mercoledì, aprile 29, 2009

Il digital divide che è in mezzo a noi

Wikipedia recita:
Con digital divide (divario digitale, spesso abbreviato in DD) si intende il divario esistente tra chi può accedere alle nuove tecnologie (internet, personal computer) e chi no. Le cause sono ad oggi oggetto di studio. Tuttavia vi è consenso nel riconoscere che condizioni economiche, di istruzione e, in molti paesi, l'assenza di infrastrutture siano i principali motivi di esclusione.

Però non c’è solo questo. Per esempio.
Ho chiesto ad una mia amica di darmi uno sguardo esterno su un lavoro che sto facendo, in cui si parla di aziende e consumatori, e in particolare di consumatori attivi in Rete. La mia amica è una ex consulente di quei consulenti cattivi, tutti azienda e marketing, quelli abituati a vincere. Quindi è il soggetto ideale. La mia amica, inoltre, è la persona meno digitale che io conosca. Legge la posta e consulta i siti dei quotidiani. Fine dell’attività. Non scriverebbe mai niente di personale in rete, considera i social network un passatempo per nullafacenti, trova che parlare con delle persone attraverso un IM sia una bestialità (tra l’altro, mentre lavoravamo, c’è stata una piccola emergenza, per cui le ho chiesto di farmi connettere alla mia posta per mandare una mail. Lei mi ha guardato. Una piccola ruga le si è disegnata al centro della fronte, mentre aggrottava le sopracciglia. Le labbra le si sono increspate. E mi ha detto: “Ma voi, alzare un telefono, no?”. Ecco).
Ho iniziato a leggerle quello che avevo scritto. Alla quarta riga mi fa: “Ecco, io a questo punto vi sbatto fuori”.
Io: “...”
Lei: “Eh! Ma ti sembra il modo?”
Io: “?”
Lei: “State parlando con un’Azienda! (la maiuscola si sente). E’ che voi siete così. Voi blogger, cioè. Voi che fate un uso smodato di Internet. Voi vi considerate una casta. Parlate delle vostre cose come se il resto del mondo non potesse comprendere. Guardate gli altri dall’alto in basso”
Io: “Ma no, ma guarda che non è così. Prima di tutto non c’è un noi e un gli altri, e poi...”
Lei: “Ecco, vedi, neanche te ne accorgi. Sai cos’è, secondo me? È che voi siete abituati a scrivere nei vostri blog, e nessuno può dirvi niente. E allora salite in cattedra...”

La conversazione è andata avanti per un po’, su questi toni. Poi abbiamo ripreso a lavorare. Con grande soddisfazione. Però questa cosa mi è rimasta in testa. Voglio dire: quando si è imparata la libertà di scrivere su un blog quello che si vuole, davvero poi ci si crede migliori degli altri? Una volta si parlava di autoreferenzialità della blogosfera. Ci stava. Ma c’era la blogosfera e poco altro. Poi si è tutto democratizzato, con i social network e il 2.0 ecc. ecc. E non si è parlato più di autoreferenzialità.

Mi sono venute un sacco di domande, che mi terrò come compito a casa per questo lungo week end, e se qualcuno vorrà partecipare sarà il benvenuto.

1) Davvero ci comportiamo come una casta? (con tutte le varianti: ci comportiamo come una casta ma non lo facciamo apposta, ci comportiamo come una casta perché ci piace proprio, ci comportiamo come una casta perché siamo una casta, non è vero che ci comportiamo come una casta, ecc.)
2) Il fatto di poter scrivere quello che vogliamo (insomma, più o meno) ci porta davvero al delirio di onnipotenza?
3) Davvero ci rivolgiamo agli altri come se non potessero capire?
4) Varie ed eventuali

giovedì, aprile 23, 2009

Che, c’hai le tue cose?

