sempre un po’. E chi dice il contrario, spesso più che uno snob è uno Scrooge. Con tutto quello che ne consegue.
P.S.: Naturalmente, anche questo post è un CGC. Ma per gli auguri voglio aspettare l’ultimo momento.
mercoledì, dicembre 20, 2006
Che cosa ho fatto per meritarmi questo?
Se 5 anni fa mi avessero detto come avrei trascorso la serata del 18 dicembre 2006, mi sarei fatta una manica di crasse risate. Perché no, non era proprio possibile.
È andata così. Una cosa che ho omesso nel mio breve resoconto di viaggio è stata la fine, che tuttavia è degna di nota. È successo che, in volo verso casa, la temperatura di Gabriele ha iniziato a salire vertiginosamente. Non avendo con me le medicine – leggi Tachipirina (imbarcata insieme ai beauty, onde evitare le menate su liquidi, creme e limette per unghie; perché chi si immagina che uno che fino a un attimo fa stava benissimo e saltava da tutte le parti, un attimo dopo si sarebbe ridotto a uno straccetto?) abbiamo fatto l’unica cosa possibile: gambe al vento e tovagliolini bagnati ovunque. Lui era talmente cotto che non ha neanche protestato. Appena scesi, la prima cosa è stata infilargli una supposta nel bagno della sala di attesa bagagli, e poi via verso casa con la macchina sovraccarica di persone e bagagli. Dieci minuti dopo, un ulteriore remake de “L’Esorcista” si svolgeva sotto i nostri occhi. La preoccupazione degli astanti, a quel punto, si è spostata di colpo dallo stato di salute di Gabriele a:
1. l’alcantara dei sedili della macchina nuova
2. gli stivali nuovi di Sandra
3. la mia giacca, più volte rovinata in tintoria, e ora destinata a tornarci.
Insomma, una fine degna. Tre ore che, se non la prendi bene, possono mandare a farsi benedire tutti i benefici della vacanza. Perché c’è un’altra cosa che ho omesso. Ed è che quando Gabriele sta male, anche io sto male. Nel senso che accuso gli stessi sintomi. Non è sempre stato così, all’inizio ero molto più rilassata: del resto, si sa, i bambini si ammalano in continuazione. Però quando siamo finiti in ospedale per le convulsioni febbrili, due anni fa, la mia prospettiva è cambiata radicalmente. Tutti i bambini si ammalano, ma se il mio finisce a respirare ossigeno da una mascherina per una stupida influenza, allora è tutto diverso. Già quella volta uscii dall’ospedale, una settimana dopo il ricovero, con la febbre altissima. E da quel momento, anche se la mia temperatura non fa un plissé, ogni linea di febbre di Gabriele toglie 5 anni di vita a me. Da cui la storia del bimbo seminudo e bagnato in aereo, che a posteriori può essere stata la causa del (suo) raffreddore dell'anno. Ma del senno di poi...
Comunque. Tutto questo per dire che Gabriele è malato, tuttora, perché non gli è mica passata. E grazie a un pediatra di rara professionalità non sono riuscita a farlo visitare fino a ieri sera (che mentre andavo, imbottigliata nel traffico delle 18.30 in una sera di pioggia a Milano, mi chiedevo se quando il dutùr ha fatto il suo giuramento avesse giurato su un libro della Littizzetto. Questo spiegherebbe). Così esco dall’ufficio presto (appunto) e corro verso lo studio, dove la tata ha l’appuntamento col dottore. Quando arrivo loro sono già dentro. Parlo col dottore (diagnosi vaga, previsioni di guarigione: chi può dirlo, comunque a scuola prima di Natale non ci torna, figata, mi risparmio la festa), andiamo tutti insieme in farmacia (30 € di medicine nuove nuove), torniamo a casa. Dove io e la tata giochiamo a “celo, celo, mimanca” con le scatoline nuove e ci dividiamo i compiti per i giorni a seguire: le goccine gliele do io, l’aerosol glielo fai tu, calcoliamo qual è la dose giusta di Tachipirina, sei sicura tata di voler rinunciare al tuo appuntamento prenatalizio col parrucchiere, perchè se vuoi io mi prendo qualche ora di permesso, cose così.
Exit tata. Con una previsione di spesa che non ho ancora calcolato, ma essendo intorno ai 70 euri al giorno, basta poco. Quasi quasi rimpiango la festa di Natale a scuola. Anzi, darei una percentuale di quanto mi costerà questo scherzo per essere presente.
