Con questa violenza no, non era mai capitato. Con questa cattiveria no, non l’avevano mai fatto. Con questa faccia tosta no, non le avevo ancora conosciute. Le tarme. ‘Ste stronze. Se li so’ magnati tutti. I maglioni di Alberto. Con una particolare predilezione per quelli di cachemire e quelli molto costosi. Per essere precisi, ne è stato risparmiato solo uno, quello blu, che un lavaggio troppo zelante della zelante Mirna aveva già infeltrito a suo tempo, rendendolo non dico inusabile, ma quanto meno singolare, in termini di stile.
Alberto se l’è presa a male, parecchio. E allora di comune accordo si è proclamato Il Giorno della Tarma. Non ne rimarrà neanche una. Alberto conduce le operazioni, io sarò il luogotenente. Gabriele è entusiasta, sarà il caporale. (Poi, naturalmente, c’è un intero esercito di Gormiti a darci man forte).
Alberto va in un negozio di quelli che sembrano delle boutique ma che invece vendono prodotti per la pulizia molto molto specifici. Spiega il problema al signore e lui sposa la causa. “Dobbiamo usare le armi pesanti”, spiega. Sono 27 euro, grazie.
Operazione n.1: svuotare l’armadio
Iniziamo dalle 2 ante che hanno riportato più danni. La cubatura già così non è male, visto che l’armadio è alto più di tre metri. Tra due sedie, nell’ingresso, viene sospesa la scopa, per appenderci gli abiti. Poi la scopa si riempie, e si procede ad operazione analoga usando lo spazzolone. Maglie maglioni e affini vengono sparse su ogni superficie disponibile in camera (che, per inciso, è la camera di Gabriele).
Operazione n.2: lavare l’armadio
Scala, secchio, panni umidi e sgrassatore, e olio di gomito. Che poi intanto mi chiedevo: “Ma farà bene all’armadio essere lavato con lo sgrassatore?” Ma la guerra è guerra, e Alberto parecchio inscimmiato. E poi Gabriele adora spruzzare lo sgrassatore. Non c’è pietà.
Operazione n.3: spruzzare il veleno nell’armadio
Si chiama ZZ Kill, e il nome è già tutto un programma. Lo spruzziamo in lungo e in largo, e poi lasciamo l’armadio aperto. Anche la finestra rimane aperta, almeno per 2 ore, ha detto l’omino, ma noi abbondiamo. Questo è veleno, signora mia.
Operazione n.4: spruzzare l’antitarme su ogni singolo capo prima di riporlo nell’armadio
In sé l’operazione è semplice. Ovvio, prende un po’ di tempo. E poi non è neanche così privata, come cosa, visto che la vicina, di ritorno dall’oratorio, ci chiede come mai c’è una scia di odore di antitarme che parte dal cortile e arriva proprio a casa nostra. Ecco, questo è il modello.
Alle 8 di sera il caos regna ancora sovrano, ma in compenso abbiamo maturato la consapevolezza che, per questa notte, nessuno dormirà nella stanza dell’armadio. Gabriele ne è felice, ovviamente. Noi abbiamo un po’ paura ad avvicinarci. Io sono parecchio raffreddata, e quindi affronto abbastanza disinvoltamente il compito di recuperare le truppe di Gormiti che, a questo punto, devono trasferirsi anche loro, temporaneamente, in sala.
Non è finita, però. Presto si procederà alla detarmizzazione delle altre 2 ante e dell’armadio della mansarda, che per fortuna è piccolo. Dopodiché si potrà procedere con il cambio di stagione. A occhio, ne abbiamo fino a Natale. Odio le tarme.
lunedì, settembre 29, 2008
venerdì, settembre 26, 2008
Tutti in piscina! No, in palestra! No, a musica! No, a…!
