mercoledì, luglio 30, 2008
Come diventare un guru
“Perché?”
“…”
“Vabbè, chi è un guru?”
“Uno che insegna”
“Beh, quello anche un professore del liceo, o, chessò, un maestro elementare”
“No, un guru è un’altra cosa”
“…”
“Uno che sa tutto di una cosa, ma proprio tutto, e che spesso sa tutto anche di altre cose. Ma soprattutto è uno che le sa tramandare, le cose”
Ecco, è iniziata così, la riflessione sui guru e sulla gurità, per così dire. Che, rispetto al tenore delle normali chiacchiere da caffè, bisogna ammettere che è un bel po’ impegnativa.
Allora ecco, per essere un guru bisogna avere dei punti fermi, dei pilastri su cui basare tutto il proprio pensiero, dei riferimenti culturali, se vogliamo, ma molto rigidi. E infatti i migliori guru hanno lavagne di sughero su cui appiccicano fogli e foglietti (ma è sufficiente anche un muro e un sacco di post-it) che declamano i concetti fondativi della loro ideologia. Non importa se sono citazioni, vignette, mappe, schemi, teoremi: l’importante è che siano tanti, e che la collezione sia sempre in crescita.
Quindi, se vuoi essere un guru, procurati una lavagna e inizia ad appiccicare. Se non ti sembrano molto furbe le cose che appiccichi, non ti preoccupare, l’importante è che facciano scena.
Poi un guru, per definizione, è uno che sa tutto. Una volta ho visto un guru all’opera, davanti a un cliente. Tutte le volte che il cliente diceva qualcosa, lui apriva il suo zainetto e ne tirava fuori un documento (dalle 2 alle 200 pagine), che poggiava sul tavolo davanti al cliente e lo illustrava evidenziandone i punti in cui dava delle risposte al tema in discussione. Quell’incontro è durato circa tre ore, ma alla fine ci sentivamo tutti più intelligenti. Quindi un guru è uno documentato, che sa sempre dove cercare le informazioni, e che spesso le conosce già.
Quindi, se vuoi essere un guru, riempiti lo zainetto di carta, che prima o poi qualcuno da stordire di parole “documentate” lo trovi. E saranno soddisfazioni.
Un guru si concede con parsimonia e se fa il social lo fa perché deve mostrarsi democratico. Ad esempio se ha un blog può, a scelta, non rispondere mai ai commenti, o rispondere con tono di condiscendenza, smussando gli angoli con uno smile. È che il guru non può mica inflazionare la sua immagine, e del resto una qualche politica di distribuzione deve pur attuarla, se no poi non è più un guru. In questo senso, prima di tutto un vero guru deve essere prima di tutto un guru del marketing – di se stesso, naturalmente.
Quindi, se vuoi essere un guru, apriti un blog (se non ce l’hai) e inizia a centellinare la tua presenza. L’importante è che ogni volta che ti esprimi tu lo faccia cadere da molto, molto in alto.
Sempre a proposito di distribuzione, un guru conosce gli altri guru. Ecco, magari un guru del découpage non ha bisogno di conoscere i guru dell’astrofisica, ma quelli del giardinaggio sì, e anche quelli del feng shui. Questo perché un guru deve essere multidisciplinare: è scontato che non si può essere dei guru della cucina senza sapere anche di vino, ma è essenziale anche che un guru del design sia sempre perfettamente aggiornato sull’influenza del clima sugli abitanti di una determinata zona.
Quindi, se vuoi essere un guru, svaria sulle fasce del tuo sapere. Più ca***te sarai in grado di infilare su argomenti del tutto marginali, più sarai considerato “completo”.
Un guru legge, studia e naviga moltissimo, ma nessuno se ne rende conto. Cioè, nessuno capisce come faccia a leggere, studiare e navigare così tanto, e però essere anche presente dove ci si aspetta che sia (in ufficio, dai clienti, in giardino, in studio, e così via). Non è ubiquo, il guru; piuttosto, usa molte più ore della giornata di quante non ne usino i comuni mortali.
Quindi, se vuoi essere un guru, lascia aperto il pauerpoint su cui stai lavorando ma smetti di lavorarci (a meno che non sia una pres da fare a un convegno/incontro/raduno di guru) e comincia a guadagnare tempo.
