mercoledì, ottobre 31, 2007

Le nuove patologie del lavoro

Due settimane fa la mia amica si è licenziata senza avere un altro posto. Faceva un lavoro piuttosto simile al mio. Un giorno ha deciso che non ci stava più dentro e gliel’ha data su. Insomma, non che la decisione sia stata facile, ma c’è stata. L’ho invidiata molto.

Però guardandomi attorno vedo che l’insoddisfazione da lavoro ha spesso risvolti patologici: sempre più persone manifestano sintomi di vario genere, di origine chiaramente psicosomatica, che si risolvono solo una volta cambiato o lasciato il lavoro. Ho provato a classificarli, ovviamente la tassonomia è aperta a tutti quelli che vogliano contribuire.

Il panicato
Più frequenti nelle donne, gli attacchi di panico compaiono quando la misura è colma. Frequenti in soggetti mobbizzati o sovrallocati, sono fonte di grandissima preoccupazione e vengono trattate per gradi:

  • prima il medico di famiglia, che prescrive una settimana di riposo
  • poi uno psicoterapeuta, che individua un Edipo non risolto
  • poi uno psichiatra, che impone un regime di pane e benzodiazepine
  • poi un guaritore, che impone le mani
  • poi uno sciamano, che somministra tisane imbevibili
  • infine un head hunter, che si rivela l’unico in grado di guarire il soggetto.

Chi inizia a soffrire di attacchi di panico, infatti, è una persona che pondera molto le decisioni, ragion per cui continua a soffrire senza rendersi conto della vera causa del suo disturbo.
Appena cambia lavoro la vita torna a sorridergli. È interessante notare che questo soggetto è forse l’unico che impara dall’esperienza, perché tende a non rimettersi nelle condizioni che l’hanno portato ad un tale calvario.

Il gastrico
La patologia si manifesta con gastriti a cadenza settimanale, che in genere compaiono la domenica mattina e vanno intensificandosi nel corso della giornata, per sfociare in allarmanti nausee mattutine al lunedì. Chi soffre di questa patologia vive con il biberon di maalox sulla scrivania, e si riconosce dal colorito livido e la postura sempre un po’ piegata in avanti. Il soggetto gastrico non migliora mai. Ha un passeggero sollievo ai suoi sintomi quando cambia lavoro, ma tende a tornare alla condizione precedente in un periodo che corrisponde più o meno a quello della fine del periodo di prova. Ad esempio, se il periodo di prova è di sei mesi, verso il quarto ricomincia a star male come un cane per la paura di non essere confermato. Il sintomo scompare di solito alla notizia del superamento della prova, e può ricomparire in un qualsiasi momento successivo.

L’intestinale
Più imbarazzante è il sintomo intestinale. Il colitico in questione è meno regolare del gastritico nel ritmare la comparsa della forma acuta della sua patologia. È più facile che essa si manifesti in momenti topici dell’attività lavorativa: presentazioni, riunioni particolarmente critiche, colloqui con il capo, e così via. La gestione di questo sintomo è quasi sempre artigianale: il colitico non si cura, semplicemente affronta la cosa quando si presenta. Al massimo mangia uno yogurt ogni tanto e se la prende con la Marcuzzi.

Il cervicale
È una delle patologie lavorative più perniciose, dal momento che non ha soluzioni di continuità. Diventa particolarmente molesta per chi lavora con il soggetto in questione, soprattutto d’estate, quando il paziente impone di non accendere l’aria condizionata.
Il cervicale si sveglia tutte le mattine di pessimo umore, i muscoli del collo tesi, e applica una quantità di rimedi che nessun’altra delle categorie presentate ha il coraggio di provare. Il cervicale, nell’ordine:

  • va dal medico per farsi prescrivere borse e borse di medicinali
  • quando l’approccio farmacologico tradizionale non funziona più, va dall’omeopata
  • spese centinaia di euro in rimedi omeopatici, si convince che non è così che risolverà il suo problema, e cambia approccio: questo volta va dall’osteopata e si fa raddrizzare ben bene
  • nel frattempo usa sciarpe di lana e cuscini riscaldati nel microonde (nelle varianti al carbone, con i noccioli di ciliegia, con i noccioli d’uva) per trovare sollievo nelle fasi più acute
  • quando non ce la fa più, va dallo gnatologo e si fa prescrivere un bite per correggere il morso e, di conseguenza, la postura
  • fa yoga e/o ginnastica dolce, in pausa pranzo. Così non fa in tempo ad asciugarsi i capelli dopo la doccia e torna in ufficio più morto che vivo.

