The Talking Village non ha ancora un sito - ma ce l'avrà presto. Nel frattempo, ci ospita VereMamme qui.
Dopo l'esperienza con i Diari del Mulino, ormai alla fine, stiamo lavorando a nuovi progetti, nonostante l'estate ormai iniziata. E per uno di questi progetti
cerchiamo mamme BLOGGER o... amiche di blogger, che stiano allattando piccoli tra 0-8 mesi e oltre, per un'operazione di conversazione su un nuovo prodotto studiato per loro. Se interessate a riceverlo e testarlo, lasciate un commento qui e vi contatteremo!
Grazie!
lunedì, giugno 29, 2009
mercoledì, giugno 24, 2009
Una parabola sulla pagnottocrazia
Anni fa, l’allora AD dell’azienda in cui lavoravo – detto L’Empereur per lo stile napoleonico con cui conduceva la medesima – ebbe a dire, durante una riunione con il middle management (dal quale ero stata estromessa a causa di gravi danni cerebrali dovuti al parto), che “le persone sono quello che si fanno fare”. Tradotto: “trattate pure le persone da merde, nessuno si ribellerà, dal momento che sono delle merde”. Alcuni, le escort della situazione, applaudirono. Altri, gli esponenti della micro società civile di quel piccolo mondo, si indignarono. Poi, tornati gli uni e gli altri alle loro postazioni, assunsero tutti, di nuovo, la posizione che trovavano più adeguata come strategia per portare a casa la pagnotta (non specifico quale, la posizione, confido nell’immaginazione e nella competenza in materia di geometria di chi legge).
Le escort, si sa, fanno il loro mestiere, e non sono neanche punibili per questo, se lo fanno con discrezione. A volte hanno un mandante, si sa, del resto il mondo va così, ci sono i perseguitati e i soliti sospetti. Ma tutti gli altri? Perché non hanno incrociato le braccia? Perché non hanno fatto un sit-in all’ingresso? Perché non hanno preso le persone-merde e gli hanno fatto presente che finché si fossero lasciate trattare così sarebbero state considerate esattamente così?
È che la pagnotta è più forte di tutto. E, attenzione, non è né uomo né donna. Ché qua non si parla di corpo delle donne, né di mignottocrazia. Qua si parla di democrazia. Che sta cedendo il passo velocemente alla pagnottocrazia.
Che si fa?
Le escort, si sa, fanno il loro mestiere, e non sono neanche punibili per questo, se lo fanno con discrezione. A volte hanno un mandante, si sa, del resto il mondo va così, ci sono i perseguitati e i soliti sospetti. Ma tutti gli altri? Perché non hanno incrociato le braccia? Perché non hanno fatto un sit-in all’ingresso? Perché non hanno preso le persone-merde e gli hanno fatto presente che finché si fossero lasciate trattare così sarebbero state considerate esattamente così?
È che la pagnotta è più forte di tutto. E, attenzione, non è né uomo né donna. Ché qua non si parla di corpo delle donne, né di mignottocrazia. Qua si parla di democrazia. Che sta cedendo il passo velocemente alla pagnottocrazia.
Che si fa?
lunedì, giugno 15, 2009
E anche il MomCamp è andato
Lo confesso, ero un po' nervosa. Che qualcosa non andasse per il verso giusto, che la famiglia trascinata con me si annoiasse a morte, che... eccetera.
E invece alla fine, come sempre accede in queste cose, è andata. Certo, con l'aria condizionata che si era rotta la sera prima, e quindi in una sala più piccola. Certo, con il computer (il mio, povero!) che non ne voleva sapere di parlarsi come si deve col proiettore - il che ha trasformato la mia prima ora di MomCamp in un incubo, ma solo per me -. Certo, con gli inevitabili ritardi che però fanno parte del gioco, e che comunque non ci hanno impedito di stare nei tempi.
Avevo esattamente il ruolo che mai mi sarei sognata di ricoprire: quella che prepara le presentazioni e che dà il tempo agli speaker. Il che mi ha dato una prospettiva del tutto inedita: per la prima volta ho vissuto un barcamp più dietro le quinte che davanti. Ed è stato divertente, molto.
Per il resto, presto saranno online tutti gli interventi (sul sito) e i video (sul canale Mamme nella Rete), così chi non c'era vedrà che cosa l'aspetta nelle prossime date (Roma e Riva del Garda, per ora).