La vicina-nonna viene in mio soccorso appena la tata si allontana, con il suo leggendario brodo. Che non è solo per l’anima, il brodo, ma anche per il corpo, essendo anche uno dei piatti preferiti di Gabriele. E siccome Alberto è via per lavoro, al brodo ho diritto anch’io. Ce lo facciamo fuori, questa volta senza grande entusiasmo, mentre ci vediamo Madagascar. Un po’ negletto, questo film, chissà perché: mi rendo conto che forse non l’ho mai visto tutto, contrariamente al resto della videoteca di mio figlio.
Poi pigiamino e nanna. Si fa per dire. L’ho abbattuto che saranno state le 11. Mi ha chiamato almeno una decina di volte, e io, vedendo quel faccino, non me la sono sentita di fare la dura.
Finalmente sola. Mi apro una birra e mi metto su il triplo CD di De Gregori (uno alla volta, naturalmente, ma metodicamente), che non sono ancora riuscita ad ascoltare. È un tuffo nel passato che mi fa venire i lucciconi. Persa nello stupore, mi ricordo tutte le parole di quasi tutte le canzoni, almeno di quelle che vengono prima del 2000, più o meno, con una importante specializzazione fino a Titanic.
E penso che quando mai me lo sarei immaginata, che ci sarebbe stata una serata così, sotto Natale, proprio per me che non mi sono mai fatta mancare feste e festini d’auguri con le compagnie più fantasiose. Quando mai me lo sarei immaginata che un giorno avrei scritto la letterina a Babbo Natale per mio figlio (mio figlio??? IO un figlio??? Ma figuriamoci, mi ci vedi a fare la mamma, e ingrassare e fare le torte in casa e raccontare le favole e cantare ninnananne? A telefonare in ufficio e dire “non vengo, mio figlio è malato”? Bah, cazzate!).
Persa in questi pensieri ho fumato l’ultima sigaretta, ho spento la musica e sono andata a letto, ad annusarmi il piccoletto. E a chiedermi cos’è che un giorno ti fa pensare “ora faccio un figlio” e, contrariamente a quanto è successo fino a quel momento, te lo fa fare davvero.
È andata così. Una cosa che ho omesso nel mio breve resoconto di viaggio è stata la fine, che tuttavia è degna di nota. È successo che, in volo verso casa, la temperatura di Gabriele ha iniziato a salire vertiginosamente. Non avendo con me le medicine – leggi Tachipirina (imbarcata insieme ai beauty, onde evitare le menate su liquidi, creme e limette per unghie; perché chi si immagina che uno che fino a un attimo fa stava benissimo e saltava da tutte le parti, un attimo dopo si sarebbe ridotto a uno straccetto?) abbiamo fatto l’unica cosa possibile: gambe al vento e tovagliolini bagnati ovunque. Lui era talmente cotto che non ha neanche protestato. Appena scesi, la prima cosa è stata infilargli una supposta nel bagno della sala di attesa bagagli, e poi via verso casa con la macchina sovraccarica di persone e bagagli. Dieci minuti dopo, un ulteriore remake de “L’Esorcista” si svolgeva sotto i nostri occhi. La preoccupazione degli astanti, a quel punto, si è spostata di colpo dallo stato di salute di Gabriele a:
1. l’alcantara dei sedili della macchina nuova
2. gli stivali nuovi di Sandra
3. la mia giacca, più volte rovinata in tintoria, e ora destinata a tornarci.
Insomma, una fine degna. Tre ore che, se non la prendi bene, possono mandare a farsi benedire tutti i benefici della vacanza. Perché c’è un’altra cosa che ho omesso. Ed è che quando Gabriele sta male, anche io sto male. Nel senso che accuso gli stessi sintomi. Non è sempre stato così, all’inizio ero molto più rilassata: del resto, si sa, i bambini si ammalano in continuazione. Però quando siamo finiti in ospedale per le convulsioni febbrili, due anni fa, la mia prospettiva è cambiata radicalmente. Tutti i bambini si ammalano, ma se il mio finisce a respirare ossigeno da una mascherina per una stupida influenza, allora è tutto diverso. Già quella volta uscii dall’ospedale, una settimana dopo il ricovero, con la febbre altissima. E da quel momento, anche se la mia temperatura non fa un plissé, ogni linea di febbre di Gabriele toglie 5 anni di vita a me. Da cui la storia del bimbo seminudo e bagnato in aereo, che a posteriori può essere stata la causa del (suo) raffreddore dell'anno. Ma del senno di poi...
