giovedì, maggio 29, 2008

Questa non è un'assemblea condominiale

Si fa presto a fare un post su un’assemblea condominiale. Lo fanno (lo facciamo) tutti, perché è una di quelle situazioni irresistibili, lisergiche, fuori da ogni logica, che ci fanno desiderare a ritmi ciclotimici serratissimi di non essere lì e di riprendere tutto con una videocamera. E poi postare. E iniziare una radiosa carriera di videoblogger del surreale, e magari perché no lanciarci nel mondo del cinema. Perché l’assemblea condominiale ha questo di assurdo: ci rende tutti uguali. Operai della discarica e direttori commerciali, segretarie e scienziati, impiegati e pompieri: tutti uguali di fronte al Condominio come entità trascendente e all’Amministratore come sua forma immanente. E tutti ugualmente terrorizzati, stanchi, incazzati, non disposti a cedere. Su nulla. E poi si fa un post e ci saranno un sacco di commenti perché chi non vuole dire la sua sull’assemblea condominiale.

Questo però non è un post su un’assemblea condominiale. È un post sulla riunione dei genitori a scuola di mio figlio. Scuola materna, ndr. L’assemblea condominiale c’entra perché anche lì siamo tutti uguali, accomunati dallo stato di Genitori al cospetto delle entità Scuola e Maestre.

La prima parte, la riunione del gruppo dei genitori dei bambini di 4 anni, è stata tutta un garrulare di genitori orgogliosi e maestre che orgogliosamente mostravano il superbo lavoro svolto dai bambini durante l’anno scolastico. Io volevo sotterrarmi perché Gabriele non me ne ha mai parlato (ero così anch’io, quando mia madre mi chiedeva cosa avessi fatto a scuola, io ho sempre risposto “niente”), mentre le altre mamme erano lì che chiedevano chiarimenti su cose a loro riportate dai figli orgogliosi del loro operato. L’obiettivo, ci spiega la maestra che ha seguito questi laboratori, è accompagnare verso la scuola elementare dei bambini competenti.

La seconda parte era quella di classe. Inizio medio-garrulo, sul modello dell’incontro precedente. Poi la Maestra si impone e impone il silenzio.

Maestra: “Chiamo questi bambini enciclopedici. Sanno un sacco di cose, fanno un sacco di cose, la loro agenda è più fitta della mia, i loro week end sono rutilanti. Ma…”

E ci presenta un universo di bambini che facciamo fatica a riconoscere nei nostri figli. Prepotenti, rissosi, egocentrici, prevaricatori; privi del benché minimo senso di rispetto per gli altri: se uno cade, i compagni giù a ridere; abituati a fare quello che vogliono, senza che nessuno chieda mai loro di fare delle cose; e naturalmente fragili, e dipendenti dagli adulti. Ben lontani, sia chiaro, dall’essere autonomi, ché è così che li interpretano i genitori durante i colloqui di metà anno: semplicemente, senza regole.

Questo è, in due righe, la sintesi di un discorso che è durato circa due ore. Con noi genitori da una parte (una decina su 27 bambini), silenziosi, increduli e vagamente imbarazzati, anche un po’ fantozziani, e le maestre dall’altra, con gli sguardi che tradivano quello che probabilmente pensano ogni sera andando a casa o che si dicono tra di loro. Tutte cose troppo poco gentili per poter essere riferite pari pari ai genitori di 27 bambini. Che poi si capisce che non di 27 si tratta, ma di 270, o forse proprio di tutti, di tutta una generazione di bambini – ma piccoli, ripeto, piccoli – che è già una Generazione Qualcosa, o almeno questa è la mia sensazione, e anche quella di altri genitori che sono lì, e di altre persone con cui ho parlato di questa cosa.

La ricetta delle maestre è: riappropriatevi del vostro ruolo di genitori, date loro delle regole (poche ma ferree), educateli alla solidarietà.

Sono uscita dalla riunione con un sacco di domande, che nei giorni successivi ho chiarito man mano che ne parlavo: con altri genitori, con i miei colleghi psicologi, con persone che reputo intelligenti ma non sono né genitori né psicologi. Non ci sono risposte, per ora, solo altre domande. Del resto, se le domande sono quelle giuste, le risposte dovrebbero venire da sé. E siccome ho molta stima nella saggezza delle persone che mi leggono, le giro, buttate un po’ a caso, ma del resto mi è ancora impossibile creare una gerarchia. Voi fate finta che si parla di condominio, e, insomma, parliamone.

