Molti anni fa feci un lavoro sull’Ikea. Si trattava di un’analisi dell’offerta in termini di apprendimento, e cioè quanto deve “imparare” un consumatore per poter usufruire nel modo più completo dell’offerta di un punto vendita. L’analisi fu appassionante e richiese alcune visite al negozio di Corsico, nato da pochissimo. Il risultato, in estrema sintesi, fu che (all’epoca, naturalmente) il tipo di offerta proposto dall’Ikea, rivoluzionario per l’epoca, richiedeva una notevole attivazione da parte del cliente, e non solo nel momento successivo all’acquisto, quando questo signore doveva cioè montarsi i mobili da solo, ma anche nella fase precedente, essendo il negozio ridotto all’osso in termini di assistenza tradizionale (nel senso più ampio del termine, dal personale nei vari reparti – scarso e difficile da trovare – all’assenza di indicazioni nel parcheggio), e delegando tutto a meccanismi, appunto di assistenza, originali e molto più coinvolgenti della norma, come ad esempio i cartellini dei prodotti, ricchi di informazioni sia sul prodotto che sul modo di reperirlo nel magazzino. Da queste osservazioni nacque poi un bellissimo progetto.
Fatto sta che in quel periodo intuii la prima legge del giro all’Ikea:
Il vero motivo per cui vai all’Ikea è totalmente ininfluente rispetto a quello che comprerai.
Sono tuttora straconvinta che sia così. Lo scorso week end, per esempio, sono andata all’Ikea per prendere delle lenzuola per il lettino di mio figlio. Sono tornata a casa con delle bavaglie per la figlia di una mia amica, un materasso nuovo per il lettino di cui sopra e una pianta grassa a forma di cuore. Ovviamente, niente lenzuola.
Nel giro di un paio di visite, nel corso di quel lavoro tanto bello ma tanto pericoloso per il portafogli, aggiunsi anche un corollario alla prima legge:
Anche se non hai bisogno di niente, uscirai dall’Ikea almeno con una puttanata.
Che so, dei tovaglioli di carta. Delle candeline. Un asciugamano. Chi non ha bisogno dei tovaglioli di carta, delle candeline o di un asciugamano in più? E perché negarsi il piacere di caricare in macchina il sacchettone di carta, anche se hai dovuto fare un’ora di coda alla cassa per pagare uno spargizuccheroavelo da 1 euro e 50, che con buona probabilità non userai mai?
Poi adesso siamo proprio al futuro: sempre all’Ikea di Corsico, sono arrivate le casse fai-da-te: passi tu lo scanner sui tuoi acquisti, la macchinetta ti fa il conto, paghi con carta di credito, firmi e infili la ricevuta firmata in una cassetta apposita. Alé. Quindi, ricapitolando: ti sei preso da solo le cose di cui avevi bisogno (o le puttanate, ma questo non rileva), le hai messe nel tuo carrello anche se erano pesanti, ti sei fatto il conto alla cassa, hai pagato, ti carichi il tutto in macchina, e quando sei a casa te lo monti anche. Ecco, non riesco ad immaginare cos’altro si possa fare da soli (o forse sì…).
Allora però mi è venuta in mente una cosa. A volte ho la sensazione che le persone dentro all’Ikea sino più educate e responsabili che altrove. Voglio dire, la gente gira tra gli ambienti, prova le cose, ma mediamente non le scassa; i bagni sono puliti; al ristorante non ci si accapiglia in coda. Ecc. ecc. ecc.
(Certo, mi hanno raccontato che all’Ikea di Napoli, qualche anno fa, si è verificato questo strano fenomeno: poco prima di Natale sono state vendute un sacco di sedie; subito dopo le feste, approfittando dei famosi “30 giorni per cambiare idea”, sono tornate tutte indietro. Del resto, la famiglia è grande e Natale si fa tutti insieme, non vorremo mica far accomodare gli ospiti a terra? E poi però che ne facciamo di tutte ‘ste sedie?)
