E insomma alla fine Veronica ha sbottato. 27 anni nell'ombra, rischiarata solo qua e là da fugaci ancorché probabili illazioni dell'illustre coniuge, e una mattina di fine gennaio, con ancora la cena dei Telegatti sullo stomaco, ecco che la bella signora esterna. E chiede al marito pubbliche scuse.
[...] Ora scrivo per esprimere la mia reazione alle affermazioni svolte da mio marito nel corso della cena di gala che ha seguito la consegna dei Telegatti, dove, rivolgendosi ad alcune delle signore presenti, si è lasciato andare a considerazioni per me inaccettabili: " ... se non fossi già sposato la sposerei subito" "con te andrei ovunque". Sono affermazioni che interpreto come lesive della mia dignità, affermazioni che per l´età, il ruolo politico e sociale, il contesto familiare (due figli da un primo matrimonio e tre figli dal secondo) della persona da cui provengono, non possono essere ridotte a scherzose esternazioni. A mio marito ed all´uomo pubblico chiedo quindi pubbliche scuse, non avendone ricevute privatamente, e con l´occasione chiedo anche se, come il personaggio di Catherine Dunne, debba considerarmi "La metà di niente". [...]
Questa della metà di niente me la segno, è un colpo da mestro, la sintesi della débacle umana. Chapeau alla signora.
La lettera dell'ex first lady mi suona un po' come certi botti di Capodanno (quest'anno hanno spopolato La finanziaria e La testata di Zidane, come siano ce lo possiamo immaginare), ma mentre quelli - i botti - te li aspetti, questa - la lettera - no. Perché ci eravamo abituati alla sua presenza discreta, manco si discettava più sul suo patto col Cavaliere, che sicuramente deve esserci stato, e che probabilmente faceva più o meno così: "Io faccio la brava mamma, sparisco dalla circolazione, non mi faccio vedere (neanche con te); tu mi dai una delega completa sull'educazione dei nostri figli e non mi fai troppe domande sulle mie attività di mecenate", con tutto quello che ciò comporta. Peccato che c'era una clausola, in quel patto, ed era la dignità di Veronica. Ops!
Cavaliere, non è che a fare troppo il fenomeno qualcosa ti sta sfuggendo di mano?
mercoledì, gennaio 31, 2007
martedì, gennaio 30, 2007
Debolezze del martedì
Molti anni fa mi capitava di frequentare un salotto assai esclusivo. La padrona di casa, Cristina, era una pianista dai multiformi interessi, condivisi dal marito paleontologo. Lei alta e ben piazzata, ma non grassa né corpulenta, con lunghi capelli corvini e uno sguardo che ti dava l’impressione di aver capito tutto prima ancora che chiunque avesse aperto bocca; lui, Carlo, biondino, slavatino e silenzioso, sembrava un’appendice di lei, ma i suoi rari interventi rivelavano un’intelligenza superiore e un’affabilità insospettabile. La coppia amava circondarsi di giovani culturalmente promettenti, talenti musicali, cool hunter ante litteram. Di quale di queste categorie io facessi parte, mi è tuttora oscuro.
Da Cristina ci si vedeva una volta ogni due-tre settimane, sempre di martedì, e si passavano serate sempre estremamente interessanti, piluccando cioccolatini artigianali e ascoltando musica (lei non suonava mai, preferiva esibire uno dei suoi allievi), oltre che, naturalmente, parlando, parlando, parlando. Sempre nel segno del gusto e della raffinatezza più esclusivi. Quelli veri, non quelli della pubblicità.
Una volta Cristina lasciò tutti di sasso con un’affermazione che in qualsiasi altro contesto sarebbe suonata come una caduta di stile: le piaceva da morire la Lambada. Al punto che la faceva suonare per ore, al mattino, mentre si preparava per uscire, cantandoci sopra e ballando, anche, proprio come la signorina che all’epoca con questa maliziosa musichetta faceva la pubblicità al caffé.
“Lo so, mi vergogno – diceva il nostro affascinante anfitrione, schernendosi e ridendo – ma quella musica mi mette proprio di buonumore, non è vero Carlo?” e spingeva il marito al pianoforte, a suonare come si fa nelle serate tra amici in cui si è bevuto un po’ e c’è quello che suona, e tutti vanno attorno a lui, e insomma di colpo la serata cambia segno.
Nessuno parlò più di quella confessione. La debolezza della nostra ospite non fu mai menzionata durante i successivi incontri. Ma in privato ci ha fatto sempre ridere un po’. Non perché non apprezzassimo la Lambada, ma perché non ci saremmo mai aspettati una cosa simile da quella persona.
Io che non sono neanche lontanamente come quella persona, ovviamente ho alcune simili debolezze e una più grande libertà nel confessarle; tutte però televisive – il che probabilmente è un’ulteriore aggravante. La più orribile, maturata all’epoca in cui stavo a casa con Gabriele appena nato, è Un posto al sole. Questa soap che trasuda napoletanità, piena di passioni-passioni e di sentimenti che sono o buonissimi o terribili, e tuttavia che apre le porte alla redenzione, dà sempre una seconda possibilità ai cattivi e in generale a chi è stato traviato, questa tremenda serie è la mia droga delle 20.30. Se sono a casa faccio qualunque cosa per non perdermela, compreso litigare con Gabriele, che alla stessa ora, lavato, pigiamato e orsettato, vorrebbe vedere un ultimo cartone prima di andare a nanna. Sono scene alle quali nessuno sano di mente vorrebbe mai assistere. Neanch’io, se ci penso. Ma poi, quando ci sono dentro, è tutto un altro discorso.
Poi c’è il dilemma del martedì, che sussiste da due o tre settimane. Su Rai 2 c’è Desperate Housewives, altro polpettone di scarsissima statura morale ma avvincente e capace di rispecchiare come pochi altri, pur nell’esagerazione della maggior parte delle situazioni. Mi piace un sacco, e non avendo Sky vedo questa serie per la prima volta adesso (non avere Sky è per me una posizione politica, magari ne parlo un’altra volta).
Ma contemporaneamente, su Rai 1, c’è un capolavoro della fiction, nato da un capolavoro della letteratura popolare contemporanea: il mitico commissario Montalbano. Figo, molto più che nel suo originale di carta, tanto coraggioso nel lavoro quanto codardo nella vita privata (chi non ha mai fatto il tifo per la povera Livia?), ma sempre così umanamente difficile da etichettare, così straordinariamente vero.
Ecco, questo è il dilemma che anche stasera mi si presenterà. Certo, una buona soluzione potrebbe essere uscire, e buonanotte ai suonatori.
Da Cristina ci si vedeva una volta ogni due-tre settimane, sempre di martedì, e si passavano serate sempre estremamente interessanti, piluccando cioccolatini artigianali e ascoltando musica (lei non suonava mai, preferiva esibire uno dei suoi allievi), oltre che, naturalmente, parlando, parlando, parlando. Sempre nel segno del gusto e della raffinatezza più esclusivi. Quelli veri, non quelli della pubblicità.
Una volta Cristina lasciò tutti di sasso con un’affermazione che in qualsiasi altro contesto sarebbe suonata come una caduta di stile: le piaceva da morire la Lambada. Al punto che la faceva suonare per ore, al mattino, mentre si preparava per uscire, cantandoci sopra e ballando, anche, proprio come la signorina che all’epoca con questa maliziosa musichetta faceva la pubblicità al caffé.
“Lo so, mi vergogno – diceva il nostro affascinante anfitrione, schernendosi e ridendo – ma quella musica mi mette proprio di buonumore, non è vero Carlo?” e spingeva il marito al pianoforte, a suonare come si fa nelle serate tra amici in cui si è bevuto un po’ e c’è quello che suona, e tutti vanno attorno a lui, e insomma di colpo la serata cambia segno.
Nessuno parlò più di quella confessione. La debolezza della nostra ospite non fu mai menzionata durante i successivi incontri. Ma in privato ci ha fatto sempre ridere un po’. Non perché non apprezzassimo la Lambada, ma perché non ci saremmo mai aspettati una cosa simile da quella persona.
Io che non sono neanche lontanamente come quella persona, ovviamente ho alcune simili debolezze e una più grande libertà nel confessarle; tutte però televisive – il che probabilmente è un’ulteriore aggravante. La più orribile, maturata all’epoca in cui stavo a casa con Gabriele appena nato, è Un posto al sole. Questa soap che trasuda napoletanità, piena di passioni-passioni e di sentimenti che sono o buonissimi o terribili, e tuttavia che apre le porte alla redenzione, dà sempre una seconda possibilità ai cattivi e in generale a chi è stato traviato, questa tremenda serie è la mia droga delle 20.30. Se sono a casa faccio qualunque cosa per non perdermela, compreso litigare con Gabriele, che alla stessa ora, lavato, pigiamato e orsettato, vorrebbe vedere un ultimo cartone prima di andare a nanna. Sono scene alle quali nessuno sano di mente vorrebbe mai assistere. Neanch’io, se ci penso. Ma poi, quando ci sono dentro, è tutto un altro discorso.
Poi c’è il dilemma del martedì, che sussiste da due o tre settimane. Su Rai 2 c’è Desperate Housewives, altro polpettone di scarsissima statura morale ma avvincente e capace di rispecchiare come pochi altri, pur nell’esagerazione della maggior parte delle situazioni. Mi piace un sacco, e non avendo Sky vedo questa serie per la prima volta adesso (non avere Sky è per me una posizione politica, magari ne parlo un’altra volta).
Ma contemporaneamente, su Rai 1, c’è un capolavoro della fiction, nato da un capolavoro della letteratura popolare contemporanea: il mitico commissario Montalbano. Figo, molto più che nel suo originale di carta, tanto coraggioso nel lavoro quanto codardo nella vita privata (chi non ha mai fatto il tifo per la povera Livia?), ma sempre così umanamente difficile da etichettare, così straordinariamente vero.
Ecco, questo è il dilemma che anche stasera mi si presenterà. Certo, una buona soluzione potrebbe essere uscire, e buonanotte ai suonatori.
venerdì, gennaio 26, 2007
Considerazioni autoreferenziali
Ieri [mini]marketing ha lanciato un tema estremamente affascinante per chi, come me, si occupa di marketing/comunicazione/internet, insomma quella cosa lì. E mi sono lanciata in un commento che dopo 30 secondi aveva già assunto le dimensioni di un post di quelli medi. Allora non l’ho inserito (come commento), perché mi sono posta un po’ di domande, che ora condivido.
Un commento troppo lungo non ha molto senso, meglio farne un post. Del resto il mio blog non parla di nessuno dei temi di cui mi occupo per lavoro – al massimo, i riferimenti al lavoro sono incidentali o di costume. Per scelta. I più grandi direbbero per linea editoriale. E dunque il mio blog non è il luogo più adatto all’introduzione di una discussione rivolta a pubblici diversi (ecco, adesso io parlo come se il mio blog fosse il TG3 :)).
O no? E se io avessi fatto uno strappo, e invece di un lunghissimo commento avessi scritto un post di medie dimensioni su un argomento che probabilmente non interessa nessuno dei miei quattro lettori? Li avrei delusi, spiazzati, avrebbero perso interesse (torna il delirio da TG3, mitigato dal fatto che si fa presto a fare share su una audience di 4 persone…)? Oppure non sarebbe successo assolutamente niente?
Ecco, su queste cose mi sono interrogata stamattina in metropolitana, mentre mi spintonavano e continuavano a chiedermi, standomi letteralmente col fiato sul collo: “Scende?”. E no che non scendo, scemo, è solo che dove mi metto se non sto qua? Mi tieni tu sulle spalle?
Per esempio questo che sto facendo ora è una tipica operazione di autoreferenzialità della blogosfera, di cui si è discusso moltissimo ultimamente. Io per completezza di informazione segnalo il post per me più recente sull’argomento, che ho trovato estremamente interessante, scritto da Mafe su Maestrini per caso (questo è un altro blog che leggo sempre ma che raramente commento, perché ogni volta i temi trattati non possono essere liquidati in un commento, e la storia ricomincia).
Fatto sta che stamattina ho preso il mio bel commentone e, senza vergogna, l’ho inserito tra i commenti. E però…
Un commento troppo lungo non ha molto senso, meglio farne un post. Del resto il mio blog non parla di nessuno dei temi di cui mi occupo per lavoro – al massimo, i riferimenti al lavoro sono incidentali o di costume. Per scelta. I più grandi direbbero per linea editoriale. E dunque il mio blog non è il luogo più adatto all’introduzione di una discussione rivolta a pubblici diversi (ecco, adesso io parlo come se il mio blog fosse il TG3 :)).
O no? E se io avessi fatto uno strappo, e invece di un lunghissimo commento avessi scritto un post di medie dimensioni su un argomento che probabilmente non interessa nessuno dei miei quattro lettori? Li avrei delusi, spiazzati, avrebbero perso interesse (torna il delirio da TG3, mitigato dal fatto che si fa presto a fare share su una audience di 4 persone…)? Oppure non sarebbe successo assolutamente niente?
Ecco, su queste cose mi sono interrogata stamattina in metropolitana, mentre mi spintonavano e continuavano a chiedermi, standomi letteralmente col fiato sul collo: “Scende?”. E no che non scendo, scemo, è solo che dove mi metto se non sto qua? Mi tieni tu sulle spalle?
Per esempio questo che sto facendo ora è una tipica operazione di autoreferenzialità della blogosfera, di cui si è discusso moltissimo ultimamente. Io per completezza di informazione segnalo il post per me più recente sull’argomento, che ho trovato estremamente interessante, scritto da Mafe su Maestrini per caso (questo è un altro blog che leggo sempre ma che raramente commento, perché ogni volta i temi trattati non possono essere liquidati in un commento, e la storia ricomincia).
Fatto sta che stamattina ho preso il mio bel commentone e, senza vergogna, l’ho inserito tra i commenti. E però…
giovedì, gennaio 25, 2007
Quelli che...