Questa pantomima può durare anni, ma finisce solo quando cambia lavoro. E, naturalmente, ricomincia dopo qualche mese.
Da notare: il cervicale si esprime ai massimi livelli durante il week end, quando le tensioni si sciolgono e il corpo “sfoga”.

L’emicranico
Soffre da matti, questo qui. Nel corso della giornata i suoi occhi assumono un aspetto sempre più affaticato, le palpebre calano ma lui è ben lungi dall’addormentarsi. Diventa bianco, poi grigio, poi verde, e sembra dimagrire a vista d’occhio.
L’andamento delle emicranie è proporzionale alla fatica. Al lunedì il soggetto è in condizioni normali, e poi nel corso della settimana sta sempre peggio. Il venerdì è uno straccio, negli uffici più cinici si scommette se passerà il week end. Week end che non sempre lo vede rifiorire subito, perché più spesso per riprendersi gli ci vogliono due giorni. Risultato: al lunedì, quando sarebbe in condizioni di godersi il riposo, lui ricomincia a lavorare e a sfiorire.

L’incriccato
Si piega una mattina per allacciarsi una scarpa e rimane così, fulminato dal colpo della strega. La prognosi va da 1 a 10 giorni, 3 settimane per i casi più gravi. La versione lieve della patologia si manifesta nei momenti di calo di tensione (particolarmente diffusa durante week end e ponti, in generale alla vigilia di una partenza), quella più acuta nei momenti in cui la tensione raggiunge livelli inauditi. Sono presenti in letteratura casi di mal di schiena che si sono manifestati dopo aver lavorato 70 ore la settimana per 4 settimane di seguito, e che hanno richiesto 2 mesi di trattamento.
I più esposti a questa manifestazione sono i precisi e i capri espiatori. Se poi uno è un preciso che spesso si presta ad essere anche capro espiatorio è quasi matematico che si ritrovi incriccato.
L’incriccato cronico ha una postura spesso innaturale, troppo dritto, un colorito che varia dal kaki al giallo e un senso dell’autorità molto sviluppato.

Il calcoloso
È in grado di creare dal nulla calcoli renali a ripetizione, e di farsi venire coliche con una frequenza di una ogni settimana/dieci giorni. La colica si presenta spesso durante il week end, ma non disdegna i periodi di vacanza più lunghi. È l’unica patologia del lavoro che si può manifestare anche a Ferragosto, sia come strascico del rush finale per la chiusura degli ultimi progetti prima delle vacanze, sia, in alternativa, come manifestazione di ansia per l’imminente ritorno alla scrivania.
Il calcoloso ne passa di tutti i colori: notti al pronto soccorso, overdose di antidolorifici per evitare di andare al pronto soccorso e mandare le ultime email prima di concedersi una flebo come si deve, ematomi da flebo, esami, interventi chirurgici e litotrixie ripetute.
La patologia tende a scomparire una volta cambiato lavoro. Ricomparirà dopo un paio di anni.


Il fratturabile
C’è una categoria che è forse la più inquietante, ed è formata da quelli il cui corpo reagisce allo stress da lavoro procurandosi in continuazione delle fratture. Ovviamente non lo fa apposta, ma è quello che: cade dalla moto, magari da fermo o perché un cretino gli va addosso; si rompe il menisco e si massacra il legamento crociato durante una partita di calcetto interaziendale quando era entrato a cinque minuti dalla fine (era rimasto bloccato nel traffico all’uscita dall’ufficio); si spacca un braccio facendo snowboard; si lussa una spalla giocando a tennis col suo capo; si frattura una caviglia durante una partita a golf con un cliente (che lui deve far vincere, e quindi pensa bene di mettere in buca un piede); eccetera eccetera.
Costui si spacca due o tre volte l’anno, e in generale la rieducazione gli occupa i tre-quattro mesi che lo separano dalla caduta successiva. Non soffre di osteoporosi, al contrario in generale è piuttosto giovane e molto sportivo, così quelli che lo vedono massacrato gli dicono sempre: “Ma dài, tu che sei così allenato…”, e lui risponde, invariabilmente: “E sì, ma è stata proprio una caduta da scemo…”.

L'elenco potrebbe continuare, ma non mi viene in mente più niente. Quindi si accettano integrazioni.