Ah, in realtà ho anche presentato, insieme a Flavia, The Talking Village. Un ingresso in società vero e proprio. Ecco la presentazione (lo so, questo è uso privato di post pubblico, ma del resto è il mio, quindi...):
La vera sorpresa però è stata ieri mattina: sveglia alle 5 con la gola in fiamme e un mal di testa da portarmi via. Per tutto il giorno sono riuscita solo a trascinarmi dal letto al divano. Oggi va un po' meglio, ma proprio poco! E per di più, al risveglio, ho trovato un piccione nel water!!! Non c'ho più l'età. Oppure qualcuno dei bambini che erano lì mi ha attaccato una di quelle cose che solo i bambini. E quanto al piccione, chi lo sa. Ma che schifo!
Alla prossima!
E invece alla fine, come sempre accede in queste cose, è andata. Certo, con l'aria condizionata che si era rotta la sera prima, e quindi in una sala più piccola. Certo, con il computer (il mio, povero!) che non ne voleva sapere di parlarsi come si deve col proiettore - il che ha trasformato la mia prima ora di MomCamp in un incubo, ma solo per me -. Certo, con gli inevitabili ritardi che però fanno parte del gioco, e che comunque non ci hanno impedito di stare nei tempi.
Avevo esattamente il ruolo che mai mi sarei sognata di ricoprire: quella che prepara le presentazioni e che dà il tempo agli speaker. Il che mi ha dato una prospettiva del tutto inedita: per la prima volta ho vissuto un barcamp più dietro le quinte che davanti. Ed è stato divertente, molto.
Per il resto, presto saranno online tutti gli interventi (sul sito) e i video (sul canale Mamme nella Rete), così chi non c'era vedrà che cosa l'aspetta nelle prossime date (Roma e Riva del Garda, per ora).
Ah, in realtà ho anche presentato, insieme a Flavia, The Talking Village. Un ingresso in società vero e proprio. Ecco la presentazione (lo so, questo è uso privato di post pubblico, ma del resto è il mio, quindi...):
La vera sorpresa però è stata ieri mattina: sveglia alle 5 con la gola in fiamme e un mal di testa da portarmi via. Per tutto il giorno sono riuscita solo a trascinarmi dal letto al divano. Oggi va un po' meglio, ma proprio poco! E per di più, al risveglio, ho trovato un piccione nel water!!! Non c'ho più l'età. Oppure qualcuno dei bambini che erano lì mi ha attaccato una di quelle cose che solo i bambini. E quanto al piccione, chi lo sa. Ma che schifo!
Alla prossima!
giovedì, giugno 11, 2009
Ci siamo quasi. Sabato al MomCamp!
Allora, ci siamo. Ancora un giorno (oddio, solo uno???) e ci si trasferisce in Triennale Bovisa per il primo MomCamp.E mentre mamma e papà ciaccolano e fanno networking, che ne sarà dei bimbi? Beh, per loro la giornata sarà veramente speciale. Sia durante la mattinata, sia nel pomeriggio, i nostri amati pargoli saranno coinvolti in laboratori ed animazioni: al mattino aiuteranno Michelangelo Pistoletto a creare Il Terzo Paradiso, e nel pomeriggio saranno affidati alle cure del MUBA, il Museo dei Bambini di Milano: in particolare, nel pomeriggio, i bimbi potranno divertirsi al BAC, uno spazio realizzato dal MuBa in collaborazione con la Triennale, nel quale i bimbi possono sperimentare e giocare con materiali di recupero.
Il MomCamp è un progetto realizzato con la collaborazione di Hagakure, e con un fantastico team al seguito. E, attenzione, chi non potrà essere a Milano domani ha comunque la possibilità di non perdersi i prossimi: saremo di sicuro a Riva del Garda durante il blogfest, dal 2 al 4 ottobre, e a Roma, probabilmente in luglio.Vi aspetto!
mercoledì, giugno 10, 2009
lunedì, giugno 08, 2009
Vodafone: non è buona la prima, e neanche la seconda, la terza...
La storia
Venerdì - Una simpatica signora della Vodafone mi chiama per illustrarmi un piano telefonico che, ad un esame del mio traffico, risulta più vantaggioso del mio attuale. Dopo molte domande, accetto e sottoscrivo il contratto, tutto telefonicamente. Importante: il passaggio - che in pratica era da una ricaricabile a un abbonamento - non richiedeva di cambiare la sim. Entro 48 ore avrei ricevuto un SMS che mi confernava il passaggio e subito dopo un nuovo messaggio che mi avrebbe invitato a spegnere e riaccendere il cellulare per riattivare la mia sim.
