lunedì, febbraio 25, 2008

MEME: cos’è un Blog (reloaded)

Sintetizzando:

  • i blog servono a nascondere una doppia vita (perdonami, bambino mio)
  • i blog sono i punti di partenza per carriere quanto meno strambe (leggi sesso indiscriminato, prostituzione, droga)
  • i blog sono un surrogato del Grande Fratello, uno spazio di visibilità personale (infatti io lo dicevo, che sarei andata volentieri all'Isola dei Famosi, anche se per motivi completamente diversi dalla visibilità)

Proviamo a fare da controcanto a Vespa & Co. Catepol rilancia un meme girato un anno fa: proviamo a spiegare cos'è un blog sui nostri blog. Io ci provo, e naturalmente parlo per me.

Un blog è uno spazio privato. Ci scrivo quello che voglio nei termini che io ho stabilito. Ma soprattutto è lo spazio fisico che mi serve per mettere il becco nella grande conversazione che si svolge in Rete. E quindi è anche uno spazio sociale, oltre che pubblico.

In alcuni momenti, il blog è un surrogato di una psicoterapia, in altri un megafono per far sentire in giro quello che sento, altre volte ancora è una radio che mi serve per chiamare soccorso. Quando ho bisogno di un consiglio da chi ne sa più di me, ad esempio.

Infine, il blog è uno spazio di documentazione. Di quello che è stato, di quello che ho provato, delle cose che mi hanno interessato, e, cosa più importante di tutte, delle persone che ho incrociato.

Questo, è chiaro, non è un meme che si passa. Semplicemente, se guardando il video hai provato pena per i telespettatori di questa patetica messa in scena dell'ignoranza, forse anche tu avrai voglia di dire la tua.

venerdì, febbraio 22, 2008

Condannati all'eterna giovinezza?

Leggo dall'indagine di Adecco (qui la relazione completa) che le aziende non sono attrezzate per far fronte all'invecchiamento della loro popolazione. L'argomento mi tocca da vicino: è già da un po' che sento di star facendo un lavoro "da ggiovane" mentre sono vicina allo stato di vecchia carampana, e se mi vedo tra 10 anni non mi immagino certo a star dietro a creativi, tecnologi e clienti isterici. Preferirei trasferirmi sull'Isola dei Famosi, piuttosto (questo anche subito, mica tra 10 anni, a dire il vero).

La storia è sempre la stessa: se non sei un megamanager entro i 40 anni, e se per di più hai fatto un figlio, per le donne, sei fuori dai giochi. E se guardo i miei colleghi, mi vengono in mente altre professioni "da ggiovane": l'art director, il copywriter, l'esperto di multimedia, quanto possono crescere? Arriva sicuramente un momento in cui o sono diventati direttori creativi (qui la domanda è: per quanti direttori creativi c'è posto al mondo?) o, in alternativa, guru di qualcosa, o...?

En passant, ne parlo con un amico, che mi fa osservare che le aziende - soprattutto quelle del settore digitale, il giovane per eccellenza - non hanno mai superato la fase dell'adolescenza. Aziende ragazzine, insomma, mentre chi ci lavora dentro tanto ragazzino non è più. Affondo sulla scia del mio amico: molte di queste aziende hanno scambiato il loro accresciuto ruolo all'interno dei paradigmi finanziari con un passaggio all'età adulta. Sconfessando il paradigma che le ha condotte fin lì: il gioco. Da un giorno all'altro, le stesse persone che facevano del gioco, del divertimento, della scoperta, la chiave del loro lavoro, di colpo si sono trovate a dover dare conto agli investitori del loro operato. Dicendo addio alla passione. Il risultato è che chi non è più giovanissimo, e quindi non trova più la sua motivazione nella crescita professionale, si sente fuori posto, senza appello.

Dunque per lavorare bene e con soddisfazione siamo condannati a essere giovani almeno fino all'età della pensione? (Certo, c'è sempre l'agriturismo...)

mercoledì, febbraio 20, 2008

Storie di donne

"Mamma, forse non voglio andare, domani, a casa di Lidia"
"Come mai? Pensavo che foste amici..."
"Sì, però non voglio andare a casa sua"
"Giuliana, deve essere perché i fratelli di Lidia un giorno l'hanno messo con le spalle al muro..."
"Con le spalle al muro???"
"Sì, lui usciva da scuola tenendo un braccio sulle spalle di Lidia, e loro l'hanno preso, l'hanno messo con le spalle al muro e gli hanno detto: 'Tu non devi fare queste cose con nostra sorella'. Lui si è un po' spaventato..."