Quelli che di chi è la colpa
Quelli che le persone si devono assumere le loro responsabilità
Quelli che voglio sapere cosa ha detto esattamente Tizio
Quelli che con questa logica del ci vogliamo tutti bene non andiamo da nessuna parte
Quelli che ora non mi interessa la soluzione, devo sapere perché è successo
Quelli che non importa il problema, purché si scopra chi l’ha causato
Quelli che voglio la sua testa sul mio tavolo entro 10 minuti
Quelli che lui mi ha detto che tu hai detto…
Quelli che se il brief era sbagliato è colpa del cliente
Quelli che se i tempi erano sbagliati è colpa del PM
Quelli che se non vinciamo la gara è colpa dei creativi
Quelli che se l’offerta commerciale era sballata, è colpa dei creativi lo stesso
Quelli che dove passano non cresce più l’erba
Quelli che sono “verticali sulle risorse” (frustano a sangue le persone, ndt)
Quelli che l’importante è sapersi vendere
Quelli che la competenza non paga
Quelli che si fa come dico io, non ci capisco una sega ma si fa lo stesso
Quelli che se è andata male è perché non avete capito cosa dicevo io
Quelli che frègatene, sono risorse (persone, ndt)
Questi qua a me fanno proprio tristezza. Paura, anche, a volte, ma soprattutto tristezza. Perché la paura dura solo un attimo, poi mi fermo a riflettere e risolvo il problema a prescindere da loro. La tristezza, invece, rimane. Perché è stampata sul loro viso, anche se ha la forma di un rictus che dovrebbe mimare un sorriso. Perché non si danno mai un’opportunità di essere anche persone. Umane, intendo. Perché ogni sprazzo di umanità (“devo andare a fare pipì”) è per loro un segno di debolezza.
Non sono disarmata davanti a queste persone, ho le mie risorse (che non sono persone, però), ma loro lavorano nell’ombra e ti colpiscono quando tu non ci sei (non alle spalle, proprio in contumacia). Queste persone generano ansia negli altri per scaricare la loro, di ansia, e se tu non stai al gioco ti sbattono fuori: ne hanno quasi sempre il potere.
Che poi il mio atteggiamento è tutt’altro che umanitario: se voglio raggiungere un obiettivo, guardo a quello, e tutto il resto viene dopo. Trattare male le persone, farle vivere nella paura, non mi aiuta, perché la paura rallenta, a volte paralizza, e se ho bisogno di queste persone (risorse, per quelli che) è necessario che siano vigili e concentrate.
Mi fanno tristezza i loro figli, perché li vedono poco, e forse tutto sommato questo è anche un bene. Mi fanno tristezza i loro figli perché crescono nella paura. Io sono grande e la paura mi passa, loro sono piccoli e la paura gli resta attaccata sulla testa, come un’incudine che impedirà loro di crescere, come uomini, come persone.
Mi fanno tristezza i loro compagni e le loro compagne, perché devono sempre dimostrarsi all’altezza della situazione, perché non avranno mai il privilegio di abbracciarli e basta, o di farsi consolare, o semplicemente di sentirsi sostenuti. Io ci lavoro e tutto quello che devo dimostrare finisce quando esco dall’ufficio, ma loro no, loro sono nell’altra parte della vita, quella che non c’entra con i clienti e le risorse e il budget, ma devono dimostrare lo stesso.
Non sono disarmata però queste persone mi logorano. Perché succhiano le mie energie in interminabili cacce alle streghe quando io sarei pagata per produrre delle cose, facilitare il lavoro agli altri, fare in modo che i clienti abbiano sempre quello che è meglio per loro, risolvere i problemi. Non è poco, quello che sono pagata per fare, e allora perché aggiungerci anche l’assurda richiesta di puntare il dito su quelli che lavorano con me. Che cosa sperano di ottenere? Un idraulico incazzato non farà un lavoro migliore, né più veloce, né meno caro. Un idraulico incazzato può essere devastante per la tua casa: può costringerti a chiamare un altro idraulico dopo tre giorni, invece di chiudere la questione una volta per tutte. Io sono per un’adeguata motivazione degli idraulici.
Quelli che le persone si devono assumere le loro responsabilità
Quelli che voglio sapere cosa ha detto esattamente Tizio
Quelli che con questa logica del ci vogliamo tutti bene non andiamo da nessuna parte
Quelli che ora non mi interessa la soluzione, devo sapere perché è successo
Quelli che non importa il problema, purché si scopra chi l’ha causato
Quelli che voglio la sua testa sul mio tavolo entro 10 minuti
Quelli che lui mi ha detto che tu hai detto…
Quelli che se il brief era sbagliato è colpa del cliente
Quelli che se i tempi erano sbagliati è colpa del PM
Quelli che se non vinciamo la gara è colpa dei creativi
Quelli che se l’offerta commerciale era sballata, è colpa dei creativi lo stesso
Quelli che dove passano non cresce più l’erba
Quelli che sono “verticali sulle risorse” (frustano a sangue le persone, ndt)
Quelli che l’importante è sapersi vendere
Quelli che la competenza non paga
Quelli che si fa come dico io, non ci capisco una sega ma si fa lo stesso
Quelli che se è andata male è perché non avete capito cosa dicevo io
Quelli che frègatene, sono risorse (persone, ndt)
Questi qua a me fanno proprio tristezza. Paura, anche, a volte, ma soprattutto tristezza. Perché la paura dura solo un attimo, poi mi fermo a riflettere e risolvo il problema a prescindere da loro. La tristezza, invece, rimane. Perché è stampata sul loro viso, anche se ha la forma di un rictus che dovrebbe mimare un sorriso. Perché non si danno mai un’opportunità di essere anche persone. Umane, intendo. Perché ogni sprazzo di umanità (“devo andare a fare pipì”) è per loro un segno di debolezza.
Non sono disarmata davanti a queste persone, ho le mie risorse (che non sono persone, però), ma loro lavorano nell’ombra e ti colpiscono quando tu non ci sei (non alle spalle, proprio in contumacia). Queste persone generano ansia negli altri per scaricare la loro, di ansia, e se tu non stai al gioco ti sbattono fuori: ne hanno quasi sempre il potere.
Che poi il mio atteggiamento è tutt’altro che umanitario: se voglio raggiungere un obiettivo, guardo a quello, e tutto il resto viene dopo. Trattare male le persone, farle vivere nella paura, non mi aiuta, perché la paura rallenta, a volte paralizza, e se ho bisogno di queste persone (risorse, per quelli che) è necessario che siano vigili e concentrate.
Mi fanno tristezza i loro figli, perché li vedono poco, e forse tutto sommato questo è anche un bene. Mi fanno tristezza i loro figli perché crescono nella paura. Io sono grande e la paura mi passa, loro sono piccoli e la paura gli resta attaccata sulla testa, come un’incudine che impedirà loro di crescere, come uomini, come persone.
Mi fanno tristezza i loro compagni e le loro compagne, perché devono sempre dimostrarsi all’altezza della situazione, perché non avranno mai il privilegio di abbracciarli e basta, o di farsi consolare, o semplicemente di sentirsi sostenuti. Io ci lavoro e tutto quello che devo dimostrare finisce quando esco dall’ufficio, ma loro no, loro sono nell’altra parte della vita, quella che non c’entra con i clienti e le risorse e il budget, ma devono dimostrare lo stesso.
Non sono disarmata però queste persone mi logorano. Perché succhiano le mie energie in interminabili cacce alle streghe quando io sarei pagata per produrre delle cose, facilitare il lavoro agli altri, fare in modo che i clienti abbiano sempre quello che è meglio per loro, risolvere i problemi. Non è poco, quello che sono pagata per fare, e allora perché aggiungerci anche l’assurda richiesta di puntare il dito su quelli che lavorano con me. Che cosa sperano di ottenere? Un idraulico incazzato non farà un lavoro migliore, né più veloce, né meno caro. Un idraulico incazzato può essere devastante per la tua casa: può costringerti a chiamare un altro idraulico dopo tre giorni, invece di chiudere la questione una volta per tutte. Io sono per un’adeguata motivazione degli idraulici.
lunedì, gennaio 22, 2007
Bassa, grassa, senza fantasia. E povera in canna
La mia amica si sposa. Fossimo alla scuola media, lei sarebbe “la mia migliore amica”, ma siccome abbiamo superato da un pezzo quell’età, è “la mia amica” e basta. Che non è come dire “una mia amica”.
Si sposa dopo 13 anni di fidanzamento, 4 dei quali di convivenza. Ci sarà la chiesa, i parenti, il riso, la torta, le bomboniere (mioddio, le bomboniere no!), insomma tutto quanto. E ci sarà lei, che ci tiene a specificare: “Non mi vestirò mica di bianco candido, ti pare!”, ma insomma sarà abbigliata sui toni dell’écru, panna, ghiaccio, e chi più ne ha più ne metta. Ora questa cosa dell’abito io l’ho presa piuttosto a cuore, vuoi perchè mi diverte parecchio l’idea di andare per atelier dove ti accolgono le signore che come prima cosa ti chiedono: “Quando sposa?” (sic), e qualunque sia la tua risposta ti guardano con aria di rimprovero e ti fanno notare: “Siamo in ritardo, eh? Ma ora vediamo cosa si può fare...”; poi ci tengo tanto perché la mia mamma ha disegnato e cucito centinaia di abiti da sposa nella sua sartoria, e io ci ho sempre messo le mani; infine ci tengo perché è la mia amica, e il giro degli atelier si fa con un’amica. Meglio se con l’amica.
Del resto, quando io dovevo sposarmi, l’ho coinvolta eccome, la mia amica. Il mio piano però era semplice: fare il giro degli atelier, quando possibile con la mia mamma, vedere quali modelli mi stavano meglio, e poi disegnarlo e confezionarlo insieme alla mia mamma. Un giro di puro piacere, quindi, giusto per vedermi vestita così prima di essere direttamente nel mio vestito. Fino al pomeriggio in cui, caricate mamma e amica in macchina, le ho portate all’appuntamento da Luisa Beccaria. Questa Luisa Beccaria veste le spose della Milano bene; non era il primo appuntamento, perché prima avevo visitato Raffaella Curiel, dove avevo messo gli occhi su un abito bellissimo, una tunica di pizzo da 14 milioni (non c’era ancora l’euro). Fatto sta che, in questo pomeriggio invernale di sole, entriamo da Luisa Beccaria e veniamo accolte da una venditrice non più adolescente, che dopo la domanda di rito (“Quando sposa?”) e la successiva osservazione (“Siamo in ritardo, eh? Ma ora vediamo cosa si può fare...”) continua in un chiacchiericcio incalzante.
Venditrice: “Che lavoro fa lei? Perché sa, io devo conoscerle, le persone che servo, altrimenti non riesco a...”
Io: “Mi occupo di Internet, sono direttore creativo”
Venditrice: “Internet! Ma allora non abbiamo tanta fantasia! A voi di Internet manca proprio l’immaginazione, bisogna guidarvi!”
Io: “Ma io...”
La mia amica, dandomi un calcio: “Ssst, calma...”
Venditrice: “Allora, vediamo. Per una come lei, piccoletta e tondetta...”
Ecco, l’ha fatto. Mi ha dato della tappa cicciona. 1,65 per 52 chili non mi sembra che facciano una tappa cicciona. Cioè, se una vuole fare l’assistente di Anna Wintour, magari sì, e magari anche se vuole fare la modella, o che so, il fantino, o l’étoile della Scala. Ma se una vuole sposarsi e basta direi di no.
Ovviamente io perdo le staffe. Quando si sta organizzando il proprio matrimonio si perdono le staffe facilmente, figurarsi se si viene insultate. La mia amica e mia mamma intervengono, mi portano a vedere degli abiti (orrendi, peraltro, ma come cacchio si vestono le spose della Milano bene?), sempre con la venditrice dietro che continua a berciare.
Mi costringe a provare due o tre robe spaventose, un incrocio tra una meringa e Rossella O’Hara, e io provo a esprimere la mia opinione, dicendole che insomma, sono sicuramente bellissimi, ma non me li sento bene addosso, quindi sarà meglio cercare qualcosa di diverso, se ce l’hanno.
Venditrice: “Ma signorina cosa dice??? Questi sono capolavori, opere d’arte, mica abiti!...”
Io: “Sì, signora, ma vede, io con questa coda proprio non mi ci vedo...”
Venditrice: “Signorina, come può dire una cosa del genere??? Questo strascico è...”
Io: “Non è il mio tipo, mi scusi, non volevo offenderla, ma proprio non è l’abito che mi ero immaginata...”
Venditrice: “Guardi, questo lo abbiamo usato per una sfilata. Glielo possiamo rimettere a posto, sarà da allargare un po’ (aridaje...), ma lei lo paga la metà dello stesso modello fatto da zero”
Io: “Guardi che non è questione di soldi” (il che è vero, tanto più che col cavolo che me lo sarei comprato da lei, il vestito)
Venditrice: “Sì sì che non è questione di soldi. È solo che se lei può spendere 2 milioni e mezzo invece di 5, non è meglio?”
Io: “Certo che è meglio, ma in questo momento a me interessa solo trovare il mio abito da sposa, e non è questo”
(La mia amica e mia mamma non sanno se ridere o intervenire o mandarla al diavolo per me. Nell’indecisione, mi guardano affascinate mentre divento verde)
Venditrice: “Altrimenti non so cosa altro darle, dei capi di sfilata... Guardi, questo è una vera occasione, non se lo lasci scappare, è inutile che le faccia provare un vestito da 5 milioni o più...”
L’ha fatto di nuovo. Mi ha dato della pezzente. Inequivocabilmente. Mi guardo: non sono affatto vestita male, sono anche truccata, vengo da una presentazione al cliente. Quindi perché questa stronza continua a dirmi che non mi posso permettere un abito da 5 milioni?
Infuriata, mi svesto e torno nel mio tailleur. Sartoriale.