Lei è visibilmente di umore nero.
Lui si affaccia timidamente alla porta dell’ufficio di lei.
Lei ringhia.
Lui le offre un pacchetto. Di compresse per i dolori mestruali.
Lui torna al suo posto. Di fronte, schierate, una ventina di scrivanie, come quelle degli uffici delle dattilografe nei film in bianco e nero.
Loro, le proprietarie di dette scrivanie, ringhiano tutte insieme al tipo.
Lui però ha un asso nella manica: un cassetto pieno di compresse per i dolori mestruali.

È di nuovo on air in questi giorni sui canali generalisti. Il creativo che l’ha pensata l’avrà trovata dissacrante, ironica, divertente. Magari avrà anche pensato di aver infranto un tabù: un maschio nel mondo femminile del ciclo mestruale? Ahahah, che matte risate.

L’azienda committente è una multinazionale di quelle che fanno talmente tanti prodotti diversi che non ci si crede. Il brand manager di questo prodotto si sentirà molto figo: per la prima volta si sono usati codici diversi, niente magia, fantascienza, scientificità in questa campagna. Bella mossa. Anche il Ministero della Sanità avrà approvato subito.

Però.

Volgare e grossolana come un cinepanettone. Mi ricorda la buzzicozza di De Sica.

Ma dico io: ne sentivamo proprio il bisogno di rilanciare la trita, maschilista battuta “Che, c’hai le tue cose?”. E parlano alle donne!

(Se fossi stata meno rigida sarei diventata qualcuno. Lo so).

mercoledì, aprile 22, 2009

Pronto? Ha bisogno di un lavoro?

Driiin! Driiin!!!
"Pronto?"
"Pronto, buongiorno, signora, sono della ditta Master, la chiamo per farle una semplice domanda"
Vediamo. Quelli che ti fermano per farti una semplice domanda sono di solito i Testimoni di Geova, ma in genere non ti chiamano a casa. Escludiamo anche le società di telecomunicazioni, non è il loro stile. E i vini: quelli di solito mettono un disco registrato e ti dicono che hai vinto qualcosa. Master fa pensare a un corriere...
"Sì, mi dica"
La curiosità è femmina.
"Lei conosce qualcuno che ha bisogno di un lavoro?"
Scusi, credo di non aver capito bene.
"Scusi, credo di non aver capito bene"
"Conosce qualcuno che ha bisogno di un lavoro?"
Ah, avevo capito bene.
"Ma voi che fate?"
"Consulenza fiscale e amministrativa, gestione del personale, ricerca di personale"
L'ha detto tutto d'un fiato, si sente che legge. Ha un accento delle mie parti. Ma, dico: ricerca di personale???
"Senta, posso chiederle chi le ha dato questo numero?"
"No, così, l'ho trovato"
Sì, su un pizzino...
"Dove"
"Sulla rùbrica"
Già che a me rùbrica con l'accento sulla u mi fa rabbrividire...
"Di chi"
"Della provincia di Milano"
... Cioè, mi faccia capire, voi fate dei numeri a caso presi dall'elenco...
"Cioè, mi faccia capire, voi fate dei numeri a caso presi dall'elenco"
"Sì"
"Per cercare persone che vogliano lavorare con voi"
"Sì"
Il tono è stupito. Come se fosse la cosa più normale del mondo.
"Ma io non le segnalerei mai una persona, si rende conto?"
"Perché?"
"Perché? Ma le sembra il modo di cercare personale?"
Non mi devo arrabbiare, questa sta lavorando.
"Beh, sì"
"Le auguro buona fortuna"
"Arrivederci"

Ecco, è successo mezz'ora fa. Giuro. Ora il primo che sento che fa il pessimista per la crisi e dice che non c'è lavoro si prende una sberla.
P.S. Qualcuno ha idea di chi sia 'sta ditta Master?

lunedì, aprile 20, 2009

Se uno fa le corna a sua moglie e lo scrive su Facebook, non sono solo fatti suoi