Tempo impiegato: 43 minuti
Sabato – Verso l’ora di pranzo ricevo il primo SMS, che mi conferma che il cambio di piano telefonico è stato effettuato. Dopo poco arriva anche il secondo, che mi dice di spegnere e riaccendere il telefono. Spengo e riaccendo: niente. Sul display compare la poco rassicurante scritta “Sim rifiutata”. Riprovo (giacché era quello che mi consigliava di fare il secondo messaggio, nel caso in cui non fosse comparsa la scritta “Vodafone”): ancora niente. Ripeto l’operazione una quindicina di volte, senza successo.
Tempo impiegato: 20 minuti
Decido allora di chiamare il 190. Mi risponde tale Pinco, il quale mi dice con flemma postprandiale che risolverà immediatamente il problema, “tranquillamente e facilmente” (così nel testo). Io non devo fare niente, solo aspettare. Chiudo e mi metto, appunto, ad aspettare. Comincio a perdere la pazienza, ma mi suggeriscono di fare come mi è stato detto, senza continuare a torturare il telefonino.
Tempo impiegato per la telefonata al 190: 15 minuti (e ho risparmiato un sacco, perché chiamando con un cellulare aziendale mi ha risposto subito un operatore business, il quale, sentito il problema, mi ha girato direttamente un operatore privati, evitandomi così il calvario dei quattrocento menù)
Domenica – Rimettere in sesto il cellulare è il mio primo pensiero. Ormai ho imparato, e uso l’aziendale (fra l’altro, l’unico che posso usare, essendo il mio fuori combattimento).
Alla prima telefonata mi dicono che il nuovo piano telefonico risulta attivato: se attendo un attimo in linea mi passano l’ufficio tecnico. La linea cade.
Seconda telefonata. Sono sicura che il mio telefono è compatibile con il piano telefonico che mi è stato proposto? Sono sicura. Ho ricevuto i messaggi? Li ho ricevuti. Cade la linea.
Alla terza telefonata la linea cade quasi subito.
Quarto Pinco: non è che si trova in una zona non coperta? Sicura. Allora verifichiamo. Forse si è smagnetizzata la sim. Ciao linea.
Quinto passaggio. Questa volta la linea non cadrà, stia tranquilla. Allora, vediamo. Le passo l’ufficio tecnico, perché non posso mica tenere due linee occupate contemporaneamente, scusi, signora, cerchi di capire. Capisco, e la linea non c’è più.
Sesta telefonata: ecco, abbiamo trovato il problema. È sulla carta di credito. Il piano telefonico non è stato attivato perché ci sono problemi con i dati della carta di credito (su cui avevo chiesto di appoggiare il conto telefonico). Quindi deve andare in un negozio Vodafone, mi dispiace. Avvertire prima no, non si può.
A questo punto però io sono furibonda.
Tempo impiegato: 1 ora e 45 minuti
Lunedì – il negozio Vodafone apre a mezzogiorno. Io sono lì a mezzogiorno meno un quarto, ma c’è già la ressa. Dopo un’ora vengo ricevuta. Spiego la situazione e la signorina che mi ascolta mi dice che non si può fare un cambio di piano telefonico da ricaricabile ad abbonamento senza cambiare la sim. Le faccio notare che è quello che mi hanno venduto. Mi dice che in teoria sì, si può fare, ma in pratica no. Comunque ora mi cambierà la sim, hai visto mai che si è smagnetizzata. Intanto a lei risulta che il mio piano è rimasto invariato, e dunque gli SMS che ho ricevuto non hanno valore. “Ma noi non siamo il 190”, come se fosse una scusa. Riaccendo il telefono e finalmente funziona di nuovo. Dopo qualche minuto mi arriva un SMS (inviato sabato, ma dopo che la mia sim era già stata messa fuori uso) che mi dice che sono spiacenti, ma il cambio di piano telefonico non è andato a buon fine. Sono spiacente anch’io.
Tempo impegato: 2 ore (considerando gli spostamenti, che non avrei fatto se non fossi dovuta andare al negozio Vodafone).