Buon ponte a tutti!

lunedì, ottobre 29, 2007

Trattamento gastronomico dei sensi di colpa: l'Osteria della Madonna

Sabato il programma prevedeva di essere a casa di amici a Bereguardo alle 19.00, aperitivo e poi cena. Poi però salta fuori che alle 18.30 sono ancora in ufficio. Allora mi scuso ma tolgo le tende.

Senso di colpa per lo scarso attaccamento al lavoro dimostrato al sabato sera. Mi sento una lavoratrice inaffidabile.

Arrivo a casa senza fiato, Gabriele non mi rivolge la parola perché sa che rimarrà a casa con la nonna, cerco di coinvolgerlo, ma lui niente.

Grande senso di colpa perché ho valutato che fosse meglio per tutti se il bimbo fosse rimasto a casa, potendo per una volta approfittare della presenza della nonna. Mi sento una mamma superficiale.

Mi cambio al volo, ho già mezz’ora di ritardo. Alberto riesce ad uscire senza troppi problemi, io invece rimango con Gabriele appiccicato alle gambe che proprio non ne vuole sapere di lasciarmi andare.

Senso di colpa enorme perché in tutta la settimana appena trascorsa ci saremo visti sì o no per un paio d’ore. Mi sento una pessima mamma.

Facciamo uno scambio. Stasera mi lascia andare, e domani stiamo insieme tutto il giorno.
Troppo poco.
Andiamo a vedere Ratatouille al cinema (ma non insisto troppo, è molto probabile che non ci si potrà andare).
E ovviamente non basta.
Gli regalo un Gormita. Questo funziona. Ma i Gormiti devono essere di più. Apre tutte le dita delle mani, come se ne avesse 5 o 6, di mani. Ok. Domani Gormiti. Stasera però fai il bravo. Ok. Buona serata, mamma. Ho appena comprato mio figlio con degli orribili mostriciattoli. Mi sento un politico di bassa lega, una specie di Cetto Laqualunque.

Sono consumata dal senso di colpa perché ho messo in atto esattamente uno dei comportamenti che più facilmente mi irritano negli altri genitori. Mi sento una mamma che predica bene e razzola male.

Però andiamo. Il nostro amico ci annuncia che ci porta all’Osteria della Madonna. Battute scontate e irrilevanti.

Peo, il proprietario, è un signore piccolino, dall’età imprecisata, capello nero un po’ lungo tenuto su con un cerchietto, che parla con gli avventori, gira come una specie di Diavolo della Tanzania per il ristorante e dà ordini a destra e a manca. Ci fa sedere e 10 secondi dopo sulla nostra tavola si materializzano acqua, vino (una Bonarda prodotta dai suoceri) e piatti di antipasti.

Mentre gli antipasti si portano via il mio senso di inadeguatezza come lavoratrice (pura poesia, gli antipasti: frittatina al pesto, torta salata, tortino di funghi, formaggio impanato, prosciutto crudo, coppa al vino e melone) Peo viene a recitarci la lista dei primi. Che 10 secondi dopo la sparizione dei piatti vuoti compaiono e ci allietano: straccetti ai funghi porcini, gnocchi di zucca burro e salvia, pasta e fagioli, pennette salsiccia e radicchio. Gli aromi che ci circondano mi fanno accettare un po' di più il fatto di non essere proprio una mamma modello.

Meraviglia.

I secondi non sono da meno: ci arrivano davanti, sempre in temi da record, fegato alla veneziana, petto d’anatra all’aceto balsamico, tagliata di manzo, filetto ai porcini. Mi dico che forse posso considerarmi almeno una "madre sufficientemente buona".

Sui dolci mi dicono che ci sia stato un calo di performance, ma il mio sorbetto al limone con la vodka era molto buono – e abbondantemente condito di vodka.

Senso di colpa? Neanche per sogno.

Quindi, grazie Peo!

Osteria della Madonna
da Peo
via Cardano 63ang. Via dei Liguri
Pavia (Zona Duomo)
tel 0382/302833
osteriadellamadonna@todine.net

venerdì, ottobre 26, 2007

La solitudine del riccio

Immagine di L'eleganza del riccio

"devi assolutamente leggere l'eleganza del riccio. baci f".

Avevo sentito parlare di questo libro ed era più o meno in agenda, ma se me lo raccomandano così, via sms, come una cosa urgente, non posso proprio aspettare. Mi ha colpito la scrittura, bella, bellissima, la grammatica come via per la bellezza. E la storia, che non inizia subito ma si avvale di un'ampia descrizione del contesto, è delicata come alcuni dei momenti descritti. Nascondersi è un'arte, in questo romanzo, e il disvelamento non può essere senza conseguenze.

