Tre anni fa lavoravo per un cliente che fa prodotti per bambini fino ai tre anni. Essendo perfettamente in target, entrai nel team con entusiasmo. Ma, quando dissi al cliente che le mamme hanno bisogno di parlare tra loro, oltre che farsi rimbambire di chiacchiere dalle aziende che riempiono la loro casa, mi fu risposto che no, non era così, che le mamme non hanno tempo, e quindi figuriamoci se si mettono a navigare! Dal loro punto di vista la cosa poteva avere un senso, soprattutto nel momento in cui saltava fuori che le "mamme naviganti" erano rappresentate da un numerino a 5 cifre, mentre quelle che si stordivano di tv ostentavano almeno 7-8 cifre. Me ne feci una ragione, e mi sedetti sulla sponda del fiume.
Ed ecco che i cadaveri sono sempre più vicini. Certo, è passato tanto tempo: del resto, che male ci sarebbe stato se quest'azienda fosse stata la prima a cavalcare un'onda di cui già si intravedevano i sintomi? Ma tant'è.
Prima ci sono state le mamme blogger. Elencarle tutte sarebbe impossibile, ma basti dire che sono quelle che hanno fatto sì che l'idea che le mamme naviganti non avessero tempo diventasse frusta e anche un po' stupida: una mamma non ha tempo per il parrucchiere, magari per la ceretta, sicuramente per prendere il té con le amiche, ma, accipicchia, per tenere un blog certo che ce l'ha, il tempo!
In seguito la cosa ha assunto una dimensione più organizzata, ed ecco Mamme nella Rete, un progetto ambizioso e curato, che ha tirato fuori le mamme dalla retorica tutta pappa-e-pannolini. E allora anche le mamme blogger si sono mosse.
Dopo l'uscita dell'articolo di Repubblica sul Mommyblogging negli Stati Uniti, i progetti di questo tipo in Italia si sono moltiplicati. Senza la pretesa di essere esaustiva, cito solo quelli che, appena nati, hanno trovato posto nel mio feedreader :)
Il progetto più originale è quello di VereMamme, in cui Flavia e Piattini propongono
[...] un punto di informazione, conversazione, divertimento e soprattutto coaching , ma non quello dei manuali di management, quello delle mamme. Per essere, finalmente, una mamma unica ed autentica, libera dai condizionamenti e dai miti della perfezione.
Una mamma storica della Rete è sicuramente Panzallaria, che è appena partita con il suo Mommyblogging, un po' aggregatore e un po' magazine, i cui obiettivi elenca ordinatamente così:
Fornire informazioni e notizie utili a tutti i genitori utilizzando le risorse della blogosfera
Offrire una panoramica dei blog dedicati alla genitorialità e CENSIRE IL FENOMENO
Far emergere i contenuti di quella parte della blogosfera che ha figli e ne scrive e condivide in maniera allegra, leggera ma anche consapevole
Aiutare chi si sente impreparato, inadeguato di fronte all’arrivo/nascita di un figlio: siamo tutti impreparati e inadeguati e la perfezione non è di questa terra!
E infine, ultimo ma non meno importante in questa mini-carrellata, Fattore Mamma, un sito ampio e strutturato, con alle spalle un'agenzia di marketing e comunicazione - e dunque interessante soprattutto dal punto di vista professionale, se tra i vostri target ci sono anche le mamme. Al sito fanno capo un osservatorio sulle mamme, un blog e diversi siti dedicati alle mamme, tra cui anche un social network, MammacheClub.
E ora, prima di rimettermi a fare le linguacce al mio ex cliente, non posso non citare le mamme blogger che mi hanno fatto innamorare dell'idea di poter scrivere qualcosa in questa veste (in ordine di apparizione tra le mie letture, naturalmente): laVale, Annachiara e Graziella, alle quali va il mio grazie di cuore.
Mi sto occupando per lavoro di Social Media (non che non l’abbia mai fatto, ma insomma adesso è una cosa più strutturata), e allora ho fatto un po’ di considerazioni a latere, che non finiranno mai in una ricerca vera e propria.
Una di queste considerazioni è che i Social Media sono un po’ come le scuole, e cioè sono ambienti in cui le relazioni tra persone somigliano molto alle relazioni che hanno luogo a scuola.
Ad esempio.