Un mio amico litiga con la moglie. È un po’ giù e vorrebbe che ci vedessimo per pranzare insieme mercoledì al ristorante giapponese sotto il suo ufficio. Mi comunica il tutto scrivendolo nella mia bacheca su Facebook.
1) Secondo il mio amico, tutti i miei contatti di FB sono interessati alla sua vita coniugale. Secondo me, no.
2) Secondo il mio amico, mi è perfettamente indifferente il fatto che tutti i miei contatti su FB sappiano dove pranzerò mercoledì. Secondo me, no.
3) Secondo il mio amico, sua moglie, che è un mio contatto su FB, non arriverà mai a leggere la mia bacheca. Secondo me, certo che ci arriva. E mi invita a pranzo per giovedì.

La mia amica organizza la sua festa di compleanno. Invita una trentina di persone, che non si conoscono tra di loro, via email. L’email viene inviata con tutti gli indirizzi in chiaro. Per quattro giorni continuano ad arrivare le risposte di tutti a tutti, del tipo: “OK”, “a che ora?”, “alle 8 o alle 8.30?”, “cosa devo portare?”, ecc. ecc. L’unica domanda che manca, evidentemente, è “chi c’è?”.
1) qualcuno potrebbe avere voglia di non far girare troppo il suo indirizzo email, per esempio perché tra gli invitati c’è una persona a cui sta cercando di sfuggire (oltre che per non ritrovarsi in improbabili mailing list a fini di spamming o poco più);
2) qualcuno potrebbe usare la posta per lavoro e non solo per le comunicazioni personali: intanto il suo capo potrebbe aversene a male, e poi se gli lanciamo addosso almeno 30 messaggi per lui del tutto inutili, gli stiamo solo intasando la casella;
3) se una domanda viene rivolta a tutti, tutti si sentiranno in diritto di rispondere, e nel giro di poco quello che era un annuncio si trasformerà in un’assemblea condominiale.

Leggo un post molto interessante. Ci sono 40 commenti. Inizio a leggerli. A un certo punto si innesca un flame. Le persone che dicono delle cose sono solo due, e una di queste SCRIVE IN MAIUSCOLO.
1) CHE COS’HAI DA URLARE?
2) Non sarebbe più interessante se anche altri riuscissero a dire la loro?
3) Ma non ti stufi mai???

E poi c’è l’intramontabile: il capo messo in BCC che risponde all’email, naturalmente con reply to all.

È che una volta, quando si iniziava a lavorare nel web, ti davano subito da mangiare due cose sacre: una selezione di siti porno, impareggiabile scuola di architettura dell’informazione, e la netiquette. Poi i siti porno sono stati superati, o quanto meno eguagliati da una letteratura in materia meno imbarazzante da navigare in presenza dei colleghi. La netiquette, invece, è sempre lì, ma sempre meno seguita. Se la facessimo tornare di moda?

venerdì, aprile 10, 2009

Mamma le mamme!

Ho conosciuto la Barilla – come azienda, non come brand – in una vita precedente. Perciò, mentre imboccavo la A1 e anche dopo, mentre mi perdevo in un dedalo di strade chiuse che ingannava sia la mia memoria che quella del (solitamente) fido Tom Tom, ne parlavo a Veronica, Lorenza e Jolanda descrivendone la ieratica atmosfera da museo di arte moderna e contemporanea, ma più calda, e nello stesso tempo lo stile aziendale molto americano, per essere un’azienda italiana.

Ma chi non c’era non può immaginarsi gli sguardi degli astanti – dalla hostess che ci registrava al gruppo di consulenti che faceva anticamera – all’arrivo di questo branco di mamme-in-fuga, così terribilmente fuori contesto.

Il fatto è che Powered by People è diventato una realtà – credo che ormai si possa dire – ieri mattina, quando ci siamo sedute attorno a un tavolo a raccontarci e a farci raccontare Barilla, per la prima volta lontane da un supermercato, da Barilla.