Le mie accompagnatrici si guardano, mi guardano. Big Ben ha detto stop. Capiscono che sto partendo con una tirata del tipo “Peccato, avevo stanziato 15 milioni per questo acquisto, ma visto che non c’è niente...” e mi bloccano. Amabilmente, hanno lo stesso pensiero, e quasi in coro si rivolgono alla venditrice: “Signora, evidentemente questo non è il genere di abito con cui mia figlia/la mia amica ha voglia di sposarsi. Grazie e arrivederci”. E mi trascinano fuori.
Questa me la sono legata al dito. E siccome non voglio che la mia amica si trovi da sola quando una venditrice vecchia, brutta, cafona e pure sciatta la insulterà, voglio essere lì per portarla via, offrirle una cioccolata calda - o un Negroni, dipende dall'ora - e confermarle che quella è proprio una stronza, e che evidentemente il negozio non è il suo, altrimenti cose così non le avrebbe mai dette.
E quindi si parte. Domani fisso un appuntamento da Le spose di Giò.
Si sposa dopo 13 anni di fidanzamento, 4 dei quali di convivenza. Ci sarà la chiesa, i parenti, il riso, la torta, le bomboniere (mioddio, le bomboniere no!), insomma tutto quanto. E ci sarà lei, che ci tiene a specificare: “Non mi vestirò mica di bianco candido, ti pare!”, ma insomma sarà abbigliata sui toni dell’écru, panna, ghiaccio, e chi più ne ha più ne metta. Ora questa cosa dell’abito io l’ho presa piuttosto a cuore, vuoi perchè mi diverte parecchio l’idea di andare per atelier dove ti accolgono le signore che come prima cosa ti chiedono: “Quando sposa?” (sic), e qualunque sia la tua risposta ti guardano con aria di rimprovero e ti fanno notare: “Siamo in ritardo, eh? Ma ora vediamo cosa si può fare...”; poi ci tengo tanto perché la mia mamma ha disegnato e cucito centinaia di abiti da sposa nella sua sartoria, e io ci ho sempre messo le mani; infine ci tengo perché è la mia amica, e il giro degli atelier si fa con un’amica. Meglio se con l’amica.
Del resto, quando io dovevo sposarmi, l’ho coinvolta eccome, la mia amica. Il mio piano però era semplice: fare il giro degli atelier, quando possibile con la mia mamma, vedere quali modelli mi stavano meglio, e poi disegnarlo e confezionarlo insieme alla mia mamma. Un giro di puro piacere, quindi, giusto per vedermi vestita così prima di essere direttamente nel mio vestito. Fino al pomeriggio in cui, caricate mamma e amica in macchina, le ho portate all’appuntamento da Luisa Beccaria. Questa Luisa Beccaria veste le spose della Milano bene; non era il primo appuntamento, perché prima avevo visitato Raffaella Curiel, dove avevo messo gli occhi su un abito bellissimo, una tunica di pizzo da 14 milioni (non c’era ancora l’euro). Fatto sta che, in questo pomeriggio invernale di sole, entriamo da Luisa Beccaria e veniamo accolte da una venditrice non più adolescente, che dopo la domanda di rito (“Quando sposa?”) e la successiva osservazione (“Siamo in ritardo, eh? Ma ora vediamo cosa si può fare...”) continua in un chiacchiericcio incalzante.
Venditrice: “Che lavoro fa lei? Perché sa, io devo conoscerle, le persone che servo, altrimenti non riesco a...”
Io: “Mi occupo di Internet, sono direttore creativo”
Venditrice: “Internet! Ma allora non abbiamo tanta fantasia! A voi di Internet manca proprio l’immaginazione, bisogna guidarvi!”
Io: “Ma io...”
La mia amica, dandomi un calcio: “Ssst, calma...”
Venditrice: “Allora, vediamo. Per una come lei, piccoletta e tondetta...”
Ecco, l’ha fatto. Mi ha dato della tappa cicciona. 1,65 per 52 chili non mi sembra che facciano una tappa cicciona. Cioè, se una vuole fare l’assistente di Anna Wintour, magari sì, e magari anche se vuole fare la modella, o che so, il fantino, o l’étoile della Scala. Ma se una vuole sposarsi e basta direi di no.
Ovviamente io perdo le staffe. Quando si sta organizzando il proprio matrimonio si perdono le staffe facilmente, figurarsi se si viene insultate. La mia amica e mia mamma intervengono, mi portano a vedere degli abiti (orrendi, peraltro, ma come cacchio si vestono le spose della Milano bene?), sempre con la venditrice dietro che continua a berciare.
Mi costringe a provare due o tre robe spaventose, un incrocio tra una meringa e Rossella O’Hara, e io provo a esprimere la mia opinione, dicendole che insomma, sono sicuramente bellissimi, ma non me li sento bene addosso, quindi sarà meglio cercare qualcosa di diverso, se ce l’hanno.
Venditrice: “Ma signorina cosa dice??? Questi sono capolavori, opere d’arte, mica abiti!...”
Io: “Sì, signora, ma vede, io con questa coda proprio non mi ci vedo...”
Venditrice: “Signorina, come può dire una cosa del genere??? Questo strascico è...”
Io: “Non è il mio tipo, mi scusi, non volevo offenderla, ma proprio non è l’abito che mi ero immaginata...”
Venditrice: “Guardi, questo lo abbiamo usato per una sfilata. Glielo possiamo rimettere a posto, sarà da allargare un po’ (aridaje...), ma lei lo paga la metà dello stesso modello fatto da zero”
Io: “Guardi che non è questione di soldi” (il che è vero, tanto più che col cavolo che me lo sarei comprato da lei, il vestito)
Venditrice: “Sì sì che non è questione di soldi. È solo che se lei può spendere 2 milioni e mezzo invece di 5, non è meglio?”
Io: “Certo che è meglio, ma in questo momento a me interessa solo trovare il mio abito da sposa, e non è questo”
(La mia amica e mia mamma non sanno se ridere o intervenire o mandarla al diavolo per me. Nell’indecisione, mi guardano affascinate mentre divento verde)
Venditrice: “Altrimenti non so cosa altro darle, dei capi di sfilata... Guardi, questo è una vera occasione, non se lo lasci scappare, è inutile che le faccia provare un vestito da 5 milioni o più...”
L’ha fatto di nuovo. Mi ha dato della pezzente. Inequivocabilmente. Mi guardo: non sono affatto vestita male, sono anche truccata, vengo da una presentazione al cliente. Quindi perché questa stronza continua a dirmi che non mi posso permettere un abito da 5 milioni?
Infuriata, mi svesto e torno nel mio tailleur. Sartoriale.
Le mie accompagnatrici si guardano, mi guardano. Big Ben ha detto stop. Capiscono che sto partendo con una tirata del tipo “Peccato, avevo stanziato 15 milioni per questo acquisto, ma visto che non c’è niente...” e mi bloccano. Amabilmente, hanno lo stesso pensiero, e quasi in coro si rivolgono alla venditrice: “Signora, evidentemente questo non è il genere di abito con cui mia figlia/la mia amica ha voglia di sposarsi. Grazie e arrivederci”. E mi trascinano fuori.
Questa me la sono legata al dito. E siccome non voglio che la mia amica si trovi da sola quando una venditrice vecchia, brutta, cafona e pure sciatta la insulterà, voglio essere lì per portarla via, offrirle una cioccolata calda - o un Negroni, dipende dall'ora - e confermarle che quella è proprio una stronza, e che evidentemente il negozio non è il suo, altrimenti cose così non le avrebbe mai dette.
E quindi si parte. Domani fisso un appuntamento da Le spose di Giò.
venerdì, gennaio 19, 2007
Congiuntivo mon amour
È ufficiale: mio figlio usa il congiuntivo. Correttamente. Il che non è poco in generale, lo è ancor meno in particolare trattandosi di una creatura di 3 (tre) anni il cui concetto di tempo – ieri, oggi, domani, sono ancora concetti assai relativi – è ancora avvolto in una foschia piuttosto fitta. E per il valore che ha per me il congiuntivo, considero questo evento un successo clamoroso come educatrice e il mio ego di mamma fa la ruota.
L’altro giorno mi chiama, io ero in un’altra stanza, e quindi gli rispondo semplicemente “Che c’è?” (più o meno, non che io sia sempre così laconica). Lui mi fa, tutto serio: “Mamma, ti ho chiamato perché tu venissi!”. La forma dell’eloquio è stata notata, io e mio marito ci siamo guardati in faccia con orgoglio, ma è stato solo un attimo.
Sere fa, invece, si stava discutendo del fatto che il suo ciuccio sia sparito. In realtà l’ho fatto sparire io, perché siamo ben oltre il limite, ma finora, nonostante vari tentativi, non sono mai riuscita a farlo smettere definitivamente (del resto è come smettere di fumare, hanno un bel dire gli altri che fa male, ma se tu non vuoi, non vuoi e basta). Adesso è capitato che un giorno lui sia uscito di casa con questo ciuccio scamazzatissimo al seguito, per cui, arrivati a scuola, me lo sono fatto dare per “essere sicuri di non perderlo”. La sera, a casa, ho colto al volo l’occasione per fare il grande passo: l’ho nascosto e gli ho detto che forse l’aveva dimenticato a scuola. Lui ha protestato dicendo che no, a scuola non poteva essere, perché l’aveva dato a me, e quindi doveva essere o nella mia borsa o in cucina. Io ho insistito che proprio no, non lo sapevo che fine avesse fatto ‘sto coso. Lui se n’è fatto una ragione.
La sera dopo, stessa scena, questa volta col padre. E Gabriele ha anche cercato di commuoverlo dicendogli: “È colpa mia, mi sono dimenticato di nuovo, scusami…”. Alberto sarebbe scoppiato in lacrime, ma avendo una lunga e travagliata esperienza in fatto di dentisti, ha tenuto duro, l’ha rassicurato e via.
Ieri sera è toccato a me. Si ripete la solfa, ma questa volta il piccoletto prende in mano la situazione, e guardando il suo Goku (quello di Dragonball, che lui non ha mai visto ma che non so perché ha eletto a suo eroe, decidendo che è cattivissimo) mi fa: “Credo che Goku possa aiutarmi. Domani lo porterò con me”.
Stamattina Goku è rimasto a casa. Ma i congiuntivi, invece, quelli a casa ce li siamo portati.
L’altro giorno mi chiama, io ero in un’altra stanza, e quindi gli rispondo semplicemente “Che c’è?” (più o meno, non che io sia sempre così laconica). Lui mi fa, tutto serio: “Mamma, ti ho chiamato perché tu venissi!”. La forma dell’eloquio è stata notata, io e mio marito ci siamo guardati in faccia con orgoglio, ma è stato solo un attimo.
Sere fa, invece, si stava discutendo del fatto che il suo ciuccio sia sparito. In realtà l’ho fatto sparire io, perché siamo ben oltre il limite, ma finora, nonostante vari tentativi, non sono mai riuscita a farlo smettere definitivamente (del resto è come smettere di fumare, hanno un bel dire gli altri che fa male, ma se tu non vuoi, non vuoi e basta). Adesso è capitato che un giorno lui sia uscito di casa con questo ciuccio scamazzatissimo al seguito, per cui, arrivati a scuola, me lo sono fatto dare per “essere sicuri di non perderlo”. La sera, a casa, ho colto al volo l’occasione per fare il grande passo: l’ho nascosto e gli ho detto che forse l’aveva dimenticato a scuola. Lui ha protestato dicendo che no, a scuola non poteva essere, perché l’aveva dato a me, e quindi doveva essere o nella mia borsa o in cucina. Io ho insistito che proprio no, non lo sapevo che fine avesse fatto ‘sto coso. Lui se n’è fatto una ragione.
La sera dopo, stessa scena, questa volta col padre. E Gabriele ha anche cercato di commuoverlo dicendogli: “È colpa mia, mi sono dimenticato di nuovo, scusami…”. Alberto sarebbe scoppiato in lacrime, ma avendo una lunga e travagliata esperienza in fatto di dentisti, ha tenuto duro, l’ha rassicurato e via.
Ieri sera è toccato a me. Si ripete la solfa, ma questa volta il piccoletto prende in mano la situazione, e guardando il suo Goku (quello di Dragonball, che lui non ha mai visto ma che non so perché ha eletto a suo eroe, decidendo che è cattivissimo) mi fa: “Credo che Goku possa aiutarmi. Domani lo porterò con me”.
Stamattina Goku è rimasto a casa. Ma i congiuntivi, invece, quelli a casa ce li siamo portati.
giovedì, gennaio 18, 2007
Le mille facce dell’Open Source, ovvero Operazione restyling – episodio 2: appunti
Ieri sera ho finito molto tardi di lavorare. Per fortuna non ero sola, perché a farmi compagnia c’era un amico. Una compagnia discreta, dal momento che ci tenevamo in contatto via ICQ, entrambi chini sul rispettivo fatturato, e la piacevolissima e salutare chiacchierata è stata soprattutto un modo per non addormentarsi e superare i momentanei blocchi che avrebbero portato entrambi a fare l’alba; chiacchierata discreta anche perché quest’amico io non l’ho mai visto in faccia, nonostante abbia avuto la sensazione di conoscerlo da tanto. Questo nuovo amico è copyman, che saluto – come direbbe Luca Giurato – e a cui auguro una giornata più leggera di ieri.
Stamattina avevo una riunione alle 9.30, in sala caffé perché non c’erano sale riunioni libere. Una delle colleghe è arrivata con cornetti per tutti, e li ha anche scaldati prima di offrirceli. Sebbene l’oggetto della nostra riunione non fosse ciò che definirei eccitante, questa colazione inaspettata è stata fondamentale per riportare il morale a livelli accettabili (sempre in termini di fatturato, eh!).
Allora pensavo: ecco, c’è sempre un’anima. Un’anima che nel momento del bisogno si manifesta e ti porge una mano. E poi ho ripensato alla storia della ristrutturazione e al commento di Titti, e non so perché ma ho associato le due cose. Anche in quel caso, sostanzialmente, serve una mano.