La corriera delle domande

Mentre le maestre parlavano, facevano esempi concreti di prevaricazioni, maleducazione, amenità varie. In molti di questi esempi io mi sono riconosciuta, ho riconosciuto i miei compagni della scuola materna (frequentata peraltro pochissimo) e delle elementari. Quindi il problema non è negli atti, negli episodi, ma nel senso di questi atti e di questi episodi. Qual è il senso? Perché oggi diamo una lettura così dura delle stesse cose che trent’anni fa non erano considerate degne di nota?

Dietro l’angolo c’è lo spettro del bullismo. Qui le domande sono diverse. Prima di tutto, i bulli ci sono sempre stati, solo che ora hanno a disposizione i mezzi fisici e tecnologici per mostrare al mondo le loro prodezze. O no? Seconda cosa. Per ogni bullo ci deve essere una vittima, quindi come minimo i bambini/ragazzi sono o di qua o di là. È il bambino che decide dove stare? Che influenza ha l’educazione su questa decisione? Dove sono finite le vie di mezzo, sempre che ci siano mai state?

Una tesi avanzata, e del tutto legittima, è che i bambini non fanno altro che replicare i modelli proposti dagli adulti, e dunque competizione, prevaricazione, arroganza e compagnia bella vengono da questo. Ancora una volta il punto è che queste caratteristiche, negli adulti, fanno spesso la differenza tra un amministratore delegato e un mobbizzato. Traete voi le domande che seguono: come sa chi mi segue da un po’, questo argomento per me è un nervo scoperto.

A proposito dei bambini enciclopedici. Ma, scusate, e che ne è dei bambini competenti da portare alle elementari? Qual è il limite da non oltrepassare, prima che la competenza diventi qualcos’altro? Che cos’è il qualcos’altro? Cosa è giusto insegnare e cosa no? Prendiamo i videogiochi: pare che i bambini siano capacissimi di farli e di scalare livelli, ma non sappiano raccontare la storia che c’è alla base del gioco, non ne colgano la narrazione, per così dire. Una cosa grave. Però sviluppano una coordinazione occhi-mano, una “manualità fine” che noi ci sogniamo, una prontezza di riflessi e una capacità di astrazione senz’altro precoci. Ce ne freghiamo?

La nostra generazione ha ricevuto un’educazione molto diversa, in cui l’autorità non era messa in discussione: se arrivavi a casa con una nota, le prendevi, punto e basta. A prescindere dal fatto che i Maestri fossero bravi o inetti, erano Maestri, e dunque non si discuteva. Oggi noi discutiamo tutto. Stavamo meglio quando stavamo peggio?

Sempre a proposito della nostra generazione. I nostri genitori erano senz’altro più istintivi, difficilmente leggevano e si informavano sui temi della pedagogia quanto facciamo noi. Dall’altra parte, noi dobbiamo leggere un libro anche per imparare a scaldare il latte nel biberon, convinti come siamo che da soli non ce la possiamo fare a portare avanti un compito difficile come quello dell’educatore. Tutta questa consapevolezza non ci sta forse privando dell’istinto? E quando le maestre ci dicono di riprenderci il nostro ruolo di genitori, non è che ci stanno anche chiedendo di usare il buon senso al di là della teoria? E magari anche di avere un po’ più di fiducia in noi stessi, ché non è vero che non sappiamo fare niente se prima non l’abbiamo letto in un libro?

Beh, me ne sono venute altre, molte altre, di domande, ma erano più o meno delle declinazioni di queste. Io non ho risposte. E voi?

venerdì, maggio 23, 2008

I barbari

Immagine di I barbari

"Dovendo riassumere, direi questo: tutti a sentire, nell'aria, un'incomprensibile apocalisse imminente; e, ovunque, questa voce che corre: stanno arrivando i barbari. Vedi menti raffinate scrutare l'arrivo dell'invasione con gli occhi fissi nell'orizzonte della televisione. Professori capaci, dalle loro cattedre, misurano nei silenzi dei loro allievi le rovine che si è lasciato dietro il passaggio di un'orda che, in effetti, nessuno però è riuscito a vedere. E intorno a quel che si scrive o si immagina aleggia lo sguardo smarrito di esegeti che, sgomenti, raccontano una terra saccheggiata da predatori senza cultura. I barbari, eccoli qua. Ora: nel mio mondo scarseggia l'onestà intellettuale, ma non l'intelligenza. Non sono tutti ammattiti. Vedono qualcosa che c'è. Ma quel che c'è, io non riesco a guardarlo con quegli occhi lì. Qualcosa non mi torna." (Alessandro Baricco)

Ho amato il Baricco di Oceano Mare e di Novecento, mi sono sentita presa in giro da quello di Seta e di Castelli di rabbia. Perciò mi sono avvicinata a I barbari con circospezione. Ne avevo letto dei brani su Repubblica, quando uscì a puntate, nel 2006.

