venerdì, luglio 27, 2007

La chiamata

La chiamata è arrivata con qualche giorno di anticipo, ma non specificava il posto e l’ora. Dettagli. Solo per i più ingenui e per quelli che col tempo sono andati ben oltre il pensar male, è stata una sorpresa. E comunque nessuno saprebbe dire se bella o brutta. La sorpresa. L’idea che circola, tra la media delle persone, è che con tutto quello che sta succedendo, prima o poi qualcuno, un portavoce o che so, deve decidersi a parlare.
Invece, diversamente da ogni previsione, il Consiglio ha deciso di prendere la parola direttamente. I pizzini sono fuori moda, da quando sono diventati d’uso comune. Del Consiglio tutto si può dire tranne che non sia originale, nei metodi oltre che nella sostanza. Ora per comunicare con tutti si preferisce il passaparola. Con esiti più che soddisfacenti: stavolta è bastata un’ora. E anche ai più lontani sono stati avvisati.

Lei è scettica. C’è stato un tempo in cui queste chiamate avevano un senso. Erano rare, ok, ma servivano a comunicare qualcosa di serio. O, più raramente, a infiammare gli animi. Ma. Molta acqua sotto i ponti è passata dall’epoca in cui il Consiglio aveva saputo entusiasmare la banda, e, a onor del vero, a quel tempo non era formato dalle stesse persone. Il Consiglio di oggi viene fuori da strategie assai particolari, in cui molti punti fermi sono saltati. Una volta era un privilegio far parte della banda, e i membri del Consiglio conoscevano tutti uno a uno e sapevano tutto di tutti. Adesso no, arriva di tutto e nessuno conosce più nessuno. È sempre un’opportunità per i più giovani, certo, quelli che devono farsi le ossa, che magari hanno alle spalle solo un paio di anni di collegio ma niente di più; del tutto diverso per i più anziani, quelli che hanno provato di tutto e che c’hanno le fedine penali più sporche della faccia di un minatore alla fine del turno di lavoro. Sono professionisti, loro, amano fare bene il loro lavoro, e questo nuovo che avanza tirandosi dietro un sacco di immondizia non è che gli vada proprio giù. I nuovi capi sono litigiosi, fissano regole al mattino che non sono più valide al pomeriggio, applicano l’esercizio sistematico dell’autorità senza nessuna autorevolezza. Anzi, l’esperienza la schifano. Perché dicono che ci vogliono metodi nuovi, nuove strategie. Come se aprire un bordello o una casa da gioco fosse diverso oggi da com’era trent’anni fa. Le puttane sono puttane, ora come allora, solo che una volta “ci voleva, per fare il mestiere, anche un po’ di vocazione”. Adesso tirano su ogni genere di personaggio, purché abbia fame a sufficienza da essere riconoscente per sempre e faccia tosta da vendere per fare passare per buone le loro schifezze.

Ci sono quasi tutti: il Biondo con il suo sorriso teso e la faccia butterata, il Pelato, per l’occasione meno ridanciano del solito, Eleganza con la sua corte di tipini fini, Raffaellacarrà che fissa come una Santa Teresa il punto in cui il Consiglio prenderà posto. E poi il Secco, il Buzzo, C’haidueeuro, Pigliatutto, il Lama, lo Sguincio, Dolly, la Ballerina. E poi la Tata, tutta strizzata in un vestitino rosso con cui probabilmente vuole essere certa di non passare inosservata. Non c’è rischio, del resto: da quando il suo ruolo di Troia del Consiglio è stato ufficializzato, ha ulteriormente incrementato l’altezza dei suoi tacchi, per cui adesso se ne va in giro facendo ondeggiare il culone all’altezza dello sterno altrui: le dà una sensazione di potere altrimenti irraggiungibile, e non ci rinuncerebbe mai.