Da cui il punto successivo: un guru dorme poco, e si nutre, più che mangiare (ça va sans dire, quest’ultimo punto non vale per i guru dell’area gastronomica), e infatti si dimentica spesso di fare l’una e/o l’altra cosa. Ma è molto tollerante e comprende chi invece non sa rinunciarvi – è sempre il discorso sulla democrazia. Tuttavia, ciò non significa che un guru non abbia in giusta considerazione il corpo, puntando tutto sulla mente: apprezza assai, ad esempio, gli aspetti ormonali del medesimo – sono certa di non dover spiegare oltre.
Quindi, se vuoi essere un guru, allena il tuo metabolismo: di notte mangi e bevi, ma chattando così tutti penseranno che sei ben sveglio, e di giorno fai il guru e fai sesso. Di dormire però no, non se ne parla.
E, a proposito: un guru ha un orientamento sessuale e una vita di relazione, ma non lo sottolinea mai. Per il mondo potrebbe anche essere un single, cioè, essere single potrebbe, erroneamente, essere considerata una conditio sine qua non dell’essere guru. No. Un guru ha relazioni lunghe e stabili, ama smodatamente e tende ad essere fedele. Fa anche dei figli, spesso, ma questo se è un uomo; se è una donna è più difficile che decida di riprodursi, perché ha riflettuto a lungo e ha capito che gli svantaggi sarebbero superiori ai vantaggi.
Quindi, se vuoi essere un guru, e sei maschio, trovati una donna-ombra che ti faccia un sacco di figli; se sei donna, fai la scelta gay, che così non ci sono rischi.
P.S. Ai veri guru che, passando di qua, dovessero prendersela a male: che ci fate su questo blog???
lunedì, luglio 28, 2008
Vivere pericolosamente
Devo andare a Potenza il prossimo week end, ma naturalmente ormai non c'è posto su nessun mezzo conosciuto. Che tradotto significa:
1) pullman - il mezzo ideale, ci sono almeno tre autolinee che fanno la linea Milano-Potenza e ritorno, sia di giorno che di notte. Il vantaggio impagabile è che non ci sono cambi da fare, sali a Milano e scendi a Potenza, e viceversa, ma ti ci vogliono 12-13 ore come minimo, e all'arrivo tendi a sentirti un po' anchilosata;
2) treno - il più ecologico, ma privo di senso ai fini della praticità: si cambia a Foggia o a Roma, in orari assurdi e con coincidenze o troppo vicine (tipo 10 minuti, che sono più le volte che la manchi che quelle che riesci a prenderla) o troppo lontane (un paio di ore); da Foggia a Potenza, inoltre, ci sono 100 km, percorsi da una sudicia littorina diesel in due ore e mezza. Tempo totale impiegato con questo mezzo, a prescindere dalla linea: da 9 a 13 ore;
3) aereo - volando su Napoli o Bari, poi rimangono 200 km da affrontare, anche in questo caso con pullman o treni che portano il tempo totale Milano-Potenza a un minimo di 8 ore.
Opportunità
Il 2 agosto apre l'aeroporto di Salerno. Lo scopro per caso da mia sorella, ma insomma c'è una tratta anche per Milano. E il biglietto costa intorno ai 60 €. Pare, così dice la pubblicità, che peraltro qui a Miilano non si è vista. Il vantaggio, impagabile, è che dall'aeroporto a casa mia ci sono 40 minuti di strada (magari un po' di più visto che c'è un ponte chiuso, ma insomma, sempre meglio delle 2 ore di base da Napoli).
Dalla corriera all'aereo
Mi informo su Internet. Il sito dell'aeroporto di Salerno non mi dice niente, ma trovo il sito di Volasalerno, che a quanto pare è la compagnia che vola su questo aeroporto. E che, manco a dirlo, non è una low cost, ed è sconosciuta. In compenso scopro che il mio sarà il primo volo ad atterrare a Salerno. Bene.
Mi confronto (1) con i miei colleghi ("lo prendereste il primo volo di una compagnia che atterra in un aeroporto al suo primo giorno di vita?"). I commenti vanno da un apocalittico "Anno bisesto, anno funesto" a un professionale "Uau! Tu sì che sei una early adopter!". Sapevo già di volerlo fare, ma sento che farò questo volo.
Mi confronto (2) con il forum di Lucania Lab: magari qualcuno ne sa qualcosa. No, a quanto pare nessuno ne sa niente, ma Elena mi incoraggia. Al ritorno da pranzo, come prima cosa faccio il mio biglietto (da un sito a sua volta sconosciuto, Flightonline). Il dado è tratto.