Magari sono io che vado in paranoia per niente. Anzi, sicuramente sono io. Sono io che mi sono sentita una merda quando Gabriele, all’inizio della lezione di prova di karate, ha girato i tacchi (anzi, i talloni) e se n’è uscito, dichiarando che non gli piaceva. Rimanendo su questa posizione anche dopo che gli ho fatto notare che 5 minuti non sono significativi rispetto a quello che poi avrebbero imparato a fare, e che visto che c’era poteva almeno finire la lezione, e che non ero molto contenta del fatto che, in fin dei conti, ho preso un pomeriggio di ferie dal lavoro per niente (cioè, questo non gliel’ho detto, anche perché ho subodorato che la cosa più bella del pomeriggio, dal suo punto di vista, era proprio il fatto che fossi andata a prenderlo a scuola). Sono io che mi sono sentita una merda quando la tata mi ha detto con un solo sguardo che avrei dovuto rimandarlo nella palestra a calci nel culo, e che ora bisognava rimettersi alla ricerca di una qualche attività con cui impegnare almeno uno alla settimana dei lunghi pomeriggi invernali che ci aspettano (ovviamente a parole non ha osato, diciamo che è stata un po’ trasversale nel trasmettermi il concetto). Sono sempre io, infine, che mi sono sentita una merda quando ho visto negli occhi di mio figlio la stessa espressione di frustrazione che dovevo avere io bambina nei pomeriggi invernali (sempre quelli) che passavo a minibasket – attività che mi faceva veramente schifo e nella quale ero del tutto incapace – verso i 7 anni.
Mi chiedo se sia giusto. Se sia giusto che bambini di 4, 5 anni debbano per forza fare qualcosa. E se avessero solo voglia di giocare? E se non gliene fregasse niente di saltellare in attesa di diventare dei guerrieri ninja, o dei nuovi Rosolino, o sa il cielo che altra diavoleria? E poi: come si fa a capire cosa può piacere loro, cosa li diverta davvero? Si continua a provare? Fino a quando? Un bambino di questa età non è in grado di scegliere, non riconosce i bisogni, a questo livello, e neanche le sue preferenze, se non in modo incidentale.
Nel frattempo, io continuo incidentalmente a sentirmi una merda, coadiuvata in questa sensazione dalla tata (che brava è brava, anzi di più, ma su alcune cose mi è un po’ tra la Tata Lucia di SOS Tata e la signorina Rottenmeier – soprattutto nei miei confronti, a dire il vero, e comunque molto lontana da Mary Poppins, giusto per avere dei riferimenti nazional-popolarmente condivisi), e senza ancora essermi confrontata con altre mamme. Che, ne sono certa, mi confermeranno anch’esse nella sensazione medesima.
mercoledì, settembre 24, 2008
Stop al lavoro minorile, il meme
- perché devono aver voglia di crescere come adulti responsabili, ed essere sfruttati non fa crescere - uccide prima
- perché non hanno la possibilità di decidere da soli per la loro vita
- perché... sono bambini, proprio come i nostri figli
Siccome è una cosa che mi sta molto a cuore, non passo il meme a nessuno in particolare, e chiedo a chi vuole/può di riprenderlo sua sponte. Grazie.

martedì, settembre 23, 2008
Lui, Lei e L'Altro
Gabriele ha una fidanzata, dai primi giorni della scuola materna. Quando parla di Lei gli si illuminano gli occhi. Quando gli si chiede di Lei, la definisce “moooolto intelligente” (questo da sempre, da quando aveva tre anni. Ora, se sia normale per un bambino di 3-anni-3 innamorarsi di una bambina di 3-anni-3 perché “molto intelligente” io non lo so, ma un po’ mi inquieta. Avrei preferito una posizione un po’ più nazional-popolare da mio figlio, qualcosa che rompesse con i geni di famiglia, diciamo. E che si innamorasse di una futura velina, o di un’ereditiera, per esempio).
Lei in effetti è una peperina. Chiama la sua mamma per nome, diciamo Lucia, e ha un vocabolario che raramente si può trovare in ragazzi di 14 anni. Lucia, da parte sua, ha un modo di fare assai frequente nelle ragazze di 14 anni, il che, ascoltando i loro discorsi, può ingenerare un po’ di confusione. Lei adotta strategie comunicative che mettono Lucia in ginocchio, ad esempio:
Lucia: “Lei, oggi al parco non ci andiamo”
Lei: “Sì che ci andiamo”
Lucia: “No, tesoro, c’è la nonna che ci aspetta, e poi…”
Lei (calmissima): “Lucia, hai deciso che devo vomitarti sulle scarpe, proprio qui davanti a tutta la scuola?”
Lucia: “…”
E ovviamente si avviano verso il parco.
Ecco, questa è Lei.
Lui, Gabriele, è parecchio più ciulandrotto. Ok, usa correttamente i congiuntivi (anche da prima di conoscere Lei), ma è tutto qui. Per esempio, c’è L’Altro che è un suo caro amico, e Lui ha raccontato la situazione così:
La Nonna: “Gabriele, sei sempre fidanzato con Lei?”