Insomma, l'ho trovato illuminante. Nessuna traccia degli esercizi di stile tanto cari al Nostro, né di quei momenti di passione per la lingua che oscura la storia. Solo un'analisi, tra l'etnografico e l'antropologico, tra il sociologo e l'entomologo, a mostrarci i segnali - deboli? mica tanto! - di una mutazione. E i disagi a cui sono sottoposte le generazioni che già hanno le branchie ma anche quelle a cui stanno solo per spuntare, timide. E a darci un'interpretazione del tutto: brillante, anche se, come tutte le cose che spiegano il presente, destinata a vivere solo finché il presente non sarà diventato futuro.

Da leggere con attenzione, e non a letto, a fine giornata. Da leggere senza musica (ma far seguire la lettura dalla musica, quello sì), guardandosi attorno, curiosando negli sguardi e nei movimenti e nei gesti di quelli che stanno attorno. E senza avere fretta: l'osservazione vuole il suo tempo.

mercoledì, maggio 21, 2008

Ricercatori VS Comunicatori

Per una serie di vicende, sono attualmente distaccata presso l’istituto di ricerche di marketing che fa parte dello stesso gruppo dell’agenzia per la quale lavoro normalmente.

A parte aver recuperato 10 anni di vita, mi sono messa come al solito ad osservare i miei nuovi colleghi, e questo è il risultato.

(Per facilità quelli dell’agenzia saranno “i comunicatori”, anche se… vabbè, lasciamo da parte le questioni epistemologiche, sono “i comunicatori” e basta).

I comunicatori dicono dei ricercatori: “Sono monaci buddisti. Sereni, non fumano, non dicono parolacce… e poi che fanno, esattamente?”
I ricercatori dicono dei comunicatori: “Non li capiamo, non ascoltano… e poi che fanno, esattamente?”

Il ricercatore entra in ufficio al mattino: “Buongiorno, [nome e cognome]! Tutto bene?”
Il comunicatore entra in ufficio al mattino. È al cellulare, parla concitatamente con il cliente, che gli sta facendo un mazzo tanto. Mette giù. “Ma vaff…!”

Il ricercatore parla (di lavoro) con un collega: “Che ne dici, ci vediamo con un po' di calma e ne parliamo? Pensavo anche di fare un approfondimento su questa cosa…”
Il comunicatore parla (di lavoro) con un collega: “Noi ci dobbiamo vedere, non ora però, facciamo nel pomeriggio. Anzi, verso le 7 e mezza va bene? Hai controllato il budget, mi sa che stiamo sforando… Guarda che ce la dobbiamo fare per forza, se no il cliente ci toglie la pelle… Senti, ti dovevo dire solo questo. Cià cià”

Il ricercatore parla delle sue letture: “Come mai non hai ancora letto Gomorra? Attrezzati, ci si può stare malissimo… Poi magari andiamo a vederlo al cinema insieme…”
Il comunicatore parla delle letture di qualcun altro: “Gomorra? E di che parla?”

Il ricercatore va a pranzo: “Trattoria o baretto?”
Il comunicatore va a pranzo: “Il baretto no, è troooooppo depression! Pizzeria? Sfigatisssssima, e poi si esce che si puzza… Al ristorante? Troppo pesante? Giappo? No, già andato ieri… Lounge, è un po’ che non ci andiamo…”

Il ricercatore lavora in team: “Vediamoci nel pomeriggio, intanto vi mando un po’ di cose da leggere, ma poi ci mettiamo d’accordo su chi fa cosa”
Il comunicatore lavora in team: “Vi mando un po’ di cose da leggere, ma oggi non faccio in tempo a fare una riunione. Se avete dubbi mandatemi una mail, o un messenger…”

Una ricercatrice annuncia la sua gravidanza: “Congratulazioni, che bello! Adesso non ti sbattere però, le trasferte e i focus [focus group, interviste di gruppo che di solito hanno luogo la sera tardi] ce li smazziamo noi, tu pensa alla creatura…”
Una comunicatrice annuncia la sua gravidanza: “Ah. Conti di stare via tanto? Comincia ad organizzarti per il passaggio di consegne”