La promessa
Ci sarà un reportage di questo volo. Su Lucania Lab, ma anche qui.
Ditemi in bocca al lupo!
mercoledì, luglio 23, 2008
Niente acqua per me, grazie
Non ha alcun valore legale, lo so, ma siccome scripta manent credo che sia giunto il momento di mettere nero su bianco quello che voglio sia fatto del mio corpo quando non sarà più collegato al resto in maniera efficiente ed efficace. Pubblicare un testamento biologico su un blog avrà sempre un valore, se non altro di visibilità, superiore a quello che, a quanto pare, ha un’identica dichiarazione fatta a voce ai familiari.
Il corpo e la mente
Vengo da una famiglia in cui, non senza una certa superficialità spacciata per snobismo medioborghese, la mente è sempre stata considerata assai più del corpo. (Poi, a onor del vero, devo dire che i miei ci hanno provato, a farmi fare sport – almeno sei o sette, di sport – ma io, ormai intrisa dalla cultura familiare di base, ho sempre dimostrato di non essere assolutamente all’altezza. Neanche di mandare una pallina da ping pong dall’altra parte del tavolo, per dire.).
E la mente per me è diventata molto di più: coscienza, consapevolezza, linguaggio, espressione. Esistenza stessa. Con il tempo anche il corpo ha acquisito la sua importanza, non secondaria nonostante la mia ormai conclamata inettitudine nelle discipline sportive. È un corpo che non può esistere senza una mente. Che lo sostenga, che ne faccia funzionare tutte le parti, che comandi tutti i muscoli, che presieda alla vita delle ossa e di ogni singola cellula di ogni singolo tessuto.
La vita secondo me
La vita secondo me è una cosa semplice e complicata insieme. È possedere un corpo che consenta alla mente di esistere, e poi un’anima che consenta alla mente e al corpo insieme di dare una direzione alle azioni, ai pensieri, alle emozioni e ai sentimenti.
Quando corpo, mente e anima non vanno più insieme non è più vita, è ombra. Magari qualcuno ama stare nell’ombra. Io no.
Uscire di scena con dignità
È come nel lavoro: se raggiungi il tuo livello di incompetenza è finita. Ti sei giocato la dignità, e tutto quello per cui hai lavorato fino a quel momento.
Ecco, questo non lo voglio, per me. Non mi togliete la dignità, per favore. Soprattutto non fatelo quando non sarò più in grado di decidere per me. Meglio un’uscita di scena magari prematura che uno stazionamento a tempo indeterminato dietro le quinte.
Niente acqua per me, grazie:
non sono un vegetale né intendo diventarlo
Non mi interessa la diatriba tra quanto è considerato accanimento terapeutico e quanto non lo è. Non mi interessa per me. Quando il mio corpo, la mia mente e la mia anima non andranno più insieme non depositate bottiglie d’acqua in piazza, e neanche vicino al mio letto. Tenetevele per quando sarà finita l’acqua dei boccioni nel vostro ufficio. Oppure fatevi uno shampoo.
Staccate la spina, lasciatemi andare dove starò di nuovo bene, e verrò a ringraziarvi uno a uno in sogno, se ci tenete vi darò anche i numeri da giocare.
Fatemi la punturina che mi mandi nei verdi pascoli di Chiunque-Sia-Il-Padrone-Dei-Verdi-Pascoli, non vi compiacete di rimanere al mio fianco a turno a consumare la vostra vita così come si starà consumando la mia. I sensi di colpa mi accompagnano da sempre, non aggiungetemi anche quello di avervi sottratto giorni, mesi, magari addirittura anni preziosi, che avreste potuto impiegare a fare qualcosa di più costruttivo.
Ecco, adesso il mio testamento biologico è pubblico. Scusate se scappo, devo tornare a vivere.
martedì, luglio 22, 2008
Le promesse incomplete
LOL
È tipo un sabato sera, stiamo facendo niente di particolare sul divano grigio che da una settimana non c’è più (che bello che era, e all’inizio ancora di più), e l’unica cosa che mi è sembrato logico risponderti è stato questo, una sonora risata. Mica facevi sul serio, no? Poi però la notte ha portato consiglio, e anche le colleghe/amiche, a dire il vero. Anzi, forse più loro che la notte.