Anche leggerlo non può essere senza conseguenze.

martedì, ottobre 23, 2007

Quando ci rubano il week end

Il prossimo week end lavorerò. Niente di strano, è già capitato. Poche volte, perché preferivo farmi le notti piuttosto che farmi rubare gli unici giorni che potevo dedicare agli affari miei.

Credo che chiedere alla gente di lavorare nel week end sia poco serio. Credo autorizzi il cliente a svalutare il lavoro di questa gente, o peggio, a svalutare le persone stesse. Non entro neanche nelle dinamiche interne all’azienda che portano a questo, e che tutti quelli che lavorano in agenzia hanno provato sicuramente: errata pianificazione, spesso, altre volte semplicemente avidità. Si accettano Mission Impossible perché bisogna fatturare, perché questo è un cliente strategico, perché non possiamo permetterci di dirgli di no, perché il cliente è pazzo da legare, perché… Ecco, in queste logiche e nelle loro motivazioni non ci voglio entrare, perché sarebbe uno sterile esercizio di retorica post-sindacale.

Del resto la stessa cosa si potrebbe dire delle notti o, più in generale, dei fuori orario – chiamarli straordinari non descrive la cosa, mai sentito parlare di una sola ora pagata, oltre a quelle previste dal contratto; il che fa decadere il concetto di straordinario.

Ricordo un 23 dicembre di alcuni anni fa. C’era una festa di Natale che l’azienda aveva organizzato in pompa magna per presentare la fusione con un’altra azienda, unitamente all’ingresso in società del nuovo amministratore delegato, che già tutti chiamavamo Il Tristo Mietitore, o Jack Mani-di-forbice, a seconda delle sensibilità.
La festa andò avanti fino a notte fonda, e verso le 3 del mattino un gruppo di profughi particolarmente ridanciani grazie alle abbondanti libagioni decise di andare in ufficio, a trovare una trentina di colleghi che erano lì ancora a lavorare. La spedizione fu un successo. Si ribrindò, naturalmente. Un collega cacciato di casa dalla moglie a causa delle sue – di lui – troppo frequenti serate passate al lavoro, venne convinto a fare ancora un tentativo, ma magari aspettando la mattina, che una moglie che ti ha buttato fuori non ha un gran piacere a vederti tornare implorante alle 5 del mattino della vigilia di Natale.

All’epoca la cosa ci piacque – meno a quelli che dall’ufficio non si erano mai mossi. Oggi ho la netta sensazione che quella notte si sia celebrato un rito antisociale e profondamente immorale. Giusto per chiarire, la metà di quelle persone due settimane più tardi cadde sotto i colpi della falce (o delle forbici).

Il prossimo week end lavorerò, e non invocherò nessuna istanza di principio, né di altro tipo. Però trovo che sia una cosa profondamente stupida.

lunedì, ottobre 22, 2007

Lunedì mattina

Alle 9.45 entra nella stanza uno dei manager. Non è uno che brilla per simpatia, ma tant’è, ognuno ha i manager che si merita. Si avvicina a una delle mie colleghe. Lei di solito è sorridente ed efficiente, sa sempre cosa fare e come farlo, fa trottare i junior senza diventare insopportabile, non perde mai la calma e la lucidità.

Poi però entra lui. La vedo ritirare la testa nelle spalle, sul suo volto dipingersi un’espressione di paura. Lui le rivolge la parola con la malagrazia che gli è propria, lei quasi balbetta. Quando lui le chiede “Che cosa hai scritto?” lei ha lo sguardo smarrito, fa fatica a respirare, mette insieme due o tre cose con difficoltà, evidentemente sta massacrando il suo lavoro delle ultime due settimane.

Lui è implacabile. La cosa veramente sorprendente è che non le sta dicendo di aver fatto un brutto lavoro, al contrario. Sta chiedendo dei chiarimenti e delle integrazioni, ma se lo fa lui suona tutto stonato.

Lei gli risponde ok, lo faccio, ma ancora trema.

Lui esce, con quella che vorrebbe che fosse una battuta, magari per motivarla: “Hai venti minuti. Ce la puoi fare, sì che ce la puoi fare”.

Lui adesso è fuori, lei ha ripreso a respirare.

Ecco, a me, che una signora di quarant’anni abbia paura di un altro signore di quarant’anni, è una cosa che mi fa girare le palle a elica.