Sull’onda di questi pensieri lei è arrivata puntuale all’appuntamento, non sentendosi particolarmente socievole. Ha fatto sogni strani, questa notte. Sogni che annunciano cose brutte, brutte assai. Ha sognato una cava di marmo, faceva caldo, c’era il sole a picco e lentamente una fila indiana di disperati raggiungeva la cima dell’enorme blocco e si buttava di sotto. E lei era in fondo, vedeva le persone cadere e le seguiva con lo sguardo durante il volo, e faceva volare degli uccelli grandi e rapaci, che si univano ai corpi sospesi nell’aria in una coreografia macabra ma armoniosa, che la pacificava. Ecco, dopo un sogno così non ci si può svegliare e basta, pensando che tutto andrà bene.

Il Consiglio arriva in gran pompa. La folla si spartisce come le acque del Mar Rosso al passaggio di Mosè. Qualcuno, la maggioranza, sorride di quel sorriso che non fa muovere nessun muscolo facciale oltre a quelli attorno alla bocca; altri, nelle file di dietro, borbottano ma senza farsi accorgere. Subito vicino al Consiglio si affolla tutta una corte di vallette, con la Tata a fare gli onori di casa e le altre a giocare alle grandi amiche – tra di loro e con i consiglieri – mentre flute su flute di finto champagne passano di mano in mano.

Il Presidente è un artista, un animale da palcoscenico. Gesticola il giusto, attraversa il piccolo spazio che si aperto attorno a grandi falcate, distribuisce sorrisi e discrete pacche sulle spalle, un po’ Renzoarbore e un po’ Pippobaudo, ma più piccolo e magro di entrambi, in tenuta décontractée, diversamente da tutti gli altri. Quando prende la parola il silenzio cala di colpo.

“Carissimi. E non potrei chiamarvi altrimenti… (sorriso e sguardo all’ultimo dei galoppini in prima fila), innanzitutto vi ringrazio di essere venuti con un così breve preavviso, ma come forse già saprete e come fra poco vi racconteremo, sono giorni intensi. Stiamo procedendo velocissimi, noi sì, senza preavviso (nuovo sorriso, questa volta al Consigliere n.2).”

Nessuno l’ha vista entrare. È più pallida e tirata del solito, indossa un paio di jeans e una tshirt nera che ha visto giorni migliori, e si trascina a tracolla un borsone di tela nera. La Schiscia.

“Vi devo ringraziare tutti. Perché quest’anno si è aperto fra enormi difficoltà, ma voi, VOI [si sentono tutte le maiuscole] l’avete trasformato nell’anno della conferma. L’Europa è nostra!”

La raffica arriva coma una continuazione dell’applauso scatenato dalle ultime parole del Presidente. E falcia. Falcia il Presidente per primo, e poi il Consigliere n. 2 e il Consigliere n.3, e la Tata, e la Sguincia che non molla mai la Tata.

Lei osserva la scena un po’ defilata. La prima fila non è più la sua tazza di tè da tempo. Fissata nelle retine c’è l’espressione stupita del Presidente, una fissità che sembra chiedersi “Ma chi? Ma perché?”, senza riuscire a darsi una risposta.

Si sentono solo i colpi, il resto è un silenzio assordante.

La Schiscia smette di sparare, ripone la mitraglietta nella borsa ed esce così come era entrata.

giovedì, luglio 19, 2007

Chi ha paura delle vacanze?

Fra 3 giorni è il mio anniversario di matrimonio. Due mesi fa abbiamo preso questo venerdì e lunedì di ferie, programmato le vacanze del piccolo, che sarebbe partito mercoledì per andare dai miei, e deciso di farci un week end da soli. Il primo dopo 3 anni.

