Decidere di lasciare un “posto sicuro” (mi viene da ridere solo a pensarci) in tempi di crisi è di per sé una follia. Almeno, la mia estetista ha detto così. È pur vero che se uno lo fa, è evidente che ha le sue motivazioni, e che sono piuttosto importanti. Ci si pensa molto, anzi, assai. E si rimane col dubbio di stare per fare una cazzata. Poi però si decide di farlo, e contestualmente ci si costruiscono tutti i ragionamenti a supporto della decisione; poi si decide di credere fino in fondo in queste motivazioni; poi si decide di non farsi abbattere da nessuno.
Uno dei momenti più difficili, però, è quello in cui si deve comunicare la decisione - la prima, quella di lasciare il “posto sicuro” - agli altri. Perchè la reazione delle persone che ti stanno attorno metterà a dura prova tutte le decisioni successive – crearsi le motivazioni, crederci, resistere. A me è successo quanto segue.
La mamma
(Interno giorno, al telefono)
Io: “Ciao, mamma. Tutto bene?”
La mamma: “Ciao! Come mai chiami a quest’ora?”
Io (ecco, ha già sgamato): “No, è solo che...”
La mamma: “Gabriele sta bene? E Alberto? E... [segue elenco di persone che potrebbero avere problemi di salute]?”
Io: “Tutti bene, tutti bene, mamma. Volevo dirti io una cosa che...”
La mamma: “Che succede? Posso fare qualcosa? Che...”
Io: “No, mamma, non puoi fare niente. Ti volevo solo dire che ho deciso di lasciare l’azienda”
La mamma: “BRAVA!!! Hai fatto benissimo! Lo sapevo che prima o poi l’avresti fatto! Dai, adesso vedrai! Sono proprio contenta!”
A questo punto io mi chiedo se mia mamma non sia da interdire. Poi penso che ci sia un gene egoista che mi sono preso in eredità, e silenziosamente lo ringrazio. Mia mamma non mi chiede altro. Per lei è semplicemente una nuova nascita, e come tale va accolta: come un dono. Speriamo che abbia ragione.
La tata
(Interno sera, a casa mia)
Io: “Ciao, tata, tutto bene?”
Tata: “Sì sì sì, benissimo. Il piccolo ha giocato bene, poi... [segue elenco delle attività pomeridiane della coppia Gabriele/tata]”
Io: “Tata, ho una grande notizia!”
Tata: “...?”
Io: “Oggi è stato il mio ultimo giorno in azienda!”
Tata (diventa pallida): “E il mio lavoro?”
Io: “Rimarrà tale e quale, tata. Avrò molto da fare, non ho lasciato per starmene con le mani in mano”
Tata: “... (glom)”
La tata la vive male. Da quel momento, per un po’ mi ha passato giornali di annunci, o dritte prese di qua e di là. Finchè un giorno abbiamo avuto una conversazione in cui... Ma magari ci faccio un post.
La vicina (nonna putativa di mio figlio)
(Interno sera, casa sua)
Io: “Ciao nonna, tutto bene?”
Nonna: “Eh, diciamo bene... Sai la mia amica, quella che ti dicevo che si doveva operare... [segue elenco delle visite specialistiche e degli esami cui la sua sfortunata amica deve essere sottoposta nel prossimo futuro]”
Io: “Nonna, ho una grande notizia!”
Nonna: “Mi regali un altro nipotino?”
Io (possino ammazza’): “No. Ho lasciato l’azienda dove lavoravo. Mi metto in proprio!”
Nonna: “...”
Io: “...”
Nonna: “Come mi dispiace... Io sono sempre qui, se hai bisogno, eh?”
Io: “...”
Ecco, la nonna si è convinta che mi abbiano licenziato per qualche grave motivo, e da quella sera mi offre la sua solidarietà venendo ogni tanto ad affacciarsi a casa con le scuse più improbabili, tipo “devo farmi una casacca con questa stoffa, mi dai un consiglio?”, oppure “dobbiamo cambiare lo scaldabagno di mio figlio. Tu avevi quello elettrico, vero? Da quanti litri?”, e così via. Ogni volta con l’espressione di chi vorrebbe dire ma non osa: “Povera figliola!”
La portinaia
(Esterno giorno. Cortile.)