Lui: “Sì, certo”
La Nonna: “Ma allora è una cosa seria!”
Lui: “Sì, anche se ora…”
La Nonna: “Anche se ora?”
Lui: “C’è L’Altro che vorrebbe essere fidanzato con Lei”
La Nonna: “Ah. E Lei?”
Lui: “Lei vuole essere fidanzata con me. Però L’Altro vuole sempre sedersi vicino a Lei, e anche io voglio sedermi vicino a Lei. Allora facciamo così: Lei si siede, io mi metto da una parte e L’Altro dall’altra”
La Nonna: “…”
Azz…
Lei in effetti è una peperina. Chiama la sua mamma per nome, diciamo Lucia, e ha un vocabolario che raramente si può trovare in ragazzi di 14 anni. Lucia, da parte sua, ha un modo di fare assai frequente nelle ragazze di 14 anni, il che, ascoltando i loro discorsi, può ingenerare un po’ di confusione. Lei adotta strategie comunicative che mettono Lucia in ginocchio, ad esempio:
Lucia: “Lei, oggi al parco non ci andiamo”
Lei: “Sì che ci andiamo”
Lucia: “No, tesoro, c’è la nonna che ci aspetta, e poi…”
Lei (calmissima): “Lucia, hai deciso che devo vomitarti sulle scarpe, proprio qui davanti a tutta la scuola?”
Lucia: “…”
E ovviamente si avviano verso il parco.
Ecco, questa è Lei.
Lui, Gabriele, è parecchio più ciulandrotto. Ok, usa correttamente i congiuntivi (anche da prima di conoscere Lei), ma è tutto qui. Per esempio, c’è L’Altro che è un suo caro amico, e Lui ha raccontato la situazione così:
La Nonna: “Gabriele, sei sempre fidanzato con Lei?”
Lui: “Sì, certo”
La Nonna: “Ma allora è una cosa seria!”
Lui: “Sì, anche se ora…”
La Nonna: “Anche se ora?”
Lui: “C’è L’Altro che vorrebbe essere fidanzato con Lei”
La Nonna: “Ah. E Lei?”
Lui: “Lei vuole essere fidanzata con me. Però L’Altro vuole sempre sedersi vicino a Lei, e anche io voglio sedermi vicino a Lei. Allora facciamo così: Lei si siede, io mi metto da una parte e L’Altro dall’altra”
La Nonna: “…”
Azz…
venerdì, settembre 19, 2008
Incocciarsi
Periodicamente, parlando di social networking in un’ottica di marketing, sorge l’immancabile obiezione: “Ma uno su Internet può fare quello che vuole, assume un’identità diversa, è qualcun altro…”. Io non credo che l’identità online di una persona sia altro rispetto a quella “di fuori”; per lo meno, credo che al massimo si possa mostrare una parte che offline non emerge, ma è pressoché impossibile, salvo che in caso di patologie che però qui non è il caso di approfondire, costruirsi un sé ideale totalmente slegato da quello reale. Intendo dire che se uno online svolge attività equivoche, tanto per dirne una, significa che come minimo non è una persona di specchiata virtù nel mondo rotondo: almeno nel suo immaginario questa identità di malamente c’è già, anche se poi come al solito i vicini dicono che “era una così brava persona”.
Ovviamente il discorso è più complesso di così, ma in sintesi il presupposto è che l’identità di una persona è formata da una serie di tratti che possono anche non manifestarsi mai. Oppure, manifestarsi sono al verificarsi di determinate situazioni, per esempio in un ambiente che dà la sensazione di potersi costruire un solido anonimato, come è Internet.
Ora, non so che idea di me venga fuori da queste pagine. E tuttavia c’è una cosa che credo emerga, perché è la mia croce da sempre: sono timida. A volte addirittura invisibile. Per essere certa del risultato, mi sono esercitata a lungo su questo task. Quando vado a prendere un caffè al bar, per esempio. Nessun barista mi vede. Mi passano davanti vecchi, bambini, signore affannate e neocafoni con fiatone. E io non riesco a ordinare il mio caffè. Oppure, altro classico, sono sempre convinta che gli altri non si ricordino di me, e così se incrocio per strada uno che non vedo da molto e lui non fa per primo un gesto di riconoscimento, io non lo saluto. Perché mi sentirei troppo in imbarazzo a spiegargli chi sono e come ci siamo conosciuti, dove ci siamo incontrati, ecc. ecc.