Twitter È l’asilo nido. Per lo più vi si trovano brevi monologhi, spesso dal senso oscuro, che non arrivano mai allo status di conversazione. Tra dichiarazioni di stato (es. “se ne sta sotto il piumone con 40 di febbre”) e di fare (es. “vado a bere il caffè”), e domande destinate a rimanere senza risposta (a volte anche perché non sempre cercano davvero una risposta, ad es.: “mi chiedo perché per far arrivare il tram devo per forza accendermi una sigaretta…”), le volte in cui qualcuno riesce davvero a chiacchierare sono poche. Questi monologhi sono però in qualche modo preliminari alle conversazioni stesse, che poi avranno luogo altrove, così come i bambini del nido avranno poi modo di parlare davvero tra loro dopo qualche anno.
Flick e YouTube I laboratori della scuola dell’infanzia. Ogni anno si elabora un progetto, e su questo i bambini vengono messi a lavorare, in gruppi, ma anche individualmente. Ecco, nel caso di Flickr e YouTube non c’è nessuna programmazione, ci sono solo queste persone piene di buona volontà che producono come matti. In alcune particolari circostanze e per taluni temi Flickr e YouTube si trasformano nelle redazioni dei giornali di classe, di qualunque classe si dedichi ancora a fare un giornale.
I blog La blogosfera è la parte più difficile, perché è il trionfo dell’individuo. In un certo senso il concetto di classe è escluso in partenza (se si eccettuano gli eventi tipo barcamp, che in pratica sono le gite scolastiche della fine delle superiori). Però mi ricorda molto le lezioni delle scuole elementari americane show and tell (mostra e dimostra, per dirlo alla Peanuts). Ognuno arriva con il suo elaborato (che può essere qualunque cosa, dal modellino di una centrale nucleare realmente funzionante al coleottero raccolto per la strada subito prima di entrare) e ne parla agli altri, che se sono interessati intervengono, e se no buona notte al secchio.
Anobii Il liceo classico. Ci sono i secchioni che leggono davvero e che poi davvero parlano delle cose che hanno letto. Fanno a chi c’ha la libreria più grande, a chi fa le migliori recensioni, a chi fa parte di più gruppi (di studio, di lettura, di pazzeggio). E sono contenti!
Facebook Della serie: i mostri sacri. Facebook è un’Università in autogestione. Ma grande, grandissima, centinaia di migliaia di studenti (per la questura qualche decina). Pacche sulle spalle, collettivi, situazioni sentimentali in perenne evoluzione, gruppi che nascono su grandi idee e finiscono a tarallucci e vino, torme di balenghi. E poi ti faccio vedere questo, guarda un po’ chi si è unito a noi, facciamo questo nuovo gioco. E viene sera e viene mattina.
LinkedIn Per quale motivo uno si iscrive a un master in comunicazione? Ma è ovvio, per conoscere gente! Ecco, LinkedIn è un master in comunicazione, dove tessi la tua rete di relazioni per poter, nel tempo, farla fruttare: in altri ambienti si chiama pastura, ed è ugualmente essenziale per la sopravvivenza.
Friendfeed È il gruppo di studio sull’istruzione, magari dentro un ministero che, evidentemente, non è quello della Gelmini. Riprende cose di cui si è parlato, monitora gli umori, a volte coglie segnali, ma sempre in modalità “cogli l’attimo”. Che poi domani è un altro giorno, e ci saranno altre cose, altri umori, altri segnali. E poi lo dice la canzone, si vedrà.
Gli aggregatori Dopo un onorato corso di studi, tutti hanno diritto ad entrare in un Ordine. L’Ordine per i Social Media sono gli aggregatori: vi si accede dopo aver superato un esame, per lo più, e/o dopo aver fatto un periodo di tirocinio. In linea di massima una volta che ci sei dentro, ci rimani; ma se ti comporti male fa’ attenzione, perché non è detto che non ti si depenni. Con ignominia, finanche.
Entrano in due, è evidente che fanno la stessa strada, insieme, tutti i giorni, e che sono diretti nello stesso posto. Stanno chiacchierando fitto, ma non riesco a capire niente. Per qualche minuto rimango nella convinzione che parlino olandese o fiammingo. Alla fermata successiva riconosco qualche parola. Saranno bergamaschi o bresciani.
Collega A: "Quando mi metto l'abito mi sento un coglione" Collega B: "Guh" Collega A: "Soprattutto la sera, eh. Perché la mattina..." Collega B: "Guh!" Collega A: "Eh! Uh! La mattina mi metto tutto bello, la camicia tutta stirata, perfetta, le scarpe pulite..." Collega B: "Guh! Guh!" Collega A: "... invece la sera no, mi metto certe camicie con certe pieghe..." Collega B: "Guh! Guh! Guh!" Collega A: "E poi la mattina, dopo che mi sono fatto bello, mi rendo conto che l'ho fatto per il computer" Collega B: "Guuuuh! Guh! Guh!" Collega A: "Allora ieri mattina ho acceso il computer e gli ho detto: 'Uh! Non mi dici niente, non vedi come mi sono fatto bello? Per te, eh? Solo per te!"
