venerdì, novembre 30, 2007

Una sconfitta: La Casta

Immagine di La Casta

Aerei di Stato che volano 37 ore al giorno, pronti al decollo per portare Sua Eccellenza anche a una festa a Parigi. Palazzi parlamentari presi in affitto a peso d'oro da scuderie di cavalli. Finanziamenti pubblici quadruplicati rispetto a quando furono aboliti dal referendum. "Rimborsi" elettorali 180 volte più alti delle spese sostenute. Organici di presidenza nelle regioni più "virtuose" moltiplicati per tredici volte in venti anni. Spese di rappresentanza dei governatori fino a dodici volte più alte di quelle del presidente della Repubblica tedesco. Province che continuano ad aumentare nonostante da decenni siano considerate inutili. Indennità impazzite al punto che il sindaco di un paese aostano di 91 abitanti può guadagnare quanto il collega di una città di 249mila. Candidati "trombati" consolati con 5 buste paga. Presidenti di circoscrizione con l'autoblu. La denuncia di come una certa politica, o meglio la sua caricatura obesa e ingorda, sia diventata una oligarchia insaziabile e abbia allagato l'intera società italiana. Storie stupefacenti, numeri da bancarotta, aneddoti nel reportage di due famosi giornalisti.

Non ce l'ho fatta. Non ho finito di leggerlo. Mi sembrava di vivere in un'unica, lunghissima, densissima, puntata di Report. E non ce l'ho fatta.

All'inizio pensavo che fosse un libro da leggere quando si è arrabbiati: così leggi le cose che ti racconta il libro e dimentichi i tuoi guai. A pagina 13 ero già pesantemente rannuvolata; a pagina 26 ero fuori dai gangheri. Poi però anche quello non è bastato. Anche leggere da arrabbiata non è stato sufficiente a sostenere il peso di vedere il mio Paese inesorabilmente ridotto a testimonial di un globale "è tutto un magna magna". Di vedere me stessa - sempre mediamente convinta delle mie opinioni politiche, spesso a costo di anteporre l'ideologia al buon senso - me stessa sprofondare nel qualunquismo. Che adesso si chiama "antipolitica", fa più chic, ma insomma il senso non cambia. E così ho mollato il colpo.

Magari, una pagina alla volta, continuerò questa esplorazione dei bassifondi in cui si muove l'Italia. Ma tutto in una volta no, non ce la posso fare.

mercoledì, novembre 28, 2007

Toda joia, toda beleza

Questo è un post lungo, sappiatelo. Ma è una storia di scottante attualità, e parla di servizio al cliente.

Quattro anni fa, alla nascita di mio figlio, una mia amica, gallerista, gli regalò una enorme serigrafia polimaterica (si chiama così) di Francesco Musante. Il quadro venne consegnato a me mentre ero a Potenza, dove ero andata per far conoscere alla famiglia il nuovo arrivato. Il quadro è bellissimo e super allegro, ma quanto a portarselo a Milano, no way: è troppo grande. La mia amica si offre di fare lei la spedizione con uno dei suoi corrieri, ma poi per varie vicissitudini la cosa non avviene. Mia madre decide di appenderlo – sempre meglio che tenerlo appoggiato a una parete.

Due settimane fa, il 14 novembre, una congiuntura astrale particolarmente favorevole fa sì che mia madre, coadiuvata da mia sorella, riesca infine ad effettuare la spedizione via Mail Boxes Etc. Due giorni dopo UPS mi consegna il pacco. Il fattorino smadonna un po’ sulle scale, ma ci sono abituata.

Essendo febbricitante, decido di aprirlo più tardi, quando Gabriele tornerà da scuola. E così faccio. Tutti contenti ci mettiamo a spacchettare. E dopo pochissimo tempo ci rendiamo conto che c’è un problema: il vetro si è spaccato, evidentemente l’imballo non ha tenuto. Aprendo il pacco ci rendiamo conto che i vetri hanno danneggiato anche la cornice e il passe-partout; la serigrafia, per fortuna, sembra avere solo un graffio, ma non molto visibile.

Ci rimaniamo malissimo. Gabriele lo battezza subito “il quadro Toda joia toda beleza”, perché il soggetto è lo stesso delle scenografie di Zelig e quindi non può che chiamarsi così. L’imballo viene chiuso da una parte con tutti i vetri, il quadro viene appeso lo stesso, dal momento che tenerlo contro un muro non potrebbe che peggiorare la situazione.