Un’oretta più tardi mi chiama l’ufficio commerciale Vodafone, quello che mi aveva venduto il cambio, e la signora con cui parlo mi dice che se voglio posso tornare al negozio Vodafone ed effettuare il cambio di piano telefonico. Il problema è che i negozi non sanno cosa fa il 190, e il 190 non sa cosa fa l’ufficio commerciale. Dopo averle significato che l’unica cosa che desidero da Vodafone è che sparisca dalla mia vita, le espongo quanto segue, in modo più sintetico e meno pacato.
Tempo impiegato: 15 minuti
Totale: 5 ore e 18 minuti, 48 ore senza cellulare.
1) Se in Vodafone la mano destra non sa cosa fa la sinistra, non è un problema dei clienti
L’organizzazione aziendale deve essere trasparente al cliente. Al cliente non interessa se i vari pezzi dell’azienda non si parlano tra di loro, dal momento che il suo referente è solo uno, Vodafone (il brand).
Che fare: mettete l’assistenza clienti in condizioni di essere realmente trasversale tra le funzioni aziendali, in modo che sia informata di tutto. Dell’assistenza clienti fanno parte anche i negozi e il sito internet.
2) Gli strumenti di comunicazione con il cliente sono inadeguati
Non è concepibile che in 7 (sette) telefonate all’assistenza clienti nessuno mi abbia saputo dire niente. Alla fin fine era evidente che non c’era nessun problema di carta di credito. Ho ricevuto una serie di versioni diverse senza venire a capo di niente, e anche sentendomi vagamente sfottuta dagli operatori che mi sentivano, di volta in volta, più irritata. Ma non è la prima volta che mi capita di avere problemi (ogni volta che ho fatto delle scelte un po’ più sofisticate della sottoscrizione di un contratto, ho dovuto sempre fare telefonate su telefonate, e spesso ho risolto solo andando in un negozio). Ho provato anche a fare delle cose dal sito, ma lì peggio che andar di notte: il sito Vodafone è uno dei meno usabili al mondo, e, in termini di user experience, frustrante come pochi. E lo dico con cognizione di causa: ho progettato siti della stessa complessità a decine.
Che fare: un flight TV in meno e mettere a posto il sito. Un altro flight in meno e più formazione agli operatori. Togliendo ancora un flight si potrebbe addirittura diminuire il tempo di attesa tra il momento in cui mi risponde il 190 e quello in cui riesco a parlare con un operatore.
3) Trasparenza, signori, trasparenza
Non ho più voglia di sentirmi ridere in faccia per una cosa che mi avete venduto senza che fosse possibile. Non ho più voglia di passare un’intera serata a cercare di compiere un’operazione che mi dicevate possibile, per scoprire, in una clausola minuscola, che non si può fare.
Che fare: Vodafone non lo so, ma io sto cercando un altro operatore. Consigli?
Venerdì - Una simpatica signora della Vodafone mi chiama per illustrarmi un piano telefonico che, ad un esame del mio traffico, risulta più vantaggioso del mio attuale. Dopo molte domande, accetto e sottoscrivo il contratto, tutto telefonicamente. Importante: il passaggio - che in pratica era da una ricaricabile a un abbonamento - non richiedeva di cambiare la sim. Entro 48 ore avrei ricevuto un SMS che mi confernava il passaggio e subito dopo un nuovo messaggio che mi avrebbe invitato a spegnere e riaccendere il cellulare per riattivare la mia sim.
Tempo impiegato: 43 minuti
Sabato – Verso l’ora di pranzo ricevo il primo SMS, che mi conferma che il cambio di piano telefonico è stato effettuato. Dopo poco arriva anche il secondo, che mi dice di spegnere e riaccendere il telefono. Spengo e riaccendo: niente. Sul display compare la poco rassicurante scritta “Sim rifiutata”. Riprovo (giacché era quello che mi consigliava di fare il secondo messaggio, nel caso in cui non fosse comparsa la scritta “Vodafone”): ancora niente. Ripeto l’operazione una quindicina di volte, senza successo.
Tempo impiegato: 20 minuti
Decido allora di chiamare il 190. Mi risponde tale Pinco, il quale mi dice con flemma postprandiale che risolverà immediatamente il problema, “tranquillamente e facilmente” (così nel testo). Io non devo fare niente, solo aspettare. Chiudo e mi metto, appunto, ad aspettare. Comincio a perdere la pazienza, ma mi suggeriscono di fare come mi è stato detto, senza continuare a torturare il telefonino.