Comunque. Tutto questo per dire che Gabriele è malato, tuttora, perché non gli è mica passata. E grazie a un pediatra di rara professionalità non sono riuscita a farlo visitare fino a ieri sera (che mentre andavo, imbottigliata nel traffico delle 18.30 in una sera di pioggia a Milano, mi chiedevo se quando il dutùr ha fatto il suo giuramento avesse giurato su un libro della Littizzetto. Questo spiegherebbe). Così esco dall’ufficio presto (appunto) e corro verso lo studio, dove la tata ha l’appuntamento col dottore. Quando arrivo loro sono già dentro. Parlo col dottore (diagnosi vaga, previsioni di guarigione: chi può dirlo, comunque a scuola prima di Natale non ci torna, figata, mi risparmio la festa), andiamo tutti insieme in farmacia (30 € di medicine nuove nuove), torniamo a casa. Dove io e la tata giochiamo a “celo, celo, mimanca” con le scatoline nuove e ci dividiamo i compiti per i giorni a seguire: le goccine gliele do io, l’aerosol glielo fai tu, calcoliamo qual è la dose giusta di Tachipirina, sei sicura tata di voler rinunciare al tuo appuntamento prenatalizio col parrucchiere, perchè se vuoi io mi prendo qualche ora di permesso, cose così.
Exit tata. Con una previsione di spesa che non ho ancora calcolato, ma essendo intorno ai 70 euri al giorno, basta poco. Quasi quasi rimpiango la festa di Natale a scuola. Anzi, darei una percentuale di quanto mi costerà questo scherzo per essere presente.
La vicina-nonna viene in mio soccorso appena la tata si allontana, con il suo leggendario brodo. Che non è solo per l’anima, il brodo, ma anche per il corpo, essendo anche uno dei piatti preferiti di Gabriele. E siccome Alberto è via per lavoro, al brodo ho diritto anch’io. Ce lo facciamo fuori, questa volta senza grande entusiasmo, mentre ci vediamo Madagascar. Un po’ negletto, questo film, chissà perché: mi rendo conto che forse non l’ho mai visto tutto, contrariamente al resto della videoteca di mio figlio.
Poi pigiamino e nanna. Si fa per dire. L’ho abbattuto che saranno state le 11. Mi ha chiamato almeno una decina di volte, e io, vedendo quel faccino, non me la sono sentita di fare la dura.
Finalmente sola. Mi apro una birra e mi metto su il triplo CD di De Gregori (uno alla volta, naturalmente, ma metodicamente), che non sono ancora riuscita ad ascoltare. È un tuffo nel passato che mi fa venire i lucciconi. Persa nello stupore, mi ricordo tutte le parole di quasi tutte le canzoni, almeno di quelle che vengono prima del 2000, più o meno, con una importante specializzazione fino a Titanic.
E penso che quando mai me lo sarei immaginata, che ci sarebbe stata una serata così, sotto Natale, proprio per me che non mi sono mai fatta mancare feste e festini d’auguri con le compagnie più fantasiose. Quando mai me lo sarei immaginata che un giorno avrei scritto la letterina a Babbo Natale per mio figlio (mio figlio??? IO un figlio??? Ma figuriamoci, mi ci vedi a fare la mamma, e ingrassare e fare le torte in casa e raccontare le favole e cantare ninnananne? A telefonare in ufficio e dire “non vengo, mio figlio è malato”? Bah, cazzate!).
Persa in questi pensieri ho fumato l’ultima sigaretta, ho spento la musica e sono andata a letto, ad annusarmi il piccoletto. E a chiedermi cos’è che un giorno ti fa pensare “ora faccio un figlio” e, contrariamente a quanto è successo fino a quel momento, te lo fa fare davvero.
venerdì, dicembre 15, 2006
Cool Hunting in corriera - 1
Ancora afflitta dall'impossibilità di commentare la maggior parte dei blog che leggo, apro oggi una rubrica esclusiva: Cool Hunting in corriera. Perché le intuizioni sull'aria del tempo non vadano perdute.
Lo zainetto 2.0
Da due o tre anni negletto e superato da borse di tutte le dimensioni, da micro a mega, ma rigorosamente a mano, lo zainetto tornerà in tutto il suo splendore, al massimo tra un paio di stagioni.
Perché diciamoci la verità, di andare in giro storte non se ne può proprio più. Che una ci prova, a tirarsi dietro solo l'indispensabile, ma alla fine non ci si riesce mai: come fai a star fuori mettiamo mezza giornata senza le chiavi di casa, le chiavi della macchina, il portafoglio, l'agenda, un paio di penne, due trucchi in croce per le emergenze, i fazzoletti di carta, le sigarette, uno o due accendini, un paio di collant (sempre per le emergenze), il burrocacao, la posta ritirata dalla cassetta la settimana scorsa, la lista della spesa, la ricevuta della tintoria, alcuni superenalotti un po' scoloriti ma mi sento che vincono, i biglietti del metrò, un ovetto kinder, un soldatino, una macchinina, un campioncino di profumo, la crema per le mani e un pacchetto di cicche?