In realtà ci ho pensato parecchio, nei giorni scorsi, a questa cosa dell’Interior Design Open Source, e sono arrivata a definire almeno due fasi. Chiaro che per qualunque suggerimento, consiglio, osservazione e offerta di lavoro volontario (ahahahahah) siete i benvenuti.
Fase 1: il vernissage!
Ci sarà un vernissage, ma questa volta sarà letterale. Ci saranno degli inviti e un buffet, naturalmente a casa mia, ma ci saranno anche gran bidoni di vernice e pennellesse come se piovesse (che fa anche rima e sottolinea il concetto). Missione: imbiancare.
Tutti insieme, blogger e lurkers, digitali e analogici, con cappellino di carta di giornale, tuta da lavoro e rullo. E musica, e chili (nel senso di piatto messicano, non di peso) e guacamole e tacos e salsa piccante e da bere, tanto da bere, per alleviare le fatiche. Sarà una grande festa, e alla fine saremo tutti più sporchi e più contenti (soprattutto io, se l’operazione riesce :)).
Quindi, preparatevi: per chi ci sarà, sarà bello vedersi in tenuta da lavoro; per gli altri, prometto un resoconto dettagliato via blog. Si accettano da subito adesioni.
Fase 2: food for work
Siccome la mia manualità e quella di mio marito sono un po’ limitate (la versione di Alberto è “siamo sempre oberati di cose da fare”), una serie di lavori richiederanno interventi più esperti di quelli realizzabili nel vernissage. Quindi l’idea è: offriamo servizi in cambio di lavori.
I servizi possono essere vari, quelli che mi vengono in mente per primi sono le cose che sappiamo fare meglio; il ragù di Alberto, e naturalmente il suo chili e guacamole, hanno ormai una fama nazionale, per cui ne prepariamo (da congelare, suppongo, altrimenti le quantità non possono coprire il disturbo) e saranno il pagamento, che so, per il restauro di una finestra. E così via. Magari un giorno che mi gira faccio un elenco di tutto quello che possiamo offrire. Anche in questo caso, chi è interessato si faccia avanti.
Ecco, questi sono solo degli appunti di progetto, ora bisognerà decidere i tempi e dettagliare il tutto. Le persone a cui ho raccontato quest’idea hanno avuto le reazioni più diverse: si va dallo scettico: “è tanto che non vai dall’analista?”, all’entusiastico: “sì, fichissimo, metti annunci anche su Radio Popolare, che lì trovi sicuramente! Io vengo, eh! Ti metto il parquet!”. Quindi, visto che non c’è stata una bocciatura unanime, magari si può fare. O no?
Stamattina avevo una riunione alle 9.30, in sala caffé perché non c’erano sale riunioni libere. Una delle colleghe è arrivata con cornetti per tutti, e li ha anche scaldati prima di offrirceli. Sebbene l’oggetto della nostra riunione non fosse ciò che definirei eccitante, questa colazione inaspettata è stata fondamentale per riportare il morale a livelli accettabili (sempre in termini di fatturato, eh!).
Allora pensavo: ecco, c’è sempre un’anima. Un’anima che nel momento del bisogno si manifesta e ti porge una mano. E poi ho ripensato alla storia della ristrutturazione e al commento di Titti, e non so perché ma ho associato le due cose. Anche in quel caso, sostanzialmente, serve una mano.
In realtà ci ho pensato parecchio, nei giorni scorsi, a questa cosa dell’Interior Design Open Source, e sono arrivata a definire almeno due fasi. Chiaro che per qualunque suggerimento, consiglio, osservazione e offerta di lavoro volontario (ahahahahah) siete i benvenuti.
Fase 1: il vernissage!
Ci sarà un vernissage, ma questa volta sarà letterale. Ci saranno degli inviti e un buffet, naturalmente a casa mia, ma ci saranno anche gran bidoni di vernice e pennellesse come se piovesse (che fa anche rima e sottolinea il concetto). Missione: imbiancare.
Tutti insieme, blogger e lurkers, digitali e analogici, con cappellino di carta di giornale, tuta da lavoro e rullo. E musica, e chili (nel senso di piatto messicano, non di peso) e guacamole e tacos e salsa piccante e da bere, tanto da bere, per alleviare le fatiche. Sarà una grande festa, e alla fine saremo tutti più sporchi e più contenti (soprattutto io, se l’operazione riesce :)).
Quindi, preparatevi: per chi ci sarà, sarà bello vedersi in tenuta da lavoro; per gli altri, prometto un resoconto dettagliato via blog. Si accettano da subito adesioni.
Fase 2: food for work
Siccome la mia manualità e quella di mio marito sono un po’ limitate (la versione di Alberto è “siamo sempre oberati di cose da fare”), una serie di lavori richiederanno interventi più esperti di quelli realizzabili nel vernissage. Quindi l’idea è: offriamo servizi in cambio di lavori.
I servizi possono essere vari, quelli che mi vengono in mente per primi sono le cose che sappiamo fare meglio; il ragù di Alberto, e naturalmente il suo chili e guacamole, hanno ormai una fama nazionale, per cui ne prepariamo (da congelare, suppongo, altrimenti le quantità non possono coprire il disturbo) e saranno il pagamento, che so, per il restauro di una finestra. E così via. Magari un giorno che mi gira faccio un elenco di tutto quello che possiamo offrire. Anche in questo caso, chi è interessato si faccia avanti.
Ecco, questi sono solo degli appunti di progetto, ora bisognerà decidere i tempi e dettagliare il tutto. Le persone a cui ho raccontato quest’idea hanno avuto le reazioni più diverse: si va dallo scettico: “è tanto che non vai dall’analista?”, all’entusiastico: “sì, fichissimo, metti annunci anche su Radio Popolare, che lì trovi sicuramente! Io vengo, eh! Ti metto il parquet!”. Quindi, visto che non c’è stata una bocciatura unanime, magari si può fare. O no?
lunedì, gennaio 15, 2007
La leva calcistica della classe ‘95
Sabato nella bassa. I genitori di Edoardo devono andare alla sua partita di basket, gli facciamo notare che l’assenza di mamma e papà crea traumi infantili tremendi, e allora loro ci raccontano che un trauma Edoardo deve averlo già subito, ma risale a quando giocava a calcio, due o tre anni fa. La storia è quella che segue. La colonna sonora va da sé.
Sole sul tetto dei palazzi in costruzione, sole che batte sul campo di pallone
e terra e polvere che tira vento e poi magari piove…
Edo cammina che sembra proprio quello che è: un ragazzino di 8 anni che si avvia all’ultima partita di campionato, e sì che quest’anno non sono messi affatto male, e sa che, come sempre, rimarrà in panchina.
Sennonché dal corridoio degli spogliatoi si sentono le urla di Mario, il mister, che sbraita qualcosa a proposito di pustole e epidemia. Mario è un brav’uomo. Ha preso questa squadra di pulcini che avevano 6-7 anni, e si ricorderà per sempre quando hanno perso una della prime partite perché Stefano il portiere era impegnatissimo a raccogliere le margherite che crescevano dentro la porta invece di sorvegliare la medesima. Belle erano belle, le margherite, ma Mario a Stefano se lo sarebbe mangiato vivo. Non che ciò potesse fare una gran differenza, d’altra parte, ché il resto della squadra, intanto che il Real Rottofreno gliele suonava di santa ragione, era impegnato in discussioni su chi doveva stare di qua e chi di là, e insomma era una caciara raramente vista su un campo di pallone. Però non si era arreso. Lacrime, sudore e frequenti sbucciature delle giovani ginocchia avevano fatto sì che oggi l’ex squadra più scarsa della storia della pianura padana giocasse per il secondo posto in classifica. L’orgoglio lo gonfiava come un tacchino. Fino a quella telefonata.
Insomma, era successo, come spesso accade a quest’età, che il centrocampo era zoppo: Nicola, la punta della squadra, aveva la varicella. In un empito di passione, Mario aveva detto alla mamma di Nicola (pugliese, si raccontava che fosse andata a scuola con Cassano, ma non era possibile, Cassano avrebbe potuto essere se non suo figlio, al massimo suo nipote) di portarcelo lo stesso, e che non gliene fregava niente se poi tutta la squadra si riempiva di pustole, l’importante era vincere questa partita. Ovviamente la mamma l’aveva mandato a stendere.
Due minuti prima di entrare in campo Mario si avvicina a Edoardo e gli dice: “Preparati, oggi entri tu al posto di Nicola”.
Edoardo ha una mezza sincope. Ma come?! Non ha mai giocato neanche 5 minuti per tutto il campionato, tutti sanno che è timido, sensibile e molto intelligente, veramente bravo a scuola ma veramente una ciofeca quando gioca a pallone! E il mister lo fa giocare proprio oggi! Che non ci sono neanche i suoi genitori, che per questa volta (“Solo per questa volta, Edo, ma davvero dobbiamo fare una commissione importante, lo sai anche tu…”) non saranno a bordo campo a insultare gli avversari (non è che possano fare granché, visto che lui non gioca…).
Edo entra come se stesse andando al patibolo. Il pubblico scalpita dagli spalti. Qualche genitore telefona ai genitori di Edoardo: “Edo sta entrando in campo! Gioca al posto di Nicola, Nicola ha la varicella!” “Edo al posto di Nicola? Ma è un suicidio! Per la squadra, eh! Ma Mario non ha nessun altro? Accidenti, proprio oggi! Cerchiamo di arrivare in tempo…!”
Il primo tempo finisce in parità, 5 a 5 o 6 a 6, adesso nessuno si ricorda più. Edo ha preso un po’ di confidenza, perciò quando esce dagli spogliatoi è un po’ più tranquillo. Non avrà nessun exploit, ma tornerà a casa vivo. Con buone probabilità.
Il secondo tempo è piatto, ma proprio parecchio. Fino agli ultimi due minuti. Per qualche strano motivo, Edoardo si ritrova di colpo al centro di un’azione, e allora
mise il cuore dentro alle scarpe
e corse più veloce del vento.
Prese un pallone che sembrava stregato,
accanto al piede rimaneva incollato,
entrò nell'area, tirò senza guardare
ed il portiere lo fece passare…
I genitori sulle gradinate fanno la ola. La partita è finita. Sono secondi in classifica, grazie al gol di Edo.
Qualcuno ha ripreso tutto con la videocamera, a imperitura memoria degli eventi: l’azione, il gol e poi un Edoardo frastornato e non del tutto cosciente di quello che è successo, che viene preso in braccio dai suoi compagni e vola in aria. Mario che corre come un pazzo per il campo. E quando il mister arriva sta piangendo come un vitello. E allora tutta la squadra che si porta Edo sulle spalle in trionfo comincia a piangere, e Edoardo pure, piange. I genitori degli altri bambini invadono il campo, e dopo un attimo sono lì che piangono anche loro.
E i genitori di Edo, quando vedono il tutto in TV, non riescono a trattenere le lacrime, ci provano ma poi cedono e via, Edo sei un campione, passami un fazzoletto per favore.
…un giocatore lo vedi dal coraggio, dall'altruismo e dalla fantasia…
Sole sul tetto dei palazzi in costruzione, sole che batte sul campo di pallone
e terra e polvere che tira vento e poi magari piove…
Edo cammina che sembra proprio quello che è: un ragazzino di 8 anni che si avvia all’ultima partita di campionato, e sì che quest’anno non sono messi affatto male, e sa che, come sempre, rimarrà in panchina.
Sennonché dal corridoio degli spogliatoi si sentono le urla di Mario, il mister, che sbraita qualcosa a proposito di pustole e epidemia. Mario è un brav’uomo. Ha preso questa squadra di pulcini che avevano 6-7 anni, e si ricorderà per sempre quando hanno perso una della prime partite perché Stefano il portiere era impegnatissimo a raccogliere le margherite che crescevano dentro la porta invece di sorvegliare la medesima. Belle erano belle, le margherite, ma Mario a Stefano se lo sarebbe mangiato vivo. Non che ciò potesse fare una gran differenza, d’altra parte, ché il resto della squadra, intanto che il Real Rottofreno gliele suonava di santa ragione, era impegnato in discussioni su chi doveva stare di qua e chi di là, e insomma era una caciara raramente vista su un campo di pallone. Però non si era arreso. Lacrime, sudore e frequenti sbucciature delle giovani ginocchia avevano fatto sì che oggi l’ex squadra più scarsa della storia della pianura padana giocasse per il secondo posto in classifica. L’orgoglio lo gonfiava come un tacchino. Fino a quella telefonata.
Insomma, era successo, come spesso accade a quest’età, che il centrocampo era zoppo: Nicola, la punta della squadra, aveva la varicella. In un empito di passione, Mario aveva detto alla mamma di Nicola (pugliese, si raccontava che fosse andata a scuola con Cassano, ma non era possibile, Cassano avrebbe potuto essere se non suo figlio, al massimo suo nipote) di portarcelo lo stesso, e che non gliene fregava niente se poi tutta la squadra si riempiva di pustole, l’importante era vincere questa partita. Ovviamente la mamma l’aveva mandato a stendere.
Due minuti prima di entrare in campo Mario si avvicina a Edoardo e gli dice: “Preparati, oggi entri tu al posto di Nicola”.
Edoardo ha una mezza sincope. Ma come?! Non ha mai giocato neanche 5 minuti per tutto il campionato, tutti sanno che è timido, sensibile e molto intelligente, veramente bravo a scuola ma veramente una ciofeca quando gioca a pallone! E il mister lo fa giocare proprio oggi! Che non ci sono neanche i suoi genitori, che per questa volta (“Solo per questa volta, Edo, ma davvero dobbiamo fare una commissione importante, lo sai anche tu…”) non saranno a bordo campo a insultare gli avversari (non è che possano fare granché, visto che lui non gioca…).
Edo entra come se stesse andando al patibolo. Il pubblico scalpita dagli spalti. Qualche genitore telefona ai genitori di Edoardo: “Edo sta entrando in campo! Gioca al posto di Nicola, Nicola ha la varicella!” “Edo al posto di Nicola? Ma è un suicidio! Per la squadra, eh! Ma Mario non ha nessun altro? Accidenti, proprio oggi! Cerchiamo di arrivare in tempo…!”