Tempo impiegato per la telefonata al 190: 15 minuti (e ho risparmiato un sacco, perché chiamando con un cellulare aziendale mi ha risposto subito un operatore business, il quale, sentito il problema, mi ha girato direttamente un operatore privati, evitandomi così il calvario dei quattrocento menù)
Domenica – Rimettere in sesto il cellulare è il mio primo pensiero. Ormai ho imparato, e uso l’aziendale (fra l’altro, l’unico che posso usare, essendo il mio fuori combattimento).
Alla prima telefonata mi dicono che il nuovo piano telefonico risulta attivato: se attendo un attimo in linea mi passano l’ufficio tecnico. La linea cade.
Seconda telefonata. Sono sicura che il mio telefono è compatibile con il piano telefonico che mi è stato proposto? Sono sicura. Ho ricevuto i messaggi? Li ho ricevuti. Cade la linea.
Alla terza telefonata la linea cade quasi subito.
Quarto Pinco: non è che si trova in una zona non coperta? Sicura. Allora verifichiamo. Forse si è smagnetizzata la sim. Ciao linea.
Quinto passaggio. Questa volta la linea non cadrà, stia tranquilla. Allora, vediamo. Le passo l’ufficio tecnico, perché non posso mica tenere due linee occupate contemporaneamente, scusi, signora, cerchi di capire. Capisco, e la linea non c’è più.
Sesta telefonata: ecco, abbiamo trovato il problema. È sulla carta di credito. Il piano telefonico non è stato attivato perché ci sono problemi con i dati della carta di credito (su cui avevo chiesto di appoggiare il conto telefonico). Quindi deve andare in un negozio Vodafone, mi dispiace. Avvertire prima no, non si può.
A questo punto però io sono furibonda.
Tempo impiegato: 1 ora e 45 minuti
Lunedì – il negozio Vodafone apre a mezzogiorno. Io sono lì a mezzogiorno meno un quarto, ma c’è già la ressa. Dopo un’ora vengo ricevuta. Spiego la situazione e la signorina che mi ascolta mi dice che non si può fare un cambio di piano telefonico da ricaricabile ad abbonamento senza cambiare la sim. Le faccio notare che è quello che mi hanno venduto. Mi dice che in teoria sì, si può fare, ma in pratica no. Comunque ora mi cambierà la sim, hai visto mai che si è smagnetizzata. Intanto a lei risulta che il mio piano è rimasto invariato, e dunque gli SMS che ho ricevuto non hanno valore. “Ma noi non siamo il 190”, come se fosse una scusa. Riaccendo il telefono e finalmente funziona di nuovo. Dopo qualche minuto mi arriva un SMS (inviato sabato, ma dopo che la mia sim era già stata messa fuori uso) che mi dice che sono spiacenti, ma il cambio di piano telefonico non è andato a buon fine. Sono spiacente anch’io.
Tempo impegato: 2 ore (considerando gli spostamenti, che non avrei fatto se non fossi dovuta andare al negozio Vodafone).
Un’oretta più tardi mi chiama l’ufficio commerciale Vodafone, quello che mi aveva venduto il cambio, e la signora con cui parlo mi dice che se voglio posso tornare al negozio Vodafone ed effettuare il cambio di piano telefonico. Il problema è che i negozi non sanno cosa fa il 190, e il 190 non sa cosa fa l’ufficio commerciale. Dopo averle significato che l’unica cosa che desidero da Vodafone è che sparisca dalla mia vita, le espongo quanto segue, in modo più sintetico e meno pacato.
Tempo impiegato: 15 minuti
Totale: 5 ore e 18 minuti, 48 ore senza cellulare.
1) Se in Vodafone la mano destra non sa cosa fa la sinistra, non è un problema dei clienti
L’organizzazione aziendale deve essere trasparente al cliente. Al cliente non interessa se i vari pezzi dell’azienda non si parlano tra di loro, dal momento che il suo referente è solo uno, Vodafone (il brand).
Che fare: mettete l’assistenza clienti in condizioni di essere realmente trasversale tra le funzioni aziendali, in modo che sia informata di tutto. Dell’assistenza clienti fanno parte anche i negozi e il sito internet.
