Il cliente è una strana creatura, per i suoi fornitori. Soprattutto per l’agenzia che gli deve fare il sito. Il fatto è che tutti i clienti sono persone adorabili, intelligenti, preparate e ragionevoli. Fino al momento in cui diventano effettivamente clienti e tu devi lavorare per loro. Allora vedi cose che voi umani..., tipo uno che sembrava un geek che di colpo non sa quale versione di browser sta usando, o uno che vive su internet e un giorno ti dice che non vede un aggiornamento, tu gli rispondi di svuotare la cache e lui ti chiede: “dov’è la cache?”. Insomma, cose di questo tipo.
Insomma, in 11 anni di militanza nelle file di una grossa agenzia, ho visto decine di casi di questo genere. Casi umani, per lo più. Finché un giorno, poco prima di quest’estate, sono diventata cliente anch’io. Di una ex collega, peraltro, quindi si andava sul sicuro entrambe. Prendendo una cantonata clamorosa. Perché, il giorno stesso in cui sono diventata cliente, sono entrata nel personaggio e ho inziato a tempestarla di domande stupide. Ma veramente stupide, eh? Di quelle che, quando ero dall’altra parte, mi facevano venir voglia di non rispondere neanche al telefono. (Non entro nei dettagli delle domande perché ho pur sempre una dignità, e continuando a lavorare nel settore, fa proprio brutto. Posso però garantire che quando sono il fornitore è tutto diverso).
Mi sono vergognata molto, ma non so cosa mi sia successo. Ho chiesto scusa alla mia amica, e lei dice che non c’è problema, che sono tutti così. Appunto.
Tutto questo, oltre che per dire grazie a Laura, per fare un annuncio: il sito di The Talking Village è online!
Per ora è solo un blog, ma presto ci saranno moltissime novità. Allora, venite a navigarvelo, commentate, criticate, partecipate, e poi iscrivetevi!
(E fateci in bocca al lupo, ma questo lo davo per scontato :))
lunedì, ottobre 26, 2009
mercoledì, ottobre 21, 2009
Faccio cose, vedo gente
Settimana dura, densissima di eventi.
Venerdì: GGD. Si è parlato di sicurezza, ed è intervenuta anche la prof.ssa Dubini dell'ASK Bocconi, a parlare di come le mamme proteggono la loro privacy nei loro blog. Ah, sono anche stata intervistata! L'intervista è andata a Neapolis - io l'ho saputo grazie a una mia amica che mi ha detto: "Stavolta sei stata brava, non hai parlato troppo veloce".
Lunedì: Università di Pavia, convegno sullo storytelling. Me lo ha segnalato Lanterna (grazie ancora!), con la quale ho trascorso un pomeriggio molto molto interessante. Seguirà post (qui e/o su The Talking Village).
Martedì: ecco, qui la cosa si fa complessa. Avevo i seguenti impegni in agenda: al mattino Enterprise 2.0; al pomeriggio SocialMoney e Unpacking SMAU. Incurante della sovrapposizione, ho risposto con entusiasmo a tutto, convinta che poi in qualche modo avrei gestito l'ubiquità (o per lo meno un buon grado della medesima). Se non che, ecco che arriva la stangata, il famoso impegno improrogabile: la riunione del consiglio di classe. Inutile dirlo, ho lasciato col cuore in lacrime quelli che facevano soldi con i social media, e invece di andare a scartare la fiera, mi sono lanciata a finire il pomeriggio - invadendo parte della sera - a scuola di mio figlio. Cuore di mamma.
Mercoledì: Università Bocconi, Osservatorio Mamme. Sto giusto uscendo di casa.
Domani avrei da fare (tipo lavorare), ma se qualcuno ha qualcosa da propormi per venerdì, io ci sono, eh? :D
Venerdì: GGD. Si è parlato di sicurezza, ed è intervenuta anche la prof.ssa Dubini dell'ASK Bocconi, a parlare di come le mamme proteggono la loro privacy nei loro blog. Ah, sono anche stata intervistata! L'intervista è andata a Neapolis - io l'ho saputo grazie a una mia amica che mi ha detto: "Stavolta sei stata brava, non hai parlato troppo veloce".
Lunedì: Università di Pavia, convegno sullo storytelling. Me lo ha segnalato Lanterna (grazie ancora!), con la quale ho trascorso un pomeriggio molto molto interessante. Seguirà post (qui e/o su The Talking Village).
Martedì: ecco, qui la cosa si fa complessa. Avevo i seguenti impegni in agenda: al mattino Enterprise 2.0; al pomeriggio SocialMoney e Unpacking SMAU. Incurante della sovrapposizione, ho risposto con entusiasmo a tutto, convinta che poi in qualche modo avrei gestito l'ubiquità (o per lo meno un buon grado della medesima). Se non che, ecco che arriva la stangata, il famoso impegno improrogabile: la riunione del consiglio di classe. Inutile dirlo, ho lasciato col cuore in lacrime quelli che facevano soldi con i social media, e invece di andare a scartare la fiera, mi sono lanciata a finire il pomeriggio - invadendo parte della sera - a scuola di mio figlio. Cuore di mamma.
Mercoledì: Università Bocconi, Osservatorio Mamme. Sto giusto uscendo di casa.