Mediamente questa timidezza non costituisce un ostacolo per nessuna delle mie attività (escludendo naturalmente quella interstiziale del caffè), ma a volte non mi consente, diciamo così, di godere al meglio delle situazioni più “sociali”. Prendiamo ad esempio la BlogFest, tanto per non archiviarla ancora, dopo solo una settimana. Quale migliore occasione per fare comunella e magari conoscere “dal vivo” le persone che quotidianamente leggo e mi leggono? Appunto. Si può dire che ci sono andata apposta. E molto convinta, anche: “vedrò Tizio, conoscerò Caio, chiederò una cosa a Sempronio…”. Poi sono arrivata – poco dopo la tromba d’aria, credo. Ho preso il badge. Era lucido. Impossibile scriverci su, tanto valeva scolpirlo o usare una bomboletta.
“Pazienza”, dice. Seee, macché. Se il badge non parla per me, figuriamoci se parlo io. Scatta la modalità invisibile, quella del caffè, per capirci, anzi del bar. Insomma, non è così tragico, in realtà, ho incontrato qualcuno e chiacchierato con altri, mica sono stata tutto il tempo sola sotto la pioggia. Però al rientro ci sono state una serie di persone che mi hanno detto qualcosa del tipo: “C’eri anche tu? Ma dài!!!”. Ecco.
Allora, io so che non se ne esce. Per incocciarsi ci vuole altro che una BlogFest, così grande, festosa, bagnata. La prossima volta avviserò, descriverò come sarò vestita all’evento in questione, in modo che mi si possa riconoscere. E poi pregherò che siano gli altri a farmi un cenno di saluto, anche piccolo piccolo, giusto per mettermi a mio agio e dimostrare di vedermi, non come al bar. E poi mi porto un pennarello grosso di quelli indelebili per scrivere sul badge, che sennò siamo punto e daccapo. Che ne dite?
giovedì, settembre 18, 2008
Internet P.R. Il dialogo in Rete tra aziende e consumatori
Appena finito di leggere. Un po’ in ritardo, lo ammetto. Riesco a leggere solo durante i miei quotidiani tragitti in metropolitana e, grazie a Dio, non abito così lontano dall’ufficio da riuscire ad esaurire le mie letture nei tempi che vorrei.
Di questo libro mi ha colpito la struttura di manuale, un po’ americana: un how to in genere latitante dagli scaffali italiani, soprattutto se scritto da italiani.
L’obiettivo è semplice, e dichiarato in quarta di copertina: “Questo libro spiega con un approccio semplice e diretto, ma con una visione strategica, come avvicinarsi alla Rete, per farla diventare il più potente strumento di marketing mai esistito”. Obiettivo raggiunto, si direbbe. Lodevole, detto senza ironia.
Scorrazzando tra la linea gialla e la linea rossa ho fatto alcune considerazioni. Eccole qua.
Prima considerazione: spiegare Internet e le sue potenzialità alle aziende va bene, ma ho l’impressione che ci sia ancora molta inconsapevolezza in materia da parte delle agenzie di comunicazione.
Chi fa questo lavoro lo sa: spesso, prima di partire per la faticosa missione di educare il cliente, tocca affrontare quella, ben più improba, di educare l’agenzia stessa. Non mi riferisco alle agenzie specializzate, naturalmente, ma a quelle di una certa dimensione, che, forti di clienti grossi e ben scafati in termini di budget, dovrebbero aver già da tempo assimilato certi concetti e le relative practice in materia. In questo sono totalmente d’accordo con Maurizio quando parla di mondi paralleli a proposito di chi si occupa di pubblicità e chi si occupa di comunicazione digitale: Sono i presupposti, i valori fondanti, i riferimenti culturali, di chi lavora professionalmente in rete e di chi si confronta quotidianamente con il mondo degli spot ad essere diametralmente opposti.
Che c’entra la pubblicità con le Internet P.R.? C’entra molto, nel momento che le agenzie pubblicitarie sono anche tutori del brand, e la prospettiva di mettere in campo un lavoro come quello prospettato da Massarotto non può che farle rabbrividire.
Seconda considerazione: le Internet P.R. rappresentano, di fatto, una modalità di fare comunicazione (una comunicazione efficace) attraverso la disintemediazione da attori classici del web marketing come i centri media.