2) Gli strumenti di comunicazione con il cliente sono inadeguati
Non è concepibile che in 7 (sette) telefonate all’assistenza clienti nessuno mi abbia saputo dire niente. Alla fin fine era evidente che non c’era nessun problema di carta di credito. Ho ricevuto una serie di versioni diverse senza venire a capo di niente, e anche sentendomi vagamente sfottuta dagli operatori che mi sentivano, di volta in volta, più irritata. Ma non è la prima volta che mi capita di avere problemi (ogni volta che ho fatto delle scelte un po’ più sofisticate della sottoscrizione di un contratto, ho dovuto sempre fare telefonate su telefonate, e spesso ho risolto solo andando in un negozio). Ho provato anche a fare delle cose dal sito, ma lì peggio che andar di notte: il sito Vodafone è uno dei meno usabili al mondo, e, in termini di user experience, frustrante come pochi. E lo dico con cognizione di causa: ho progettato siti della stessa complessità a decine.
Che fare: un flight TV in meno e mettere a posto il sito. Un altro flight in meno e più formazione agli operatori. Togliendo ancora un flight si potrebbe addirittura diminuire il tempo di attesa tra il momento in cui mi risponde il 190 e quello in cui riesco a parlare con un operatore.
3) Trasparenza, signori, trasparenza
Non ho più voglia di sentirmi ridere in faccia per una cosa che mi avete venduto senza che fosse possibile. Non ho più voglia di passare un’intera serata a cercare di compiere un’operazione che mi dicevate possibile, per scoprire, in una clausola minuscola, che non si può fare.
Che fare: Vodafone non lo so, ma io sto cercando un altro operatore. Consigli?
martedì, giugno 02, 2009
Cronache dalla Lucania (elettoralmente) felix: una campagna così non la vedevo da mai
Mia sorella ha appena ricevuto un SMS:
Se hai aperto questo messaggio è perché dai fiducia alla nostra amicizia.Ecco, una catena di Sant’Antonio.
Non cado nella retorica e rinnovo un appello a chi amico potrà sostenerlo.Bravo. Non cadere nella retorica. Magari però usa un italiano un po’ più scorrevole, che ne dici?
Io sto dando molta passione al valore di un impegno quello di mio cugino [nome cognome candidato].Ahhh!!! Mio cuggino mio cuggino!
Ci siamo con molti di voi già sentiti e confrontati. Con altri non c’è stata occasione o circostanza, ma a tutti i miei amici rinnovo semplicemente questo appello. Sul semplicemente possiamo discutere. Ma procediamo con l’appello, sperando che venga al sodo.
Sicuramente ogni famiglia ha tanti amici e candidati che meritano attenzione. Ah sì, questo è vero: per queste amministrative ci sono ben 740 cittadini candidati, su una popolazione di 70.000 persone. Quanto meno inquietante. Sono documentate candidature di persone di ogni genere e provenienza, e nessuna delle liste è andata per il sottile.
Ti chiedo come nei giorni scorsi di trovare uno spazio di voto per mio cugino [NOME COGNOME candidato]…Eh, in effetti comprenderai che non è facile per niente…
… perché è una prova questa elezione anche per misurare una esperienza, attraverso il consenso di persone che ci credono. Cioè, fammi capire. Tuo cuggino si presenta per la prima volta e tu vuoi misurare un’esperienza? Mmm. No? Ah, ecco: suo padre (insomma tuo zio) è in politica da 30 anni. Non so, non mi convince lo stesso. E se il figlio è un coglione? Insomma, ripeto: questa di misurare un’esperienza e delle persone che ci credono (in chi? In che cosa?) mi sembra una minchiata solenne.
[Nome candidato] da molti è conosciuto, da altri no e solo il nostro tam tam può aiutare [nome candidato] a farsi spazio tra tante candidature, nel rispetto di ogni idea e legame personale che ognuno di voi ha con altri candidati. Questo è da apprezzare: se hai un amico, fai finta di niente, insomma, perché io rispetto le promesse di voto già fatte.
È un piccolo ulteriore sforzo che ti chiedo insieme a [nome candidato] di crederci. Pur sorvolando sull’italiano, non riesco veramente a capire in chi o in che cosa dovrei credere.
Se ti sarà possibile sostienilo. Con permesso. Avanti. Prego. Grazie. Scusi.
Grazie e su tutto mi farà piacere sentirti nei prox giorni prima del voto per un confronto con [nome candidato]. Un abbraccio. A presto.Ah, quindi ci sarà un confronto con il candidato, non con suo cuggino. Bene, me ne compiaccio.