“Guarda che uno mica dice così, figurati se un uomo si sbilancia!”
“Convinti come sono che una donna vuole solo l’anello al dito, non si azzarderebbero mai!”
“Oddio, chissà come c’è rimasto male!!!”
“Hai RISO???”
Sì.
È che una se le aspetta diversamente, queste cose. Chissà, forse troppi film. E invece tu no. Per esempio ti ricordi quella sera, quella sera che sei tornato tardi da Torino e non avresti dovuto, e allora io ero andata a letto, doveva essere l’una passata, e stavo dormendo, rabbiosamente, anche, e tu sei entrato e mi hai chiamato e mi hai detto vieni che ti devo dire una cosa, e io vieni tu scusa che bisogno c’è che venga io di là visto che sto dormendo, e tu ancora vieni ti ho detto, e allora io ok vengo ma se è una cazzata, e tu no che non è una cazzata, e poi hai preso un pacchettino e me l’hai messo in mano e dentro c’era lui. Il Brillocco. Che all’una e mezzo del mattino col pigiamone e con i segni del cuscino in faccia non ero abbastanza cosciente neanche per rendermene conto, e invece riuscivo benissimo a sentirmi in colpa per averti mandato a stendere cinque minuti prima.
E insomma com’è e come non è due giorni dopo avevamo la data e il posto e il prete, e in tre week end anche tutto il resto. Che da allora ti è rimasta questa allergia a Potenza, forse da quella notte che l’agenzia aveva sbagliato a farci il biglietto di ritorno ed era per il giorno prima, visto che il nostro treno partiva alle 00.08, e insomma per colpa di questi 8 minuti del cavolo ci siamo fatti Foggia Milano con la faccia incollata al cesso di un pidocchiosissimo espresso della notte e la mattina dopo siamo andati a lavorare che sembravamo due sfollati, e però tu ti eri fatto tutto un vagone, anzi forse più di uno, tenendo il trolley in alto, e poi per due settimane ti ha fatto male il braccio, e da quella notte orribile tutte le volte che pronuncio la parola Potenza, ma anche quando dico potenza nel senso, che so, matematico del termine, a te ti viene un colpo e una colica renale e diventi verde e inizi a dire acidità e a essere insopportabile e maleducato.
Sono sette anni che non posso pronunciare la parola potenza o Potenza senza che tu ti trasformi nel tuo personale Mr. Hyde, e in questi sette anni ne sono successe di cose. Belle e brutte, e anche così e così. La più importante di tutte però è che per sette anni abbiamo tenuto fede a una promessa, e mica una promessa da niente.
Se oggi tornassi indietro chiederei a don Peppino di aggiungere qualcosa a quella promessa, perché ormai lo so come siamo fatti e so anche che ce ne dimentichiamo, e questo non è bello, e poi pensiamo che la cattiva sorte sia più importante della buona e la malattia più della salute. Perciò la mia aggiunta sarebbe: “Prometto di cercare ogni giorno con te tutto quanto di bello la vita possa offrirci e di non smettere mai di voler essere felici. Prometto di non perderti mai di vista e di fare in modo di sapere sempre se sta arrivando la cattiva sorte, e di oppormi ad essa con quanta forza ho – e anche con quella che non ho. E se, nonostante tutto, dovessimo perderci, prometto di venire a cercarti.”
Ecco, io aggiungerei queste cose.
Buon anniversario.
lunedì, luglio 21, 2008
Storia controversa dell'inarrestabile fortuna del vino Aglianico nel mondo
Strana davvero la vita! Il brillante Riccardo Fusco sembrava destinato a grandi cose e ora trascina la sua esistenza schiacciato dal successo della moglie regista che lo ha ridotto al ruolo umiliante di baby-sitter delle quattro figlie, tradendolo inoltre col primo attore di passaggio. Graziantonio Dell'Arco, una vecchia conoscenza del liceo su cui nessuno avrebbe scommessouna lira, è invece divenuto uno degli uomini più ricchi e famosi d'Italia. Ma anche lui ha i suoi guai, insolentito com'è dall'inimitabile dandy Yarno Cantini che lo ha additato alla nazione intera come il principe dei neo-cafoni. L'incontro fortuito tra i due amici di un tempo sembrerà dare a Riccardo una via di fuga dalla sua piatta esistenza catapultandolo nel mondo dorato del jet set, e a Graziantonio l'occasione di vendicarsi di Yarno, attraverso una storia piena di colpi di scena, dove in un esilarante gioco d'incastro tra presente e passato s'incontrano personaggi come Chatryn Wally Triny, la sofisticata critica newyorkese cui spetta di stabilire qual è il vino migliore del mondo, e la ributtante strega Lia la Bavosa detentrice dei segreti della magia lucana; l'avido latifondista Michelantonio Dell'Arco che da improbabile re del gas metano si trasformerà in re della gassosa, e il subdolo giocatore di biliardo Carmine Addario suo complice; l'artista Mikail Nikolaevic Trepulov, costretto a dipingere ritratti di Stalin e lo sfortunato pittore italiano Ernesto Dell'Arco.