Insomma, mediamente ai clienti Ikea si chiede di essere più svegli e più “civili”. O no?
mercoledì, gennaio 28, 2009
mercoledì, gennaio 21, 2009
Di moda e modelli
Il parterre è emozionante. I volti sono i soliti noti (a tutti tranne che a me). Ho bisogno di un capospalla decente, mi dico, evitando di paragonare la mia giacca - carina, sì, ma con qualche anno di troppo segnato sulle cuciture - con i cappotti e le giacche che mi circondano, tutte inserti e tessuti preziosi. Ci sono anche degli studenti, o almeno così sembra, molti giapponesi, che sfoggiano mises parecchio decontractées e hanno la metà dei miei anni.
E infatti quando è arrivato l'invito il mio primo pensiero è stato: che mi metto? Un classico. Ora sui tacchi non sembro neanche così male. Se non che queste scarpe le ho comprate d'estate, e i piedi reduci dalle infradito hanno reclamato un numero in più. Perciò ora sono grandi. Camminare sul pavé è come fare free climbing, devi verificare ogni singolo punto d'appoggio. Per fortuna all'interno dell'ex cinema Cavour c'è la moquette, e la mia camminata si fa, se non proprio elegante, almeno più stabile.
La sfilata è quella di Missoni, AI 09/10. Perché entrino tutti ci vogliono 45 minuti. A un certo punto i fotografi iniziano ad urlare di spostarsi, urlano proprio come degli ossessi. Non è come al teatro, dove una voce gentile ti avvisa che "mancano 4 minuti allo spettacolo". Questi strillano "Via quelle gambe dalla passerella!", ed è il segnale d'inizio.
Otto minuti dopo (secondo più, secondo meno) è tutto finito. Esce la signora Missoni, ma l'applauso si sta già spegnendo, e la folla che gremiva la sala sta sciamando fuori alla velocità della luce. A raggiungere le Mercedes nere della Camera Nazionale della Moda parcheggiate in seconda fila in tutto il circondario da autisti dall'aspetto minaccioso. Come a dire: "vuoi passare? non ci pensare nemmeno, questa è la moda, baby".
La collezione è bellissima: mi aspettavo il solito arazzo, e invece qui c'è soprattutto bianco, nero e grigio. Linee destrutturate ma non troppo, tessuti caldi e preziosi, tutto portabile, reale, un'idea di uomo che non deve per forza fare orrore alle donne.
Ecco, l'uomo. I modelli sono un discorso a parte. Avranno 16 anni, forse sono tutti fratelli, tanto si somigliano (ok, l'identità di marca). Ma. Sembravano clandestini moldavi appena scaricati dal bagagliaio di un pullman con cui hanno attraversato 7 frontiere. Scesi di fretta e picchiati da un caporale. Poverini.
E infatti quando è arrivato l'invito il mio primo pensiero è stato: che mi metto? Un classico. Ora sui tacchi non sembro neanche così male. Se non che queste scarpe le ho comprate d'estate, e i piedi reduci dalle infradito hanno reclamato un numero in più. Perciò ora sono grandi. Camminare sul pavé è come fare free climbing, devi verificare ogni singolo punto d'appoggio. Per fortuna all'interno dell'ex cinema Cavour c'è la moquette, e la mia camminata si fa, se non proprio elegante, almeno più stabile.
La sfilata è quella di Missoni, AI 09/10. Perché entrino tutti ci vogliono 45 minuti. A un certo punto i fotografi iniziano ad urlare di spostarsi, urlano proprio come degli ossessi. Non è come al teatro, dove una voce gentile ti avvisa che "mancano 4 minuti allo spettacolo". Questi strillano "Via quelle gambe dalla passerella!", ed è il segnale d'inizio.
Otto minuti dopo (secondo più, secondo meno) è tutto finito. Esce la signora Missoni, ma l'applauso si sta già spegnendo, e la folla che gremiva la sala sta sciamando fuori alla velocità della luce. A raggiungere le Mercedes nere della Camera Nazionale della Moda parcheggiate in seconda fila in tutto il circondario da autisti dall'aspetto minaccioso. Come a dire: "vuoi passare? non ci pensare nemmeno, questa è la moda, baby".