In estrema sintesi, Powered by People vuole essere un gruppo di opinione in grado di dare alle aziende delle indicazioni su dove andare per dare davvero qualcosa ai clienti, lungo tutto il percorso del prodotto: dalla sua ideazione alla comunicazione. Ambizioso? Sì, ma negli USA è prassi ormai consolidata quella di appoggiarsi a panel (o superpanel) di blogger per verificare e legittimare questo percorso, quindi perché non provarci anche in Italia?

Personalmente ho due convinzioni che mi spingono più di tutto a perseguire gli obiettivi di PbP:
1) il mercato ha senso se guidato dalla domanda, altrimenti si arriva ai sub-prime;
2) le aziende “ecumeniche”, che entrano in tutte le case, hanno un ruolo fondamentale anche nella cultura di un paese, e di conseguenza delle responsabilità.

Sul primo punto ho già detto qualcosa tempo fa: niente di utile verrà fuori per la collettività se il principio è quello di inventarsi cose da vendere indipendentemente dai reali bisogni della collettività stessa. Comunista? Vabbè, forse. Ma alla luce degli ultimi eventi economico-finanziari, mi sento anche di dire che se il futuro non va in questa direzione, poco di buono ci possiamo aspettare.

Sul secondo. Si è detto più volte che un grande merito della televisione è stato quello di insegnare l’italiano agli italiani: è stata una vera maestra, ha creato un modello che la comunità ha adottato. Ma i modelli possono essere anche perversi. E allora, semplicemente: la società si modella sul mercato (dei media, dei consumi, ecc. Ecc.), il mercato è fatto dalle aziende. Ergo: le aziende hanno una grossa responsabilità nella creazione dei modelli a cui la società farà riferimento. Il giorno in cui la pubblicità smetterà di mostrarci mamme irraggiungibili e in stile Marion Cunningham di Happy Days, forse si apriranno degli spiragli. Ambizioso? Certo, se no a che serve?

Ne hanno scritto anche Flavia, Anna, Jolanda, Silvia (grazie delle foto!), Emily, Lorenza.

Qui la presentazione del progetto. Faremo delle cose, vedremo delle persone, metteremo il mondo a ferro e fuoco, ma soprattutto gli diremo come risorgere dalle ceneri. Chi è con noi?

lunedì, aprile 06, 2009

Un altro terremoto

Il boato non è un rumore, è assenza di rumore. Un vuoto di suono profondissimo che viene da dentro, nello stomaco. Una voragine che si apre di colpo e che non c’entra niente con qualunque altra cosa tu abbia sentito prima. Senti, vedi, con tutto il corpo, una frana, una valanga. Rotolano massi, ma dentro di te. E poi la vertigine. Il vuoto, di nuovo, ma stavolta sotto tutto il tuo corpo. Perchè stavolta non è il cielo che ti cade sulla testa, è la terra che ti manca sotto i piedi, letteralmente.

La casa in cui abitavo e nella quale non sono rientrata più era al primo piano. In linea teorica non avrebbe dovuto riportare così tanti danni. Ma il terremoto del 1980, in Irpinia, era stato duro. E lungo. Nessuno meglio di chi c’era può sapere quanto sono lunghi 80 secondi. C’era stato un movimento ondulatorio (quello che fa oscillare i piani più alti) e uno sussultorio (quello che fa saltare gli edifici), e l’insieme dei due aveva creato un effetto di rotazione. La mia casa si era girata su se stessa, come un marshmallow.

Ci vuole un po’, prima di rendersi conto. Cioè, non è vero, ci si rende conto subito, però non ci si vuole credere, e allora si fa finta, ci si attacca alla convinzione, alla preghiera, che non sia quello. Poi vedi i lampadari, i quadri si staccano dalle pareti, tutte le stoviglie riconquistano la libertà fuori dai pensili, dalle mensole, dagli sportelli. Il divano su cui ero seduta si era spostato al centro della stanza, schiacciato sotto il tavolo, ma tutti i mobili ballavano insieme.