E se tutte queste cose le metti in una borsa a mano (o anche a tracolla, eh?) di circa un metro quadro, come quella che mi sono comprata io con molto orgoglio, alla fine della giornata la schiena ne risente. E allora via libera allo zainetto, caro e indimenticato oggetto del desiderio delle nostre spalle.
Ma non sarà zainetto indiscriminato. Gli obbrobri di plasticacce e tessuti non tessuti lasciamoli pure a marcire. Al contrario. Sarà très chic, e anche molto al passo con i tempi.
Mi vedo già quello griffato in pelle di precario martellata, disponibile anche nella versione monospalla (più maschile), con porta pc, porta iPod, porta USB, porta blindata e telecomando, personalizzabile sul web all'indirizzo www.lozainettoduepuntozero.com. La connessione wifi è inclusa nel prezzo, stiamo stringendo accordi con TomTom per mettere il navigatore satellitare nella fibbia di destra e con Skype per inserire i suoi servizi nella fibbia di sinistra.
Lo zainetto 2.0
Da due o tre anni negletto e superato da borse di tutte le dimensioni, da micro a mega, ma rigorosamente a mano, lo zainetto tornerà in tutto il suo splendore, al massimo tra un paio di stagioni.
Perché diciamoci la verità, di andare in giro storte non se ne può proprio più. Che una ci prova, a tirarsi dietro solo l'indispensabile, ma alla fine non ci si riesce mai: come fai a star fuori mettiamo mezza giornata senza le chiavi di casa, le chiavi della macchina, il portafoglio, l'agenda, un paio di penne, due trucchi in croce per le emergenze, i fazzoletti di carta, le sigarette, uno o due accendini, un paio di collant (sempre per le emergenze), il burrocacao, la posta ritirata dalla cassetta la settimana scorsa, la lista della spesa, la ricevuta della tintoria, alcuni superenalotti un po' scoloriti ma mi sento che vincono, i biglietti del metrò, un ovetto kinder, un soldatino, una macchinina, un campioncino di profumo, la crema per le mani e un pacchetto di cicche?
E se tutte queste cose le metti in una borsa a mano (o anche a tracolla, eh?) di circa un metro quadro, come quella che mi sono comprata io con molto orgoglio, alla fine della giornata la schiena ne risente. E allora via libera allo zainetto, caro e indimenticato oggetto del desiderio delle nostre spalle.
Ma non sarà zainetto indiscriminato. Gli obbrobri di plasticacce e tessuti non tessuti lasciamoli pure a marcire. Al contrario. Sarà très chic, e anche molto al passo con i tempi.
Mi vedo già quello griffato in pelle di precario martellata, disponibile anche nella versione monospalla (più maschile), con porta pc, porta iPod, porta USB, porta blindata e telecomando, personalizzabile sul web all'indirizzo www.lozainettoduepuntozero.com. La connessione wifi è inclusa nel prezzo, stiamo stringendo accordi con TomTom per mettere il navigatore satellitare nella fibbia di destra e con Skype per inserire i suoi servizi nella fibbia di sinistra.
giovedì, dicembre 14, 2006
La risposta
Google ha la risposta. Alla vita, all'universo e tutto quanto.
Osservazioni:
1) qual è la domanda?
2) se la risposta è giusta, ce ne importa davvero della domanda? (questa l'ho copiata da mio marito)
Si accettano domande e risposte.
Osservazioni:
1) qual è la domanda?
2) se la risposta è giusta, ce ne importa davvero della domanda? (questa l'ho copiata da mio marito)
Si accettano domande e risposte.
mercoledì, dicembre 13, 2006
Olé
Sono tornata. Da una fantastica settimana a Granada. E a chi dice che a passare una settimana a Granada ci si annoia, peste lo colga.
È iniziata con una rivolta della tecnologia: il mio telefonino e quello di mio marito che non danno segni di vita (chissà perché, hanno perso l’abilitazione al roaming internazionale), la fotocamera spantegata, con l’obiettivo di fuori ma morire se funziona, la videocamera che alla prima uscita scopriamo che non era del tutto carica – avevamo preferito usare l’unica presa della camera per ricaricare le pile della fotocamera. E così ci siamo fatti l’Alhambra senza documentare. Peccato, perché una cosa bella come l’Alhambra non si vede tutti i giorni. Poi la situazione è rientrata, e lentamente tutto l’armamentario è tornato in sé.
Abbiamo camminato come cammelli, anche se il nostro amico Mic dice che non abbiamo visto niente. Abbiamo camminato tanto che ieri sera in aereo Gabriele ha ceduto alla stanchezza e si è fatto venire un febbrone da fine vacanza in piena regola.
Abbiamo mangiato come buoi, e tutti continuavamo a dire che mangiavamo un sacco e nessuno però smetteva di mangiare. Abbiamo mangiato tanto che un paio di chili a testa, bimbi compresi, non ce li toglie nessuno.