Alla fermata successiva, exit colleghi. Se trovo un dizionario italiano/bergamasco, magari in un update vi dò anche la traduzione del discorso del collega B.
Mi guardo allo specchio. Sono un po' annebbiata. Non ho ancora preso il caffé. Ed è lunedì.
Nello specchio ci sono tre rughe, giusto all'altezza della mia fronte. Due sono un po' sopra le sopracciglia, una è al centro, più in alto.
Sono sottili, eh?
La prima cosa che penso è: licenzierò la donna delle pulizie. Mica si possono lasciare delle rughe nello specchio e passarla liscia.
Un po' più serena esco dal bagno e vado a sistemare le cose di Gabriele.
Saluto i maschi, che se ne vanno di corsa lasciando dietro di sé una scia di distruzione che neanche Beirut ai tempi d'oro.
Torno allo specchio. Anch'io dovrei essere già in metrò, a quest'ora, ma non riesco a staccarmi dalla contemplazione delle tre rughe. Ma come può essere successo? Quando? Durante la notte, così, approfittando di un momento di distrazione? Saranno rughe d'espressione? Sì, dai, sono rughe d'espressione... Espressione un cavolo ("mamma, non si dice cavolo!" "hai ragione, non si dice, ma allora come si dice?" "si dice: accipicchia!"), espressione un accipicchia: queste so' rughe. Di età. Di anni. Non so come si dice.
Leggere leggere, eh? che quella più piccola neanche si vede se non ad un attento esame di quei centimetri quadrati, e le due più impertinenti verranno via facile con il fondo tinta. Ma è quello che ti comunicano, il problema.
Ecco, di quello che mi comunicano mi preoccuperò un altro giorno, però, visto che è lunedì e c'è il sole.
La tata di Gabriele è una simpatica signora di un po' più di 50 anni (non molti di più, ma con certezza non lo sa nessuno), estremamente riservata, esponente di punta del modello pedagogico doverista-penitenziale.
Sere fa torno a casa e lei mi dice: "Ehi, tuo figlio è precoce, eh?". E io "...?" (se c'è una cosa che proprio non ho mai pensato è che mio figlio sia precoce). E lei: "Oggi giocava al dottore. Con L. [NdR: L. è solo un'amica, Gabriele ci tiene molto a sottolinearlo]". E io: "Giocava al dottore? In che senso?". E lei: "Nel senso che lei era stesa in terra e lui le auscultava il cuore, le spostava i capelli dalla fronte...". E io: "...". E lei: "...", arrossendo.
Ieri sera torno a casa e mio marito mi dice: "Gabriele ha fatto arrossire la tata". E io: "Ancora?". E lui: "Eh sì. Sai la storia della gita al lago in primavera? [NdR: in primavera i bambini di 5 anni della scuola materna di Gabriele andranno in gita al lago. Per una settimana. La prospettiva li eccita e li terrorizza. Un po' come succede alle mamme]". E io: "Sì...". E lui: "Ecco, tuo figlio ha deciso che, siccome non usa più l'orsetto, dormirà con C. [NdR: C. è la fidanzata di Gabriele, mica come quella L. là]". E io: "Ah". E lui: "Eh. Però si espresso in un altro modo. Ha detto: 'Quando andiamo in gita io mi porto a letto C.'. " E io: "Ah. E la tata?". E lui: "E' arrossita tutta, poi si è messa una mano davanti alla bocca e ha iniziato a ridacchiare istericamente come una dodicenne".
C’è una cosa che, sopra ogni altra, vorrei che significasse l’elezione di Obama: il coraggio di avere un sogno. Ancora e nonostante tutto. Vorrei poterlo insegnare a mio figlio, vorrei saperlo fare, sapere come si fa. Ho provato a scrivergli oggi una lettera, come se lui potesse leggerla, fra qualche anno.
Caro Gabriele,
Quando una persona diventa genitore sono tante le cose che si trova ad affrontare, ma le scopre piano piano. All’inizio devi confrontarti con la fisicità di un figlio: che è bisogni di base, e basta, si può dire. È molto dura, ci vuole una bella forza. Poi ci si rende conto che dare un’educazione al proprio figlio significa trasmettergli dei valori, e cambia tutto. Cioè, la fisicità rimane, ma si aggiunge questo qualcos’altro.