Io: “Buongiorno”
Portinaia: “Bgrn” (lei parla proprio così, bisogna farci un po’ l’orecchio)
Io: “Aspetto due libri, ma uno è da pagare contrassegno. Posso lasciarle i soldi?”
Portinaia: “Eh... lasc’, quand’arriv’, ce li dò”
Io: “Ecco, dovrebbe essere 15 €, gliene lascio 20, casomai mi sbagliassi...”
Portinaia: “Li tengo qua, quand’arriv’, ce li dò”
La portinaia non mi chiede niente, ma ce l’ha scritto in fronte che vuole sapere che ci faccio qui a quest’ora. Chiederà in giro, suppongo, ma la cosa veramente inquietante è la sua espressione ogni volta che mi vede. Me ne farò una ragione.
La colf
(Interno giorno. Casa mia.)
Io: “Buongiorno, colf, tutto bene?”
Colf: “Buongiò, segnò. Bene. Tu a casa è malata?” (lei parla così, come Arnel, del quale del resto condivide la nazionalità)
Io: “No, colf, sto bene, ma sto cambiando lavoro. A volte (non le dico “sempre” se no mi si agita anche lei) lavorerò da casa”
Colf: “...”
Lei non so se si è fatta delle idee. Magari sì, anche se in generale sembra una totalmente autosufficiente sul fronte dell’informazione – in altre parole: si fa sempre e solo i fatti suoi. Del resto, se proprio dovesse comunicare con qualcuno della casa, sarebbe sicuramente la tata, per cui direi che io non ho nessuna possibilità di essere messa al corrente di quello che pensa.
Naturalmente non è finita. Ci sono gli amici, la parrucchiera, l’estetista. E ci sono quelli con cui probabilmente nessuna conversazione su quest’argomento avrà mai luogo, come le mamme dei compagni di scuola di mio figlio, le sue maestre, l’edicolante e il barista. Ma la cosa veramente singolare è che, quando ti fai tutti i ragionamenti che ti porteranno a decidere di andartene, a questa cosa non ci pensi. E invece dovresti, perché rappresenta un impiego di energie mica da ridere. Volevo quindi condividere la mia esperienza, casomai ci fosse qualcuno a cui possa tornare utile.
giovedì, marzo 26, 2009
martedì, marzo 24, 2009
L'ultimo miglio del web 2.0
Il WorkCamp di Parma è stato più che interessante. Mi sono segnata un sacco di cose da approfondire, e parto da quella che mi sta più a cuore: l’empowerment del consumatore.
Andò così. Nella sua presentazione, Gianluca Diegoli di [mini]marketing si chiedeva quale fosse il futuro delle “agenzie 2.0”, soprattutto in Italia, dove lo stato dell’arte sembra essere quello dello “yogurt ai blogger”, o la gestione dell’ultimo miglio del 2.0.
Ho avuto un déja vu. Anni fa tutti i clienti (= aziende, brand) ponevano tra gli obiettivi delle loro operazioni online quello di “costruire un DB di utenti registrati, da utilizzare come DB marketing”. Beh, utenti registrati se ne sono visti – a decine, centinaia di migliaia – ma operazioni di reale coinvolgimento degli stessi, nisba. In altre parole, nessuno ha mai saputo veramente cosa farsene di tutti quei dati. Ed ecco che ora sembra che ci si stia infilando in un altro cul de sac: e dopo che ho coinvolto delle persone, costruito una community, che cosa faccio? Da qui le provocazioni di Gianluca.
Allora ho pensato: è vero, di questo passo le agenzie non possono andare molto lontano. A meno che non tengano conto, e anzi si facciano aiutare, dai consumatori.
Ok, i consumatori sono sempre più consapevoli. D’altra parte è innegabile che il mainstream sia comunque quello che, come azienda, posso agevolmente “colpire” con un bel 30” in TV. Ma questo ha delle ricadute non sempre carine sul piano del gusto (non azzardiamoci neanche a parlare di piano culturale, che siamo proprio lontani): orgasmi causati da un adeguato livello di pulito dei piatti in lavastoviglie, famiglie di minus habens in cui lei deve interrompere il suo lavoro al computer perché quel beota del marito ha mandato avanti le lancette dell’orologio per costringerla a cucinare, femmine in età adulta che si litigano vasetti di yogurt. Ecco, no, così non va proprio. E se c’è qualcuno che ci casca ancora vuol dire che è lì che bisogna agire.