E siccome non è interessante scrivere qui quello che abbiamo visto, vorrei solo segnalare un po’ di cose da non perdersi assolutamente, alcune citate dalle guide, altre no:
1) il churro pucciato nella cioccolata calda a colazione – il churro è una specie di lunghissima salsiccia di pasta lievitata fritta, che si serve tagliata a pezzi rigorosamente grondanti olio. La cioccolata calda è la morte sua;
2) i murales della scaletta che porta dal Mirador de San Cristóbal alla chiesa di San Ildefonso: semplicemente spettacolari, soprattutto per gli amatori del genere ma non solo;
3) il panino con calamari fritti, lattuga e maionese: a chi verrebbe mai in mente di mettere dei calamari fritti con tanto di pastella in un panino? Ahhh!!!
4) il Monasterio della Cartuja: del barocco che si trova nella chiesa del monastero scrivono tutte le guide. C’è una sola parola per descriverlo: imbarazzante. Ma la cosa che veramente uno non si spiega sono i dipinti del refettorio: scene di torture, morti viventi, sgozzamenti, impiccagioni, bolliture stile Il nome della Rosa, tutto con protagonisti dei simpatici frati benedettini. Ce l’hanno un autore, questi dipinti, ma non è Sánchez Cotán - quello indicato nelle suddette guide -, è Tiziano Sclavi;
5) i matrimoni: gitani o no, sono da vedere. Il mio grasso grosso matrimonio greco impallidisce di fronte alle mise di amici e parenti. Deludenti, invece, gli abiti da sposa, semplicemente orrendi;
6) le vecchiette che suonano le castanuelas (nacchere) per strada;
7) gli innumerevoli presepi, che sembra di stare a Napoli;
8) i semafori pedonali con l’omino verde che cammina e il conto alla rovescia per il tempo che hai ancora a disposizione per attraversare (questo non è solo di Granada, ma mi piace un casino!).
Se qualcuno dei miei compagni di viaggio passa di qua, potrebbe lasciar detto qual è per lui il numero 9. E il 10, e l’11, e così via.
Olé.
È iniziata con una rivolta della tecnologia: il mio telefonino e quello di mio marito che non danno segni di vita (chissà perché, hanno perso l’abilitazione al roaming internazionale), la fotocamera spantegata, con l’obiettivo di fuori ma morire se funziona, la videocamera che alla prima uscita scopriamo che non era del tutto carica – avevamo preferito usare l’unica presa della camera per ricaricare le pile della fotocamera. E così ci siamo fatti l’Alhambra senza documentare. Peccato, perché una cosa bella come l’Alhambra non si vede tutti i giorni. Poi la situazione è rientrata, e lentamente tutto l’armamentario è tornato in sé.
Abbiamo camminato come cammelli, anche se il nostro amico Mic dice che non abbiamo visto niente. Abbiamo camminato tanto che ieri sera in aereo Gabriele ha ceduto alla stanchezza e si è fatto venire un febbrone da fine vacanza in piena regola.
Abbiamo mangiato come buoi, e tutti continuavamo a dire che mangiavamo un sacco e nessuno però smetteva di mangiare. Abbiamo mangiato tanto che un paio di chili a testa, bimbi compresi, non ce li toglie nessuno.
E siccome non è interessante scrivere qui quello che abbiamo visto, vorrei solo segnalare un po’ di cose da non perdersi assolutamente, alcune citate dalle guide, altre no:
1) il churro pucciato nella cioccolata calda a colazione – il churro è una specie di lunghissima salsiccia di pasta lievitata fritta, che si serve tagliata a pezzi rigorosamente grondanti olio. La cioccolata calda è la morte sua;
2) i murales della scaletta che porta dal Mirador de San Cristóbal alla chiesa di San Ildefonso: semplicemente spettacolari, soprattutto per gli amatori del genere ma non solo;
3) il panino con calamari fritti, lattuga e maionese: a chi verrebbe mai in mente di mettere dei calamari fritti con tanto di pastella in un panino? Ahhh!!!
4) il Monasterio della Cartuja: del barocco che si trova nella chiesa del monastero scrivono tutte le guide. C’è una sola parola per descriverlo: imbarazzante. Ma la cosa che veramente uno non si spiega sono i dipinti del refettorio: scene di torture, morti viventi, sgozzamenti, impiccagioni, bolliture stile Il nome della Rosa, tutto con protagonisti dei simpatici frati benedettini. Ce l’hanno un autore, questi dipinti, ma non è Sánchez Cotán - quello indicato nelle suddette guide -, è Tiziano Sclavi;
5) i matrimoni: gitani o no, sono da vedere. Il mio grasso grosso matrimonio greco impallidisce di fronte alle mise di amici e parenti. Deludenti, invece, gli abiti da sposa, semplicemente orrendi;
6) le vecchiette che suonano le castanuelas (nacchere) per strada;
7) gli innumerevoli presepi, che sembra di stare a Napoli;
8) i semafori pedonali con l’omino verde che cammina e il conto alla rovescia per il tempo che hai ancora a disposizione per attraversare (questo non è solo di Granada, ma mi piace un casino!).