La collezione è bellissima: mi aspettavo il solito arazzo, e invece qui c'è soprattutto bianco, nero e grigio. Linee destrutturate ma non troppo, tessuti caldi e preziosi, tutto portabile, reale, un'idea di uomo che non deve per forza fare orrore alle donne.
Ecco, l'uomo. I modelli sono un discorso a parte. Avranno 16 anni, forse sono tutti fratelli, tanto si somigliano (ok, l'identità di marca). Ma. Sembravano clandestini moldavi appena scaricati dal bagagliaio di un pullman con cui hanno attraversato 7 frontiere. Scesi di fretta e picchiati da un caporale. Poverini.
martedì, gennaio 20, 2009
Donne che non vogliono essere uomini
Ieri mattina ho partecipato ad un interessantissimo incontro organizzato da Women & Technologies. Womentech è un network che parte da
una conferenza nella conferenza dedicata alle donne e alle tecnologie, con un particolare focus su ricerca e innovazione.
Un focus che ha voluto mettere in primo piano le donne viste non solo come fruitrici di tecnologia, ma anche come produttrici della stessa, declinata in modo nuovo e creativo, in una specificità tutta femminile.
Un ambizioso obiettivo strategico che non si è limitato a una serie di contributi e speech “dall’alto”, ma che propone anche una riflessione più ampia e articolata, aperta soprattutto ai temiLa chairperson di Womentech è Gianna Martinengo.
La giornata di ieri era dedicata a Nik Nailah Binti Abdullah, una ricercatrice malese con una storia personale che in sé è una storia, la quale si sta dedicando ad una ricerca sulle attività collaborative cross-domain, adottando un approccio multidisciplinare che coinvolge, in primis, la linguistica, la psicologia e l'antropologia. L'obiettivo è pensare a tecnologie "dal basso", ossia fondate sulle reali esigenze di chi ne deve far uso, ricorrendo per questo ad un approccio olistico alla tecnologia. La ricerca viene svolta attraverso l'analisi delle conversazioni all'interno di gruppi che utilizzano diverse tecnologie per comunicare: Nailah ci ha mostrato un esempio "semplice" di conversazione tra due persone che si accordano per vedere un film - via chat, con scambio di link -, e uno molto più complesso in cui il project management di un'azienda deve coordinare un gruppo di sviluppatori situato dall'altra parte del mondo. Per il materiale sull'incontro di ieri, qui trovate il programma e qui le slide.
Io, come sempre, ho buttato giù due note di costume. Womentech ha un profilo molto più istituzionale delle organizzazioni analoghe cui la tecnologia ci ha abituati, in cui branchi di ex nerd si sono messi giacca e cravatta - non sempre ben assortite - e ci parlano con il loro tono di volta in volta entusiasta, impacciato, trascinatore e a volte un po' in prestito. Queste signore qui sono tutta un'altra cosa. Animali e animalier in tutte le sfumature di colore affollano la platea: è una generazione diversa, forse non tanto in termini anagrafici quanto rispetto alla testa (per loro, fresca di parrucco, cosa anche questa piuttosto inedita). Sono profondamente donne. Sono pratiche: quando Filippo Penati si allontana dal tavolo dei relatori loro si risistemano, cambiano i cavalieri, si accomodano meglio; non come farebbe un tavolo di uomini, che magari eseguirebbe le stesse operazioni, ma più orientato all'efficienza, ecco, magari eseguirebbe le stesse operazioni facendosele fare, le cose, da una donna. Loro no, sono pratiche, loro. Orientate all'efficacia. Pratiche. Complici. Abituate a compiere i piccoli gesti che rendono vivibile la quotidianità. Hanno gli occhi che si illuminano quando Naimah illustra una conversazione via chat: perché vi si riconoscono, e sanno sorridere su certe improvvise divagazioni, e cambiamenti di stato, e cambiamenti, perché no, di idea.