Oggi la situazione è la seguente:

  • Gabriele ha avuto la febbre a partire da martedì (dopo una prima ondata di febbrone finita sabato), e oggi, per buon peso, si è svegliato pieno di macchie rosse. La prenotazione per il viaggio è stata rinviata a venerdì, ma non vedo molte possibilità.
  • Il pediatra non voleva visitarlo. Lo farà oggi pomeriggio, dopo che l’ho spaventato con un tono di voce che diceva: “O lo visiti, o ti mando i carabinieri” (il fatto è che anche la scorsa settimana lui non l’ha visitato, e se salta fuori che ha una bronchite – cosa successa l’anno scorso, con la stessa dinamica – stavolta io gli spacco la faccia).
  • Da sabato la tata è in vacanza.
  • Alberto è in ospedale fino a domani per alcuni esami.
  • In casa ci sono gli operai, per rimontarmi delle mensole che hanno smontato loro, perdendo i pezzi necessari a riattaccarle al muro. Mi hanno telefonato dicendo che non possono metterli su perché non ci sono i pezzi. Il pezzo gliel’ho fatto io al telefono, naturalmente.
  • Il capo del personale mi fa dei sorrisi imbarazzati (questa, che potrebbe essere una paranoia dettata magari dal caldo o dalla situazione non proprio fantastica, non lo è affatto, dal momento che l’azienda è in piena ristrutturazione).
  • Non c’è più acqua in tutto l’ufficio.

Quindi, se mai ho avuto solo per un attimo il desiderio di andare in vacanza con mio marito per un week end lungo, mi rimangio subito tutto. Non voglio andare da nessuna parte, voglio stare qui a Milano a difendermi dal caldo e dalla disidratazione a botte di aria condizionata. Fino a ferragosto.

venerdì, luglio 13, 2007

Pillole di saggezza

Hai presente la frasetta che metti in Messenger per accompagnare il tuo profilo? Oggi ho messo questa, che è un po' lunga per quella funzione specifica ma che sento molto vicina a me:

Se l'effetto immediato di un cambiamento è deleterio, allora, fino a prova contraria, lo è anche l'effetto finale


Karl Polany
L'ho rubato dal blog di Luca De Biase. Spero non me ne abbia.

mercoledì, luglio 11, 2007

La dura legge del piramidone

Prima legge di Giuliana sui colloqui di lavoro
Ai colloqui si va sempre.

Non ho fatto molti colloqui nella mia vita lavorativa. Un po’ perché ho iniziato da freelance, e gli incontri che avevo con i miei prospect non erano finalizzati all’assunzione. Un po’ perché, dopo essermi fermata (da un allora cliente), mi trovavo così bene che non sentivo affatto l’esigenza di cambiare. Negli anni tra il 1999 e il 2000 però le agenzie e le varie start up firmate new economy ti trovavano e ti chiamavano, direttamente. A posteriori si può dire che gli attori di questo grande fermento erano così ripartiti:

  • Nel 60% dei casi erano start up con business plan piuttosto fumosi. Un leit motiv era che ti promettevano di diventare miliardario in capo a due anni, grazie ad un generoso programma di stock option e alla quotazione prevista per l’anno successivo. La maggior parte di queste sono sparite alla velocità della luce, quelle rimaste hanno cambiato proprietà esattamente nel periodo previsto per diventare miliardari. Non si sono mai quotate;
  • Per il 30% erano agenzie, per lo più web. Alcune venute da lontano, altre autoctone, ma tutte fermamente decise a sfondare e disposte a triplicarti lo stipendio. Di queste, alcune sono morte subito dopo il primo colloquio, altre dopo il secondo, altre ancora sono sopravvissute. Licenziando gli strapagati della prima ora e prendendo co.co.co. e gente in partita IVA. Anche in questo caso, stock option e quotazioni sono rimaste… opzioni.
  • Per il rimanente 10% erano strutture già solide e sufficientemente grandi da sopportare gli scossoni dello sboom. Non senza dolori e dimagrimenti forzati, ad un certo punto della loro storia, ma tant’è. Siccome la mia era una di queste, non mi sono mossa.