Sono le 10 di lunedì. Buona settimana a tutti.

martedì, ottobre 16, 2007

Lucania felix: i nuovi episodi - la convocazione

Ricevo e volentieri pubblico da Valeria, il cui anno scolastico si è aperto con una nuova, entusiasmante esperienza: le graduatorie! Lei ha provato a spiegarmi come funzionano, ma io non ho capito assolutamente niente. Tabula rasa. Però ho trovato il tutto piuttosto divertente.

L’anno scolastico 2007-2008 è cominciato con un certo anticipo. Per dirla tutta è cominciato subito dopo ferragosto, durante le (insperate) vacanze. Per la prima volta nella mia vita, ovvero da quando ho metabolizzato l’idea di dover trovare un lavoro retribuito, volevo rendermi conto di cosa fossero le famigerate “convocazioni”. La bomba era scoppiata nella mia testa il mese prima quando, casualmente, avevo saputo dai soliti ben informati che lo scorso anno erano state esaurite le graduatorie della mia disciplina: tradotto, mi toccava un incarico annuale ma non me ne ero accorta! E già, perché le convocazioni si fanno su internet, nessuno ti manda un telegramma o ti telefona ad uno dei 200 recapiti che negli ultimi dodici anni hai lasciato in giro per provveditorati.

Così quest’anno ho deciso di partecipare alla grande kermesse, o quanto meno di cominciare a capire come funziona. Tralasciando il mio rocambolesco rientro a casa, fra suicidi sui binari e taxi persi, vado alla prima convocazione della stagione. Non ero tra gli invitati quel giorno ma non ho resistito alla tentazione, ed è stata un’esperienza indimenticabile.

Tutto comincia come un evento sociale: un appuntamento dove trovi vecchie amiche di università (gli uomini presenti sono i mariti delle signore incinte e/o tengono i passeggini lontani dall’aula/aria irrespirabile), le colleghe dell’anno prima (quando inconsapevole e incosciente sei entrata nel giro), volti nuovi in trepidante attesa di un incarico come te. Poi, all'improvviso, l’atmosfera cambia. Non appena compaiono sulla soglia della sala i funzionari del provveditorato e i sindacalisti deputati al controllo del regolare svolgimento delle operazioni, le amiche e le colleghe assumono le posizioni d’attacco. Dalle loro borse compaiono graduatorie di tutte le discipline, elenchi delle cattedre disponibili, cartine geografiche (gli spezzoni si possono cumulare se la distanza tra i comuni non supera i 50 chilometri)…oltre agli immancabili panini, pizze, bottiglie di acqua e (una donna incinta) ferri da calza.

La giornata è lunga ma soprattutto calda. In assoluto contrasto con l’aria da mercato del pesce che si scatena in pochi minuti. C’è una cattedra a due ore di strada: i primi cinque dell’elenco hanno preso il sostegno (quando?); ce ne sono due che abitano dall’altra parte della regione, sicuramente rinunciano; quell’altra è stata convocata anche sull’altra graduatoria (come fai a saperlo?); una c’è, ma non risponderà all’appello (perché?); qualcun altro è entrato in ruolo. La rosa dei candidati si restringe e la lotta si fa ancora più dura. I sissini [sono quelli che hanno frequentato la SIS, una specializzazione che dà un sacco di punti, cosicché non si deve fare per forza il concorso. o almeno è quello che ho capito io :) nota di Giuliana] ci precedono. Per forza! Loro hanno pagato a caro prezzo - letteralmente - un’abilitazione che noi abbiamo conquistato SOLO studiando. Ma nel frattempo altre hanno ottenuto il congedo per maternità: tre figli a quanti punti equivalgono? Ma tu sei sulle medie o sulle superiori? E che ne so, vado dove mi chiamano. Ma se non sei stata convocata oggi devi aspettare le chiamate dalle scuole. Cioè? Quando finisce quest’asta – ben lontana dalle immagini di Christy’s – i presidi chiamano i supplenti sulla scorta delle graduatorie del proprio istituto e conferiscono loro un incarico “fino a nomina dell’avente diritto”. Oh mio Dio, questo è troppo! Mi arrendo.

Con la serenità degli ignoranti, dopo qualche giorno accetto un incarico in un liceo scientifico…fino a nomina dell’avente diritto, che deve avere qualcosa a che fare con l’aggiornamento delle graduatorie. La mia supplenza è finita oggi. Domani semplicemente torna la titolare della cattedra, assente per malattia.

lunedì, ottobre 15, 2007

Sei malato? Stattene a casa!