Prendiamo un gruppo omogeneo di consumatori – nel senso di consumatori dello stesso prodotto/brand – e diamogli qualche strumento. Spieghiamogli le tecniche di base del marketing, quello tradizionale e quello no, così si potrà parlare più agevolmente. Poi chiediamo a loro come la vedono, la gestione del brand: che cosa gli interessa veramente, che cosa gli piace, che cosa non gli piace. Non è un focus group, è qualcosa di più e qualcosa di meno. Di più ha che queste persone sono realmente “empowered”, mentre nel fg tradizionale è meglio che siano all’oscuro della maggior parte dei meccanismi. Di più ha anche che non dura solo un paio d’ore, ma può essere permanente. Di più, infine, ha che è propositivo, che chiede ai brand ma anche alle agenzie, e poi è parte attiva, costruisce insieme ai brand e alle agenzie. Scardinandone i ruoli tradizionali e modificandone gli equilibri.
Con Flavia di VereMamme ci stiamo provando. Abbiamo incontrato un po’ di mamme smart e abbiamo iniziato a parlare con loro. Poi, tutte insieme, andremo a parlare ai brand. Ma anche alle agenzie, se avranno voglia di ascoltarci. Diremo loro cosa è interessante per noi, li bacchetteremo per tutte le volte che ci trattano da decerebrate: abbiamo una responsabilità importante, tirare su la prossima generazione, e non vogliamo certo tirar su veline e gormiti.
Ma, e se dopo le mamme toccasse a qualcun altro? Che so, gli appassionati di serial TV, per dirne una, o gli esperti di credito al consumo, cose così insomma.
Quello della comunicazione è un mercato. Se spostiamo l’asse dall’offerta alla domanda non può che esserci del buono per tutti.
Andò così. Nella sua presentazione, Gianluca Diegoli di [mini]marketing si chiedeva quale fosse il futuro delle “agenzie 2.0”, soprattutto in Italia, dove lo stato dell’arte sembra essere quello dello “yogurt ai blogger”, o la gestione dell’ultimo miglio del 2.0.
Ho avuto un déja vu. Anni fa tutti i clienti (= aziende, brand) ponevano tra gli obiettivi delle loro operazioni online quello di “costruire un DB di utenti registrati, da utilizzare come DB marketing”. Beh, utenti registrati se ne sono visti – a decine, centinaia di migliaia – ma operazioni di reale coinvolgimento degli stessi, nisba. In altre parole, nessuno ha mai saputo veramente cosa farsene di tutti quei dati. Ed ecco che ora sembra che ci si stia infilando in un altro cul de sac: e dopo che ho coinvolto delle persone, costruito una community, che cosa faccio? Da qui le provocazioni di Gianluca.
Allora ho pensato: è vero, di questo passo le agenzie non possono andare molto lontano. A meno che non tengano conto, e anzi si facciano aiutare, dai consumatori.
Ok, i consumatori sono sempre più consapevoli. D’altra parte è innegabile che il mainstream sia comunque quello che, come azienda, posso agevolmente “colpire” con un bel 30” in TV. Ma questo ha delle ricadute non sempre carine sul piano del gusto (non azzardiamoci neanche a parlare di piano culturale, che siamo proprio lontani): orgasmi causati da un adeguato livello di pulito dei piatti in lavastoviglie, famiglie di minus habens in cui lei deve interrompere il suo lavoro al computer perché quel beota del marito ha mandato avanti le lancette dell’orologio per costringerla a cucinare, femmine in età adulta che si litigano vasetti di yogurt. Ecco, no, così non va proprio. E se c’è qualcuno che ci casca ancora vuol dire che è lì che bisogna agire.