Poi i tempi sono cambiati, e un colloquio è diventato merce rara. Poco male, tra il bimbo piccolissimo e i casini connessi, era veramente impossibile spostarsi. Non che la cosa sia cambiata tanto: chi la vuole una quarantenne con un figlio di - quasi - 4 anni? Anche perché, immagino, tutti penseranno che il mio più grande desiderio sia quello di farne un altro, finché sono in tempo. Di figlio, intendo. Ecco, se qualcuno dei miei potenziali futuri datori di lavoro è in ascolto, lo sappia: Paganini non ripete. Uno è sufficiente. Andassi in menopausa domani, non avrei questo tipo di rimpianto. Fatto, dichiarato pubblicamente, così che nessuno si senta obbligato a farmi domande illegali, oltre che imbarazzanti, in sede di colloquio di lavoro.

Insomma, mi arriva questa email da un social network di cui faccio parte. C’è un tipo che dice che ha trovato interessante il mio profilo e che avrebbe piacere di fare quattro chiacchiere. “Verbalmente”, specifica. Non so, un campanellino suona, quel "verbalmente" è sgradevole come un congiuntivo sbagliato. Ma io devo obbedire alla mia legge, e quindi vado a vedere il profilo del tipo: lontano anni luce da qualunque cosa possa interessarmi. Cerco il sito della sua azienda: si parla di un prodotto innovativo, il settore è l’ICT, potrebbe non essere proprio una bufala; però fra le righe trovo che si parli troppo spesso di network, non è che si tratta di un piramidone?

[Dicesi piramidone la struttura di multilevel marketing, o network marketing, che credo ora si porti di più, perché fa molto internet e internet si porta]

La mia prima legge sui colloqui di lavoro ha un corollario:

Corollario alla prima legge di Giuliana sui colloqui di lavoro
E’ preferibile non fare un colloquio di lavoro quando il lavoro in questione è palesemente un piramidone.

Il tipo mi chiama. Gli chiedo se per caso non si tratta di un piramidone, lui mi risponde di no, e che comunque non ci sarebbe niente di male, visto che anche IBM e Toyota hanno iniziato così; e che dire della Chiesa? Lo stoppo subito, gli chiarisco che se si tratta di una cosa del genere è meglio risparmiare il tempo di tutti e due, e lui mi fissa un appuntamento. In un hotel. Nella hall dell’hotel, ovviamente. La puzza di piramidone è sempre più intensa. Nel corso della breve conversazione telefonica, inoltre, ha detto, parlando del prodotto in questione, che è stato pensato da “quel genio del nostro Presidente [la maiuscola era sonora]”. È un’altra nota stonata. Culto della personalità del fondatore = piramidone. Oppure azienda padronale, ma evidentemente non è questo il caso. In altre parole: sto contravvenendo al corollario alla prima legge sui colloqui di lavoro.

Vado all’appuntamento maledicendo l’hotel in questione, che si trova in una zona di Milano non raggiunta dalla metropolitana e scomoda con qualunque altro mezzo che non sia un taxi. La prima cosa che mi dice il tipo (ricorda un agente immobiliare, per come si presenta) è: “Comodo, no? Quest’hotel…”. Escludo l’ironia, non ha l’aspetto di una persona ironica. Ed eccoci finalmente a parlare. Salta fuori che del mio profilo ha letto solo la descrizione sintetica che lo accompagna. Vabbè, strano modo per fare recruiting. E poi via a parlare del prodotto. Ripete “quel genio del nostro presidente” 5 volte, le ho contate (una o due volte con qualche variante alla sintassi), e le tecniche di persuasione che sta mettendo in atto sono chiarissime, mi sembra di vedere le slide proiettate nell’aula della formazione.