Sono malata. Da ieri. Faccio fatica ad alzarmi dal letto, respiro male, ho una macina da mulino poggiata sulla testa e consumo fazzoletti di carta alla velocità di un'eroina di telenovela brasiliana.

Per un attimo ieri ho anche pensato di andare a lavorare, oggi, visto che ho centinaia di cose da fare, ma poi mi sono detta che (a parte il fatto che fisicamente non ce la faccio, ma questo ieri non lo sapevo) sarebbe scorretto. Nel tempo ho maturato questa convinzione: è scorretto andare al lavoro quando si è malati. Significa infettare tutti. Significa non avere rispetto delle persone che ci circondano. E non è detto che serva, dal momento che il rendimento sul lavoro in condizioni di salute precarie non può essere quello normale. Del resto abbiamo un sistema previdenziale che serve anche per questo.

(Tutta questa tirata non significa che me ne sto a casa ogni volta che ho il raffreddore. L'ho fatto anch'io, di andare a lavorare con 39 di febbre, e non dubito che lo farò ancora.)

Il fatto è che non è visto bene, stare a casa quando si è malati. C'è un margine di tolleranza se ti sei spezzato le braccine in un incidente di moto, ma con la febbre devi essere al tuo posto. Una delle regole non scritte, naturalmente, visto che nessuno si sognerebbe mai di dirtelo.

Beh, non sono d'accordo. Farà anche figo trascinarsi per i corridoi smoccolanti e sbuffanti, millantando notti insonni e febbroni da cavallo, ma dal mio punto di vista è una stronzata.

Se mai avrò un'azienda, stabilirò una policy durissima su questo:

"L'azienda XY è contaria alle epidemie provocate dai collaboratori. Per questo motivo, chi sarà trovato al suo posto di lavoro in condizioni di salute non ottimali e potenzialmente rischiose per gli altri, sarà immediatamente allontanato, con nota di demerito per non aver rispettato la civile convivenza all'interno degli uffici."

Ecco. Oggi me ne starò sotto le copertine, computer sulle ginocchia, a fare quello che posso per il fatturato. Ma la prossima volta che vengo avvicinato da un collega febbricitante gli spezzo le gambine.

venerdì, ottobre 12, 2007

L'indignazione del Travaglio

Ma perché mentre parla, o legge, insomma mentre presenta, Travaglio ha un beffardo sorrisetto sulle labbra, a sottolineare i passaggi più malandrini del suo racconto; e appena finisce, però, la sua espressione diventa di una serietà grave, profonda. Cosmica, direi. Diventa indignato. Palesemente. Qualcuno sa perché?

Cioè, non perché sia indignato (quello è lo stesso motivo per cui siamo indignati noi, o almeno io), ma perché l’indignazione gli crolla sulla faccia in modo così violento e improvviso. Che quasi ti immagini i bruciori di stomaco che lo stanno divorando in quel preciso istante, quando non guarda in macchina, dismette l’espressione da grillo (non Beppe) parlante ma simpatico e mette su quella, appunto, dell’indignazione: labbra serrate, occhi un po’ più aperti del normale, un leggero movimento delle mandibole.

(La parola indignazione in tutte le sue declinazioni mi fa venire in mente il comportamento tipico delle istituzioni, o in generale dell’Autorità in senso più ampio, di fronte a qualcosa di palesemente condannabile, offensivo, oltraggioso, vergognoso. Comportamento dietro il quale c’è quasi sempre il vuoto. Confido nel fatto che dietro l’indignazione di Travaglio ci sia una reale, genuina incazzatura.)

Quindi. Certo che è indignato, se no faceva un altro mestiere, o magari lo stesso ma si specializzava in recensioni di ristoranti, ad esempio. Ma allora perché scegliere la modalità dell’ironia? Così, dai e dai, uno presta il fianco alle peggio patologie psicosomatiche…

giovedì, ottobre 11, 2007

Libri: La donna dello scandalo

Immagine di La donna dello scandalo

"Alla vigilia del processo per abuso di minore contro l'insegnante di ceramica Sheba Hart, la sua sedicente amica del cuore, Barbara, decide di raccontare a un'Inghilterra indignata la 'vera' storia dello scandalo. Ma la sua verità è profondamente deformata dall'ambigua attrazione che prova nei confronti dell'amica, dalla gelosia per il suo studente, dalla frustrazione di zitella attempata. Ed è quindi leggendo in controluce il suo racconto che scopriremo come sia proprio la pretesa amica di Sheba, con le sue rivelazioni tanto imprudenti quanto premeditate, la responsabile dello scandalo e della rovina di chi le ha incautamente confessato i suoi segreti. Il romanzo ha vinto il Booker Prize."