Mi piacciono queste donne qua, perché non giocano a fare gli uomini.
una conferenza nella conferenza dedicata alle donne e alle tecnologie, con un particolare focus su ricerca e innovazione.
Un focus che ha voluto mettere in primo piano le donne viste non solo come fruitrici di tecnologia, ma anche come produttrici della stessa, declinata in modo nuovo e creativo, in una specificità tutta femminile.
Un ambizioso obiettivo strategico che non si è limitato a una serie di contributi e speech “dall’alto”, ma che propone anche una riflessione più ampia e articolata, aperta soprattutto ai temi
- Le donne non solo utilizzatrici, ma anche produttrici di tecnologie
- Ricerca e innovazione
La giornata di ieri era dedicata a Nik Nailah Binti Abdullah, una ricercatrice malese con una storia personale che in sé è una storia, la quale si sta dedicando ad una ricerca sulle attività collaborative cross-domain, adottando un approccio multidisciplinare che coinvolge, in primis, la linguistica, la psicologia e l'antropologia. L'obiettivo è pensare a tecnologie "dal basso", ossia fondate sulle reali esigenze di chi ne deve far uso, ricorrendo per questo ad un approccio olistico alla tecnologia. La ricerca viene svolta attraverso l'analisi delle conversazioni all'interno di gruppi che utilizzano diverse tecnologie per comunicare: Nailah ci ha mostrato un esempio "semplice" di conversazione tra due persone che si accordano per vedere un film - via chat, con scambio di link -, e uno molto più complesso in cui il project management di un'azienda deve coordinare un gruppo di sviluppatori situato dall'altra parte del mondo. Per il materiale sull'incontro di ieri, qui trovate il programma e qui le slide.
Io, come sempre, ho buttato giù due note di costume. Womentech ha un profilo molto più istituzionale delle organizzazioni analoghe cui la tecnologia ci ha abituati, in cui branchi di ex nerd si sono messi giacca e cravatta - non sempre ben assortite - e ci parlano con il loro tono di volta in volta entusiasta, impacciato, trascinatore e a volte un po' in prestito. Queste signore qui sono tutta un'altra cosa. Animali e animalier in tutte le sfumature di colore affollano la platea: è una generazione diversa, forse non tanto in termini anagrafici quanto rispetto alla testa (per loro, fresca di parrucco, cosa anche questa piuttosto inedita). Sono profondamente donne. Sono pratiche: quando Filippo Penati si allontana dal tavolo dei relatori loro si risistemano, cambiano i cavalieri, si accomodano meglio; non come farebbe un tavolo di uomini, che magari eseguirebbe le stesse operazioni, ma più orientato all'efficienza, ecco, magari eseguirebbe le stesse operazioni facendosele fare, le cose, da una donna. Loro no, sono pratiche, loro. Orientate all'efficacia. Pratiche. Complici. Abituate a compiere i piccoli gesti che rendono vivibile la quotidianità. Hanno gli occhi che si illuminano quando Naimah illustra una conversazione via chat: perché vi si riconoscono, e sanno sorridere su certe improvvise divagazioni, e cambiamenti di stato, e cambiamenti, perché no, di idea.
Mi piacciono queste donne qua, perché non giocano a fare gli uomini.
venerdì, gennaio 09, 2009
Due settimane, giusto per far vedere
Rachida Dati, 43 anni, ministro francese della Giustizia è rimasta incinta, ha avuto la piccola Zohra e, cinque giorni dopo il parto, eccola di nuovo sui tacchi a spillo, sorriso perfetto per i fotografi, davanti all'Eliseo. Non poteva essere assente al Consiglio dei ministri che apre un difficile 2009, felice, nonostante il gossip sulla paternità sconosciuta della bimba.
Ok. Siamo molto felici per lei. Per inciso, il parto è stato cesareo. Cioè, questa femmina qua c’ha uno sbrego nella panza.