Tuo padre ed io parliamo in continuazione di valori, fa parte del nostro mestiere. Ma quelli, i valori di una marca, non sono veri valori, sono solo i confini arbitrari tra la strategia di vendita di un prodotto e la sua giustificazione etica. Quei valori lì, che è così facile far girare, comunicare, declinare, come si dice, non c’entrano un bel niente con i valori da trasmettere a un figlio.
Anche la politica e la religione si riempiono la bocca di valori. Peccato che anche quelli rispondono a una strategia di vendita. E in questo caso è più grave. Perché in nome di quei valori si commettono i peggiori crimini: si condannano intere etnie in nome della salvaguardia della cultura, si privano della loro dignità migliaia di persone in nome del libero mercato, si condanna chi soffre a soffrire ancora e ancora di più in nome della tutela della vita, si costringono infelici a venire al mondo in nome della salvaguardia della famiglia. Ma la cultura, il mercato, la vita, la famiglia, per me sono un’altra cosa. E allora anche questi valori qui, mi dispiace, non c’entrano un bel niente con i valori da trasmettere a un figlio.
Mentre scrivo è il 2008, un anno iniziato male, continuato peggio e non ancora finito. La più grande crisi economica dopo quella del ’29 (ci sono in giro dei film sull’argomento, fatti un giro in rete e guardatene uno o due) ha messo in ginocchio gli Stati Uniti, e con loro l’Europa, e gli altri paesi. Anche l’Italia, nel 2008, non se la passa molto bene. Leggi scellerate negano i diritti più elementari, come l’istruzione e l’assistenza sanitaria. La gente si lamenta, ma poco, perché il concetto di democrazia, quest’anno, ha toccato i suoi minimi storici di popolarità. C’è un’opposizione, ma è come se non ci fosse, nonostante quelli che continuano a incitarla a forza di “daje!”.
Ci sono due modi di reagire, in questi casi. Ti puoi abbattere, rimanere fermo dove sei per aspettare che passi la bufera, sperando di non perdere quello che hai, per poco che sia diventato. Oppure puoi reagire, e decidere di non avere paura.
Vedi, Gabriele, la paura è una brutta bestia. Ti paralizza, ti impedisce di pensare. Ti impedisce di sognare. E se non puoi più sognare, e sognare in grande, sei condannato a quella che forse altri chiameranno normalità, ma che tu un giorno, svegliandoti all’alba dopo una notte agitata, riconoscerai come mediocrità. E a quel punto le cose non potranno che peggiorare, e tu ti ritroverai a grattare il fondo del barile senza renderti conto che non c’è neanche più il barile.
Adesso c’è questo nuovo presidente americano, Obama, che in Europa tutti hanno sostenuto, che ha fatto una cosa molto originale, in questi tempi di nani e ballerine. Ha detto alla gente di avere coraggio, e ha raccontato il suo sogno, la sua America. Gli ultimi che hanno detto cose del genere avevano nomi illustri, e sono scomparsi molti anni fa. Non sappiamo ancora cosa farà, questo americano meticcio che solo per il colore della sua pelle è già un miracolo e una bestemmia insieme, non lo sappiamo ancora perché non si è ancora neanche insediato. Suppongo che a questo punto tu, invece, lo saprai. E, comunque, anche se non avrà mantenuto le promesse, poco male. Ci ha fatto sognare, almeno per una notte.
Quello che vorrei dire a te, però, Gabriele, è questo: opponiti alla paura. Investi la vita, con tutto il coraggio che hai, e se non ne hai abbastanza prendilo in prestito dagli Obama che avrai a disposizione. Pensa sempre “si può fare”, a qualunque cosa tu decida di dedicare la tua vita.
Se farai l’elettricista, mentre attacchi e stacchi cavi e lampadine pensa a come mettere ogni appartamento del tuo condominio, del tuo quartiere, della tua città, del mondo, in condizione di produrre da solo la sua energia senza succhiare sangue al pianeta: si può fare. Se farai l’insegnante, insegna molto bene le tabelline ai tuoi studenti, ma intanto pensa a come farli diventare coraggiosi, a come farli diventare uomini degni di stare nel mondo lasciando la loro impronta: si può fare. Se farai il politico, rifiutati di partecipare alle liti di pollaio e pensa veramente a ciò di cui hanno bisogno i tuoi cittadini, quelli che si sono fidati di te: si può fare.