Abbiamo chiacchierato circa 40 minuti. Ha cercato in tutti i modi di convincermi. Ha ritirato fuori l'IBM, la Toyota, poi perfino la Chiesa (qui ho alzato un po' la voce per fermarlo: il pippopne ideologico no, eh?). Mi ha raccontato la storia di una donna delle pulizie rumena che per caso aveva ascoltato uno di questi suoi “colloqui” nella hall dell’albergo in cui lavorava, e ora dirige un network gigantesco in Romania. Lì ho temuto di cedere, lo ammetto. Alla fine mi ha detto: “Ma allora perché è venuta?”. Eh… vallo a spiegare. Vallo a spiegare che ho una legge sui colloqui di lavoro (ovviamente tacendo sul relativo corollario), vallo a spiegare che ero curiosa, vallo a spiegare che fare dei colloqui è il modo migliore per capire dove va il mercato. Ci ho rinunciato. Mi sono limitata a un laconico: “Se mi avesse detto che era per un network marketing non sarei venuta.”

Modificherò il corollario:

Corollario alla prima legge di Giuliana sui colloqui di lavoro
Non si fa un colloquio di lavoro quando il lavoro in questione è palesemente un piramidone.

E poi, un giorno, svilupperò anche i seguenti temi, che si sono portati violentemente alla mia attenzione:
1. perché ce l’ho con il network marketing (tanto da chiamarlo piramidone)?
2. quanto sono snob?
3. agenti immobiliari e venditori hanno lo stesso personal shopper e lo stesso hair stylist?
4. è meglio mantenere il proprio profilo sul social network di cui sopra o seguire l’esempio di Titti e tirarsene fuori?

martedì, luglio 10, 2007

Cronache dalla Lucania (artisticamente) felix

Questa volta niente reportage di una vita vissuta pericolosamente in mezzo alle montagne, insegnando l'inglese a personaggi bizzarri.

Le Cronache dalla Lucania Felix tornano per una segnalazione: la manifestazione Le vie dell'Arte, che si terrà a Tursi il 5 e 6 agosto. Il tema di quest'anno è Lucantropia.

"Vorremmo parlare dell'Uomo [...] della e nella nostra terra. [...] Ritrarre la nostra stessa figura nel nostro tempo, spiegare la nostra identità attuale, figlia della terra a cui apparteniamo ma spesso colta con lo sguardo altrove, lontano, nello spazio e nel futuro. Tante direzioni diverse in un unico contesto. Ma anche tanti contesti diversi in un'unica terra. Una terra variegata come un mosaico di progresso e tradizione, frammentario ed incompleto. Come l'identità di chi la abita.
Un popolo diviso tra asinelli e SUV, tra orti ed internet, tra pascoli e villaggi turistici, fiere di paese e concerti. Un popolo fatto di tante generazioni, ognuna così diversa dalla precedente, con i suoi sogni e le sue paure. C'è chi sogna di partire, e c'è chi parte. E, a volte, sogna di tornare. E c'è poi chi resta e sogna di cambiare, ma nel frattempo si aggrappa con forza alle sue radici. Un popolo disomogeneo eppure cresciuto di esperienze comuni, spesso in contrasto con se stesso, ma unito e solidale, all'occorrenza. Tanti contesti, tante situazioni, tanti volti di un'identità in continuo divenire."

Due giorni di arte, musica, artigianato. Io ci vado, se sono da quelle parti. Magari ci si becca, eh?

venerdì, luglio 06, 2007

Lo zen e l'arte della giocoleria

Ecco, questo è uno di quei post che non nascono per essere pubblicati, ma per dare uno sfogo all’anima: quando l’anima vuole parlare e la si incanala nell’abitudine della scrittura.

C’è una cosa che mi preoccupa molto, una cosa molto seria, di cui non parlerò. È una prova, forse, una di quelle cose che possono/devono modificare a fondo la tua vita per essere superate, o anche solo per poterci convivere. In senso fisico, il convivere, non metaforico.