Ero indecisa se parlarne o no. Mi dicevo: non ne facciamo un caso. Dare risonanza a una cosa del genere crea un precedente. In fondo la notizia è stata trattata poco, sui media mainstream, quindi perché farle un favore proprio noi. Poi mi sono risposta: per almeno due motivi. Il primo è che ho delle cose da dire al proposito. Il secondo è che tanto non sarò mica io a creare un precedente!
Fatto sta che mi preoccupa, se la notizia si diffonde mi preoccupa assai. Nel senso che. Capisco che il primo Consiglio dei ministri dell’anno è importante, e forse al suo posto avrei fatto lo stesso (ammesso che nel frattempo fossi riuscita a raccogliermi le trippe in un paio di braghe); quello che spero, però, è che dopo ‘sto Consiglio la signora Rachida se ne torni a casa e ci rimanga per un po’. Che so, due o tre settimane. Giusto per far vedere.
Giusto per far vedere che non è che siccome sei una donna, e sei rimasta incinta, e hai anche partorito, siccome tutto questo, non è che devi farti perdonare.
Giusto per far vedere che fare un bambino non ha lo stesso impatto fisico ed emotivo di un barbecue in giardino con gli amici.
Giusto per far vedere che essere donne/mamme e stare in un posto di potere si può (do per scontato che se la richiesta è questa, essere al lavoro dopo 5 giorni dal parto, col cavolo che le donne hanno voglia di farlo).
Giusto per far vedere che tua figlia riceverà un’educazione normale, e non di genere ma al contrario, modello “sappi che le donne devono soffrire, se vogliono ottenere le stesse cose degli uomini; pensa che quando sei nata tu, io…”.
Insomma, Rachida, torna a casa, fai un favore alle donne. Fallo per tutte noi, quelle normali, quelle che cinque giorni dopo il parto vorrebbero solo dormire e smettere di sentire quella roba tra le gambe ed essere sicure che quello che stanno facendo è giusto, che il loro bambino non è a rischio di vita per qualche cazzata involontaria. Torna a casa e sì, mettiti a lavorare, che il tuo Paese ha bisogno di te quanto il nostro di noi (anche se crede di poterne brillantemente fare a meno): ma da casa tua, almeno, te l’ho detto, per due settimane.
giovedì, gennaio 08, 2009
Libri: Una madre lo sa
La storia di Brooke Shields, una delle donne più belle del mondo, che partorisce a 38 anni la piccola Rowan e non smette di piangere dal primo istante in cui gliela mettono in braccio e scivola in una tremenda depressione da cui si riprenderà solo molti mesi dopo, e quella di Valentina Vezzali, il"cobra", che dopo appena diciotto giorni dalla nascita del figlio Pietro riprende gli incontri di scherma e le bastano tre mesi di allenamento per vincere i campionati del mondo. La storia delle madri di Plaza de Mayo, a cui la dittatura argentina ha rubato i figli, capaci di un amore assoluto per le proprie creature scomparse, perché l'amore materno perfetto è solo quello per chi non c'è più, e quella di Mercè Anglada, ostetrica di 44 anni, che per aver dedicato l'intera vita a far nascere i figli degli altri non si è mai sposatae non ne ha mai avuti di propri. Storie di madri e di maternità, storie di amore e di paura, storie di gioia e di terribili depressioni. Concita De Gregorio compie un viaggio, attraverso venti racconti di maternità, in una realtà circondata da moltissimi luoghi comuni, per cercare di dare voce a una realtà silenziosa: la fatica di essere madri in un mondo in cui per le madri non c'è posto.
Avrei voluto scriverlo io, questo libro. Davvero, l'ho pensato subito, con un'intensità quasi dolorosa. Perché queste "diversamente mamme" sono invece le mamme più vere, più reali di tutte.
La grande Concita parla di uno scollamento della realtà dalla (diciamo così) mitologia della maternità. e poi lo racconta. Nello scollamento ci sguazza. E io, e noi, e un sacco di mamme, finalmente si vedono allo specchio e smettono di sentirsi diverse, dei casi umani.
Grazie, Concita.
Da leggere anche se non si è mamme, perché si è comunque donne e certe cose è bene saperle prima di fare la grande scelta di ascoltare l'orologio biologico.