MBE (sul cui sito non ti dicono nulla circa la sorte delle tue spedizioni danneggiate) viene subito avvisato. Mia sorella si fa un punto d’onore nel non lasciare respiro a questi signori – che da subito sono vaghi su quanto riguarda assicurazioni e rimborsi – e va a trovarli tutti i giorni. Dopo una settimana mi chiamano chiedendomi quale sia il valore del quadro. Glielo dico e mi annunciano la prossima visita di un perito UPS per valutare a sua volta i danni. Non sento niente per una settimana.

Stamattina, uscendo di casa, il portinaio mi consegna un avviso di UPS con cui mi comunicano che ieri sono venuti per prendere il pacco. Ovviamente non c’è nessuna possibilità che mi trovino in casa se non mi avvisano, e poi che significa “ritirare il pacco”? Io aspetto un perito, non un fattorino. Così li chiamo. Non riescono a rintracciare la spedizione.

“Ma io non ho gli estremi perché sono fuori casa, è sicura di non poter risalire…”
“Allora dovrebbe chiamare MBE e farsi dare questo numero”
“Ma scusi, visto che le ho dato il numero della tentata presa fatta ieri, lei dovrebbe sapere a cosa si riferiva”
“No, non lo trovo”
“Va bene, ma intanto mi dice perché dovete ritirarlo?”
“Perché le perizie vanno fatte in sede”
“È sicura? A me avevano detto che…”
“Certo. È la nostra procedura”

Chiamo MBE, ma già non sono più tranquilla. Mi risponde una signorina gentile ma tesa, che mi fa notare che UPS dovrebbe avere questo benedetto numero, e che comunque la mia pratica la sta seguendo Gaetano, che ora non c’è. Va bene, grazie. Richiamo UPS.

“Ecco, mi risulta che sono stati fatti già due tentativi”
“Ma come due? Io ho ricevuto un solo avviso”
“Ma i tentativi sono due. Oggi sarà fatto l’ultimo”
“Oggi sarà fatto l’ultimo? Ma non avvisate mai?”
“Dovrebbe essere MBE ad avvisare”
“Va bene, mi sa dire verso che ora passa il fattorino?”
“Oggi”
“Oggi è lungo 24 ore. Un po’ più precisi?”
(Visibilmente scocciata) “Oggi, cosa le posso dire di più?”
(Definitivamente fuori dai gangheri) “E visto che non ci sarò?”
“Non so cosa dirle. È la nostra procedura”

Decido di chiudere prima di consigliarle dove mettersi la procedura, e richiamo MBE. Gaetano o non Gaetano.

“Buongiorno, sono di nuovo io”
“Buongiorno. Avete risolto?” (mi da del voi, noi siamo del sud)
“No, MBE dice che dovevate avvisarmi voi”
“Ma se neanche lo sapevamo!”
“Ok, ma io sono un vostro cliente, non un cliente di UPS. Quindi ora che faccio?”
“Beh, se non potete essere a casa, potete portare voi il pacco in un centro MBE”
“Ok, sabato ce lo porto, allora”“Al sabato sono chiusi”
“Scusi?”
“Sì, al sabato sono chiusi. Lo so, è assurdo, ma è così. Io però posso sentire UPS e dirgli quando possono trovarvi”
“Allora facciamo così. Gli dica di citofonare alla signora X, lei potrà aprirgli”
“Ok, li avviso subito”
“Ok, mi saluti Gaetano”

La signora X è la tata di Gabriele. Abita nel mio palazzo, per cui non dovrebbe avere grossi problemi. Mi rimane sono un dubbio: ma perché si portano via il quadro? A ripensarci, mica glielo voglio dare. Però loro mi dicono che le perizie vanno fatte in sede, quindi… Mi metto d’accordo con la tata.

Che mi chiama, oggi pomeriggio.

“Giuliana?”
“Dimmi, tata”
“Scusa se ti disturbo, ma io sono con il signore dell’UPS, e lui dice che il quadro non lo prende”
“Come? Mi ci fai parlare, per favore?”