Ok, per farlo devo dotarmi di un consulente (perché non ci credo che un’azienda che oggi inizi un’attività di ascolto sia in grado di farlo da sola), ma di fatto il tempo dei banner (o anche bunner, come scriveva convinto un mio cliente) è finito, e con esso la rassicurante attività di acquisto spazi e redazione di report in formati copia-e-incolla. È piuttosto evidente che un’attività come quella descritta da Marco va oltre queste logiche, ma allora mi vengono un po’ di domande: come risponderanno i centri media a questa disintemediazione? Si metteranno di traverso o si doteranno essi stessi degli strumenti per venire incontro alle rinnovate esigenze dei loro clienti? (No, è che di segnali in questo senso, al momento, non ne vedo molti, ma magari mi sbaglio). E i clienti stessi, sapranno fare a meno di – o per lo meno affiancare a – queste rassicuranti attività, con le relative, ferree, metriche?
Terza e ultima considerazione: appunto, le metriche.
Gli indicatori di una corretta attività di Internet P.R. sono diversi, complessi, quali-quantitativi, come suggerisce Marco. Ma i clienti sono abituati ai GRP, agli accessi, alle conversioni e compagnia cantante (su questo argomento delle metriche è nata giorni fa un’appassionante conversazione sempre sul blog di Maurizio, che magari vale la pena di guardare): tutti misuratori quantitativi, univoci, oggettivi. Forse che dovremo inventarci il GRP del web sociale?
Ecco, queste le cose che mi è venuto da pensare. So che questo blog non parla di marketing né di comunicazione né di Internet, ma so anche che viene letto anche da qualcuno che sguazza nelle mie stesse acque, e allora perché non allargarsi un po’?
Il libro ha anche un blog, qui. Da seguire.
martedì, settembre 16, 2008
Carrefour e l'impegno sociale
Forse sono stata l'ultima a leggere questo. Non piango mai, ma non ho potuto farne a meno.
Barbara, tieni duro.
Barbara, tieni duro.
lunedì, settembre 15, 2008
In corriera alla BlogFest
“Sai che c’è un gruppo su Facebook che si chiama ‘Che mi fai a fare amico su Facebook se poi per strada non mi saluti?’”
“…”
“Lui! Lo seguo su Twitter”
“Perché non lo saluti?”
“Veramente è la prima volta che lo vedo, mi vergogno…”
Alcune cose che mi sono segnata, in ordine sparso. Alcuni segnali, credo.
Una presenza importante di attori istituzionali. Per la prima volta, se non ho perso il conto, il Mercato è stato presente. Magari solo per autopromuoversi, ma c’era. Dunque, non di Woodstok dei blogger si è trattato, ma di un segnale importante di una realtà che non è più considerata marginale. Forse.
Due forze interne alla blogosfera (o per lo meno a quella parte di blogosfera rappresentata a Riva del Garda). Una centrifuga, che porta alcuni blogger, soprattutto quelli professionisti, ad andare sempre più verso il Mercato medesimo e siglare con esso piccoli (e grandi) compromessi. A mettere da parte la rigida filosofia del dono che garantisce libertà, per andare alla ricerca di modalità che garantiscano la pagnotta (sia chiaro: perché no?). E poi una forza centripeta, che contrappone sempre noi (i blogger) a loro (gli altri, il mercato, le aziende, le agenzie, ecc. ecc.), che in fondo è alla radice dell’eterna e sempre dibattuta autoreferenzialità dei blog.
(Mi veniva da pensare una cosa, circa questo delicato equilibrio tra libertà e business. Io ho fatto una scelta abbastanza radicale: lavoro nella comunicazione da sempre, ma non ne scrivo. In parte perché ritengo di aver bisogno di spazi privati lontano dagli argomenti che tratto per lavoro, e in parte anche perché su alcune cose so che si creerebbe un conflitto di interessi con la mia azienda. Ora mi chiedo se per caso non è una scelta un po’ del c***o).
Meno spazio alle discussioni (che fine hanno fatto gli interstizi?). Sarà stato il tempo, saranno state le location di backup, sarà stata la contemporaneità di tanti eventi, vai a capire. Ma una vera discussione l’ho vista/vissuta solo al MediaCamp, dove per me la festa è finita chiacchierando amabilmente con Vittorio Pasteris ed Enrica Garzilli su giornalisti/blogger e blogger giornalisti, di ordine (sempre dei giornalisti) e via discorrendo – argomenti, peraltro, che hanno accompagnato tutti e 3 i giorni.