Senza musica.
mercoledì, gennaio 07, 2009
La parola dell'anno
Ho letto pochi oroscopi per questo 2009, e ognuno dice una cosa diversa. Così ho deciso di fare da me, e scegliermi il mio mantra senza la benedizione delle stelle.
Vorrei che la parola dell'anno fosse "coraggio". Ho già scritto del coraggio, quando l'elezione di Obama ha dato a tutti - chi più chi meno, s'intende - un'emozione che almeno per un attimo ci ha fatto credere in quel suo "Yes, we can". L'Uomo Nero alla Casa Bianca, chi l'avrebbe mai detto? Yes, they can.
E allora perché io no? Poi ci penso e ci ripenso, e mi viene in mente che non è una passeggiata. Perché svegliarsi ogni mattina e pensare "coraggio" (ma non in senso consolatorio, non quel "coraggio" che si dice ai parenti di un signore appena spirato nel corso di un intervento peraltro perfettamente riuscito. No, non quello. E' più un coraggio del genere "In hoc signo vinces", appunto, un "Yes, I can". Chiaro, no?), ecco, dicevo, svegliarsi ogni mattina così non è una passeggiata, perché richiede l'acquisizione di una prospettiva complementare, l'allontanamento da quel primo gradino della piramide di Maslow (hai presente, i bisogni primari? mangiare, bere, la sicurezza, ecc.) in cui troppo spesso per quieto vivere/per pigrizia/per stanchezza ci rintaniamo, e poi non viviamo più.
Vorrei che il mio coraggio per il 2009 significasse dare alle cose il loro nome, e non un nome di convenienza. E guardare le persone per quello che sono, prima che per quello che rappresentano. E fare scelte in base al presente, non al futuro (che tanto può cambiare in qualunque momento, indipendentemente da quello che ho fatto per costruirmi un certo destino invece che un altro), né al passato (che ormai è andato, e chi ha dato ha dato, chi ha avuto ha avuto).
Ecco, per quest'anno niente buoni propositi, solo una parola: coraggio.
Che sia l'anno del coraggio per tutti. Buon 2009.
Vorrei che la parola dell'anno fosse "coraggio". Ho già scritto del coraggio, quando l'elezione di Obama ha dato a tutti - chi più chi meno, s'intende - un'emozione che almeno per un attimo ci ha fatto credere in quel suo "Yes, we can". L'Uomo Nero alla Casa Bianca, chi l'avrebbe mai detto? Yes, they can.
E allora perché io no? Poi ci penso e ci ripenso, e mi viene in mente che non è una passeggiata. Perché svegliarsi ogni mattina e pensare "coraggio" (ma non in senso consolatorio, non quel "coraggio" che si dice ai parenti di un signore appena spirato nel corso di un intervento peraltro perfettamente riuscito. No, non quello. E' più un coraggio del genere "In hoc signo vinces", appunto, un "Yes, I can". Chiaro, no?), ecco, dicevo, svegliarsi ogni mattina così non è una passeggiata, perché richiede l'acquisizione di una prospettiva complementare, l'allontanamento da quel primo gradino della piramide di Maslow (hai presente, i bisogni primari? mangiare, bere, la sicurezza, ecc.) in cui troppo spesso per quieto vivere/per pigrizia/per stanchezza ci rintaniamo, e poi non viviamo più.
Vorrei che il mio coraggio per il 2009 significasse dare alle cose il loro nome, e non un nome di convenienza. E guardare le persone per quello che sono, prima che per quello che rappresentano. E fare scelte in base al presente, non al futuro (che tanto può cambiare in qualunque momento, indipendentemente da quello che ho fatto per costruirmi un certo destino invece che un altro), né al passato (che ormai è andato, e chi ha dato ha dato, chi ha avuto ha avuto).
Ecco, per quest'anno niente buoni propositi, solo una parola: coraggio.
Che sia l'anno del coraggio per tutti. Buon 2009.
(Colonna sonora del post: Volta la carta, Fabrizio de André)
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