Il primo tempo finisce in parità, 5 a 5 o 6 a 6, adesso nessuno si ricorda più. Edo ha preso un po’ di confidenza, perciò quando esce dagli spogliatoi è un po’ più tranquillo. Non avrà nessun exploit, ma tornerà a casa vivo. Con buone probabilità.
Il secondo tempo è piatto, ma proprio parecchio. Fino agli ultimi due minuti. Per qualche strano motivo, Edoardo si ritrova di colpo al centro di un’azione, e allora
mise il cuore dentro alle scarpe
e corse più veloce del vento.
Prese un pallone che sembrava stregato,
accanto al piede rimaneva incollato,
entrò nell'area, tirò senza guardare
ed il portiere lo fece passare…
I genitori sulle gradinate fanno la ola. La partita è finita. Sono secondi in classifica, grazie al gol di Edo.
Qualcuno ha ripreso tutto con la videocamera, a imperitura memoria degli eventi: l’azione, il gol e poi un Edoardo frastornato e non del tutto cosciente di quello che è successo, che viene preso in braccio dai suoi compagni e vola in aria. Mario che corre come un pazzo per il campo. E quando il mister arriva sta piangendo come un vitello. E allora tutta la squadra che si porta Edo sulle spalle in trionfo comincia a piangere, e Edoardo pure, piange. I genitori degli altri bambini invadono il campo, e dopo un attimo sono lì che piangono anche loro.
E i genitori di Edo, quando vedono il tutto in TV, non riescono a trattenere le lacrime, ci provano ma poi cedono e via, Edo sei un campione, passami un fazzoletto per favore.
…un giocatore lo vedi dal coraggio, dall'altruismo e dalla fantasia…
giovedì, gennaio 11, 2007
Operazione restyling – episodio 1: il contesto
La vicenda della cucina di zia Eufemia mi ha messo addosso la fregola. Questa volta non intendo cedere alla tentazione di lasciar cadere tutti i buoni propositi dell’anno dopo la prima settimana del medesimo, sapendo che non tornerò a vedere com’è andata. E così, in anticipo sui tempi previsti, ho deciso di iniziare a pianificare il restyling di casa mia. Ma siccome è una cosa seria e anche piuttosto impegnativa, devo affrontarla come un progetto di quelli seri, che faccio al lavoro, e quindi devo partire dalla descrizione del contesto.
Giusto per capire, a beneficio di chi casa mia non l'ha mai vista (suppongo la quasi totalità di coloro che leggono queste pagine). Abito al quinto piano - no ascensore, astenersi perditempo - di uno stabile "vecchia Milano", ma non di ringhiera. Quando sono entrata in casa vivevo da sola e nulla lasciava presagire che di lì a poco (giusto un anno) non sarebbe più stato così: la vita che menavo a quel tempo era parecchio, parecchio più movimentata, ma questa è un’altra storia.
Com’è d’uopo, con l'acquisto dei soli muri ho speso fino all'ultima lira. Ragion per cui ho deciso di fare solo gli interventi indispensabili: imbiancare. Anche perché mi scadeva il contratto d’affitto e valutai che sotto un ponte proprio no, non mi sarebbe piaciuto abitare. Imbiancare nel mio caso ha significato colorare, perché ho usato tre colori diversi per i tre vani: la sala (ahahah, trovo sempre molto ironico questo appellativo riferito al mio soggiorno, ma a Milano si dice così) ha due pareti color terracotta, la camera ha due pareti azzurre, la cucina ha due pareti giallo ocra. Non è mica stato facile, con l'imbianchino che continuava a insultarmi, che non si dipinge mica così una casa, che insomma che razza di schifo è quel color trasu-de-ciucc' (vomito di ubriaco per i non parlanti, ndr) della sala, e che quando capirai che hai fatto una stronzata con tutti 'sti colori vedrai che divertimento, che le pareti non ti ridiventano bianche manco se ti metti a piangere, e così via finché non gli smollato l'assegno col dovuto e se n'è andato, ancora ridendo (lui). Io però ero felice, con la mia casa che mi sembrava così grande, forse perché venivo da un monolocale di 20 metri, e così colorata e allegra.
Naturalmente c'erano altre cose da sistemare: il bagno, prima di tutto. I vecchi proprietari dicevano di averlo rinnovato 7 anni prima, ma, a trasloco effettuato, la vicina mi informò del fatto che il mio bagno era stato rinnovato insieme al suo da un’impresa di suoi amici quasi tutti passati a miglior vita, non 7 ma 27 anni prima, cicca e spanna. Questo spiega la vasca piccola col gradino, che quando fai la doccia rischi sempre la vita.
Poi i pavimenti: come in molte case ristrutturate negli anni 70, ogni stanza ha un pavimento diverso. Io ho ovunque delle piastrellacce di ceramicazza, così distribuite: marrone scuro in sala, beigino con striature giallognole in camera e nell'ingresso (l'ingresso è grande come una stanza, frutto di una saggia ristrutturazione credo sempre degli stessi anni), giallo ocra scuro in cucina e grigio chiaro con striature bianche in bagno. Il vantaggio di tutti i vari pavimenti è che nascondono benissimo lo sporco, sembrando sporchi anche subito dopo la botta di mocio (e dunque puliti anche dopo il rave-party di Capodanno: anche questa è un’altra storia).
Le porte, altra nota dolente: anni 70 anch'esse, di legno scuro col vetro, ma con dei vetri così brutti ma così brutti che quando è venuta per la prima volta mia zia mi ha detto: "beh, potrei romperli io, così sei costretta a cambiarli e non ti senti neanche in colpa". Peccato che non si sia offerta anche di pagarli, nel caso.
E infine gli infissi e le persiane: belli, eh, ma conciati, conciati assai. Certi spifferi che non devo usare l'umidificatore quando ci sono i termosifoni accesi. Che i pavimenti sono sempre freddi come una pista di pattinaggio. Che uno dei passatempi preferiti di Gabriele è mettersi lì con la santa pazienza e scrostarli. Che ogni volta che li guardo mi viene male.
Però bella era bella, la mia casetta, con la scala a chiocciola che porta in una mansarda (vedi ndr a proposito della sala) che mi fa da congelatore in inverno e da microonde in estate. Confesso che una delle ragioni per cui ho pensato “è mia” quando ho visto la casa per la prima volta, è stata proprio la scala a chiocciola. Fantasie. I miei amici continuano a chiamare “scannatoio” la mansarda anche ora, che, risolti in parte i problemi di temperatura, è diventata una stanza degli ospiti essenziale ma decente. L’altro motivo è stato che mi ricordava tantissimo la mia casa di Parigi, in Avenue des Gobelins: stessi stucchi al soffitto, stesso arco alla porta-finestra della camera, stessa quantità di scale, stessa poesia.
L’ho messa su bene. Pochi mobili ma essenziali. Una cucina senza pensili – detesto i pensili, mi soffocano -, con un tavolo abbastanza grande da poterci mangiare in tanti amici, una libreria Ivar e il mio ex letto-divano futon in sala – oltre naturalmente a un impianto stereo fichissimo, che mi ci sarei pagata porte e infissi -, letto in finto ferro battuto blu dell’Ikea e guardaroba in camera, e, come unico arredo dell’enorme ingresso, a far compagnia alla scala a chiocciola, la libreria Warmbook di Kartell.
Tutti la definivano “calda”. Non nel senso della temperatura, soprattuto in inverno, quando un condominio malevolo mi ha tenuto per tre anni con 16-17 gradi al massimo, che la sera dovevo mettermi il pile da barca per guardare la TV. Era calda perchè era accogliente, simpatica, vissuta anche se abitata da poco – da me.
La prima svolta è stata l’arrivo di Alberto. Abitava anche lui, nella sua vita precedente, in un monolocale, anche se più grande del mio, almeno 30 metri. Quando ha deciso di trasferirsi da me, dopo aver vissuto per un annetto circa come un rom, la situazione si è fatta pesante: due case in una fanno fatica a starci. Abbiamo fatto della mansarda una seconda casa, con tanto di stereo fichissimo e TV e videoregistratore e libreria inzeppata di ogni sorta di pubblicazione; insomma, tutti i doppioni sono finiti di sopra, ma intanto sotto c’è stato bisogno di riempire un po’ di più.
Poi ci siamo sposati. Non è vero che la vita a due cambia quando ci si sposa. La cosa che cambia è la casa, perchè bisogna mettere da qualche parte i regali di nozze. Abbiamo comprato un mobile apposta per contenerli, e l’abbiamo piazzato nell’ingresso, di fronte alla libreria Kartell (è anche dello stesso colore); l’effetto è cambiato parecchio, e non sono così certa che sia migliore di quello di prima. Quando ce l’hanno consegnato ho avuto una botta di gastrite.
La terza svolta è stata quella più dura: con l’arrivo di Gabriele tutti gli spazi, i mobili, gli interstizi, si sono riempiti. Lettino, fasciatoio, armadio, e poi vasino, pannolini, assurdi elettrodomestici tipo lo sterilizzatore, e naturalmente chili e chili di peluches e di giochi hanno invaso lo spazio a disposizione, che di colpo ha assunto le sembianze del deposito di una clinica psichiatrica che rilevi tutte le suppellettili dei suoi ospiti.
Stiamo per finire le pratiche per la ristrutturazione della mansarda, che diventerà la nostra camera da letto, così Gabriele avrà un suo spazio e noi smetteremo di spaccarci le gambe inciampando nei suoi giochi in sala.
Ma è chiaro che non basta.
Nel prossimo episodio: il piano di progetto. Stay tuned.
Giusto per capire, a beneficio di chi casa mia non l'ha mai vista (suppongo la quasi totalità di coloro che leggono queste pagine). Abito al quinto piano - no ascensore, astenersi perditempo - di uno stabile "vecchia Milano", ma non di ringhiera. Quando sono entrata in casa vivevo da sola e nulla lasciava presagire che di lì a poco (giusto un anno) non sarebbe più stato così: la vita che menavo a quel tempo era parecchio, parecchio più movimentata, ma questa è un’altra storia.
Com’è d’uopo, con l'acquisto dei soli muri ho speso fino all'ultima lira. Ragion per cui ho deciso di fare solo gli interventi indispensabili: imbiancare. Anche perché mi scadeva il contratto d’affitto e valutai che sotto un ponte proprio no, non mi sarebbe piaciuto abitare. Imbiancare nel mio caso ha significato colorare, perché ho usato tre colori diversi per i tre vani: la sala (ahahah, trovo sempre molto ironico questo appellativo riferito al mio soggiorno, ma a Milano si dice così) ha due pareti color terracotta, la camera ha due pareti azzurre, la cucina ha due pareti giallo ocra. Non è mica stato facile, con l'imbianchino che continuava a insultarmi, che non si dipinge mica così una casa, che insomma che razza di schifo è quel color trasu-de-ciucc' (vomito di ubriaco per i non parlanti, ndr) della sala, e che quando capirai che hai fatto una stronzata con tutti 'sti colori vedrai che divertimento, che le pareti non ti ridiventano bianche manco se ti metti a piangere, e così via finché non gli smollato l'assegno col dovuto e se n'è andato, ancora ridendo (lui). Io però ero felice, con la mia casa che mi sembrava così grande, forse perché venivo da un monolocale di 20 metri, e così colorata e allegra.
Naturalmente c'erano altre cose da sistemare: il bagno, prima di tutto. I vecchi proprietari dicevano di averlo rinnovato 7 anni prima, ma, a trasloco effettuato, la vicina mi informò del fatto che il mio bagno era stato rinnovato insieme al suo da un’impresa di suoi amici quasi tutti passati a miglior vita, non 7 ma 27 anni prima, cicca e spanna. Questo spiega la vasca piccola col gradino, che quando fai la doccia rischi sempre la vita.
Poi i pavimenti: come in molte case ristrutturate negli anni 70, ogni stanza ha un pavimento diverso. Io ho ovunque delle piastrellacce di ceramicazza, così distribuite: marrone scuro in sala, beigino con striature giallognole in camera e nell'ingresso (l'ingresso è grande come una stanza, frutto di una saggia ristrutturazione credo sempre degli stessi anni), giallo ocra scuro in cucina e grigio chiaro con striature bianche in bagno. Il vantaggio di tutti i vari pavimenti è che nascondono benissimo lo sporco, sembrando sporchi anche subito dopo la botta di mocio (e dunque puliti anche dopo il rave-party di Capodanno: anche questa è un’altra storia).
Le porte, altra nota dolente: anni 70 anch'esse, di legno scuro col vetro, ma con dei vetri così brutti ma così brutti che quando è venuta per la prima volta mia zia mi ha detto: "beh, potrei romperli io, così sei costretta a cambiarli e non ti senti neanche in colpa". Peccato che non si sia offerta anche di pagarli, nel caso.
E infine gli infissi e le persiane: belli, eh, ma conciati, conciati assai. Certi spifferi che non devo usare l'umidificatore quando ci sono i termosifoni accesi. Che i pavimenti sono sempre freddi come una pista di pattinaggio. Che uno dei passatempi preferiti di Gabriele è mettersi lì con la santa pazienza e scrostarli. Che ogni volta che li guardo mi viene male.
Però bella era bella, la mia casetta, con la scala a chiocciola che porta in una mansarda (vedi ndr a proposito della sala) che mi fa da congelatore in inverno e da microonde in estate. Confesso che una delle ragioni per cui ho pensato “è mia” quando ho visto la casa per la prima volta, è stata proprio la scala a chiocciola. Fantasie. I miei amici continuano a chiamare “scannatoio” la mansarda anche ora, che, risolti in parte i problemi di temperatura, è diventata una stanza degli ospiti essenziale ma decente. L’altro motivo è stato che mi ricordava tantissimo la mia casa di Parigi, in Avenue des Gobelins: stessi stucchi al soffitto, stesso arco alla porta-finestra della camera, stessa quantità di scale, stessa poesia.