Alle 18.30 il ricercatore va a casa: “Buona serata a tutti, eh?”
Alle 18.30 il comunicatore esce dall’ufficio. I colleghi (dopo che è andato via): “Ha un colloquio? Gli si è allagata la casa? Sta male? Non si è portato il computer…”

Per dire.

lunedì, maggio 19, 2008

Scambio di coppie

Non è mica come nei film, no no. Non c’è la luce azzurrina che ti fa vedere benissimo dove ti trovi e cosa hai intorno. C’è un buio pesto, soprattutto se la rappresentazione è già iniziata. Cosa che si è puntualmente verificata sabato sera. Insomma, entriamo nel palco e Lella Costa era lì che declamava. La prendiamo nel mezzo di un discorso su Gardel, e dopo un attimo Andrea Concetti, il basso, inizia a cantare. Un’ora e spacca di tango. Che vola, perché è tutto meraviglioso: la musica, le canzoni, i ballerini, la recitazione. C’è un bis, com’era prevedibile. Il tutto ammorbidisce la sensazione di straniamento dell’inizio, del nostro ingresso nel palco, quando non capivo se ero seduta su una sedia o su uno sgabello, se trattavasi di oggetto amovibile o no, il tutto con l’obiettivo di trovare una posizione sufficientemente comoda per seguire lo spettacolo senza piegarmi dal mal di schiena.

La serata è promossa dalla Fondazione Arturo Toscanini, ed è anche quella di chiusura della stagione del Teatro Municipale di Piacenza. Alla fine dello spettacolo, perciò, siamo invitati nel ridotto del teatro per un piccolo rinfresco con gli artisti. La responsabile della Fondazione corteggia discretamente il mio accompagnatore, che l’anno scorso è stato uno sponsor munifico, e finge di non cogliere il riferimento di lui al fatto che io non sono sua moglie. Al contrario, come per trarsi d’impaccio, quando va via infila in una frase a caso un “la signora” (accompagnato da un cenno del capo verso di me) che suona addirittura ostentato. Come a dire “Ti ho scoperto, brutto maiale, ma vedi che s’ha da fa’ per un assegno…!”.

A me la cosa diverte, al mio accompagnatore, forse, un po’ meno. Sarà perché l’incontro tra gli astanti e sua moglie prima o poi avverrà, e allora magari qualcuno si ricorderà di questo precedente.

Insomma, brindisi con gli artisti, sbocconcelliamo un po’ e decidiamo di andarcene. Usciamo dal ridotto e seguiamo i cartelli che indicano l’uscita. La quale, com’è giusto, è sbarrata. Sentiamo delle voci, cerchiamo di andargli incontro sperando che si tratti di altri ospiti che stanno uscendo, ma li perdiamo. Imbocchiamo una scala, porta ai camerini. Un’altra, al palco. Ma non c’è segno di vie d’uscita. Ecco: lui esce con una che non è sua moglie, la spaccia per tale nel corso di un evento mondano, e per buon peso, prima di andarsene, i due si infrattano nei meandri del teatro.

Arriviamo a casa verso mezzanotte. Mio marito mi sta aspettando in piedi. In realtà non è tanto che è rientrato anche lui. Era a casa del mio accompagnatore, con sua moglie. Mi fa presente che per questa volta va bene, ma la prossima i bambini ce li becchiamo noi.

lunedì, maggio 12, 2008

Badante Blues

Esterno giorno. Sabato pomeriggio al parco. Bambini, vecchietti, badanti.

Gabriele si ripassa O bella ciao, la sua ultima hit. Mentre canta, una voce si aggiunge alla sua, ma non capiamo le parole, e invece di “O bella ciao, bella ciao, bella ciao ciao ciao…” dice “Mama ciao, mama ciao, mama ciao ciao ciao…”. È una signora bionda che fa il coretto. È una badante, e non ha resistito. Ucraina. E mentre canta nella sua lingua, insieme a mio figlio, le brillano gli occhi. E anche a me, a dir la verità (che poi, come aggravante alla tematica della musica linguaggio universale che accomuna i popoli, io c’ho il problema che ogni volta che qualcuno canta dal vivo mi commuovo. I concerti sono una figata).