Uno non si rende conto di quanto questo libro sia un pugno nello stomaco finché non è già oltre la metà. E a quel punto è troppo tardi, non c'è modo di tornare indietro (ammesso che si voglia farlo, il che è tutto da dimostrare). Quello che colpisce di più è l'inversione del rapporto tra chi racconta e l'oggetto del suo racconto: ogni descrizione, ogni comportamento descritto, è una vista sui fatti filtrata dalla paura e dalla solitudine.

Bella la scrittura, ma è meglio leggere La donna dello scandalo durante un periodo sufficientemente felice della propria esistenza, e se possibile in ambienti non troppo silenziosi e solitari (l'ideale è il metrò), eventualmente, verso la fine, accompagnati da musica "a contrasto" (un bel rock classico aiuta e dà il ritmo).

martedì, ottobre 09, 2007

Galeotto fu il Maalox

L’altra sera ho avuto una specie di collasso. È andata così. Avevo dei tremendi bruciori di stomaco ai quali avrei voluto stoicamente resistere, ma poi ho ceduto e ho preso un Maalox. Dopo un po’ lo stomaco non mi faceva più male, ma ho iniziato ad avere nausea e brividi, ero fredda come una lastra di marmo e non riuscivo a muovermi né a tenere gli occhi aperti. Poi mi sono addormentata nonostante l’ora (erano le 8 di sera) e al risveglio stavo abbastanza bene.

Non credo sia stata colpa del Maalox. Del resto me lo mangio da così tanti anni che non può avermi tradito così. E poi ho un debito di riconoscenza nei suoi confronti: ha suggellato l’amore tra me e mio marito.

All’inizio della nostra relazione (detta così è piuttosto brutta, ma l’alternativa era “dopo un po’ che stavamo insieme”, che fa troppo ggiovane, e visto che avevamo entrambi passato la trentina non mi sembra il caso) si era verificato un fenomeno notevole: sparita in entrambi la gastrite. Al punto che non sapevamo l’uno della patologia dell’altra. Però una sera – chissà che cos’era successo – Alberto mi fa: “Non è che per caso hai un Maalox?”, e io: “Un Maalox? Sì, dimmi quale preferisci: ho le pastiglie, bianche e gialle, e la sospensione, quale vuoi?”, e intanto spalanco un armadietto dei medicinali per metà monomarca.

Lo sguardo di Alberto si è aperto. La maschera da bruciori di stomaco si è rilassata, la postura è ridiventata normale, spalle giù, posizione eretta, braccia lungo il corpo. E bruciori di stomaco volatilizzati, naturalmente.

Abbiamo brindato con un ricco Maalox in sospensione per festeggiare. Quando si dice anime gemelle.

mercoledì, ottobre 03, 2007

Respiro

Inspira, espira.

La consapevolezza del respiro è una condizione che si verifica solo in determinate, eccezionali, situazioni. Ad esempio se fai un corso di yoga, se devi partorire, se canti o suoni uno strumento a fiato. La consapevolezza dura per il periodo esatto in cui sei impegnato nell’attività che ti porta a controllare il ciclo inspira-espira (questo non vale nel caso del parto, perché quando sei lì l’unico pensiero è che finisca in fretta) e, in qualche misura, te la porti dietro nello spirito dell’applicazione di una tecnica. È strumentale, ed è quasi esclusivamente giocato sul piano meccanico, fisico, della funzione respiratoria resa volontaria (o quanto meno controllata volontariamente).

Inspira, espira.

Poi c’è l’assenza di respiro – che non vuol dire morte. I bambini si tappano il naso e la bocca fino a diventare blu se vogliono ottenere qualcosa. E poi ci sono quelli che trattengono il respiro per vedere i pesci del Mar Rosso o per stabilire un record. Trattenere il respiro non è una cosa che si fa per niente. (Naturalmente non è questo il caso delle persone che si dimenticano di respirare mentre dormono, e così in pratica non sono mai in uno stato di sonno profondo, pur non soffrendo di insonnia. Questi non hanno un’alternativa, se non curarsi.) Trattenere il respiro serve ad ottenere qualcosa: l’attenzione dei genitori o un giocattolo nuovo, una vista esclusiva sul Pesce Napoleone o la citazione nel Guinness dei Primati.