L’ho messa su bene. Pochi mobili ma essenziali. Una cucina senza pensili – detesto i pensili, mi soffocano -, con un tavolo abbastanza grande da poterci mangiare in tanti amici, una libreria Ivar e il mio ex letto-divano futon in sala – oltre naturalmente a un impianto stereo fichissimo, che mi ci sarei pagata porte e infissi -, letto in finto ferro battuto blu dell’Ikea e guardaroba in camera, e, come unico arredo dell’enorme ingresso, a far compagnia alla scala a chiocciola, la libreria Warmbook di Kartell.
Tutti la definivano “calda”. Non nel senso della temperatura, soprattuto in inverno, quando un condominio malevolo mi ha tenuto per tre anni con 16-17 gradi al massimo, che la sera dovevo mettermi il pile da barca per guardare la TV. Era calda perchè era accogliente, simpatica, vissuta anche se abitata da poco – da me.
La prima svolta è stata l’arrivo di Alberto. Abitava anche lui, nella sua vita precedente, in un monolocale, anche se più grande del mio, almeno 30 metri. Quando ha deciso di trasferirsi da me, dopo aver vissuto per un annetto circa come un rom, la situazione si è fatta pesante: due case in una fanno fatica a starci. Abbiamo fatto della mansarda una seconda casa, con tanto di stereo fichissimo e TV e videoregistratore e libreria inzeppata di ogni sorta di pubblicazione; insomma, tutti i doppioni sono finiti di sopra, ma intanto sotto c’è stato bisogno di riempire un po’ di più.
Poi ci siamo sposati. Non è vero che la vita a due cambia quando ci si sposa. La cosa che cambia è la casa, perchè bisogna mettere da qualche parte i regali di nozze. Abbiamo comprato un mobile apposta per contenerli, e l’abbiamo piazzato nell’ingresso, di fronte alla libreria Kartell (è anche dello stesso colore); l’effetto è cambiato parecchio, e non sono così certa che sia migliore di quello di prima. Quando ce l’hanno consegnato ho avuto una botta di gastrite.
La terza svolta è stata quella più dura: con l’arrivo di Gabriele tutti gli spazi, i mobili, gli interstizi, si sono riempiti. Lettino, fasciatoio, armadio, e poi vasino, pannolini, assurdi elettrodomestici tipo lo sterilizzatore, e naturalmente chili e chili di peluches e di giochi hanno invaso lo spazio a disposizione, che di colpo ha assunto le sembianze del deposito di una clinica psichiatrica che rilevi tutte le suppellettili dei suoi ospiti.
Stiamo per finire le pratiche per la ristrutturazione della mansarda, che diventerà la nostra camera da letto, così Gabriele avrà un suo spazio e noi smetteremo di spaccarci le gambe inciampando nei suoi giochi in sala.
Ma è chiaro che non basta.
Nel prossimo episodio: il piano di progetto. Stay tuned.
martedì, gennaio 09, 2007
I gerontopunk
Ci sono stati i punk, e in contemporanea alcuni subpunk impazzavano nella provincia italiana. Poi sono venuti i postpunk, ma con loro già il credo era annacquato. Niente di nuovo, fino all’avvento dei gerontopunk.
La fine dell’anno è tempo di pagamenti, a casa mia. Si pagano i debiti per affrontare l’anno nuovo senza zavorre. Come sempre tra Natale e Capodanno arriva puntuale la telefonata di Drum, il nostro assicuratore, per fissare un appuntamento. Lui viene direttamente a casa, si chiacchiera, si beve una – o più – bottiglie di vino, e quando arriva il momento di staccare l’assegno quasi non ci si fa caso. Non è che si chiami Drum all’anagrafe: il suo vero nome è Saverio, o qualcosa del genere, ma da decenni solo la sua mamma lo appella in questo modo. Fatto sta che il 28 dicembre Drum suona al citofono di casa mia. Il citofono però non funziona, quindi chiama al telefono e un volontario va giù per cinque piani a farlo entrare (l’amministratore lo sa benissimo che questa merda di citofono non funziona, gli ho anche spiegato che così non posso fare la spesa online, né farmi consegnare la pizza o il sushi a domicilio, e insomma è un bel casino ogni volta che viene qualcuno. Che, fra parentesi, prima di arrivare al citofono che non funziona si è già fatto una ventina di minuti buoni di ricerca del parcheggio, e quel che è peggio è che quando questo qualcuno arriva a casa spesso non trova neanche granché, perché non ho potuto farmi consegnare la spesa, e neanche possiamo ordinare una pizza o un sushi o che so io. Perché cinque piani con la spesa e con 15 chili di bambino che spesso si addormenta in macchina mentre torniamo dal supermercato non sono mica uno scherzo, eh! E questo deficiente di amministratore continua a fregarsene. Se torno a nascere faccio l’amministratore di condominio, lascio tutti nella cacca e godo moltissimo).
Drum arriva abbastanza senza fiato, ma non è cambiato molto dall’anno scorso: appena un po’ più brizzolato e con qualche capello in meno, compensato da un filo di pancia in più, tenuta peraltro benissimo dentro il completo nero tra la Iena e il Blues Brother. Totale, 44 anni. Portati da 44enne con un certo stile.
Comme d’habitude, si stappa lo spumantino benaugurale e si chiacchiera di quello che è successo nei 12 mesi trascorsi dall’ultima visita. Si parla di piccoli acciacchi, più che altro malfunzionamenti del sistema dovuti all’usura e al paranoico trascorrere del tempo milanese. Si stappa un altro spumantino. Ci chiede della macchina rubata, e si sottolinea l’efficienza dell’assicuazione, che 48 ore dopo il fattaccio ci aveva fornito di un’auto sotitutiva, una Musa con cambio automatico (un incubo i primi giorni, io ho bisogno di “sentirla” la macchina, e con il cambio automatico non c’è verso. Poi l’ho rivalutata parecchio dopo avere affrontato in sua compagnia una coda di due ore in tangenziale: lì il cambio automatico è stato una mano santa). Lo spumantino è finito, si stappa un bianco fermo. Si parla anche di vecchie conoscenze, una delle quali è appena uscita da un soggiorno a San Vittore, per aver attraversato una frontiera malandrina con un quantitativo non ortodosso di sostanze niente affatto legali in macchina. Cose che capitano, quando si deve mantenere un tenore di vita un po’ sopra le righe: la famiglia chiede, i debiti crescono, e uno si dà da fare come può. Opinabile ma vabbè. Alla sua salute, si attacca il limoncello fatto in casa dalla vicina. E poi si parla delle novità. Il nostro amico si è di recente intrallazzato con i proprietari di un locale molto carino che organizza serate punk. Insomma, un punk anni 80, che attira anche i ragazzini per via del fascino un po’ d’antan, ma che soprattutto mette in condizione gruppi di signori avviati alla mezza età di fare le ore piccole, piccolissime, divertendosi come facevano negli anni 80. Drum ci racconta di quando è uscito da una di queste serate alle 3 del mattino, zuppo per aver pogato tutta la sera, ma incontenibilmente felice. E dei discorsi delle persone che erano lì: “Io ho lasciato i bambini ai nonni, me li vado a riprendere domani”, oppure: “I miei sono con la baby sitter, poi mi tocca accompagnarla a casa, è una ragazzina...”, e ancora: “Sai, la banca è un buon posto per non smettere di crescere (sic)”, e così via. E loro felici, a pogare. Nei loro abiti tra la Iena e il Blues Brother. Qualcuno con i segni indelebili delle ricottine di figli neonati.
Ovviamente gli abbiamo detto di inserirci nella sua mailing list, che non mancheremo sicuramente una di queste seratine in cui si possono cancellare vent’anni senza accorgersene. In compagnia dei gerontopunk.
La fine dell’anno è tempo di pagamenti, a casa mia. Si pagano i debiti per affrontare l’anno nuovo senza zavorre. Come sempre tra Natale e Capodanno arriva puntuale la telefonata di Drum, il nostro assicuratore, per fissare un appuntamento. Lui viene direttamente a casa, si chiacchiera, si beve una – o più – bottiglie di vino, e quando arriva il momento di staccare l’assegno quasi non ci si fa caso. Non è che si chiami Drum all’anagrafe: il suo vero nome è Saverio, o qualcosa del genere, ma da decenni solo la sua mamma lo appella in questo modo. Fatto sta che il 28 dicembre Drum suona al citofono di casa mia. Il citofono però non funziona, quindi chiama al telefono e un volontario va giù per cinque piani a farlo entrare (l’amministratore lo sa benissimo che questa merda di citofono non funziona, gli ho anche spiegato che così non posso fare la spesa online, né farmi consegnare la pizza o il sushi a domicilio, e insomma è un bel casino ogni volta che viene qualcuno. Che, fra parentesi, prima di arrivare al citofono che non funziona si è già fatto una ventina di minuti buoni di ricerca del parcheggio, e quel che è peggio è che quando questo qualcuno arriva a casa spesso non trova neanche granché, perché non ho potuto farmi consegnare la spesa, e neanche possiamo ordinare una pizza o un sushi o che so io. Perché cinque piani con la spesa e con 15 chili di bambino che spesso si addormenta in macchina mentre torniamo dal supermercato non sono mica uno scherzo, eh! E questo deficiente di amministratore continua a fregarsene. Se torno a nascere faccio l’amministratore di condominio, lascio tutti nella cacca e godo moltissimo).
Drum arriva abbastanza senza fiato, ma non è cambiato molto dall’anno scorso: appena un po’ più brizzolato e con qualche capello in meno, compensato da un filo di pancia in più, tenuta peraltro benissimo dentro il completo nero tra la Iena e il Blues Brother. Totale, 44 anni. Portati da 44enne con un certo stile.
Comme d’habitude, si stappa lo spumantino benaugurale e si chiacchiera di quello che è successo nei 12 mesi trascorsi dall’ultima visita. Si parla di piccoli acciacchi, più che altro malfunzionamenti del sistema dovuti all’usura e al paranoico trascorrere del tempo milanese. Si stappa un altro spumantino. Ci chiede della macchina rubata, e si sottolinea l’efficienza dell’assicuazione, che 48 ore dopo il fattaccio ci aveva fornito di un’auto sotitutiva, una Musa con cambio automatico (un incubo i primi giorni, io ho bisogno di “sentirla” la macchina, e con il cambio automatico non c’è verso. Poi l’ho rivalutata parecchio dopo avere affrontato in sua compagnia una coda di due ore in tangenziale: lì il cambio automatico è stato una mano santa). Lo spumantino è finito, si stappa un bianco fermo. Si parla anche di vecchie conoscenze, una delle quali è appena uscita da un soggiorno a San Vittore, per aver attraversato una frontiera malandrina con un quantitativo non ortodosso di sostanze niente affatto legali in macchina. Cose che capitano, quando si deve mantenere un tenore di vita un po’ sopra le righe: la famiglia chiede, i debiti crescono, e uno si dà da fare come può. Opinabile ma vabbè. Alla sua salute, si attacca il limoncello fatto in casa dalla vicina. E poi si parla delle novità. Il nostro amico si è di recente intrallazzato con i proprietari di un locale molto carino che organizza serate punk. Insomma, un punk anni 80, che attira anche i ragazzini per via del fascino un po’ d’antan, ma che soprattutto mette in condizione gruppi di signori avviati alla mezza età di fare le ore piccole, piccolissime, divertendosi come facevano negli anni 80. Drum ci racconta di quando è uscito da una di queste serate alle 3 del mattino, zuppo per aver pogato tutta la sera, ma incontenibilmente felice. E dei discorsi delle persone che erano lì: “Io ho lasciato i bambini ai nonni, me li vado a riprendere domani”, oppure: “I miei sono con la baby sitter, poi mi tocca accompagnarla a casa, è una ragazzina...”, e ancora: “Sai, la banca è un buon posto per non smettere di crescere (sic)”, e così via. E loro felici, a pogare. Nei loro abiti tra la Iena e il Blues Brother. Qualcuno con i segni indelebili delle ricottine di figli neonati.
Ovviamente gli abbiamo detto di inserirci nella sua mailing list, che non mancheremo sicuramente una di queste seratine in cui si possono cancellare vent’anni senza accorgersene. In compagnia dei gerontopunk.
sabato, gennaio 06, 2007
La cucina di zia Eufemia
Io ho una zia che si chiama Eufemia. Sul serio, non è uno scherzo. E zia Eufemia, sebbene il nome possa suggerirlo, non è una vecchia zitella col cappellino con la veletta e i capelli tutti bianchi che ti offre tè e pasticcini: è una signora di mezza età molto carina, simpaticissima e un po’ strana, con due figli straordinari, Lafiglia, sposata con Ilgenero, e Ilfiglio, sposato con Lanuora. Ha anche un cane, Cane, verso il quale nutre alterni sentimenti: lo cura come un altro figlio ma a volte le viene voglia di strozzarlo.
Zia Eufemia e i suoi figli sono i miei unici parenti a Milano, ma non è per questo che li adoro; è perché sono veramente affettuosi, e veramente simpatici, e veramente strani, presi così tutti insieme. E comunque li amo anche singolarmente.
La più strana di tutti, però, è zia Eufemia, detta La Ufi. Che poi una con questo nome non possa essere proprio normale normale si capisce abbastanza. Anche lei, come il mio amico Antonio, è un social network vivente, di cui fanno parte in primis i suoi figli con relativi consorti, e poi una quantità sesquipedale di amici e fornitori di ogni sorta. Se hai bisogno di qualunque cosa, da un bravo idraulico a un infermiere per le iniezioni a domicilio, La Ufi è sempre la prima a cui rivolgersi: qualcuno nella sua rubrica c’è sicuramente.