“Buongiorno, signore dell’UPS. Mi spiega per favore?”
“Si tratta di un quadro, e io non posso portare via un quadro. Verrà un perito e farà la valutazione”
“Ah, in effetti mi pareva”
“Eh”
“Arrivederci”
“Arrivederci”

Ho richiamato la signora di MBE. Gaetano non c’è. È più facile trovarlo la mattina, tra le 8,30 e le 9 (siamo del sud, iniziamo presto e finiamo presto. Come Luisa e il water).

Domani mattina cercherò di parlare con Gaetano. Su cosa dirgli, ci devo pensare, ma ho un sacco di tempo. Però mi rivolgo a voi: cosa fareste se aveste un enorme cartone pieno di vetri depositato nell’ingresso e un quadro danneggiato appeso al muro? A parte cantare a squarciagola “Toda joia, toda beleza…”?
(La colonna sonora di questo post è implicita)

martedì, novembre 27, 2007

Tu non mi capisci

In ufficio, colleghi al telefono.

Collega A: "Allora, ti ricordi che oggi deve partire la newsletter?"
Collega B: "Domani, non oggi"
Collega A: "No, oggi. Ieri ti ho detto che doveva partire domani, quindi è oggi"
Collega B: "Ma ieri mi hai detto domani"
Collega A: "Sì, ma ieri era ieri e quindi domani è oggi!!!"

Ecco, posso immaginare di impastarmi in un discorso così con mio figlio. Ma se succede in ufficio, così a occhio e croce, mi sa che c'è qualcosa che non va. Nell'aria, magari, o nell'acqua.

venerdì, novembre 23, 2007

Fuga all’Alcatraz

L’ho fatto. Ieri sera ho preso e sono andata all’Alcatraz, un posto di ggiovani che ho smesso di frequentare una decina di anni fa per raggiunti limiti di età. Per un giro strano, sono stata coinvolta in questa serata, e, dopo un’organizzazione degna delle mie migliori performance di project manager, mi sono lanciata nella mia serata cena&disco.

(Due cose di costume sull’organizzazione, giusto perché se qualche mamma-da-poco fosse in ascolto, sappia da subito che cosa l’attende.

La prima cosa da fare, in casi come questi, è fare in modo che il pupo sia sistemato. Non avendo nonni, ho chiesto alla babysitter di “consegnarlo”, alla fine del suo turno, alla vicina-nonna – la mia vicina di pianerottolo, che ha l’età di mia madre e che considera Gabriele un nipote. La quale nonna si è offerta di tenerlo anche a dormire da lei. In pratica l’ho lasciato ieri mattina e l’ho recuperato stamattina alle 7.30 già lavato, vestito e colazionato, tipo bed and breakfast.

Poi c’è la mise. Per stare fuori casa tutto il giorno, 3 strati di maglie sottili sotto una giacca. Così, nel locale, via 2 maglie più pesanti e solo con l’ultima sotto la giacca. La quale è obbligatoria per tenerci il telefono in tasca – metti che chiamasse la nonna… Visto il diluvio che si è abbattuto su Milano ieri, le scarpe con tacco hanno stazionato tutto il giorno in borsa, per venire indossate all’uscita dell’ufficio.)

Nel corso della serata ho buttato giù tre gin tonic (piuttosto cattivi, per la verità, ma uno non va in discoteca per bere bene, anzi, prende il gin tonic proprio perché è difficile da sbagliare) e fumato una sigaretta nella sala fumatori più fetente che abbia mai visto, perfino più punitiva di quella dell’Ikea: neanche un posacenere e un concetto di aerazione piuttosto bizzarro.

L’età media, con mio grande stupore, era piuttosto alta: a occhio e croce sui trenta.
Io: “Ma questa gente era qui anche quando ci venivo nella mia vita precedente! Che ci fanno ancora qui?”
Mio marito: “Questo dimostra che c’è un sacco di gente che non tr**ba”
Io: “…?”
Mio marito: “L’unico motivo per cui puoi andare in discoteca a quest’età è per cercare da tr***are”.
Opinioni.

Ma poi (non so se a riprova della teoria di Alberto) si è verificata una cosa che mi ha riempita d’orgoglio: al bar sono stata tacchinata da uno. Che era di fianco a me mentre stavo per mettere le mani addosso a un tipo che continuava a spingermi. Io, che sono una signora, mi sono girata e gli ho detto: “Scusa, hai qualche problema?” (non al tacchino, a quello che spingeva), con l’aria di quella che stava per diventare il suo problema. Il baldo giovine al mio fianco si è sentito in dovere di intervenire, e insomma mi ha attaccato un bottone di quelli che mi ricordavo da quando andavo in discoteca e mi sentivo in target.