Insomma facciamo comunella con la badante, mentre la sua signora guarda ostentatamente da un’altra parte, facendo ogni tanto facce schifate come per dire: “Ma che ci troveranno, in questa qua?”. E intanto la badante racconta.

Racconta dei figli e dei nipoti che ha lasciato a casa, che le mancano tanto ma tornare non si può perché costa troppo. Racconta dei silenzi delle sue giornate tutte uguali con una signora che la odia. Racconta del lavoro che ha fatto per trent’anni, e di come poi ha deciso che venire in Italia era la soluzione migliore. Racconta dei vestitini che compra per le nipotine, al mercato però. Racconta di Eltsin, e di come non piaccia a nessuno, e come in generale i russi non piacciano ai cittadini dell’ex Unione Sovietica. Racconta anche di tutti i suoi mercoledì, quando va al pullman che arriva dalla sua città, e delle cose che le mandano da casa (riviste, medicine…), e di come i pacchi siano sempre tutti strappati perché alle dogane “cercano la droga”.

Lei racconta e la sua signora fa versi di disapprovazione, anzi no, di schifo.

Schifo per una sconosciuta che si è introdotta a casa sua e che vorrebbe che le cose andassero come dice lei, ignorando la padrona di casa. Schifo per come cucina, neanche la polenta le si può lasciar fare, non è proprio capace, solo cavoli e patate lesse. Schifo per quanto mangia, vorrebbe sempre un primo e un secondo, almeno a pranzo, perché dice che non sta in piedi se mangia poco come vorrebbe lei, la signora, che 7 fagiolini e un pomodoro scondito fanno da pranzo e cena e spuntino. Schifo per questa vita del cappero, che un giorno fai le tue cose tranquilla e serena, solo con qualche acciacco, e il giorno dopo sei mezzo immobilizzata e dipendi da un’estranea, per di più straniera. Schifo per le maniere della badante, sempre troppo gentile, invadente, onnipresente, che non vorrebbe farla uscire da sola e non è capace di fare la spesa.

Esterno giorno. Ombre un po’ più lunghe, la luce è più densa, l’aria più trasparente. Meno bambini, pochi vecchietti, altrettante badanti.

Si è fatta una certa ora. Dobbiamo andare a casa. Anche la badante e la signora devono andare. Si avviano: la signora qualche passo più avanti, che non la vedano le amiche e non pensino che non ce la fa più ad andare in giro da sola. La badante canta ancora “Mama ciao, mama ciao, mama ciao ciao ciao…”, e penso che scandalo se Gabriele andasse a scuola cantando Bella ciao in ucraino, lo butterebbero subito fuori da tutte le scuole del regno, col clima che c’è. E penso anche che non mi ero mai resa conto che Bella ciao fosse un blues.

venerdì, maggio 09, 2008

Oroscopo del venerdì

Vergine (23 agosto - 22 settembre)
Il mio amico Darius scrive canzoni. È bravo, ma a volte attraversa delle fasi in cui tutto quello che produce sembra finto. Non soffre del blocco dello scrittore. Il suo problema è che si lascia trascinare in un vortice di idee, e la sua mente giocherella all'infinito con ogni impulso che le si presenta. Tempo fa è entrato a far parte dell'Immersion composition society, un'organizzazione che aiuta i "nevrotici di talento" e i "geni tormentati" a smettere di analizzare tutto e a ritrovare l'ispirazione. Una delle tecniche usate è fissare una scadenza che li costringerà a comporre rapidamente. Spero che tu trovi l'equivalente nel tuo campo d'espressione, Vergine. È ora che cominci a sviscerare di meno e a costruire di più.

Questo è l'oroscopo di Rob Brezsny, su Internazionale. Geniale, quest'uomo. Mi sento assolutamente in linea.

giovedì, maggio 08, 2008

Tra Orwell e Harry Potter

A me 'sta cosa del Ministero della Semplificazione mi dà di una via di mezzo tra 1984 e Harry Potter.

Non è che qualcuno me lo spiega, 'sto Ministero, che a me mi viene difficile, ora come ora?

mercoledì, maggio 07, 2008

È che…

È che c’è un sacco di carne al fuoco. C’è stato un cambiamento importante nel mio lavoro, ma il più grosso deve ancora arrivare, e un po’ sono felice e un po’ me la faccio addosso per quello che tutto ciò significherà.