Fine del prologo. Ora viene la storia della cucina. La Ufi ha un debole per il baratto: di cose, di tempo, di servizi. Perciò quando la sua amica Caterina l’ha chiamata per dirle che intendeva cambiare la sua cucina e sentire se per caso lei fosse interessata a prendere quella vecchia, zia Eufemia non ha saputo resistere. È andata a vedere la cucina in questione, l’ha definita “nuova” nonostante i suoi trent’anni, e le ha detto di sì. Ma non prima di aver sentito i figli. Così, in una seconda visita, il consiglio di amministrazione di casa Eufemia (figli e relatives) invade la casa di Caterina, e dà il placet definitivo. Poi si discute dei dettagli: Caterina riceverà la nuova cucina per metà dicembre, quindi bisogna far combaciare i tempi di consegna. Nessun problema. Solo un particolare:
“Sai, Eufemia – fa Caterina – io sono abituata ad usare questo forno, e mi dispiacerebbe molto cambiarlo, sai, per via delle intolleranze di mio marito… [questa non l’ho capita, secondo me anche Caterina non è che le abbia tutte a posto… ndr] Perciò, se non ti dispiace, me lo terrei”.
Alla Ufi non dispiace.
Caterina: “Anzi, guarda, ce n’è uno in offerta proprio oggi da Auchan. Lafiglia, non andresti a prendere il forno in offerta da Auchan?”
Lafiglia: “Ma, veramente io avrei delle cose…”
Caterina: “No no, vacci subito, guarda, subito. È un’occasione da non perdere!”
Eufemia: “Da non perdere! Subito, subito!”
Exit Lafiglia, destinazione Auchan.
Ma il forno è troppo grosso e pesante, in macchina non ci sta e comunque per lei è impossibile sollevarlo.
Lafiglia: “Senti, Ilfiglio, ci sarebbe un’emergenza… non è che verresti all’Auchan a prendere il forno per la mamma?”
Ilfiglio: “Il forno??? Senti, sono a 50 km, facciamo sabato…”
Lafiglia: “No, me lo tengono solo per oggi…”
Il figlio arriva, dopo il lavoro, si carica il forno, lo deposita nella cantina di Eufemia. Smadonnando. Ma la mamma è sempre la mamma.
Sennonché, siamo in ballo e balliamo: visto che si cambia la cucina, non sarebbe carino cambiare anche il pavimento (della cucina)? Ma certo! Un paio di preventivi sono esagerati rispetto al lavoro che c’è da fare, e allora Ilfiglio prende in mano la situazione: “Che cosa? 1500 euro per 10 metri quadri??? Non ti preoccupare, mamma, il pavimento te lo mettiamo noi!” (dove “noi” significa figli e relatives). Eufemia è felice (negli occhi le si può distinguere l’immagine di 1500 euro), Ilfiglio e Ilgenero sono pronti alla sfida Piastrellisti per un giorno. E il giorno sarà quello di Sant’Ambrogio, sacro per tutti i milanesi, il weekend lungo che è già un anticipo di Natale e che fa tanto vacanza.
Sant’Ambrogio arriva puntuale, con nubifragio. Il tempo ideale per andare a fare shopping di piastrelle. 300 chili delle medesime vengono trasportate dai due baldi giovani nella macchina, che si piega (molto, moltissimo, si piega, la marmitta fa le scintille contro l’asfalto) ma non si spezza. Inzaccherati. Grondanti acqua e sudore. Chiedendosi perchè non fossero andati via con un last minute, come tutti i milanesi sani di mente. Insomma, smadonnando (ma la mamma è sempre la mamma).
E inizia il lavoro. Piastrellisti così non si erano mai visti. Il primo pacco di piastrelle soccombe sotto un uso non proprio ortodosso dell’apposito seghetto. Poi cambiano tecnica: mentre Ilfiglio taglia, Ilgenero versa l’olio direttamente sulla lama. Dio sa perché, funziona, quindi ora si tratta di mettere in bolla e rifilare la portafinestra. Che è il difficile. Ora, secondo le prime stime, grazie al taglio della portafinestra Eufemia non dovrà mai più temere le fughe di gas, perché lì sotto è tutto seghettato e a zig zag, cosicché passa uno spiffero da fare invidia a qualunque presa d’aria fatta ad hoc. Due giorni dopo il pavimento è a posto. Ora la situazione è la seguente: il forno è in cantina, la lavastoviglie in terrazzo e il frigorifero in sala. Tutto il resto è in corridoio, che aspetta di essere portato in discarica.
Arriva il grande giorno. Tra qualche ora la cucina nuova sarà tra le sue nuove pareti e, soprattutto, sul suo nuovo pavimento. Alle 10.30 ecco il vicino di casa incaricato del trasporto in discarica della vecchia cucina.
Ilvicino: “Ufi, sei sicura?”
Eufemia: “Certo che sono sicura! [Ufi è sempre sicura, ndr]”
Ilvicino: “Perché per portare via questa cosa devo spaccarla, e quindi se poi ci sono problemi...”
Eufemia: “E perché dovrebbero esserci problemi?”
Ilvicino: “Allora spacco”
Eufemia: “Spacca”.
E Ilvicino spaccò. Tutto quello che poteva essere ridotto a dimensioni accettabili per l’ascensore fu ridotto. Non un pensile, anche piccolo, non un piano di tavolo, non una mensola sopravvissero alla barbarie di quell’opera di riduzione in pezzi piccoli. Si carica il furgone. Exit Ilvicino, alla volta della discarica. Sono circa le 11.15.
11.30. Driiiin! Driiiiinnn!! Driiiiiiiiiiiiiiiiinnnnnnnn!!!
Eufemia: “Pronto?”
Caterina: “Ufi, sono Caterina”
Eufemia: “Caterina, ciao! Guarda, è appena uscito...”
Caterina: “Ufi, va tutto bene?”
Eufemia: “Certo, ti dicevo che è appena uscito...”
Caterina: “No, perché invece io volevo dirti che c’è un problema...”Eufemia: “Un problema? Stai bene, Caterina? Tuo marito... [per la Ufi, ipocondriaca conclamata, i problemi sono quelli di salute. Tutte le altre cose no, ndr]
Caterina: “Sì, sì, sto bene, è solo che... che, insomma... la cucina nuova è bruciata. Cioè, è bruciata la fabbrica, con la mia cucina nuova dentro”
Eufemia: “...”
Caterina: “...”
Eufemia: “Ommadonna! E come dobbiamo fare?! Io ho già mandato tutto in discarica! È tutto a pezzi! Come facciamo, Caterì?” [questa è una cosa classica di zia Eufemia: quando c’è un problema lo si socializza. È il mal comune mezzo gaudio fatto tecnica di comunicazione interpersonale. Il vantaggio è che nessuno si sente mai solo, lo svantaggio è che se invece il problema era il suo, da questo momento diventa anche tuo. E non sempre è cosa banale, ndr]
Caterina: “Ufi, non sai come mi sento!!! Mi dispiace un sacco! Dicono che mi daranno la cucina a fine gennaio...”
Eufemia: “A fine gennaio? Ma siamo a metà dicembre! C’è un mese e mezzo!”
Caterina: “Guarda, ho pensato una cosa. Loro dicono che mi darebbero una cucina sostitutiva, intanto che la mia non è pronta. Allora io gli ho detto di consegnarla a te, la cucina sostitutiva. Tanto io la mia ce l’ho ancora! Sei contenta, Eufemia? Eufemia?”
Eufemia: “La cucina sostitutiva...”
Insomma, è seguita una settimana di pasti cucinati e consumati da Lafiglia, avendo in casa, la povera zia Eufemia, solo un fornelletto elettrico su cui fare il caffé, visto che per buttare via tutto ha dovuto staccare il gas. Poi è arrivata la cucina-muletto, preceduta da una serie di telefonate con la fabbrica sempre sul filo della follia. Ad oggi zia Eufemia non ha ancora la sua cucina nuova, ma quello che è certo è che ci vorranno ancora dei lavori, perché dovendo cambiarne la disposizione rispetto a quella attuale, bisognerà fare fior di buchi nel top. A cura di Ilfiglio e Ilgenero, che sono proprio bravi con queste cose. Magari smadonnano, ma poi la mamma è sempre la mamma.
Zia Eufemia e i suoi figli sono i miei unici parenti a Milano, ma non è per questo che li adoro; è perché sono veramente affettuosi, e veramente simpatici, e veramente strani, presi così tutti insieme. E comunque li amo anche singolarmente.
La più strana di tutti, però, è zia Eufemia, detta La Ufi. Che poi una con questo nome non possa essere proprio normale normale si capisce abbastanza. Anche lei, come il mio amico Antonio, è un social network vivente, di cui fanno parte in primis i suoi figli con relativi consorti, e poi una quantità sesquipedale di amici e fornitori di ogni sorta. Se hai bisogno di qualunque cosa, da un bravo idraulico a un infermiere per le iniezioni a domicilio, La Ufi è sempre la prima a cui rivolgersi: qualcuno nella sua rubrica c’è sicuramente.
Fine del prologo. Ora viene la storia della cucina. La Ufi ha un debole per il baratto: di cose, di tempo, di servizi. Perciò quando la sua amica Caterina l’ha chiamata per dirle che intendeva cambiare la sua cucina e sentire se per caso lei fosse interessata a prendere quella vecchia, zia Eufemia non ha saputo resistere. È andata a vedere la cucina in questione, l’ha definita “nuova” nonostante i suoi trent’anni, e le ha detto di sì. Ma non prima di aver sentito i figli. Così, in una seconda visita, il consiglio di amministrazione di casa Eufemia (figli e relatives) invade la casa di Caterina, e dà il placet definitivo. Poi si discute dei dettagli: Caterina riceverà la nuova cucina per metà dicembre, quindi bisogna far combaciare i tempi di consegna. Nessun problema. Solo un particolare:
“Sai, Eufemia – fa Caterina – io sono abituata ad usare questo forno, e mi dispiacerebbe molto cambiarlo, sai, per via delle intolleranze di mio marito… [questa non l’ho capita, secondo me anche Caterina non è che le abbia tutte a posto… ndr] Perciò, se non ti dispiace, me lo terrei”.
Alla Ufi non dispiace.
Caterina: “Anzi, guarda, ce n’è uno in offerta proprio oggi da Auchan. Lafiglia, non andresti a prendere il forno in offerta da Auchan?”
Lafiglia: “Ma, veramente io avrei delle cose…”
Caterina: “No no, vacci subito, guarda, subito. È un’occasione da non perdere!”
Eufemia: “Da non perdere! Subito, subito!”
Exit Lafiglia, destinazione Auchan.
Ma il forno è troppo grosso e pesante, in macchina non ci sta e comunque per lei è impossibile sollevarlo.
Lafiglia: “Senti, Ilfiglio, ci sarebbe un’emergenza… non è che verresti all’Auchan a prendere il forno per la mamma?”
Ilfiglio: “Il forno??? Senti, sono a 50 km, facciamo sabato…”
Lafiglia: “No, me lo tengono solo per oggi…”
Il figlio arriva, dopo il lavoro, si carica il forno, lo deposita nella cantina di Eufemia. Smadonnando. Ma la mamma è sempre la mamma.
Sennonché, siamo in ballo e balliamo: visto che si cambia la cucina, non sarebbe carino cambiare anche il pavimento (della cucina)? Ma certo! Un paio di preventivi sono esagerati rispetto al lavoro che c’è da fare, e allora Ilfiglio prende in mano la situazione: “Che cosa? 1500 euro per 10 metri quadri??? Non ti preoccupare, mamma, il pavimento te lo mettiamo noi!” (dove “noi” significa figli e relatives). Eufemia è felice (negli occhi le si può distinguere l’immagine di 1500 euro), Ilfiglio e Ilgenero sono pronti alla sfida Piastrellisti per un giorno. E il giorno sarà quello di Sant’Ambrogio, sacro per tutti i milanesi, il weekend lungo che è già un anticipo di Natale e che fa tanto vacanza.
Sant’Ambrogio arriva puntuale, con nubifragio. Il tempo ideale per andare a fare shopping di piastrelle. 300 chili delle medesime vengono trasportate dai due baldi giovani nella macchina, che si piega (molto, moltissimo, si piega, la marmitta fa le scintille contro l’asfalto) ma non si spezza. Inzaccherati. Grondanti acqua e sudore. Chiedendosi perchè non fossero andati via con un last minute, come tutti i milanesi sani di mente. Insomma, smadonnando (ma la mamma è sempre la mamma).
E inizia il lavoro. Piastrellisti così non si erano mai visti. Il primo pacco di piastrelle soccombe sotto un uso non proprio ortodosso dell’apposito seghetto. Poi cambiano tecnica: mentre Ilfiglio taglia, Ilgenero versa l’olio direttamente sulla lama. Dio sa perché, funziona, quindi ora si tratta di mettere in bolla e rifilare la portafinestra. Che è il difficile. Ora, secondo le prime stime, grazie al taglio della portafinestra Eufemia non dovrà mai più temere le fughe di gas, perché lì sotto è tutto seghettato e a zig zag, cosicché passa uno spiffero da fare invidia a qualunque presa d’aria fatta ad hoc. Due giorni dopo il pavimento è a posto. Ora la situazione è la seguente: il forno è in cantina, la lavastoviglie in terrazzo e il frigorifero in sala. Tutto il resto è in corridoio, che aspetta di essere portato in discarica.
Arriva il grande giorno. Tra qualche ora la cucina nuova sarà tra le sue nuove pareti e, soprattutto, sul suo nuovo pavimento. Alle 10.30 ecco il vicino di casa incaricato del trasporto in discarica della vecchia cucina.
Ilvicino: “Ufi, sei sicura?”
Eufemia: “Certo che sono sicura! [Ufi è sempre sicura, ndr]”
Ilvicino: “Perché per portare via questa cosa devo spaccarla, e quindi se poi ci sono problemi...”
Eufemia: “E perché dovrebbero esserci problemi?”
Ilvicino: “Allora spacco”
Eufemia: “Spacca”.