La mia BlogFest è stata tante cose.
La pioggia che ci ha riempito le scarpe e mandato a ramengo i propositi del parrucchiere. L’emozione di una presentazione (che non vuol dire niente, se uno ci è abituato, a presentare in pubblico, però è la prima volta che parla davanti ai suoi pari, e non è quindi tutelato da nessun ruolo, sia esso quello di cliente, fornitore, docente, e così via: i suoi pari sono come i suoi compagni di scuola, o le persone con cui chiacchiera al bar, ma questi, però, lui non li conosce, non li ha mai visti, sono tutt’al più, appunto, contatti su Twitter).
Rientrare all’una in ostello e continuare il dibattito sull’editoria, e se sia giusto o no che esiste l’ordine dei giornalisti.
Riconoscere le rigidità e affrontarle con infantile superficialità.
Rendersi conto che per la prima volta ho lasciato a casa la famiglia per un intero week end. E che mi sono mancati un sacco. Il che non vuol dire che, alla bisogna, non ripeterò ;)
“…”
“Lui! Lo seguo su Twitter”
“Perché non lo saluti?”
“Veramente è la prima volta che lo vedo, mi vergogno…”
Alcune cose che mi sono segnata, in ordine sparso. Alcuni segnali, credo.
Una presenza importante di attori istituzionali. Per la prima volta, se non ho perso il conto, il Mercato è stato presente. Magari solo per autopromuoversi, ma c’era. Dunque, non di Woodstok dei blogger si è trattato, ma di un segnale importante di una realtà che non è più considerata marginale. Forse.
Due forze interne alla blogosfera (o per lo meno a quella parte di blogosfera rappresentata a Riva del Garda). Una centrifuga, che porta alcuni blogger, soprattutto quelli professionisti, ad andare sempre più verso il Mercato medesimo e siglare con esso piccoli (e grandi) compromessi. A mettere da parte la rigida filosofia del dono che garantisce libertà, per andare alla ricerca di modalità che garantiscano la pagnotta (sia chiaro: perché no?). E poi una forza centripeta, che contrappone sempre noi (i blogger) a loro (gli altri, il mercato, le aziende, le agenzie, ecc. ecc.), che in fondo è alla radice dell’eterna e sempre dibattuta autoreferenzialità dei blog.
(Mi veniva da pensare una cosa, circa questo delicato equilibrio tra libertà e business. Io ho fatto una scelta abbastanza radicale: lavoro nella comunicazione da sempre, ma non ne scrivo. In parte perché ritengo di aver bisogno di spazi privati lontano dagli argomenti che tratto per lavoro, e in parte anche perché su alcune cose so che si creerebbe un conflitto di interessi con la mia azienda. Ora mi chiedo se per caso non è una scelta un po’ del c***o).
Meno spazio alle discussioni (che fine hanno fatto gli interstizi?). Sarà stato il tempo, saranno state le location di backup, sarà stata la contemporaneità di tanti eventi, vai a capire. Ma una vera discussione l’ho vista/vissuta solo al MediaCamp, dove per me la festa è finita chiacchierando amabilmente con Vittorio Pasteris ed Enrica Garzilli su giornalisti/blogger e blogger giornalisti, di ordine (sempre dei giornalisti) e via discorrendo – argomenti, peraltro, che hanno accompagnato tutti e 3 i giorni.
La mia BlogFest è stata tante cose.
La pioggia che ci ha riempito le scarpe e mandato a ramengo i propositi del parrucchiere. L’emozione di una presentazione (che non vuol dire niente, se uno ci è abituato, a presentare in pubblico, però è la prima volta che parla davanti ai suoi pari, e non è quindi tutelato da nessun ruolo, sia esso quello di cliente, fornitore, docente, e così via: i suoi pari sono come i suoi compagni di scuola, o le persone con cui chiacchiera al bar, ma questi, però, lui non li conosce, non li ha mai visti, sono tutt’al più, appunto, contatti su Twitter).
Rientrare all’una in ostello e continuare il dibattito sull’editoria, e se sia giusto o no che esiste l’ordine dei giornalisti.
Riconoscere le rigidità e affrontarle con infantile superficialità.