Ma che figata! Alla mia età, posso ancora cuccare! In discoteca! E non ero neanche messa giù da gara (insomma, venendo dall’ufficio…)! Commento di mio marito: “Beh, sei una signora ancora piacente…”.

La signora ancora piacente è molto contenta di questa uscita così inconsueta. Certo, la signora ancora piacente sarebbe più contenta se oggi non avesse un sonno terribile e se non sentisse che, in fondo, non ha più l’età per uscire la sera, tornare a casa alle 2 passate e alzarsi alle 7, e poi andare a lavorare come se niente fosse. Ma la signora ancora piacente affronta a testa alta una giornata mostruosamente pesante e sarebbe pronta a rifarlo subito.

giovedì, novembre 22, 2007

Più spazio alla ricerca

Non l’ho mai fatto, ma un post sulle chiavi di ricerca mi incuriosiva. E allora eccolo qua.

Progeria – è al primo posto, e in effetti tanto tempo fa ho dedicato un post a questa malattia rara e complicata. Da allora alcuni passi avanti sono stati fatti, ma siamo ancora lontani dall’obiettivo, trovare una cura.

Maalox – anche questo è stato oggetto di un post. Topozozo mi faceva notare nei commenti che non avrei dovuto usare il nome commerciale del medicinale in questione. Dal momento che l’ho fatto, non è che la casa farmaceutica mi riconosce qualcosa per la pubblicità?

Diventare papà - … è un affare piuttosto complesso, direi, sul quale mi viene un po’ difficile risponderle così su due piedi…

Lotta comunista – ecco, con loro ho avuto una lunga discussione, sia qui che su Triclinio. Siamo rimasti amici.

Mamme hot – WOW! Avercene la forza, signora mia, non disdegnerei…

Luisa Beccaria sposa – questa mi ha insultato pesantemente. Non glielo perdonerò mai.

La donna dello scandalo – torniamo sulle note hot. Temo di non essere io…

Cacca scura – ma che schifo!

Cellulare squilla microonde – non ho capito: il forno a microonde fa squillare il cellulare? Il cellulare squilla mentre ho qualcosa nel forno a microonde? Sorry, non possiedo competenza in materia, ma tendo a non mettere il cellulare nel forno a microonde, soprattutto mentre squilla. Hai visto mai.

Ci sono problemi con i cuscini con noccioli di ciliegio? – personalmente non ho mai avuto problemi, ma del resto non possiedo nemmeno un cuscino con i noccioli di ciliegio, e quindi forse non sono una fonte attendibile.

Come dare il bianco in casa – olio di gomito!

Come farsi ubbidire da una bimba 7 anni – mi porrò il problema fra tre anni, signora cara. Nel frattempo potrebbe provare con i metodi tradizionali. Non funziona?

Coriera del sesso – ci deve essere qualcuno che mette in giro voci strane sul mio conto. E corriera si scrive con due erre!

Cosa mangia un soggetto colitico – cosa vuole che le dica, signora, io amo cucinare ma non ho un menù specifico per chi soffre di colite...

Depimetro lybra – questa la so. Cioè, so che si dice debimetro, non depimetro. Tanto tempo fa sapevo anche a che serviva, l’oggetto in questione.

Dove consegnare il curriculum da bidella – non qui, signora, non qui. A occhio e croce direi in provveditorato (è pur vero che il mondo della scuola è bello incasinato, eh? Quindi la capisco, signora, se non sa dove sbattere la testa).

Giovani e dialetto milanese – a me??? Che sono terrona e capisco un terzo delle discussioni durante le assemblee condominiali, e che, ahimé, non sono neanche più giovane? Lo considero un affronto.

Giuliana biondo – sbagliato. Sono una mora DOC.

Grammatica: tema quando sei malato – mah…

Io e mamma fumiamo – spero roba buona ;)

Maalox principio attivo – a volte ritornano

Maalox spspensione – arieccolo. Ringrazio il Maalox per gli accessi.

Malox pastiglie – questo però è l’ultimo. Qual è la casa farmaceutica?

Mi dispiace che tu rinunci all'incarico – dispiace anche a me, me ne farò una ragione.