Comunque, a parte questi messaggi di dubbio gusto ho visto di tutto, in questi quattro giorni: telefonate (a volte anche con messaggi registrati), pubblicità dinamica sui camioncini, comizi in mezzo al traffico (per dimostrare come il problema sia insostenibile), ma anche comizi nelle case e nei condomini, oltre che nelle più ortodosse piazze.
Sono basita: erano vent'anni che non vedevo una campagna elettorale così. Che poi è anche comprensibile, con tutti 'sti candidati. Quando ho chiesto come mai tutta questa gente vuole darsi alla politica (e io lo dicevo con sincera ammirazione, ammirazione per l'impegno dimostrato dai miei concittadini verso la cosa pubblica), mi è stato risposto che ormai è evidente a tutti che il modo più sicuro di fare soldi, o quanto meno di avere uno stipendio certo (magari solo per una legislatura, ma che fa) è mettersi in politica. E allora avanti savoia: tutti candidati!
Se hai aperto questo messaggio è perché dai fiducia alla nostra amicizia.Ecco, una catena di Sant’Antonio.
Non cado nella retorica e rinnovo un appello a chi amico potrà sostenerlo.Bravo. Non cadere nella retorica. Magari però usa un italiano un po’ più scorrevole, che ne dici?
Io sto dando molta passione al valore di un impegno quello di mio cugino [nome cognome candidato].Ahhh!!! Mio cuggino mio cuggino!
Ci siamo con molti di voi già sentiti e confrontati. Con altri non c’è stata occasione o circostanza, ma a tutti i miei amici rinnovo semplicemente questo appello. Sul semplicemente possiamo discutere. Ma procediamo con l’appello, sperando che venga al sodo.
Sicuramente ogni famiglia ha tanti amici e candidati che meritano attenzione. Ah sì, questo è vero: per queste amministrative ci sono ben 740 cittadini candidati, su una popolazione di 70.000 persone. Quanto meno inquietante. Sono documentate candidature di persone di ogni genere e provenienza, e nessuna delle liste è andata per il sottile.
Ti chiedo come nei giorni scorsi di trovare uno spazio di voto per mio cugino [NOME COGNOME candidato]…Eh, in effetti comprenderai che non è facile per niente…
… perché è una prova questa elezione anche per misurare una esperienza, attraverso il consenso di persone che ci credono. Cioè, fammi capire. Tuo cuggino si presenta per la prima volta e tu vuoi misurare un’esperienza? Mmm. No? Ah, ecco: suo padre (insomma tuo zio) è in politica da 30 anni. Non so, non mi convince lo stesso. E se il figlio è un coglione? Insomma, ripeto: questa di misurare un’esperienza e delle persone che ci credono (in chi? In che cosa?) mi sembra una minchiata solenne.
[Nome candidato] da molti è conosciuto, da altri no e solo il nostro tam tam può aiutare [nome candidato] a farsi spazio tra tante candidature, nel rispetto di ogni idea e legame personale che ognuno di voi ha con altri candidati. Questo è da apprezzare: se hai un amico, fai finta di niente, insomma, perché io rispetto le promesse di voto già fatte.
È un piccolo ulteriore sforzo che ti chiedo insieme a [nome candidato] di crederci. Pur sorvolando sull’italiano, non riesco veramente a capire in chi o in che cosa dovrei credere.
Se ti sarà possibile sostienilo. Con permesso. Avanti. Prego. Grazie. Scusi.
Grazie e su tutto mi farà piacere sentirti nei prox giorni prima del voto per un confronto con [nome candidato]. Un abbraccio. A presto.Ah, quindi ci sarà un confronto con il candidato, non con suo cuggino. Bene, me ne compiaccio.
Comunque, a parte questi messaggi di dubbio gusto ho visto di tutto, in questi quattro giorni: telefonate (a volte anche con messaggi registrati), pubblicità dinamica sui camioncini, comizi in mezzo al traffico (per dimostrare come il problema sia insostenibile), ma anche comizi nelle case e nei condomini, oltre che nelle più ortodosse piazze.
Sono basita: erano vent'anni che non vedevo una campagna elettorale così. Che poi è anche comprensibile, con tutti 'sti candidati. Quando ho chiesto come mai tutta questa gente vuole darsi alla politica (e io lo dicevo con sincera ammirazione, ammirazione per l'impegno dimostrato dai miei concittadini verso la cosa pubblica), mi è stato risposto che ormai è evidente a tutti che il modo più sicuro di fare soldi, o quanto meno di avere uno stipendio certo (magari solo per una legislatura, ma che fa) è mettersi in politica. E allora avanti savoia: tutti candidati!
lunedì, giugno 01, 2009
Cronache dalla Lucania (artisticamente) felix: l’autoritratto di Leonardo

Sembra una puntata di Voyager, solo che non c’è Giacobbo.