E Ilvicino spaccò. Tutto quello che poteva essere ridotto a dimensioni accettabili per l’ascensore fu ridotto. Non un pensile, anche piccolo, non un piano di tavolo, non una mensola sopravvissero alla barbarie di quell’opera di riduzione in pezzi piccoli. Si carica il furgone. Exit Ilvicino, alla volta della discarica. Sono circa le 11.15.
11.30. Driiiin! Driiiiinnn!! Driiiiiiiiiiiiiiiiinnnnnnnn!!!
Eufemia: “Pronto?”
Caterina: “Ufi, sono Caterina”
Eufemia: “Caterina, ciao! Guarda, è appena uscito...”
Caterina: “Ufi, va tutto bene?”
Eufemia: “Certo, ti dicevo che è appena uscito...”
Caterina: “No, perché invece io volevo dirti che c’è un problema...”Eufemia: “Un problema? Stai bene, Caterina? Tuo marito... [per la Ufi, ipocondriaca conclamata, i problemi sono quelli di salute. Tutte le altre cose no, ndr]
Caterina: “Sì, sì, sto bene, è solo che... che, insomma... la cucina nuova è bruciata. Cioè, è bruciata la fabbrica, con la mia cucina nuova dentro”
Eufemia: “...”
Caterina: “...”
Eufemia: “Ommadonna! E come dobbiamo fare?! Io ho già mandato tutto in discarica! È tutto a pezzi! Come facciamo, Caterì?” [questa è una cosa classica di zia Eufemia: quando c’è un problema lo si socializza. È il mal comune mezzo gaudio fatto tecnica di comunicazione interpersonale. Il vantaggio è che nessuno si sente mai solo, lo svantaggio è che se invece il problema era il suo, da questo momento diventa anche tuo. E non sempre è cosa banale, ndr]
Caterina: “Ufi, non sai come mi sento!!! Mi dispiace un sacco! Dicono che mi daranno la cucina a fine gennaio...”
Eufemia: “A fine gennaio? Ma siamo a metà dicembre! C’è un mese e mezzo!”
Caterina: “Guarda, ho pensato una cosa. Loro dicono che mi darebbero una cucina sostitutiva, intanto che la mia non è pronta. Allora io gli ho detto di consegnarla a te, la cucina sostitutiva. Tanto io la mia ce l’ho ancora! Sei contenta, Eufemia? Eufemia?”
Eufemia: “La cucina sostitutiva...”
Insomma, è seguita una settimana di pasti cucinati e consumati da Lafiglia, avendo in casa, la povera zia Eufemia, solo un fornelletto elettrico su cui fare il caffé, visto che per buttare via tutto ha dovuto staccare il gas. Poi è arrivata la cucina-muletto, preceduta da una serie di telefonate con la fabbrica sempre sul filo della follia. Ad oggi zia Eufemia non ha ancora la sua cucina nuova, ma quello che è certo è che ci vorranno ancora dei lavori, perché dovendo cambiarne la disposizione rispetto a quella attuale, bisognerà fare fior di buchi nel top. A cura di Ilfiglio e Ilgenero, che sono proprio bravi con queste cose. Magari smadonnano, ma poi la mamma è sempre la mamma.
giovedì, gennaio 04, 2007
L’ultimo baluardo del comunismo
Il comunismo è morto, viva il comunismo. Ma non quello dei partiti, quello è morto e sepolto. Qui si parla del comunismo di tutti i giorni. Che ha un ultimo baluardo: l’accendino.
L’accendino (quello bic o equipollente, da un euro al massimo un euro e mezzo) non appartiene mai a una persona in particolare, men che meno a chi lo ha acquistato. Comprando un accendino da un euro o due si acquista una specie di biglietto per entrare nel giro degli utilizzatori di accendini. Che non sono solo i fumatori, ma anche tutti quelli che hanno bisogno di fuoco, che so, per accendere le candele profumate attorno alla Jacuzzi, o le candeline di compleanno per il figlio duenne, o il gas con quegli accendigas che si comprano dai cinesi e che sono, in pratica, delle prolunghe per dei comunissimi, appunto, accendini.
Difficile rimanere senza accendino; tutt’al più è una situazione che può durare qualche ora, dopodichè viene sanata. Mica comprandone uno, semplicemente perché dal nulla se ne materializzerà uno. O svariati. In comodato d’uso, per lo più, perché tanto prima o poi ti spariscono di nuovo. E il ciclo ricomincia. Quante volte sarà capitato, nella vita di un fumatore, di buttare via un accendono perché scarico? Ecco.
Certo, ci sono i professionisti, che proprio come certi comunisti ricchi di accendini ne hanno a pacchi; ma non ci mettono cattiveria, poverini, è che semplicemente tendono a rimanergli attaccati alla mano, dopo averli usati: gli accendini degli altri, chiaro. In ufficio da me si narra di una collega che ha a casa un posacenere-vuotatasche-insalatiera (le dimensioni dipendono dalla quantità di accendini perduti dal narratore) pieno di accendini, che lei invita i suoi ospiti a prendere e portar via a manciate, tanto sicuramente qualcuno, agli ospiti, lo avrà sicuramente ciulato lei. Perché questi professionisti qui sono sempre generosi: riconoscono di avere un problema, forse addirittura una forma lieve e monotematica di cleptomania, ma invece di andare a farsi curare, riparano come possono. Ti chiedono scusa se si sono appena intascati il tuo bic fucsia trasparente di cui eri tanto orgoglioso, ti invitano ad aprire il cassetto della loro scrivania e servirti senza farti scrupoli, ti offrono da accendere e fingono di dimenticarsi di chiederti l’accendino indietro.
Se non è comunismo questo.
L’accendino (quello bic o equipollente, da un euro al massimo un euro e mezzo) non appartiene mai a una persona in particolare, men che meno a chi lo ha acquistato. Comprando un accendino da un euro o due si acquista una specie di biglietto per entrare nel giro degli utilizzatori di accendini. Che non sono solo i fumatori, ma anche tutti quelli che hanno bisogno di fuoco, che so, per accendere le candele profumate attorno alla Jacuzzi, o le candeline di compleanno per il figlio duenne, o il gas con quegli accendigas che si comprano dai cinesi e che sono, in pratica, delle prolunghe per dei comunissimi, appunto, accendini.
Difficile rimanere senza accendino; tutt’al più è una situazione che può durare qualche ora, dopodichè viene sanata. Mica comprandone uno, semplicemente perché dal nulla se ne materializzerà uno. O svariati. In comodato d’uso, per lo più, perché tanto prima o poi ti spariscono di nuovo. E il ciclo ricomincia. Quante volte sarà capitato, nella vita di un fumatore, di buttare via un accendono perché scarico? Ecco.
Certo, ci sono i professionisti, che proprio come certi comunisti ricchi di accendini ne hanno a pacchi; ma non ci mettono cattiveria, poverini, è che semplicemente tendono a rimanergli attaccati alla mano, dopo averli usati: gli accendini degli altri, chiaro. In ufficio da me si narra di una collega che ha a casa un posacenere-vuotatasche-insalatiera (le dimensioni dipendono dalla quantità di accendini perduti dal narratore) pieno di accendini, che lei invita i suoi ospiti a prendere e portar via a manciate, tanto sicuramente qualcuno, agli ospiti, lo avrà sicuramente ciulato lei. Perché questi professionisti qui sono sempre generosi: riconoscono di avere un problema, forse addirittura una forma lieve e monotematica di cleptomania, ma invece di andare a farsi curare, riparano come possono. Ti chiedono scusa se si sono appena intascati il tuo bic fucsia trasparente di cui eri tanto orgoglioso, ti invitano ad aprire il cassetto della loro scrivania e servirti senza farti scrupoli, ti offrono da accendere e fingono di dimenticarsi di chiederti l’accendino indietro.
Se non è comunismo questo.
martedì, gennaio 02, 2007
Anno nuovo, nuovi propositi
Ecco, anche quest'anno mi metto lì e scrivo i miei buoni propositi. Poi, come sempre, li metto via e li ritiro fuori un anno dopo, segnando quelli che sono andati a buon fine e riflettendo su quelli che sono rimasti lì. Peccato che quelli dell'anno scorso non li trovi più. Comunque, ecco la mia lista.
1) Fare space clearing, e cioè fare in modo che la casa sia distinguibile da una discarica abusiva in cui sia scoppiata una bomba nascosta nei sacchetti di vestiti della Caritas.
2) Perdere 5 kg (questo fa figo e non impegna, quando si vanno a ripescare i propositi dell'anno prima si può sempre dire che le feste di Natale hanno distrutto la slendida forma conquistata nel corso dell'anno).
3) Cambiare lavoro. Lo ripeto da mò, ma sento che questo è l'anno della svolta. C'è per caso qualcuno che abbia voglia di svoltare con me?
4) Uscire di più, tornare ad avere una vita sociale decente, andare al cinema almeno un paio di volte. Nell'anno. Il che la dice lunga su quanto costano le serate cena+cinema, se bisogna aggiungere anche la baby sitter.
5) Tornare in barca! Non dico le regate, ma uno straccio di week end a primavera si potrà fare, no? Una Barcolanina? Un giro di un'oretta sul lago? Suvvia!
6) Aprire la posta. Ieri Alberto mi ha comunicato che da qualche parte - non ha specificato dove - c'è un mucchio di posta per me mai aperta. Chissà perché. Comunque devo starci attenta. Da quest'anno lo farò.
7) Ricordarmi le scadenze fiscali. Niente da dire, qualche giorno fa ho dovuto chiamare la mia commercialista alle 11 di sera perché avevo assoluto bisogno di certi dati per pagare un'ICI già scaduta. Non lo faccio più, giuro.
8) Sistemare la casa. Un tema che ritorna. Dopo lo space clearing, devo rifare il concept. La mia è nata come una casa da single, ed era molto bella, ma quando si è aggiunto prima un fidanzato (poi marito) e poi un figlio la casa ha finito per assomigliare a un campo profughi. Priorità massima.
9) Leggere di più in inglese. Usciamo dal provincialismo.
10) Fare un check-up da tutti i medici a cui sfuggo da un anno. La mia dentista mi ha già telefonato, quindi non ho scuse.
Ecco, dovrebbe essere tutto qui. Non mi sembra particolarmente difficile, stavolta. E fra un anno, su questi schermi, vedremo com'è andata a finire.
1) Fare space clearing, e cioè fare in modo che la casa sia distinguibile da una discarica abusiva in cui sia scoppiata una bomba nascosta nei sacchetti di vestiti della Caritas.
2) Perdere 5 kg (questo fa figo e non impegna, quando si vanno a ripescare i propositi dell'anno prima si può sempre dire che le feste di Natale hanno distrutto la slendida forma conquistata nel corso dell'anno).
3) Cambiare lavoro. Lo ripeto da mò, ma sento che questo è l'anno della svolta. C'è per caso qualcuno che abbia voglia di svoltare con me?
4) Uscire di più, tornare ad avere una vita sociale decente, andare al cinema almeno un paio di volte. Nell'anno. Il che la dice lunga su quanto costano le serate cena+cinema, se bisogna aggiungere anche la baby sitter.
5) Tornare in barca! Non dico le regate, ma uno straccio di week end a primavera si potrà fare, no? Una Barcolanina? Un giro di un'oretta sul lago? Suvvia!
6) Aprire la posta. Ieri Alberto mi ha comunicato che da qualche parte - non ha specificato dove - c'è un mucchio di posta per me mai aperta. Chissà perché. Comunque devo starci attenta. Da quest'anno lo farò.
7) Ricordarmi le scadenze fiscali. Niente da dire, qualche giorno fa ho dovuto chiamare la mia commercialista alle 11 di sera perché avevo assoluto bisogno di certi dati per pagare un'ICI già scaduta. Non lo faccio più, giuro.
8) Sistemare la casa. Un tema che ritorna. Dopo lo space clearing, devo rifare il concept. La mia è nata come una casa da single, ed era molto bella, ma quando si è aggiunto prima un fidanzato (poi marito) e poi un figlio la casa ha finito per assomigliare a un campo profughi. Priorità massima.
9) Leggere di più in inglese. Usciamo dal provincialismo.
10) Fare un check-up da tutti i medici a cui sfuggo da un anno. La mia dentista mi ha già telefonato, quindi non ho scuse.
Ecco, dovrebbe essere tutto qui. Non mi sembra particolarmente difficile, stavolta. E fra un anno, su questi schermi, vedremo com'è andata a finire.
lunedì, gennaio 01, 2007
Buon Anno!
Buon 2007 a tutti, belli e brutti!
Che sia migliore dell'anno appena trascorso, anche per chi crede che meglio di così non è possibile.
Che sia allegro, e che anche i giorni tristi possano essere guardati sempre con un sorriso.
Che sia pieno di amici, anche a costo di sclerare per la casa sempre sovraffollata e per il server sovraccarico.
Che porti dei soldi, se possibile moltissimi, altrimenti almeno quelli che bastano a realizzare le cose importanti (per esempio io con 300.000 euro potrei finalmente avere una casa più grande. Io la butto lì...).
Che porti delle novità, ma di quelle vere, grandi, che ti fanno chiedere come avessi fatto fino a quel momento (una bella novità per me sarebbe l'ascensore, per esempio).
Insomma, che ci sia il sole ogni giorno!
Che sia migliore dell'anno appena trascorso, anche per chi crede che meglio di così non è possibile.
Che sia allegro, e che anche i giorni tristi possano essere guardati sempre con un sorriso.
Che sia pieno di amici, anche a costo di sclerare per la casa sempre sovraffollata e per il server sovraccarico.
Che porti dei soldi, se possibile moltissimi, altrimenti almeno quelli che bastano a realizzare le cose importanti (per esempio io con 300.000 euro potrei finalmente avere una casa più grande. Io la butto lì...).
Che porti delle novità, ma di quelle vere, grandi, che ti fanno chiedere come avessi fatto fino a quel momento (una bella novità per me sarebbe l'ascensore, per esempio).
Insomma, che ci sia il sole ogni giorno!
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