Racconto il tutto ad Alberto: "Che orgoglio, 4 anni e già storiacce di donne!"

lunedì, febbraio 18, 2008

Dall’agriturismo alla PNL (o chi per essa)

Dieci anni fa eravamo tutti all’inizio delle nostre carriere. E quindi si parlava di lavoro solo in termini – diciamo così – funzionali: ho trovato, ho iniziato, ho cambiato…

Dopo qualche tempo la prospettiva era cambiata profondamente: sempre più difficile trovare il senso del nostro lavoro (a prescindere da quale esso fosse), insoddisfazione generalizzata e un sogno che non si è mai realizzato: aprire un agriturismo. Gli argomenti: il contatto con la natura, fare qualcosa “che si vede”, recuperare la dimensione personale e sociale del lavoro, scoprire la possibilità di fare qualcosa con le proprie mani.

L’agriturismo è diventato un luogo dell’anima che, per un po’ di tempo, ha funzionato da isola felice. Subito prima di abbandonarsi ad altri sogni, ancora più effimeri: vincere al Superenalotto, ad esempio, a riprova che il valore del lavoro era stato riposto interamente nei suoi aspetti economici. Lavorare per prendere lo stipendio, insomma. Che è come dire che si è abbandonata ogni speranza di ritrovare quel famoso senso.

E adesso un’altra svolta. Per tre giorni di seguito ho incontrato persone che si stanno muovendo su un nuovo territorio, quello della formazione e della crescita personale. E siamo passati a parlare dall’agriturismo alla PNL, o comunque a tutte le scuole di pensiero che si propongono sul mercato della formazione, del coaching, del counselling, e così via. Non può essere un caso.

Un cambiamento importante, mi pare. Via un sogno, e via anche il nichilismo del Superenalotto. E avanti di nuovo con la ricerca di senso.

martedì, febbraio 12, 2008

Proposte bifronte

Ti è mai capitato?

Ti fanno una proposta. Lì per lì ti sembra una cosa positiva, che ti tira fuori da una situazione che non reggi più e ti apre nuove prospettive.

Ci ripensi dopo un paio d’ore. Cominci a vederne i limiti, e ti chiedi come fare a rilanciare perché sì, ti si aprono nuove prospettive, ma te le stanno facendo pagare troppo care.

La mattina dopo hai solo un pensiero in testa: che te lo stiano mettendo bellamente in [biiip].

lunedì, febbraio 11, 2008

Il lunedì e il codice fiscale

Mi decido stamattina, in ritardo di mesi, a fare una raccomandata con ricevuta di ritorno. Visto che passo alle poste prima di andare in ufficio, resisto alla tentazione di rimandare l’invio di un pacco a casa dei miei, promesso ieri sera, ma che, conoscendomi, loro non si aspettano di ricevere prima dell’estate, quando li raggiungerò per le ferie estive.

Molto contenta per l’energia con cui sto affrontando la nuova settimana, e moderatamente ottimista per la coda non troppo scoraggiante all’ufficio postale, cerco di procurarmi il cedolino per la raccomandata e la scatola con cui inviare la mia roba in anticipo, in uno sportello accanto a quello dei Prodotti Postali. Nessun cliente davanti, dietro un impiegato che ammazza il tempo pulendosi le unghie.

“Deve andare all’altro sportello, quello dove c’è la signora bionda”. Ok, non si può anticipare niente. Ma non saranno certo questi due minuti in più a farmi perdere fiducia nella mia rinnovata efficienza. E infatti, dopo poco, la ragazza che è davanti a me va via dallo sportello e io posso finalmente farmi dare le cose che mi servono. Mentre prelevo il tutto e inizio a compilare la ricevuta per la raccomandata, sento che il volume dietro gli sportelli si alza.

“NON CAPISCO! NON PUO’ PARLARE ITALIANO?”

Evidentemente no. La ragazza che era davanti a me interviene, e chiarisce la questione. Due sportelli più in là c’è un ragazzo svedese che deve mandare a casa sua, appunto in Svezia, un mazzo di chiavi, e deve farlo alla svelta, entro venerdì. Quindi sta chiedendo all’impiegata come fare.

L’impiegata, tutta in agitazione, diventa rossa e comincia a cercare una soluzione. Nel frattempo parla con il ragazzo:

“POSSIAMO FARE CON UN PACCO INTERNAZIONALE. MA NON LE SO DIRE QUANDO ARRIVERA’” (il volume è questo, la dichiarazione circa l’efficacia dell’operazione pure)

La ragazza-traduttrice: “Signora, questo ragazzo ha bisogno che arrivi in fretta, non c’è una soluzione più sicura?”

L’impiegata (alla ragazza): “Sì, ma costa 30 euro, mi sembra troppo caro. Vediamo un po’…”

Il ragazzo parla piano alla traduttrice, ma è visibilmente agitato.

La traduttrice: “Non importa, dice che non gli interessa se è caro, basta che le chiavi arrivano”

L’impiegata: “COSI’ ARRIVANO, GUARDA. SOLO CHE COSTA MOLTO. 30 EURO, CAPISCI, 30 EURO!!!”

La traduttrice: “Dice che va bene. Che cosa deve fare?”