Mia mamma si sposa? – se non lo sai tu…

Provare a mettere in buca – in che senso scusi?

Se i bambini fanno la cacca scura? – non è detto che puzzi di più. Certo, è sempre brutta da vedere, e anche la ricorrenza fra le mie chiavi di ricerca la trovo inquietante.

martedì, novembre 20, 2007

Un orlo è per sempre

Sere fa, di ritorno da una riunione piuttosto delirante (in pratica, un cliente ci ha dato un brief per un sito da mettere online dopo una settimana, cosa che, più che Mission Impossibile, si configura come Solenne Minchiata), vedo da finestrino del taxi uno di questi negozietti dove fanno piccoli lavori di sartoria, e dico alle mie colleghe che quella potrebbe essere una buona idea di business per tirarsi fuori da situazioni come quella in cui ci trovavamo in quel momento. Il taxista è intervenuto dicendo che conosceva quel negozio e che per un orlo prendeva 20 €. 20. €. Un orlo. Ai pantaloni. E c’è gente che ci va.

Scatta l’idea di business. Si trova un locale, anche piccolissimo, ci si trascinano dentro manichini e macchina da cucire, un telefono, un computer per gestire online le prenotazioni e fare CRM (eh? mica una sartina così…) e il gioco è fatto. Si possono proporre convenzioni alle aziende dei dintorni (location, location, location: questa cosa va fatta in una zona di uffici e negozi, non solo dell’uno o dell’altro, così le sciure fanno sciopping in pausa pranzo, ti lasciano il pantalone e tu glielo riconsegni quando escono dall’ufficio), tipo uno sconto o la consegna in azienda, per dire. E poi programmi fedeltà come se piovesse, tessere e punti e chi più ne ha più ne metta. E magari anche comarketing con il ciabattino all’angolo e con la tintoria ecologica. E naturalmente, si parte dall’orlo e poi ci si allarga: a me fa impazzire il restyling dei vecchi vestiti, quelli che non puoi definire neanche vintage, e chi mi impedisce di farlo, tra un orlo e l’altro?
Totale dell’investimento: il locale e le utenze (elettricità e telefono). Beh, più o meno, comunque affrontabile senza finire sul lastrico.

Espongo la mia teoria alle colleghe. Sono pronta per partire. Domattina non mi presento in ufficio e inizio a cercare il locale, quindi mi trovano nei dintorni.

“Ma sarà noiosissimo! Gli orli, che palle!”
Forse. Ma noi facciamo un mestiere tale per cui, se c’è un black out, il frutto del nostro lavoro sparisce. Quando un sito per il quale ci siamo ammazzati per mesi viene messo off line è finito tutto, come se online non ci fosse mai stato. Il nostro lavoro è andato, volatilizzato, dissolto nel nulla.
Vuoi mettere un orlo? Con o senza elettricità l’orlo è lì, e ti sta addosso. E anche quando avrai dismesso quel paio di pantaloni, l’orlo mica se ne va. Rimane, lui. L’orlo resiste.

Un orlo è per sempre.

lunedì, novembre 19, 2007

Assente giustificata

“Brodo? Avrei bidogno... coff coff… di vedere la dottoressa… coff coff…”
“È malata?”
“Sì”
“Beh, provi a venire… ora sono le 10… Verso le 11, 11 e un quarto. Non più tardi, però…”
“Ba bede. A dopo. Grrratie.”

“Buongiorno, doddoressa… Vorrei che mi guardasse la gola, ho la febbre da due giorni e…”
“Apra la bocca. Vediamo se possiamo evitare l’abbassalingua…”
“…”
[La dottoressa fa una faccia schifata] “Ehhh…. Altro che!”
“…?”
“Ha delle tonsille grosse come palle da golf. Vediamo se ci sono placche… [brandisce l’abbassalingua] Non si vedono, ma non si può dire, magari non si vedono e basta, sono nascoste da questi bitorzoli orrendi…”
“…?!”
“Ci sono dei bozzi enormi… Antibiotico immediatamente!”

Ecco, questo succedeva venerdì. In realtà già da mercoledì mi stavo trascinando con 39 di febbre.

Come i bambini.

lunedì, novembre 12, 2007

Mettiamoci una croce sopra

Ma che cosa aspettiamo a mettere una bella lapide di marmo su questo campionato di merda?

giovedì, novembre 08, 2007

Thinking Blogger Award: nominescion!