Sarà un po' infantile, lo so, ma se c'è una cosa che adoro e che aggiunge piacere alla lettura, per me, è la possibilità di ri-conoscermi. E allora questa Storia controversa è stata nella mia esperienza di emigrante un'occasione di ritorno a luoghi, colori, caratteri, che non mi hanno mai abbandonato. Ma addirittura persone! ché, proprio quando pensavo "ecco, questo/a qua mi ricorda moltissimo tizio/a", tre pagine dopo ecco il dettaglio che mi mancava (il colore dei capelli, un difetto di pronuncia, un intercalare, cose così) per confermare la mia ipotesi. Lo so, lo so, "ogni riferimento a persone o fatti ecc. ecc.", ma che Cappelli mi lasci quest'illusione, che mi ha fatto ridere da sola nei miei percorsi in metrò e non solo.
Da leggere assolutamente: se sei lucano, se sei un enologo o un sommelier, se vuoi lanciarti nel business del vino, se sei un antropologo o aspirante tale, se hai avi briganti, se sei un aspirante ricco/un nouveau riche/un parvenu, se sei un nobile decaduto, se senti un fortissimo desiderio di maternità ma non sai da dove cominciare.
Da leggere perché ti farà lo stesso piacere se non rientri in nessuna di queste categorie.
Infine, da leggere tutto d'un fiato (jazz in sottofondo) e da innaffiare abbondantemente con aglianico.
giovedì, luglio 17, 2008
La musica dell’alba
L’abbaino della mia camera da letto dà sul cortile. Di fronte, dà sul cortile anche una terrazza frutto di una recente ristrutturazione che ha trasformato in un sontuoso attico-e-superattico degli sfigatissimi solai. Il proprietario di questo ben di dio è un incrocio tra Briatore e un artista operaio: dell’uno possiede (in minima, forse infima parte, suppongo) il patrimonio; dell’altro lo spirito pratico e il gusto un po’ challenging. Gusto che, fra le altre cose, gli ha fatto acquistare uno stereo esoterico, e musica buona, molto e molta. Il resto è cene in terrazza, mattinate musicali a base di jazz (ma di quello giusto per la mattina, mi spiego?), ogni tanto telefonate “riservate” in terrazza. Un giorno glielo dico, che ci sono almeno una trentina di famiglie che si fanno gli affari suoi, in questi casi.
Il mio dorato vicino, però, deve soffrire di insonnia. Perché stamattina, verso le 5, nel mio modesto abbaino si sono insinuate le note di un De Andrè d’annata, senza alcun dubbio suonate dallo stereo esoterico. Alle 5 e mezzo mio marito voleva lanciare una scarpa nel terrazzo. Gli ho fatto notare che poi sarebbe stato imbarazzante aggirarsi per l’ufficio con una scarpa sola. Lui ha soprasseduto.
Oggi lo so, dopo la pausa pranzo mi calerà la palpebra. Ma rifiuterò la musica di sottofondo.
martedì, luglio 08, 2008
Fine di un'avventura

Quando ero incinta una delle cose che mi infastidivano di più era l’offerta di abbigliamento premaman. Per qualche incomprensibile motivo, le aspiranti mamme dovevano avvolgersi in stupide tuniche con orsetti e scritte idiote (tipo la freccia sulla pancia che dice: “Io sono qui”), salopette che ti fanno il culone, o, nelle derive etiche, caftani etnici grandi come tendoni da circo o sconce gonnelline che lasciano il pancione di fuori. Da vomitare. E allora pensavo che bisognava fare qualcosa, con una certa urgenza.