Oppure a sopravvivere.
Inspira, espira.

In qualche misura trattenere il respiro è un modo per non relazionarsi con il fuori. È il diventare un avatar di se stessi. Perciò al sabato mattina, per quanto possiamo avere davanti una giornata piena (di tutte le cose che non abbiamo fatto nel corso della settimana trascorsa), la sensazione è quella di ricominciare a respirare, mettere a riposo l’avatar e ricominciare a vivere. Non sopravvivere, vivere. E la domenica eccolo lì, il respiro che si rompe, il fantasma dell’avatar che bussa alla porta per tornare in servizio.

Inspira, espira.

Questo post disordinato e inconcludente nasce sulla scia di un intervento di Maurice (sorry, non riesco a linkare il post in questione, che succede?) in cui si parlava del lavoro. In un commento dicevo che il “vivere bene” a cui è funzionale il lavoro non è necessariamente in relazione con la qualità della vita. Credo anche che sia il vivere bene sia la qualità della vita siano concetti relativi: relativi a dove vivo, a quanti anni ho, alla mia condizione familiare, alla mia educazione e al tenore di vita cui sono stato abituato dalla mia famiglia di origine. Ma, in senso assoluto, se non si respira non si va da nessuna parte.

Inspira, espira.

lunedì, ottobre 01, 2007

Aiuto per la popolazione Birmana - Help the people of Burma

- Post this meme on your blog -
Note: this is a new kind of online protest that uses blogs to spread a petition globally. To participate, just add your blog by following the instructions in this blog post.
This not an issue of partisan politics, this is an issue of basic human rights and democracy. Please help to prevent a human tragedy in Burma by adding your blog and asking others to do the same. By passing this meme on through the blogosphere hopefully we can generate more awareness and avert a serious tragedy. As concerned world-citizens this something we bloggers can do to help.

How to participate
1. Copy this entire post to your blog, including this special number: 10810810812342.
2. After a few days, you can search Google for the number 1081081081234 to find all blogs that are participating in this protest and petition.
Note: Google indexes blogs at different rates, so it could take longer for your blog to show up in the results.

The situation in Burma and why it matters to all of us
There is no press freedom in Burma and the government has started turning off the Internet and other means of communication, so it is difficult to get news out. Individuals on the ground have been sending their day-by-day reports to the BBC, and they are heartbreaking. I encourage you to read these accounts to see for yourself what is really going on in Burma. Please include this link in your own blog post.

The situation in Burma is increasingly dangerous. Hundreds of thousands of unarmed peaceful protesters, including monks and nuns, are risking their lives to march for democracy against an unpopular but well-armed military dictatorship that will stop at nothing to continue its repressive rule. While the generals in power and their families are literally dripping in gold and diamonds, the people of Burma are impoverished, deprived of basic human rights, cut off from the rest of the world, and increasingly under threat of violence.

This week the people of Burma have risen up collectively in the largest public demonstrations against the ruling Junta in decades. It’s an amazing show of bravery, decency, and democracy in action. But although these protests are peaceful, the military rulers are starting to crack down with violence. Already there have been at least several reported deaths, and hundreds of critical injuries from soldiers beating unarmed civilians to the point of death.

The actual fatalities and injuries are probably far worse, but the only news we have is coming from individuals who are sneaking reports past the authorities. Unfortunately it looks like a large-scale blood-bath may ensue — and the victims will be mostly women, children, the elderly and unarmed monks and nuns.

Contrary to what the Burmese, Chinese and Russian governments have stated, this is not merely a local internal political issue, it is an issue of global importance and it affects the global community. As concerned citizens, we cannot allow any government anywhere in the world to use its military to attack and kill peacefully demonstrating, unarmed citizens.In this modern day and age violence against unarmed civilians is unacceptable and if it is allowed to happen, without serious consequences for the perpetrators, it creates a precedent for it to happen again somewhere else. If we want a more peaceful world, it is up to each of us to make a personal stand on these fundamental issues whenever they arise.

Please join me in calling on the Burmese government to negotiate peacefully with its citizens, and on China to intervene to prevent further violence. And please help to raise awareness of the developing situation in Burma so that hopefully we can avert a large-scale human disaster there.

Thank you.

Qui trovate il testo in italiano. Grazie a Mario l. per la traduzione.
Via Mastermax.