È che siamo riusciti ad andare in vacanza per il pontone, e ci siamo sparati quasi una settimana di Provenza e Costa Azzurra (la Camargue no, quel giorno pioveva). E i miei uomini ora sono tutti felici e abbronzatini, e hanno sperimentato la sera senza TV e non ne sono morti, e quindi ciò li ha necessariamente resi più forti.

È che fra tutte le cose che ho in testa in questo momento faccio un po’ fatica a selezionare. Perché mi vengono in mente mille post al giorno ma poi per una ragione o per l’altra nessuno vede mai la luce.

È che c’è un ingorgo, ecco, sì. Un ingorgo di idee e di progetti e di pensieri e di desideri e di propositi, che sono talmente tanti che non posso scriverli – di alcuni di questi sarebbe ad esempio giusto parlarne prima a mio marito, per dire. Giusto per fare un esempio, da stamattina (adesso è ora di pranzo) ho pensato le seguenti cose:

1) Voglio smettere di fumare. Cioè, questo l’abbiamo pensato anche in vacanza, e allora abbiamo comprato il libro e abbiamo iniziato a leggerlo, e effettivamente mi stava piacendo l’idea, ma poi il libro si è perso tra uno spostamento e l’altro, e mio marito mi ha detto che l’avevo perso io, che era un agito, che non avevo voglia di smettere di fumare e allora ho perso il libro, ma mica apposta. Poi l’abbiamo ricomprato, e però stavolta io non l’ho ancora iniziato, e credo neanche mio marito.

2) La cosa che mi fa veramente paura dello smettere di fumare è ingrassare, che proprio non ne ho voglia, soprattutto prima delle vacanze. Ne ho parlato con una mia amica, che ha smesso di fumare giustappunto con il libro, e lei mi ha detto che era andata talmente in botta per questa cosa che ha iniziato a fare palestra per due ore al giorno, per sei mesi. Ecco, io questo tempo non ce l’ho. Allora come seconda cosa ho pensato che mi regalerò la Wii Fit per il mio compleanno (che però è dopo l’estate, e allora accipicchia forse il libro lo leggerò solo quando sarò adeguatamente attrezzata per non ingrassare come una botte).

3) Voglio iscrivermi al PD e fare attività politica. Sul serio, eh? Perché questo lamentarsi è tutto una chiacchiera da bar e così non va bene. Quindi cerco la sezione più vicina a casa mia, prendo con me il mio collega D. (che abita vicino casa mia e che per il momento è il più appassionato dei miei interlocutori da bar, appunto) e vado, quanto prima. Tremate, tremate.

4) La nostra vita sociale langue, bisogna correre ai ripari. Al più presto far partire un ciclo di cene, diciamo una alla settimana, con un sacco di gente. Cioè, complessivamente un sacco di gente, non tutta insieme che non ci stiamo. E oltre alle persone che vediamo abitualmente, anche persone nuove, che non frequentiamo tanto o che non vediamo da molto. Per esempio, ci sarebbero da invitare F. e la sua nuova famiglia, Ale di cui ho saltato la festa dei 40 anni, la collega che credevo che mio marito volesse metterci su un affaire e invece si è fidanzata, la mia amica E. prima che se ne vada in America, tutta la truppa di Pretaportart che danno un sacco di soddisfazione a chi cucina… Eccetera eccetera.

5) Devo iscrivermi immediatamente ai corsi che mi proietteranno nel resto della mia vita professionale. Quindi al più presto devo finire la selezione e decidermi. Di conseguenza dovrò chiedere le ferie ed ottenerle. Il che non è affatto banale.

6) Ho vissuto un’esperienza straniante, l’odio puro in un contesto al di sopra di ogni sospetto. Quindi devo scriverla, ma non può essere un post, deve avere un respiro più ampio, diciamo un allegato in pdf… di qualunque cosa.

7) Devo caricare su Flickr le foto delle vacanze. Vabbè, questa è facile, ma comunque va fatta.

8) Devo finire il documento sui nuovi e straordinari progetti che ho pensato. Documento che poi dovrò condividere con i miei colleghi, anche quelli più scettici, e con il mio capo, che per il momento, essendo appena uscito dalla sala parto, è interessato ad altre cose.

È che ecco, quando basta mezza giornata per mettere insieme tutta questa roba, come si fa a decidere, selezionare, elaborare e scrivere? E, peggio ancora, come si fa a leggere altre cose? Che ogni frase in più diventa un altro orizzonte, un’altra idea, un’altra cosa da fare, da pensare, da approfondire?

È che… vabbè.