Rendersi conto che per la prima volta ho lasciato a casa la famiglia per un intero week end. E che mi sono mancati un sacco. Il che non vuol dire che, alla bisogna, non ripeterò ;)
venerdì, settembre 12, 2008
BlogFest!
Sono in partenza per la BlogFest (o il BlogFest? qualcuno dice così...). Fra un po' passa a prendermi la mia amica A. e via!!!
(Marito e figlio rimangono a casa. Due notti di separazione sono un inedito assoluto. Loro se la caveranno sicuramente, io speriamo).
Baci!
mercoledì, settembre 03, 2008
Variazioni sul tema della zavorra – storie di capelli
Settembre è arrivato con durezza. È coinciso tutto: la fine delle vacanze, il rientro al lavoro, le scuole ancora chiuse per due settimane, il mio compleanno, la sindrome premestruale. E quindi sono scattati i pensieri per il futuro prossimo. Un restyling, ma mica solo del guardaroba. Un cambiamento profondo, di concept, se così si può dire. Via la zavorra, si vira al minimalismo. Per mostrare fuori quello che c’è dentro, che non è poco ma si vede male.
Eliminare le frivolezze, dunque. Appuntire gli spigoli. Può funzionare anche se fuori non sei spigolosa? Chessò, se hai i ricci o qualche chilo di troppo?
Per esempio, i ricci. Io ho i ricci. Lunghi e bruni. I ricci si danno in natura solo su due categorie di donne: le figone (vedi Afef) o le cantanti napoletane (vedi Carmen di Un posto al sole). C’è solo un emendamento: le cantanti figone, anche non napoletane (non so, a me viene in mente Cher, ma fate un po’ voi). Evidentemente, io non appartengo a nessuna delle categorie succitate. Quindi che ci faccio con ‘sti ricci qua?
Quando ti vuoi tagliare i capelli e il parrucchiere te lo impedisce, come fai a spiegargli che non è un capriccio (che, semmai, sono i ricci a essere capricci, e lui ignorante che non lo sa) ma una necessità? E che di conseguenza non te ne può fregare di meno della manutenzione del taglio (le cose stanno in questo modo: i ricci lunghi non pongono problemi di manutenzione, perché basta lavarli, metterci su la spuma o qualunque cosa non ti trasformi istantaneamente in Napo Orso Capo, e lasciare asciugare all’aria, estate e inverno. Certo, magari più avanti la cervicale avrà qualcosa da ridire, ma finché dura… Invece i ricci corti richiedono l’asciugatura con il phon e il passaggio della piastra, che sennò, appunto, l’effetto Napo è assicurato), perché il problema è che proprio non ne puoi più dei ricci? Mica perché sono brutti, eh? Perché sono fuori luogo. Ecchè, secondo lui tu somigli a Cher? O a Carmen? O ad Afef? Ma allora è cieco, è!
Tutte queste cose non gliele ho dette, ho pensato che dal suo punto di vista i capelli sono capelli e basta, e che non avrebbe potuto condividere il mio, di punto d vista. Per me i capelli mostrano fuori (insomma, almeno potenzialmente) la personalità del loro portatore. Esplodendo il concetto: non è la capigliatura che deve avere una personalità, ma la personalità che si deve mostrare (se vuole) anche attraverso la capigliatura.
Per i ricci dell’anima è lo stesso. Credo che tutti abbiano dei ricci dell’anima, e io a maggior ragione, avendoceli anche sulla testa. Angioletti barocchi, cornici dorate, drappi rossi: ecco cosa sono i ricci dell’anima. Ognuno ci incolli i significati che crede, ma insomma anche di questi non so cosa farmene, che in questo periodo altro che angioletti. Barracuda, ci vorrebbero.
lunedì, settembre 01, 2008
Cosa farò da grande
Gabriele: “Tata, ho deciso cosa farò da grande”
Tata: “Davvero, Gabriele? Cosa farai?”
Gabriele: “Hai visto che le strade sono tutte rotte, hanno tutti questi buchi?”
Tata: “Sì, in effetti…”
Gabriele: “Io farò IL TAPPABUCHI DELLE STRADE!”
Beh, almeno è un mestiere utile…
Tata: “Davvero, Gabriele? Cosa farai?”
Gabriele: “Hai visto che le strade sono tutte rotte, hanno tutti questi buchi?”
Tata: “Sì, in effetti…”
Gabriele: “Io farò IL TAPPABUCHI DELLE STRADE!”
Beh, almeno è un mestiere utile…
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