Mio padre e mia madre hanno preso me e mia sorella e ci hanno portate con loro sotto l’architrave di una porta – le architravi sono le parti più robuste, dice. Era un muro portante, largo 60 centimetri. Io non parlavo, non piangevo, ero entrata nel boato e lì sono rimasta. Poi ho alzato la testa e ho visto una cosa che non dimenticherò mai: il muro si apriva. Lentamente, come se un gigante ci stesse giocando. E ho pensato che era finita. E ho pensato che non ci fosse niente da dire.

Dalle finestre si vedevano le montagne intorno a Potenza. C’erano come delle fiammate, il cielo era tutto rosso. Da lì a poco le montagne sarebbero state solcate da un unico, enorme serpentone di auto in coda che cercavano di uscire dalla città.

Dal nostro loculo si sentiva rumore di pietre che rotolavano: erano gli appartamenti del pian terreno, dove i pavimenti si stavano ribellando e si sollevavano. Letteralmente.

E poi la gente. Dopo il primo momento di stordimento la gente aveva cominciato ad uscire dagli appartamenti dei piani più alti – le scale sono il posto più pericoloso, dice. Un fiume di gente, per essere domenica sera. Ci siamo messi le scarpe e siamo usciti anche noi. Nel serprentone di auto. Ci siamo diretti prima verso il centro, per andare a recuperare una vecchia zia che viveva sola. Siamo passati davanti a quello che, da lì a due anni, sarebbe diventato il mio liceo. Era sventrato. Non una finestra, una porta, un cancello, erano rimasti al loro posto. Da fuori si vedevano i banchi, le lavagne, i fogli. Pensai che forse era quello che succede, quando scoppia una bomba.

Dopo alcune ore abbiamo raggiunto un piccolo villaggio turistico appena fuori città, che apparteneva ad un amico di famiglia. Siamo stati fortunati. Non abbiamo vissuto la tendopoli, almeno. Le linee telefoniche erano instabili, e per avere notizie del mondo usavamo il baracchino del nostro ospite, che parlava con i militari, con gli scout e con i primi volontari. Poi, a notte fonda, siamo riusciti a parlare con mio zio, che abitava a Milano. Per tutta la notte abbiamo parlato con Milano per sapere che cosa ne fosse stato del resto della famiglia.

Siamo rimasti lì in montagna per una settimana. Io ho parlato solo dopo 24 ore. Ogni sera passava da noi mio zio, operaio della Sip, che lavorava a Pescopagano, l’epicentro. Ogni sera veniva, riusciva a malapena a salutare tutti e poi piangeva. “Voi non potete immaginare – diceva – non potete immaginare che cosa c’è”.

Ce lo diceva la televisione, che cosa c’era. E quando finivano i servizi sul terremoto, il nostro ospite faceva spegnere: niente programmi di evasione, neanche per i bambini. “Sono giorni di lutto”, diceva. E noi, i bambini, andavamo nel presidio militare là vicino, dove si stavano organizzando per ospitare gli sfollati. I soldati venivano da tutta Italia, ma erano ragazzi, scherzavano volentieri mentre trasportavano letti, coperte, alimenti, stufe – faceva freddo: il giorno dopo iniziò a nevicare e non smise fino a maggio: eravamo a novembre.

Passarono mesi prima che la situazione tornasse a somigliare alla normalità. In un’altra casa – quella dei miei nonni, dove siamo rimasti per tre anni, perché i lavori di costruzione della nostra nuova casa subirono un rallentamento, naturalmente -, in un’altra scuola – il Conservatorio, dove andavo io, non fu più agibile per anni -, con altri amici – i miei si sparsero ovunque, molti di loro non li ho più rivisti, da quel giorno.

Da allora il 23 novembre è per me una specie di secondo compleanno. È stato il giorno che ha cambiato il corso della mia vita, e di quella di molte delle persone che mi stavano attorno. È stato il giorno in cui ho visto la mia casa crollarmi addosso e io sono sopravvissuta.