(La prova è un motivo ricorrente della morale cattolica, e se solo avessi una fede più affilata potrei affidarmi puramente e semplicemente all’Altissimo, pregare e sperare. Purtroppo non è così).

Per fortuna la quotidianità offre miliardi di occasioni per pensare altrove. Le attività si inanellano, spesso private per usura del loro senso, ed occupano tempo come l’acqua occupa spazio senza imporgli una forma. Il lavoro genera lavoro. È il nostro mestiere.

La giornata si può anche aprire con una parvenza di neutralità, né troppo piena né troppo vuota, ma questo vale solo fino alla prima presa di contatto col mondo. Per esempio. Arrivo in ufficio piuttosto presto, perché così è tutto più tranquillo, e posso dedicarmi con calma ad organizzare la giornata. (Non ricordo una sola giornata che sia andata come l’avevo programmata al mattino). Di solito succede che rispondo a una mail, e il destinatario (chi sia non ha la minima importanza, non è in discussione qui il senso, né il significato, né tanto meno il contenuto, ciò di cui si parla è pura forma, espressione, atto) mi manda indietro due cose da fare, una delle quali richiede che io interpelli una terza persona. Lo faccio, e questa può:
1) darmi la risposta che cerco, e in questo caso posso dedicarmi a fare la cosa per la quale mi serviva la risposta, oppure
2) non darmi la risposta che cerco e portarmi a cercarla altrove.
Nel frattempo, avrò ricevuto almeno 3 o 4 mail di quelle con il punto esclamativo – non necessariamente palese, spesso è sottinteso, ed è ancora più periglioso dell’altro – e quindi comincio il balletto vero.

E sì che la giocoleria non è mai stata il mio forte. Ma tant’è, si fa di necessità virtù. Il circo va avanti con un andamento elastico, più intenso in alcuni momenti, più morbido in altri, ma anche quando la pressione diminuisce rimane la vigilanza: se ti rilassi un attimo è matematico che ti arriva una secchiata di cacca sul capo.

Anni fa vivevo molto lo stress da cliente. Ero in contatto costante con i miei interlocutori dall’altra parte della barricata, e in alcune situazioni mi hanno veramente tirata scema. Chiunque lavori in un’agenzia lo sa. Ma in generale non mi aspettavo (né in genere succedeva) che questo avvenisse anche dall’interno. Voglio dire, difficilmente un collega, indipendentemente dalla sua posizione gerarchica, mi rifilava la suddetta secchiata, magari, per buon peso, alle 6 di sera. Poi piano piano le cose sono cambiate. I punti di riferimento sono diventati sempre più scarsi e meno raggiungibili, l’atteggiamento collaborativo sempre più nascosto dietro comportamenti quanto meno discutibili. Sul piano del gusto, come minimo. Verso l’alto e verso il basso, verso destra e verso sinistra. E opplà!

Il vantaggio è che ci si distrae moltissimo dietro a queste minchiate. Che diventano il centro della nostra vita, il qui e ora e la prospettiva insieme, il vicino e il lontano. Narcotizzati dalle email e dalle secchiate di cacca. Più efficaci dell’Orudis, per i dolori dell’anima.

mercoledì, luglio 04, 2007

Pubblicità

I bambini, si sa, amano la pubblicità. Non parlo della pubblicità destinata ai bambini, quella dei giochi e delle merendine, che con un po’ di abilità si riesce anche ad evitare; no no, parlo proprio della pubblicità dei prodotti “per grandi”, quella del praimtaim, insomma.

Gabriele ama la pubblicità, come tutti i bambini. La sua preferita è quella dello scoiattolo puzzone. Quando la vede inizia a ridere come un pazzo, si rotola a terra dalle risate, continua a raccontare la storia tutto eccitato, alza la zampetta tentando di emulare l’animaletto non proprio educato a Oxford. Chissà se questo avrà delle conseguenze sulla sua educazione.