L’impiegata: “QUESTA BUSTA NON VA BENE. CI VUOLE QUEST’ALTRA” - gli porge una busta imbottita, di quelle con le bollicine. “E POI DEVI RIEMPIRE QUESTO.” – e gli porge un modulo.

Lui lo guarda, guarda la traduttrice, le dice che non ha tempo di riempire il modulo, deve andare. La traduttrice gli fa presente che non c’è altro modo e lo aiuta a riempirlo. Finché non arriva alla voce CODICE FISCALE.

La traduttrice: “Signora, lui non ha il codice fiscale”
L’impiegata: “Eh, ma ci vuole”
La traduttrice: “Cioè, non è che non ce l’ha lui, non esiste proprio, in Svezia, il codice fiscale.”

Nel frattempo io ho guadagnato il mio posto dall’altra parte del vetro di fronte alla signora bionda, che guarda la collega con commiserazione e mi passa un ulteriore modulo da riempire (con il quale fanno tre, e io non ho ancora concluso niente). Mentre sono presa in questa faccenda, il ragazzo prende il mio posto. Allo sportello della signora bionda.

La signora bionda: “FIRMI QUI E QUI”
Il ragazzo: “I don’t…”
Intervengo, gli dico che deve firmare, lui mi dice che ha molta fretta, che deve andare, quindi vuole pagare e scappare. Io passo le informazioni alla signora bionda.

La signora bionda: “33 E 35. HAI PRESO LA BUSTA, VERO? SONO ALTRI 30 CENTESIMI”

Traduco. Il ragazzo tira fuori 40 euro e li mette nella finestrella dello sportello.

La signora bionda: “MA QUI MANCA IL CODICE FISCALE. NON SI PUO’ FARE SENZA IL CODICE FISCALE!”
Io: “Signora, mi pare che le abbia già detto che non ce l’ha, il codice fiscale. Se mette gli estremi del suo documento dovrebbe essere sufficiente, no?”
La signora bionda: “E no, eh! Io ho le mie procedure da rispettare. Qui si chiede il codice fiscale, come faccio a non metterlo?”

Io e la lunga coda di clienti che si è formata dietro di me la convinciamo a soprassedere, prendere gli estremi del documento del ragazzo e spedire queste cacchio di chiavi.

La signora bionda: “HAI DETTO CHE CI SONO DELLE CHIAVI? NEL MIO ELENCO NON CI SONO CHIAVI!” (la signora bionda sta selezionando da un menù a tendina il contenuto del complicatissimo pacco che deve spedire).

Il ragazzo è agitatissimo, tira fuori dal portafoglio 4 euro, se ne riprende 10 e mi dice che non gliene frega niente, di far mettere qualunque cosa, lui ha fretta (in effetti questa pantomima dura ormai da 25 minuti). Io riferisco.

La signora bionda: “E no, eh? C’è la mia responsabilità”

Come prima, tutto l’ufficio postale la convince a dichiarare che nella busta c’è un telefono, o un coltello, o una bomboletta spray, insomma qualunque cosa riesca a trovare nel suo elenco, e a lasciar andare il ragazzo, nonché noi stessi, che ormai ci sentiamo ostaggi delle Poste Italiane nonché di un codice fiscale svedese.

La signora bionda: “VA BENE, ECCO. E’ FATTO. TI DO’ IL RESTO… ma dov’è? Dov’è finito???”
Io: “E’ andato. Direi che il resto lo può tenere”
La signora bionda: “Eh, la fate facile voi. Noi abbiamo le procedure…”

Mentre finisce le sue giaculatorie riesce anche a spedire la mia raccomandata e il mio pacco. Ci ho messo in tutto 40 minuti, praticamente senza fare la coda.

p.s.: ok che quando si parla con uno straniero si alza la voce come se lui fosse sordo, ma perché ci si sente anche autorizzati a dargli subito del tu?

martedì, febbraio 05, 2008

194, anzi, un po' meno

Quando una bomba scoppia si porta dietro tutto quanto. E così mentre si mette in discussione la legge 194, ecco che emergono altre chicche di ordinaria ginecologia e ostetricia.

Su Sorelle d'Italia, Flavia Amabile scrive questo illuminante post (comparso anche su La Stampa) in cui racconta l'odissea di una signora attraverso gli ospedali romani, alla ricerca della pillola del giorno dopo. Il problema è che i medici che incontra (di cui fa nomi e cognomi, occhio) si dichiarano obiettori di coscienza.

Ma come obiettori di coscienza? La pillola del giorno dopo non è una pillola abortiva, e l'obiezione di coscienza è prevista solo relativamente all'interruzione di gravidanza.

Metilparaben ci consiglia di denunciare questi medici e ci dà un po' di dritte.

Che a nessuna donna in età fertile venga in mente di ignorare il problema.

Fratelli europei, fateci un favore

Invadeteci.

Fratelli Europei: Invadeteci


SOS Invadeteci!