E quando ti prende lo sconforto, guardati questo video: se Obama avrà fatto cose buone, lo conoscerai già, ma magari ti farà piacere rivederlo; se non ne ha fatte, se ne sarà persa memoria, e allora sarà importante per te pescare un pezzo di storia di cui nessuno si ricorda più.
Obama ha vinto, viva Obama. Il nano ha fatto un’altra delle sue gaffe, niente di nuovo, ma attenzione: quando fa qualcosa di così clamoroso in genere è perché contemporaneamente sta combinando qualcosa di losco, molto losco, tipo l’ennesima legge ad personam, o anche far passare un provvedimento scandaloso ponendo la fiducia (l’ho pensato molte volte, ma non mi sono mai messa di buzzo buono a farlo: vorrei tracciare una sorta di calendario delle malefatte del cavaliere, e dimostrare che le porcate peggiori le fa approfittando di un momento di distrazione dei media e dei cittadini – cose tipo la finale di un mondiale di calcio, un momento topico nella vita di un’azienda strategica per l’Italia, cose così).
Non ho fatto la nottata elettorale, ma sono andata allo IAB. Mi ha ricordato lo SMAU di mille anni fa, però non c’erano ragazzini. Ovviamente ho partecipato all’orgia di gadget – con discrezione – ma per lo più mi sono dedicata ai workshop. Per una trattazione critica completa vedere il blog di Maurizio, che così non duplichiamo l’informazione inquinando inutilmente. Altra discussione interessante in questo thread di Friendfeed.
Però un paio di cose volevo dirle.
La prima: in tema di inquinamento, la presentazione di Roveda, Lifegate. Loro si sono inventati questa cosa dell’Impatto Zero, che in pratica è: un’azienda (ma anche un singolo evento) decide di restituire all’ambiente quello che gli toglie sotto forma di emissioni di CO2, e per far questo calcola le sue emissioni e i metri quadrati di alberi che servono a compensarle. Dopodiché pianta gli alberi. Per dire, lo IAB era a Impatto Zero, e per compensare le emissioni di CO2 dell’evento sono stati piantati 27.000 metri quadri di alberi, in Costa Rica. Allora, ok che per la Terra intesa come Gaia un posto vale l’altro, l’ossigeno è ossigeno ovunque, ecc. ecc., ma ci sono delle cose che non capisco. L’unica cosa che capisco molto bene è che si tratta di un gran bel bisnes: chapeau, Roveda.
La seconda: la presentazione di Digitalia 08, fatta da Yves Confalonieri. No, qualcuno deve dirglielo. Qualcuno deve dire a quest’uomo che non si può fare un intervento in un workshop mandando un video di 15 minuti che racchiude tutta la presentazione. Non si può fare perché la gente che è là vuole ascoltare, non viversi un pezzo di TV. Qualcuno deve dirglielo che quel video con tutte le immagini prese dagli innumerevoli veicoli pubblicitari che l’azienda mette a disposizione e con sotto la voce promo di Canale 5 era fuori luogo. Era fuori luogo perché la gente che era lì si aspettava di sentir parlare di crossmedialità, non di mercato del pesce. Qualcuno deve dirglielo che lui era fuori luogo. Era fuori luogo perché non era quello il contesto in cui fare uno spottone di queste dimensioni. Qualcuno deve dirglielo che non sta bene dire “Ho detto ai ragazzi di fare un prezzo di favore a quelli di voi che andranno allo stand”. Non sta bene perché i ragazzi avranno avuto 50 anni.
Ecco, le note stonate. Poi, certo, senti cose interessanti e cose banali, roba nuova e roba nota, ma che fa, se puoi vedere gente, annusare il mercato, sbigliettare un po’ in giro.
Io ho capito una cosa, da tutta quest’attività, ma magari mi sbaglio. C’è un’area della comunicazione digitale che ormai le agenzie conoscono abbastanza, un po’ meno i clienti, ed è quella dei Social Media – in senso allargato, non parlo di Facebook e basta. Solo che questa area non è (ancora) un vero e proprio mercato, perché ancora non si capisce bene dove sono i soldi, per qualcuno, e ancora non si capisce bene come misurarlo, per altri. Come misurarlo con dei numeri, intendo. Le idee sono poche e piuttosto confuse, al riguardo. Io ho detto la mia in altre sedi, ma intanto studio. Casomai mi dovesse riuscire di trovare il numero.
Momento di autocelebrazione: Raffaella Ronchetta ha intervistato un po' di mamme blogger per la rivista Giovani genitori (io non gliel'ho detto che non sono giovane, eheheh).