Se qualcuno dei miei compagni di viaggio passa di qua, potrebbe lasciar detto qual è per lui il numero 9. E il 10, e l’11, e così via.
Olé.
Aiuto! Non riesco a commentare!
Non so che cosa stia succedendo, ma da questa mattina non riesco a lasciare neanche un commento, vengo buttata fuori da tutti i blog di blogger anche se provo come anonimo! Qualcuno sa perché tanta crudeltà?
lunedì, dicembre 04, 2006
BarCamp Turin, io c'ero (ma si vedeva poco)
Sabato al BarCamp Turin. Ogni volta che dovevo spiegare a qualcuno dove avrei passato metà del mio week end, non sapevo troppo bene cosa dire, così alla fine ho tagliato corto dicendo che andavo a un raduno di blogger. Come le Harley Davidson, le 500, gli alpini. Il fatto è che la maggior parte dei miei amici sono profondamente analogici, come direbbe Maurizio, insomma quanto di più lontano dalla Rete uno si possa immaginare, e l’idea di investire anche solo 10 minuti del loro tempo a chiedersi se e come delurkizzare la blogosfera gli farebbe ribrezzo. Quindi un raduno è, tutto sommato, un buon compromesso.
Poi, stamattina (di scrivere prima non se ne parla nemmeno, tra bimbo-marito-spesa-bucato e poi trasloco della nipote e cena con gli amici con cui domani prendiamo un aereo e ce ne andiamo a Granata per un ponte luuuuuuuuuungo!), leggo e vedo che la definizione non è del tutto peregrina, almeno in prospettiva.
Comunque. Il mio BarCamp inizia alle 7.20 di sabato mattina, quando mi avvio a piedi per raggiungere la casa di Maurizio, che molto gentilmente mi dà un passaggio per Torino. Dopo mezz’ora di cammino, prendiamo la macchina e passiamo a prendere un altro camper, che abita a 200 m. da casa mia. Questa sì che è ottimizzazione!
Con Maurizio alla guida non ci si può annoiare, per almeno due buoni motivi:
1) Parla in continuazione
2) Guida a scatti, con l’effetto accelerata-frenata, senza andare mai oltre i 100. Quando lo obblighiamo a inserire il Cruise, lui per l’ansia inizia a girare il volante a destra e a sinistra. Dunque, beccheggio o rollio, non se ne esce.
Di conseguenza, per le 2 ore e mezza (sic) di tragitto sono impegnata ad ascoltare (Marco, l’altro blogger, si rivela se possibile ancora più verboso di Maurizio) e ad evitare il mal di mare. Per fortuna c’ho la patente nautica.
Arriviamo, ci dotiamo di badge e maglietta, andiamo a consultare la bacheca degli interventi, parte la giornata. È stato molto bello dare un volto a dei nomi, sentire la voce di chi sono abituata a leggere, e scoprire nuove voci da leggere d’ora in avanti.
È stato brutto, invece, scontrarmi con una timidezza che credevo morta e sepolta, non riuscire ad attaccare bottone con persone che leggo quotidianamente e che quotidianamente commento. All’inizio perché nessuna blogstar che si rispetti è mai sola in occasioni di questo genere (e allora andare là e dire: “ciao, io sono Giuliana, ti leggo sempre e mi fa piacere vederti” sembra veramente da sfigati), poi perché anche quando sono da soli si portano addosso un’aura di familiarità con tutto quello che sta succedendo, di sicurezza, di impegno, che mi mettono a disagio. Peccato, un’occasione persa. Sabato sera continuavo a rimuginare su questa cosa, poi me ne sono fatta una ragione.
C’erano molti più uomini che donne, e questo mi ha stupito. Nel senso che lo scarto era proprio percepibile. Perché? Chi lo sa. Spero che non sia per le stesse motivazioni attribuite da Berlusconi alla scarsa presenza di donne in politica: “Le donne preferiscono rimanere vicine alla loro famiglia, alla loro casa, per questo non vengono a Roma a partecipare alla vita politica”.
Al ritorno ha guidato Marco, e a noi si è aggiunto Antonio: simpaticissimo, sicilianissimo, è uno di quelli che mi è venuta voglia di frequentare (azz! ha messo la mia foto sul suo post, dopo averla pubblicata su flickr!).