Ieri sera invece si è tenuta la seguente conversazione. In TV c’era la pubblicità di Dolce e Gabbana: lui, lei, la barchetta, mare straordinario.

Gabiele: “Che bello questo mare! Quando andiamo al mare?”
Io (“Sì, domani…”): “Questo è il mare di Capri, Gabri (non è vero che sono così sicura, ma con i bambini meglio avere certezze, quand’anche basate su clamorose fesserie). E quegli scogli alti sono i faraglioni”
Qualcuno dietro di me, mentre nello spot il figone si alza in piedi nella barca e ti aspetti che si stia spogliando: “E lui è un altro faraglione”
Gabriele: “E lei è una faragliona?”

Ecco, appunto.

martedì, luglio 03, 2007

Poesia

Ancora un matrimonio, la mia amica/socia/collega Lasimo. Durante la cerimonia è stata letta questa poesia. Che sia un augurio per tutti, anche per gli irriducibili.

Lovers infinitenesse
di John Donne

If yet I have not all thy love,
Deare, I shall never have it all;
I cannot breath one other sigh, to move;
Nor can intreat one other teare to fall.


And all my treasure, which should purchase thee,
Sighs, teares, and oathes, and letters I have spent,
Yet no more can be due to mee,
Then at the bargaine made was ment,
If then thy gift of love were partiall,
That some to mee, some should to others fall,
Deare, I shall never have Thee All.


Or if then thou gavest mee all,
All was but All, which thou hadst then;
But if in thy heart, since, there be or shall,
New love created bee, by other men,
Which have their stocks intire, and can in teares,
In sighs, in oathes, and letters outbid mee,
This new love may beget new feares,
For, this love was not vowed by thee.


And yet it was, thy gift being generall,
The ground, thy heart is mine; what ever shall
Grow there, deare, I should have it all.


Yet I would not have all yet,
Hee that hath all can have no more,
And since my love doth every day admit
New growth, thou shouldst have new rewards in store;
Thou canst not every day give me thy heart,
If thou canst give it, then thou never gavest it:
Loves riddles are, that though thy heart depart,
It stayes at home, and thou with losing savest it:
But wee will have a way more liberall,
Than changing hearts, to joyne them, so wee shall
Be one, and one anothers All.


Traduzione, perché non è proprio l'inglese del Financial Times.

Infinità d’amanti

Cara, se non ho già tutto il tuo amore,
Mai più l’avrò, perché non ho più fiato
Da sospirare, né riesco a convincere
Un’altra sola lacrima a buttarsi.


Tutto quello che avevo per comprarti
- Sospiri, pianti, lettere e promesse -
L’ho bell’e speso, e non posso pretendere
Più di quanto era inteso nel contratto.


Se il tuo dono d’amore fu parziale
- Un tanto a me, un tanto a qualcun altro -
Cara, giammai t’avrò tutta per me.


O se m’hai dato tutto, tu m’hai dato
Tutto quello che avevi a quel momento;
Ma se da allora nel tuo cuore è nato,
(O nascerà) un amore per qualcuno
Che ha ancora le riserve intatte e può,
Con lacrime, sospiri, giuramenti,
E lettere, offrirti più di me,
Questo amore può creare turbative,
Perché tu non l’avevi sottoscritto.


Da ciò discende che, se è mio il tuo cuore,
La donazione essendo senza clausole,
Anche ciò che vi nasce, cara, è mio.


Ma io non voglio avere ancora tutto,
Chi ha già tutto non può più avere nulla,
E dato che il mio amor cresce ogni giorno,
Dovresti riserbargli nuovi premi:
Non puoi darmi il tuo cuore tutti i giorni,
Se puoi darlo, vuol dir che non l’hai dato.


È un enigma, l’amore: il cuore parte
E sta a casa; lo salvi, se lo perdi.
Ma noi avremo un modo più munifico
Che non scambiarci i cuori: appiccicarli,
Da esser, l’un dell’altra, un cuore e un tutto.