Sarà un compleanno anche questo 6 aprile, per molte delle persone che oggi stanno vivendo storie come la mia. A loro vorrei dire solo una cosa: fra qualche ora si aprirà il can-can degli aiuti, delle speculazioni, dei furti, dei “si poteva prevedere”. Vi farà molto male, tutto questo. Molti si arricchiranno sul vostro dramma. Si dirà che il sud è sempre il sud, niente di buono. Vi feriranno. Voi però siete sopravvissuti. Loro, chi lo sa. Forse sono già morti, ma nessuno li ha avvisati.

giovedì, aprile 02, 2009

Food4Place, ovvero: il lavoro da casa è una cosa da uomini

Ci sono aziende che lo fanno in modo sporadico. Altre invece che ne fanno un presupposto e una strategia finalizzata all’obiettivo di migliorare la qualità della vita dei collaboratori. Io l’ho fatto in passato, e funzionava. Ora si sto riprovando. Ed è una tragedia.

Dice: ma come, non è l’ideale per una mamma? Ideale un caxxo. Ad esempio, in questo momento sto cercando di scrivere, aggrappandomi a pensieri sconnessi con le unghie e con i denti, mentre l’aerosol di mio figlio – a casa con la bronchite per la seconda settimana – spara fuori vapori rumorosi, i barbapapà impazzano al volume di una vicina sorda e mio figlio, incurante della mascherina, parafrasa una pubblicità e mi urla: “Alzati da quel computer, pensi solo alle email!”.

Ma oggi è ancora di lusso. Due giorni fa, lo confesso, ho pensato a una soluzione definitiva, eventualmente sforando nel penale. La scena è la seguente: sono circa le 16, gli accordi con Gabriele sono che appena arriva la tata si spegne la TV (allora, questa la devo spiegare. La tata ha un sacco di riserve sul fatto di rimanere qui dal momento che ora sono a casa, e la sua politica pedagogica esclude la TV. Quindi, per evitare di farla sentire “di troppo”, niente cartoni quando c’è lei). La tata arriva. Si spegne la TV. Io vado in camera mia a lavorare. Devo finire delle cose e poi uscire per alcune commissioni. Nel frattempo la colf ha aperto tutte le finestre e tutti gli armadi, e si sta aggirando furiosamente armata di aspirapolvere, ovunque nello stesso momento. Faccio in tempo ad aprire una mail che sento mio figlio ululare: vuole vedere un altro cartone. La tata cerca di convincerlo, lui non ne vuole sapere e sale nella mia stanza. Cerco di prenderlo con le buone. Non ne vuole sapere: è fermamente intenzionato a delegittimare la tata. Frustrazione. Inebetimento. Rabbia. Dopo un quarto d’ora scendiamo, la tata ha la faccia di una che vorrebbe essere altrove. Io medito larghe prebende per far sì che ciò non accada. Gabriele si è un po’ calmato, ma sta prendendo a racchettate il divano. Decido di togliermi di mezzo. La tata lo convince a racchettare i cuscini, così li sprimaccia per bene. Esco con la morte nel cuore. La colf mi lancia un’occhiata vuota di senso. Per me, non per lei.

La verità è che il lavoro da casa è una cosa per gli uomini. Perché le donne finiscono sempre con l’infognarsi in improbabili faccende casalinghe, e se i bambini si ammalano il lavoro da casa diventa una forma evoluta di arresti domiciliari.

Insomma, io non ci sto dentro.

Metto un annuncio:

Cerco posto in cui lavorare, meglio se zona Milano centro o sud, se ci fosse anche una connessione wireless a cui attaccarmi sarebbe il massimo (ma se non c’è va bene lo stesso). Siccome però uscire di casa significa far lievitare il costo della tata, propongo uno scambio in natura: io cucinerò per il mio ospite e per la sua famiglia una cena la settimana, più, a richiesta, lasagne e chili in comode monoporzioni da congelare.


Che ne dite, potrebbe funzionare?