Al ritorno al lavoro ne parlai a una delle colleghe con cui avevamo messo in piedi il nido aziendale. Da semplice chiacchiera diventò qualcos’altro, ma con alcune varianti. Avremmo vestito anche le donne incinte, ma non solo. E dovevamo differenziarci. Così è nato Pretaportart: tre soci (io, la Simo, mio marito), una collezione di pezzi unici, una piccola serie di multipli d’artista, due mostre. E anche un anno di lavoro dopo il lavoro in ufficio, incontri con gli artisti, eventi, ricerche di materiale, e poi di nuovo lavoro, lavoro e lavoro. Coinvolgendo una serie di persone eccezionali: mia madre, che ha rimesso in piedi il suo laboratorio, mia sorella per il supporto su tutta la linea, Valeria per l’ufficio stampa, Laila per le foto, Paola per il catering…

Ieri sera c’è stata l’ultima riunione del nostro originale consiglio d’amministrazione, per chiudere i conti e smaltire le ultime cose. C’è voluto del vino, e, finito quello, del gin tonic. Perché non ci andava giù. A nessuno dei tre.
Oggi ho portato in ufficio un po’ delle cose rimaste, ma faccio fatica a fare la venditrice entusiasta. Il fatto è che ho un lutto da elaborare, per quanto colorato sia.

giovedì, luglio 03, 2008
Pausa pranzo
Non sono sola nella stanza. C'è un mio collega. Che a mezzogiorno ha messo su la musica. Battisti. In questo momento passa I giardini di marzo.
Andrò a prendere un caffè, se no mi siucido, e non posso, che oggi c'ho un sacco da fare.
Apdeit: seguendo il consiglio di Lemoni, ho provato a drogarmi con questi, ma non c'è stato niente da fare.
martedì, luglio 01, 2008
Corriera doppia e l'Internet di mestiere
In ordine cronologico, la prima è quella professionale: come altre volte ho detto, faccio l’Internet di mestiere ("fare l’Internet di mestiere” è un’espressione con una storia, e magari un giorno salterà fuori). Lavoro nel web da 10 anni, e in questo lungo periodo ho cambiato etichetta diverse volte, a seconda delle mode del mercato o delle momentanee esigenze dell’organizzazione in cui mi sono trovata, ma il cuore della mia attività sono sempre state le strategie. In altre parole, il mio lavoro quotidiano consiste, più o meno, nel prendere delle aziende (ma forse sarebbe meglio dire delle marche) e portarle in Rete, o nella Rete farle crescere. Ne ho messe online parecchie, e altrettante ne ho aiutate a fare il salto da dilettanti a professioniste del web. E in questo momento, per essere precisi, il mio ruolo principale è studiare delle nuove metodologie che aiutino le agenzie come la mia a fare il loro lavoro in maniera più efficace. In questa vita, che amo smodatamente, le mie frequentazioni online sono soprattutto professionali, come si può intuire.
La seconda vita è quella per la quale Mamma in Corriera è nato: un blog personale, in cui il lavoro ha un ruolo solo “di costume”, e frequentazioni per così dire di genere. Amo smodatamente anche questa seconda vita, se non mi dilungo è perché è sotto gli occhi di tutti.
Di solito le due vite scorrono parallelamente e in pace. Raramente sono costretta a dare la precedenza all’una piuttosto che all’altra. Qualche volta, poi, la questione logistica prende il sopravvento, e allora non c’è niente da fare: questo è il mio blog, la mia residenza nella Rete, per dirla con Maistrello, e quindi ci faccio più o meno quello che voglio, compreso scrivere un post che non ha molto a che fare con gli argomenti normalmente trattati.
Su Maestrini per Caso è comparso un post su come scrivere un curriculum per il web che ha scatenato una valanga di commenti. Naturalmente si tratta del punto di vista del tutto soggettiva di una singola azienda, e non del vademecum di un head hunter, e questo è bene ricordarlo. Non riporto il post – chi vuole se lo va a leggere, anzi consiglio di farlo, soprattutto a chi effettivamente lavora nel web – ma, essendo stato oggetto di discussione con alcuni colleghi, lo uso come spunto per un bagno di realtà sul mio lavoro, cercando nei luoghi comuni. Con una nota: in questi appunti mi riferisco al minimo sindacale, al grado zero del dipendente, se così si può dire, che comunque consente a uno che si sappia muovere bene di fare una discreta (ma anche esaltante, se ci sa fare) carriera. Non sto quindi parlando di chi coltiva la passione del web, che tipicamente è un personaggio che potrebbe rimanere tutta la vita in azienda a fare html, o scrivere newsletter, o altre amenità di questo genere, pur avendo una vita di Rete estremamente ricca e di successo, ma Gratis Et Amore Dei.