Nicola Barbatelli se ne andava alla ricerca di Templari in Basilicata, quando si imbattè in una statua lignea di Bernardo di Chiaravalle, il fondatore della regola dei “Poveri Cavalieri di Cristo” (aka Templari, appunto), a Vaglio di Basilicata. Questo ritrovamento fece partire un’ulteriore ricerca su Antonio Stabile, pittore lucano molto vicino agli ambienti dei francescani e benedettini. Durante queste ricerche, emerge che una famiglia di Salerno conserva nella sua collezione privata opere provenienti da importanti famiglie di origine lucana. Il che è vero. Ma nella fantastica collezione c’è anche un figlio negletto: un falso dell’800 che raffigura, o almeno così credono i proprietari, Galileo. Nel tempo questo quadro è stato odiato da più generazioni della stessa famiglia: è una tavola dai colori cupi, rovinato dal tempo e dal fatto di essere stato maltrattato (lo hanno usato come vassoio, addirittura).
E qui scatta Voyager (immaginarsi la musichetta: tataaaa, tatataaaa, tataaa, tatataaaaa). Lo scopritore decide di approfondire, perché questo quadro ricorda in maniera inquietante il ritratto di Leonardo da Vinci custodito negli Uffizi, e noto anche come “Falso Fiorentino” (si è appurato che questo quadro è un falso dell’800, perché dipinto sopra un altro soggetto) – falso di cui, peraltro, non è mai stato ritrovato l’originale.
Detto fatto, il quadro cambia proprietà, con sollievo della famiglia salernitana, e iniziano gli studi.
Salta fuori che i colori usati sono quelli che Leonardo stesso si faceva da sé e che ha usato per la Gioconda. Sempre con la Gioconda, questa tavola ha in comune il supporto, in legno di pioppo dolce, e le modalità di costruzione della tavola stessa. La datazione al carbonio 14 conferma che il quadro risale alla fine del 400, inizio del 500. Eccetera.
I risultati delle analisi saranno presentati a Roma il 5 giugno.
Questa è la storia che mi raccontano, sommariamente, al tavolo di un pub all’inizio di questo mio breve soggiorno potentino. Ovviamente non la smetto più di rompere le scatole a mia sorella, finché non mi avrà portato al Museo di Vaglio, dove si può vedere il ritratto.
Il Museo è minuscolo e deserto. La ragazza che ci fa i biglietti all’ingresso si offre di farci da guida, e noi accettiamo volentieri. Lei ci racconta tutta la storia, infarcendola di passione, e ci illustra con dovizia di particolari tutto il percorso sull’iconografica di Leonardo che precede la tavola che siamo venute a vedere. Sembra quasi che voglia far montare la suspence. E poi eccolo, il ritratto. Bellissimo. Emozionantissimo. Straordinariamente somigliante a quello fiorentino, ma con uno sguardo diverso, insieme più dolce e penetrante. Ci sono i segni dell’incuria (sotto l’occhio una specie di graffio: sarà colpa di una tazza di thé?), ma anche quelli che lo avvicinano alla Gioconda – i segni lasciati dalla preparazione della tavola. La ragazza non vede l’ora di dircelo: proprio stamattina le hanno comunicato che sono state ritrovate tre impronte digitali di Leonardo su questo ritratto (lo so, come si fa a dire che sono proprio di Leonardo? Si fa, perché l’impronta digitale è leggibile in diverse opere dell’artista, in particolare nella Dama con l’ermellino), e “quindi, insomma, non lo dico perché sono scaramantica, ma questo potrebbe essere un autoritratto. L’originale di quello di Firenze (che poi gli Uffizi hanno fatto ostruzionismo, sapete come vanno certe cose…), magari dipinto all’interno della stanza degli specchi”.
Le brillano gli occhi, e a dir la verità anch’io sono emozionata. Non mi capiterà mai più di stare a cinque centimetri da un quadro di Leonardo da Vinci.
Se vi trovate da queste parti, fate un salto a Vaglio. Poi potrete dire: io l’ho visto quando ancora non si era sicuri che fosse lui. E l’ho detto subito, che era lui.
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