Prendiamo un gruppo omogeneo di consumatori – nel senso di consumatori dello stesso prodotto/brand – e diamogli qualche strumento. Spieghiamogli le tecniche di base del marketing, quello tradizionale e quello no, così si potrà parlare più agevolmente. Poi chiediamo a loro come la vedono, la gestione del brand: che cosa gli interessa veramente, che cosa gli piace, che cosa non gli piace. Non è un focus group, è qualcosa di più e qualcosa di meno. Di più ha che queste persone sono realmente “empowered”, mentre nel fg tradizionale è meglio che siano all’oscuro della maggior parte dei meccanismi. Di più ha anche che non dura solo un paio d’ore, ma può essere permanente. Di più, infine, ha che è propositivo, che chiede ai brand ma anche alle agenzie, e poi è parte attiva, costruisce insieme ai brand e alle agenzie. Scardinandone i ruoli tradizionali e modificandone gli equilibri.
Con Flavia di VereMamme ci stiamo provando. Abbiamo incontrato un po’ di mamme smart e abbiamo iniziato a parlare con loro. Poi, tutte insieme, andremo a parlare ai brand. Ma anche alle agenzie, se avranno voglia di ascoltarci. Diremo loro cosa è interessante per noi, li bacchetteremo per tutte le volte che ci trattano da decerebrate: abbiamo una responsabilità importante, tirare su la prossima generazione, e non vogliamo certo tirar su veline e gormiti.
Ma, e se dopo le mamme toccasse a qualcun altro? Che so, gli appassionati di serial TV, per dirne una, o gli esperti di credito al consumo, cose così insomma.
Quello della comunicazione è un mercato. Se spostiamo l’asse dall’offerta alla domanda non può che esserci del buono per tutti.
mercoledì, marzo 11, 2009
Crisi!
"E' nel momento di crisi la migliore occasione per fermarsi a pensare per progettare il nostro futuro." (Maurizio Goetz)
Copio integralmente da Maurizio.
Copio integralmente da Maurizio.
lunedì, marzo 09, 2009
L'ansia, le mamme del parco e la maestra P
C’è solo una cosa che mi terrorizza più di una telefonata dalla tata nelle ore in cui mio figlio dovrebbe essere con lei, ed è una telefonata dalla scuola di mio figlio nelle ore in cui lui dovrebbe essere lì.
Numero sconosciuto, rispondo. La voce dall’altra parte mi è familiare, ma non saprei dire chi è. È impacciata, sembra in grande difficoltà, imbarazzata. Si presenta: è la maestra P., della scuola di mio figlio.
È un attimo. Sbianco. Salivazione a zero. Telefonino glassato di fondo tinta. La maestra P. continua: “Scusi se la disturbo, l’ho detto anche alla tata, ma è molto importante...”. Io mi immagino scenari apocalittici. Per dire, l’ultima volta che mi chiamato, con questo tono di voce, era per dirmi che Gabriele era in pronto soccorso. Deglutisco a fatica e l’invito a dirmi che cacchio è successo.
“Vede, abbiamo ricevuto l’ok per la gita al lago, quella di 5 giorni. Però dobbiamo dare le adesioni subito, quindi c’è una riunione domeni pomeriggio in cui dobbiamo...”. Ma io non l’ascolto più. Possin’ammazzà, maestra P. Mi fai venire un colpo per dirmi di una riunione per LA GITA??? Me lo devi dire con quel tono? Si vede che a forza di parlare con i bambini ti si sono scompigliate le competenze comunicative, e non sai più esprimerti con gli adulti. Questo mi passa per la testa e molto di più, ma a lei rispondo con gentilezza e grande entusiasmo per la notizia.
In sintesi: a maggio i bambini di 5 anni della scuola materna di mio figlio andranno via per cinque giorni, sul lago, per un’iniziativa chiamata Scuola Natura, che si descrive così:
"una settimana di scuola alternativa, decentrata rispetto all’aula scolastica, che pone gli studenti a contatto diretto con le realtà naturali e culturali che possono divenire oggetto di studio ed esplorazione attiva". È un appuntamento importante anche per la crescita emozionale e per l'educazione dei nostri "giovani esploratori": i primi distacchi dalla famiglia sono facilitati e diventano occasione per consolidare i rapporti con i compagni di scuola e per sperimentare altre regole della convivenza civile.
Vado alla riunione. Sono agitata. Penso di essere la più agitata dei presenti.
La prima mamma che incontro, con cui scambio due parole, mi confessa che, visto che non se parlava più da mesi, sperava che la cosa fosse sfumata.