Sono stata nominata! Da Fabdo di Paroledicioccolato.

La quale mi nomina nientepopodimenoché per il Thinking Blogger Award, che è molto più che un premio, è praticamente un meme!

Funziona così: si nominano 5 blog che ti fanno pensare, e loro vincono automaticamente la splendida targa che sta in cima a questo post.

Quindi, prima di tutto sentitamente ringrazio, anche con lacrimuccia, la succitata Fabdo, le cui belle parole su questo modestissimo blog hanno portato un raggio di sole in tanta precarietà. Grazie!

E quindi passo a mia volta la palla.

Per antica frequentazione, ma soprattutto perché le invidio molto la grinta da vera combattente (nonostante il passeggino), nomino Annachiara e il suo bellissimo blog La Meringa.

Per la sua travolgente simpatia e la sua carica umana formato famiglia, nomino pOpale di Cerchi di Fuoco, il blog che più di qualunque manuale mi ha insegnato a sopravvivere alle riunioni più noiose ;)

Per quello che scrive e per come lo scrive, per la sua capacità di farci entrare nel suo mondo offrendocene uno spaccato degno di un insider trader, nomino il cuoco più figo della blogosfera: Maurice di Bistrot Chez Maurice.

Per il suo modo di farci vedere la sua vita dall'oblò della lavatrice, e sperando di darle una mano nell'ambizioso obiettivo di conquistare il mondo, nomino Chiara di Il Mignolo col Prof.

E infine, ultima ma solo in ordine di blogroll (credo...), per le sue riflessioni che richiederebbero sempre molto più spazio, nomino Brigida dell'omonimo blog.

Insomma, come dicono anche all'Isola dei fetusi e al Grande cugino e chi più ne ha più ne metta, la nominescion non è mai un bel momento, perché tocca scegliere tra quelli che ti stanno a cuore quelli che ti stanno a cuore di più, e insomma naturalmente si vorrebbe che nessuno rimanesse fuori.

E adesso a voi, nominati!

mercoledì, novembre 07, 2007

Le nuove patologie del lavoro – parte seconda

Non avevo intenzione di ritornarci, giuro, ma oggi su Metro in prima pagina c’è questo articolo:

“Tutte le malattie da lavoro atipico” di Fabio Paravisi

Essere precari fa male al conto in banca. E anche allo stomaco, e alla schiena, e agli occhi e al sistema nervoso. Chi lavora senza contratto e non sa da che parte arriverà il prossimo stipendio se n’era già accorto. Così come si era accorto che le malattie le deve evitare anche perché, semplicemente, non se le può permettere. Ora se n’è accorta anche l'Agenzia europea per la sicurezza e la salute sul lavoro, che ha stilato il catalogo delle malattie professionali del precario.
Ecco il referto (pubblicato su Repubblica.it [ma che non ho trovato, quindi tanto peggio per repubblica.it, ndr]): insicurezza psicologica progressiva, stress, gastriti, disturbi cardio-circolatori, problemi nervosi.
Li chiamano “nuovi rischi per la salute derivanti dalle forme di organizzazione del lavoro recenti e atipiche”. E vengono dal fatto che la serie di contratti a breve termine “aumenta la sensazione di insicurezza e marginalità, provocando stress e preoccupazione”. Ai quali, per gradire, si aggiungono anche bullismo e molestie.
Gli esperti dell’Agenzia europea invocano la “necessità di trovare presto vaccini e terapie”. Ai meno esperti un vaccino viene già in mente: si chiama contratto.

Il mio collega R. ridacchia e dice che lui, per fortuna, non ha niente. La mia collega O. ribatte: “E certo, hai il contratto di quattro anni!”.

Questa la situazione. Qualcuno (me compresa) può permettersi il lusso di farci su dell’ironia, altri no. Vacciniamoli!

martedì, novembre 06, 2007

Autocoscienza

La radiosveglia che mi fa aprire gli occhi al mattino è sintonizzata su una stazione che trasmette solo musica rock. Stamattina Alberto medita sulla cosa…

“Ascoltiamo una radio da quarantenni”
“Come?”
“Non senti che dà musica vecchia?”
“Che cosa cambierebbe se sintonizzassi su una radio ggiovane?”
“Che non ci piacerebbe”
“…”