1) Se fai l’Internet di mestiere sei un/una geek.
È il mito da sfatare per eccellenza. Se fai l’Internet di mestiere, a meno che tu non sia un tecnologo, e quindi uno che progetta e sviluppa software, è assai probabile che tu provenga da una carriera accademica del tipo Scienze della Comunicazione, Architettura, Lettere, insomma cose così, che com’è noto non forniscono alcun background di tipo tecnologico. E se il tuo ruolo non prevede che tu sviluppi particolari competenze tecnologiche, è altrettanto probabile che tu non lo faccia di tua sponte. A meno che tu non sia un appassionato, ma per i fatti tuoi.
2) Se fai l’Internet di mestiere sai tutto sull’Internet.
Macché. Se sei un appassionato/a di Internet puoi arrivare a sapere abbastanza di Internet, ma se è il tuo mestiere saprai solo quello che il tuo lavoro quotidiano ti chiede di sapere. Che può essere sorprendentemente poco di Internet. È noto che esistano fior di manager del web che non hanno mai riempito una form di registrazione in vita loro: vivono benissimo e non se la passano affatto male dal punto di vista economico.
3) Se fai l’Internet di mestiere sei uno/una che fa vita di Rete.
Seee. Mettiamo i blog. Si possono anche proporre alle aziende clienti, ma da qui a tenerne uno, è tutto da verificare. Idem per quasi tutto il rutilante mondo del web 2.0. Incoerenza? No, capacità di astrazione. Una cosa è conoscere gli strumenti, una cosa è usarli. Se vogliamo, è una fattispecie della regola del ciabattino. Innalzata a metodo.
4) Se fai l’Internet di mestiere sei un appassionato della Rete.
Questo è il punto chiave. No. Se fai l’Internet di mestiere con la Rete ci mangi, e nella Rete ti sai muovere. Ma una cosa è il lavoro e una la passione. Certo, possono esserci dei momenti di innamoramento, ma non puoi pensare di mantenere un plateau dell’emozione in permanenza. L’equazione lavoro = passione funziona senz’altro nelle aziende di 3 persone, funziona forse in quelle di 10, ma se vai sopra le 100 persone, per la legge dei grandi numeri, è inutile che ti fai un’illusione del genere. Vivrai qualche giorno con l’adrenalina a 1000 per un progetto, ma poi ti toccherà anche la quotidianità, e quella non è gestibile con le sostanze psicotrope, per quanto endogene esse siano. Ma questo vale per tutti, anche per i commercialisti.
5) Se fai l’Internet di mestiere non usi gli strumenti mainstream.
Ecco, questo è un punto che, nel post da cui è nato questo, mi lasciava parecchio perplessa. Questione di laicità, immagino. Posso decidere per me di navigare con Firefox, ma non posso pretendere che lo facciano i miei clienti (che navigano con IE 6), e quindi, per poter fare bene il mio lavoro, devo navigare anche con IE. 7, però ;)
Allo stesso modo, se MSN non è abbastanza figo come IM, peccato, perché in azienda lo usano tutti, abbiamo perfino un bot, e quindi non trovo molto utile GTalk al fine di mantenere i miei contatti. E ok per GMail, ma diciamoci la verità: se non ho particolari problemi, per quale motivo devo cambiare la casella di posta che ho da 10 anni solo perché non è abbastanza cool? È quella che ha circolato per 10 anni, ci sono dentro i miei contatti… Anche in questo caso, credo che sia più importante dare la precedenza alle relazioni, senza accrescere la complessità (che nel caso del cambio di una casella di posta vuol dire reindrizzare tutto su una nuova casella per un periodo di interregno e intanto distribuire il nuovo indirizzo, finché la situazione non si sarà stabilizzata) per un capriccio estetico.
Tutto qua. E dopo questo momento di sovrapposizione delle vite, direi che torniamo alla normalità della Corriera. Oppure, perché no, inauguriamo un nuovo filone tematico, così le due vite cominciano a parlarsi. Anzi, a leggersi.