Un’altra dice che suo figlio ha detto di essere molto contento, ma lei non ne è convinta, per cui si prenderà ancora un paio di giorni prima di compilare il modulo di adesione.
Un’altra ancora non si è presentata. Tanto la figlia non ci vuole andare.
Altre due si tengono il modulo, ma a casa diranno ai bambini che lo hanno consegnato, per saggiare i loro umori e valutare se iscriverli o no.
E così via. Anch’io sono ansiosissima, ma poi prendo il modulo, lo compilo e lo consegno. E mi sento molto figa. Il che non è poco, considerato che in generale le mamme – queste mamme, molte di loro sono mamme del parco – mi fanno un po’ paura, così decise, così sicure di fare sempre la cosa giusta: le mamme che non devono chiedere mai.
Io ho chiesto. Due cose, alcuni chiarimenti molto puntuali, alla maestra P., che naturalmente non sa sorridere ai genitori. Ho chiesto, ho avuto le mie risposte, sono tornata a casa.
Ecco, sono molto contenta che mio figlio faccia quest’esperienza. Ma non si poteva rimandare, che so, di due o tre anni?
Numero sconosciuto, rispondo. La voce dall’altra parte mi è familiare, ma non saprei dire chi è. È impacciata, sembra in grande difficoltà, imbarazzata. Si presenta: è la maestra P., della scuola di mio figlio.
È un attimo. Sbianco. Salivazione a zero. Telefonino glassato di fondo tinta. La maestra P. continua: “Scusi se la disturbo, l’ho detto anche alla tata, ma è molto importante...”. Io mi immagino scenari apocalittici. Per dire, l’ultima volta che mi chiamato, con questo tono di voce, era per dirmi che Gabriele era in pronto soccorso. Deglutisco a fatica e l’invito a dirmi che cacchio è successo.
“Vede, abbiamo ricevuto l’ok per la gita al lago, quella di 5 giorni. Però dobbiamo dare le adesioni subito, quindi c’è una riunione domeni pomeriggio in cui dobbiamo...”. Ma io non l’ascolto più. Possin’ammazzà, maestra P. Mi fai venire un colpo per dirmi di una riunione per LA GITA??? Me lo devi dire con quel tono? Si vede che a forza di parlare con i bambini ti si sono scompigliate le competenze comunicative, e non sai più esprimerti con gli adulti. Questo mi passa per la testa e molto di più, ma a lei rispondo con gentilezza e grande entusiasmo per la notizia.
In sintesi: a maggio i bambini di 5 anni della scuola materna di mio figlio andranno via per cinque giorni, sul lago, per un’iniziativa chiamata Scuola Natura, che si descrive così:
"una settimana di scuola alternativa, decentrata rispetto all’aula scolastica, che pone gli studenti a contatto diretto con le realtà naturali e culturali che possono divenire oggetto di studio ed esplorazione attiva". È un appuntamento importante anche per la crescita emozionale e per l'educazione dei nostri "giovani esploratori": i primi distacchi dalla famiglia sono facilitati e diventano occasione per consolidare i rapporti con i compagni di scuola e per sperimentare altre regole della convivenza civile.
Vado alla riunione. Sono agitata. Penso di essere la più agitata dei presenti.
La prima mamma che incontro, con cui scambio due parole, mi confessa che, visto che non se parlava più da mesi, sperava che la cosa fosse sfumata.
Un’altra dice che suo figlio ha detto di essere molto contento, ma lei non ne è convinta, per cui si prenderà ancora un paio di giorni prima di compilare il modulo di adesione.
Un’altra ancora non si è presentata. Tanto la figlia non ci vuole andare.
Altre due si tengono il modulo, ma a casa diranno ai bambini che lo hanno consegnato, per saggiare i loro umori e valutare se iscriverli o no.
E così via. Anch’io sono ansiosissima, ma poi prendo il modulo, lo compilo e lo consegno. E mi sento molto figa. Il che non è poco, considerato che in generale le mamme – queste mamme, molte di loro sono mamme del parco – mi fanno un po’ paura, così decise, così sicure di fare sempre la cosa giusta: le mamme che non devono chiedere mai.
Io ho chiesto. Due cose, alcuni chiarimenti molto puntuali, alla maestra P., che naturalmente non sa sorridere ai genitori. Ho chiesto, ho avuto le mie risposte, sono tornata a casa.