Così il viaggio di ritorno (tempo dimezzato rispetto all’andata, scusa Maurizio, ma quando ci vuole ci vuole :)) è diventato una naturale continuazione della giornata.
Ci sarebbero molte cose da dire, per esempio riprendere almeno due o tre dei temi che sono stati trattati. Ma questo lavoro l’hanno fatto tutti gli altri, io volevo solo dire “io c’ero”.
Poi, stamattina (di scrivere prima non se ne parla nemmeno, tra bimbo-marito-spesa-bucato e poi trasloco della nipote e cena con gli amici con cui domani prendiamo un aereo e ce ne andiamo a Granata per un ponte luuuuuuuuuungo!), leggo e vedo che la definizione non è del tutto peregrina, almeno in prospettiva.
Comunque. Il mio BarCamp inizia alle 7.20 di sabato mattina, quando mi avvio a piedi per raggiungere la casa di Maurizio, che molto gentilmente mi dà un passaggio per Torino. Dopo mezz’ora di cammino, prendiamo la macchina e passiamo a prendere un altro camper, che abita a 200 m. da casa mia. Questa sì che è ottimizzazione!
Con Maurizio alla guida non ci si può annoiare, per almeno due buoni motivi:
1) Parla in continuazione
2) Guida a scatti, con l’effetto accelerata-frenata, senza andare mai oltre i 100. Quando lo obblighiamo a inserire il Cruise, lui per l’ansia inizia a girare il volante a destra e a sinistra. Dunque, beccheggio o rollio, non se ne esce.
Di conseguenza, per le 2 ore e mezza (sic) di tragitto sono impegnata ad ascoltare (Marco, l’altro blogger, si rivela se possibile ancora più verboso di Maurizio) e ad evitare il mal di mare. Per fortuna c’ho la patente nautica.
Arriviamo, ci dotiamo di badge e maglietta, andiamo a consultare la bacheca degli interventi, parte la giornata. È stato molto bello dare un volto a dei nomi, sentire la voce di chi sono abituata a leggere, e scoprire nuove voci da leggere d’ora in avanti.
È stato brutto, invece, scontrarmi con una timidezza che credevo morta e sepolta, non riuscire ad attaccare bottone con persone che leggo quotidianamente e che quotidianamente commento. All’inizio perché nessuna blogstar che si rispetti è mai sola in occasioni di questo genere (e allora andare là e dire: “ciao, io sono Giuliana, ti leggo sempre e mi fa piacere vederti” sembra veramente da sfigati), poi perché anche quando sono da soli si portano addosso un’aura di familiarità con tutto quello che sta succedendo, di sicurezza, di impegno, che mi mettono a disagio. Peccato, un’occasione persa. Sabato sera continuavo a rimuginare su questa cosa, poi me ne sono fatta una ragione.
C’erano molti più uomini che donne, e questo mi ha stupito. Nel senso che lo scarto era proprio percepibile. Perché? Chi lo sa. Spero che non sia per le stesse motivazioni attribuite da Berlusconi alla scarsa presenza di donne in politica: “Le donne preferiscono rimanere vicine alla loro famiglia, alla loro casa, per questo non vengono a Roma a partecipare alla vita politica”.
Al ritorno ha guidato Marco, e a noi si è aggiunto Antonio: simpaticissimo, sicilianissimo, è uno di quelli che mi è venuta voglia di frequentare (azz! ha messo la mia foto sul suo post, dopo averla pubblicata su flickr!).
Così il viaggio di ritorno (tempo dimezzato rispetto all’andata, scusa Maurizio, ma quando ci vuole ci vuole :)) è diventato una naturale continuazione della giornata.
Ci sarebbero molte cose da dire, per esempio riprendere almeno due o tre dei temi che sono stati trattati. Ma questo lavoro l’hanno fatto tutti gli altri, io volevo solo dire “io c’ero”.
venerdì, dicembre 01, 2006
Natural Born Digital
Prendo spunto da un post di Maurizio Goetz per fare alcune considerazioni (di costume, come sempre) sui pargoli che ci ritroviamo a casa.
Noi non lo sapevamo, ma loro solo dei digital native, mentre noi solo un branco di digital immigrant (dalla definizione di Marc Prensky). In altre parole, loro sono nati digitali, mentre noi proveniamo da un mondo analogico.