Ecco, sono molto contenta che mio figlio faccia quest’esperienza. Ma non si poteva rimandare, che so, di due o tre anni?
lunedì, marzo 02, 2009
I fiori che non colsi: le Pagine Futili
Molti anni fa la Mondadori diede alla luce le Pagine Utili. Diciamoci la verità: se ne sentiva il bisogno. Così tanto che, stressati dalla montagna di GRP sviluppata dalla campagna di lancio, io e il mio amico ci inventammo le Pagine Futili.
Le Pagine Futili dovevano essere un elenco telefonico, o più in generale un elenco di contatti, strutturato in modo da poter (ri)trovare anche persone di cui non si conoscesse il cognome – o l’indirizzo, o che so io.
In pratica dovevano funzionare così. Supponiamo che sabato sera io fossi andata a ballare (all’epoca era un’ipotesi plausibile, mica una boutade) e avessi conosciuto un tale Giorgio, amico di un amico della mia amica Barbara. Poi, però, ho perso il suo numero di telefono, e l’ha perso anche lui (anche quella dei numeri di telefono è una strage del sabato sera, quando andare a ballare non è una boutade). Che faccio? Certo, posso chiedere alla mia amica Barbara di organizzare una cena con il suo amico, chiedendo esplicitamente di invitare il suo amico Giorgio. Ma magari vorrei essere più discreta. E allora ecco l’idea.
Le Pagine Futili sono una struttura che si arricchisce continuamente, in cui alla voce Giorgio troverò una scheda del tipo:
Giorgio X
Amico di: Tizio, Caio, Sempronio, Amico-di-Barbara
Sabato sera era: a ballare
Indirizzo: via x, n.Y, città Milano
Contatti: telefono, (eventuale) e-mail.
Ecco qua.
Ce la siamo raccontata. Abbiamo discusso di una serie di dettagli sulla privacy. Poi ci siamo schiantati sulla tecnologia (era 1996). E ci siamo fatti una risata.
Ridi, ridi, che la mamma ha fatto gli gnocchi. C’eravamo inventati Facebook e ci abbiamo riso sopra.
Il problema di un’idea geniale, quando ce l’hai, è che devi essere abbastanza scemo da continuare a perseguirla anche se, in quel momento, ti sembra una cazzata. Se no poi arriva uno studentello e te la frega.
Le Pagine Futili dovevano essere un elenco telefonico, o più in generale un elenco di contatti, strutturato in modo da poter (ri)trovare anche persone di cui non si conoscesse il cognome – o l’indirizzo, o che so io.
In pratica dovevano funzionare così. Supponiamo che sabato sera io fossi andata a ballare (all’epoca era un’ipotesi plausibile, mica una boutade) e avessi conosciuto un tale Giorgio, amico di un amico della mia amica Barbara. Poi, però, ho perso il suo numero di telefono, e l’ha perso anche lui (anche quella dei numeri di telefono è una strage del sabato sera, quando andare a ballare non è una boutade). Che faccio? Certo, posso chiedere alla mia amica Barbara di organizzare una cena con il suo amico, chiedendo esplicitamente di invitare il suo amico Giorgio. Ma magari vorrei essere più discreta. E allora ecco l’idea.
Le Pagine Futili sono una struttura che si arricchisce continuamente, in cui alla voce Giorgio troverò una scheda del tipo:
Giorgio X
Amico di: Tizio, Caio, Sempronio, Amico-di-Barbara
Sabato sera era: a ballare
Indirizzo: via x, n.Y, città Milano
Contatti: telefono, (eventuale) e-mail.
Ecco qua.
Ce la siamo raccontata. Abbiamo discusso di una serie di dettagli sulla privacy. Poi ci siamo schiantati sulla tecnologia (era 1996). E ci siamo fatti una risata.
Ridi, ridi, che la mamma ha fatto gli gnocchi. C’eravamo inventati Facebook e ci abbiamo riso sopra.
Il problema di un’idea geniale, quando ce l’hai, è che devi essere abbastanza scemo da continuare a perseguirla anche se, in quel momento, ti sembra una cazzata. Se no poi arriva uno studentello e te la frega.
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