Da cosa si capisce? Ho provato a fare un censimento, a partire dai comportamenti di mio figlio e dalle sue intime convinzioni, ed ecco i risultati:
1) Gabriele “parla dentro” qualunque oggetto oblungo, in plastica o simili, che somigli anche lontanamente a un cellulare. È inammissibile, dal suo punto di vista, che non si possa comunicare attraverso un telecomando;
2) Sempre sul cellulare: per lui il telefonino trasmette anche le immagini. Quando parla con qualcuno, se ha voglia di mostrare qualcosa al suo interlocutore, semplicemente punta verso l’oggetto in questione e dice: “Vedi?”;
3) Inoltre, un cellulare senza fotocamera e senza possibilità di tenerci dentro dei video è un reperto archeologico, utile e interessante meno (di gran lunga meno) di uno scheletro di dinosauro;
4) L’anno scorso gli ho portato il calendario dell’Avvento, quello di cartoncino con le finestrelle con dentro un cioccolatino al giorno. Lui ha piantato una grana pazzesca perché pretendeva di guardarlo con il DVD, o al massimo con il computer;
5) Avendo frequentato il nido aziendale, gli è capitato più volte di passare del tempo alla mia scrivania in ufficio. Pur essendo opportunamente dotato di giochi, matite e fogli di carta su cui esercitare la sua creatività, lui è sempre stato irremovibile sul fatto di andare a visitare il sito della Pimpa. E giocare. Usando lui il mouse. Dall’anno e mezzo ai tre anni;
6) A un certo punto si è evoluto, e i computer per lui dovrebbero avere tutti il touch screen. Forse perché gli piace l’effetto che fa mettere le dita sullo schermo del portatile;
7) Quando in TV i cartoni finiscono, lui afferra il telecomando del DVD e dice “Li metti di nuovo?”, oppure, col telecomando del videoregistratore: “Lo mandi indietro?”. Nessuna percezione del broadcasting;
8) Le macchine fotografiche sono un altro dei suoi oggetti di culto (oltre ai cellulari e alle macchinine). Solo che dopo aver scattato vuole vedere la foto. Si è fatto una ragione di questa impossibilità solo con le macchine usa e getta, che peraltro è in grado di adoperare in tutta autonomia (scatta, gira la rotellina, aspetta che si accenda la lucina del flash, scatta ancora. E non gliel’ho insegnato io).
Ecco, io sono un'immigrata e lui è un nativo. E a me chi mi regolarizza?
Noi non lo sapevamo, ma loro solo dei digital native, mentre noi solo un branco di digital immigrant (dalla definizione di Marc Prensky). In altre parole, loro sono nati digitali, mentre noi proveniamo da un mondo analogico.
Da cosa si capisce? Ho provato a fare un censimento, a partire dai comportamenti di mio figlio e dalle sue intime convinzioni, ed ecco i risultati:
1) Gabriele “parla dentro” qualunque oggetto oblungo, in plastica o simili, che somigli anche lontanamente a un cellulare. È inammissibile, dal suo punto di vista, che non si possa comunicare attraverso un telecomando;
2) Sempre sul cellulare: per lui il telefonino trasmette anche le immagini. Quando parla con qualcuno, se ha voglia di mostrare qualcosa al suo interlocutore, semplicemente punta verso l’oggetto in questione e dice: “Vedi?”;
3) Inoltre, un cellulare senza fotocamera e senza possibilità di tenerci dentro dei video è un reperto archeologico, utile e interessante meno (di gran lunga meno) di uno scheletro di dinosauro;
4) L’anno scorso gli ho portato il calendario dell’Avvento, quello di cartoncino con le finestrelle con dentro un cioccolatino al giorno. Lui ha piantato una grana pazzesca perché pretendeva di guardarlo con il DVD, o al massimo con il computer;
5) Avendo frequentato il nido aziendale, gli è capitato più volte di passare del tempo alla mia scrivania in ufficio. Pur essendo opportunamente dotato di giochi, matite e fogli di carta su cui esercitare la sua creatività, lui è sempre stato irremovibile sul fatto di andare a visitare il sito della Pimpa. E giocare. Usando lui il mouse. Dall’anno e mezzo ai tre anni;
6) A un certo punto si è evoluto, e i computer per lui dovrebbero avere tutti il touch screen. Forse perché gli piace l’effetto che fa mettere le dita sullo schermo del portatile;
7) Quando in TV i cartoni finiscono, lui afferra il telecomando del DVD e dice “Li metti di nuovo?”, oppure, col telecomando del videoregistratore: “Lo mandi indietro?”. Nessuna percezione del broadcasting;
8) Le macchine fotografiche sono un altro dei suoi oggetti di culto (oltre ai cellulari e alle macchinine). Solo che dopo aver scattato vuole vedere la foto. Si è fatto una ragione di questa impossibilità solo con le macchine usa e getta, che peraltro è in grado di adoperare in tutta autonomia (scatta, gira la rotellina, aspetta che si accenda la lucina del flash, scatta ancora. E non gliel’ho insegnato io).
Ecco, io sono un'immigrata e lui è un nativo. E a me chi mi regolarizza?
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