Domani avrei da fare (tipo lavorare), ma se qualcuno ha qualcosa da propormi per venerdì, io ci sono, eh? :D
giovedì, ottobre 15, 2009
Non è tutto buzz quello che luccica
Lisa raccoglie un assist da Facebook e sbotta:
[...] sicuramente è intelligente da parte delle aziende interessarsi al buzz marketing perchè quello è il futuro, il web 2.0 in cui l'utente dice la sua e si confronta con gli altri tramite l'esperienza personale è davvero una delle innovazioni più potenti del millennio.
Ma da qui a trasformare il mio blog in "oh quanto son buone le spighe che mangio a colazione, provatele anche voi", stile Lorella Cuccarini ci passa un oceano. [...]
Il fatto è che negli Stati Uniti i blogger devono dichiarare i proventi derivati dall’adesione a campagne di buzz marketing, e quindi si sta profilando una regolamentazione di quest’attività.
Come ho già detto a Lisa in un commento troppo breve per l’ampiezza del discorso, la questione è molto più complessa di così.
Del buzz marketing ho già parlato in un post che poi, a sorpresa, è diventato un caso. Personalmente non ci credo granché. Ok il passaparola, ma siamo realisti: quanti prodotti devo distribuire per poter ottenere un minimo di riscontro, non dico nelle vendite, ma anche solo nella popolarità? Ovviamente questo vale soprattutto per i prodotti del largo consumo, quelli, per intenderci, che troviamo negli scaffali del supermercato, che sono nelle nostre dispense. Parliamoci chiaro: se una ventina di persone parlano di uno yogurt, siamo proprio sicuri che poi questo yogurt ne avrà un reale guadagno? Uno yogurt che va regolarmente in TV? Suvvia, siamo seri! E poi c’è l’altra questione: a chi chiediamo di parlarne? Pensiamo davvero che sia sufficiente essere un decisore d’acquisto (nel caso, una mamma) per dare allo yogurt in questione diritto di cittadinanza nel mio blog? E se io sono una che racconta le vicende dei propri figli e basta, nel suo blog, che c’azzecca lo yogurt? Ecco, più o meno il buzz io lo vedo così. Se fatto indiscriminatamente, senza neanche guardare i blog che si vogliono coinvolgere, è deleterio per tutti: per i blogger, che si sentono presi in giro, ma anche per i brand stessi, che presto o tardi entreranno in un buzz sì, ma negativo. E non rispetto alla qualità, ma relativamente ai suoi metodi di promozione.
Non tutto è buzz
Lisa parla delle merendine Mulino Bianco. Non ha partecipato all’iniziativa, per cui ci sta che non sappia di cosa si è trattato. I Diari del Mulino, di cui qui si è già parlato, non erano finalizzati al passaparola. (Quasi) nessuno dei blogger coinvolti ne ha parlato nel suo blog. L’obiettivo, chiarito dagli stessi responsabili dell’azienda, era quello di conoscere il punto di vista dei consumatori sul prodotto. Tutto un altro film, insomma.
Lo scenario qui è il seguente. Abbiamo coinvolto le blogger perché sono persone abituate a parlare di brand senza farsene intimidire, perché sono abituate a scrivere e a farsi leggere, perché sono fuori dalla media dei consumatori, attente, critiche, costruttive. E le abbiamo invitate a scrivere in uno spazio che non era il loro blog, di cui abbiamo il massimo rispetto. Mettiamola pure così: le blogger sono diventate una specie di super-panel di ricerca, più efficiente ed efficace di uno qualunque dei gruppi di consumatori che avremmo potuto sentire in una batteria di focus group.
Non conosco fino in fondo l’operazione dei DVD di cui parla Lisa, perché evidentemente ho declinato l’invito a partecipare, ma da quello che ho capito si parla di una cosa simile: testare un prodotto editoriale e dire per primi se può funzionare.
Impariamo a distinguere
I blogger sono attori sempre più importanti del mercato, ma non sono professionisti (cioè, tra di loro ci sono molti professionisti, ma è chiaro che non sono quelli coinvolti in questo genere di operazioni, a meno che gli obiettivi dell’azienda non vadano proprio in quella direzione). Perciò è legittimo che la loro lettura dei vari inviti che ricevono sia più o meno la stessa per tutti.
È proprio per questo motivo che, un giorno di marzo, ne abbiamo riuniti un po’ e gli abbiamo raccontato qualcosa del marketing visto “dal di dentro”: per dare loro gli strumenti di base per distinguere, comprendere, decidere. È giusto che i consumatori conoscano il motivo per il quale vengono coinvolti, e un consumatore competente e consapevole è la risorsa più importante per un’azienda. Certo, anche la più pericolosa.
Ok, ma allora chi ci guadagna?
A questo punto Lisa solleva un’altra questione:
[...] la gente ci fa i soldi su questo word-of-mouth, e tu ingenuo invece credi di ESSERE STATO SELEZIONATO perchè il tuo blog è davvero speciale e tu sei in gamba, oh quanto sei in gamba!
La gente ci guadagna: l'azienda pubblicizzata, e l'agenzia di marketing che ti intorta facendo perno sul potere che hai tu mamma, di giudicare un prodotto. Ragazzi, sveglia: Ok, ho un potere, ma allora retribuitemelo. [...]
È giusto che chi crea valore si veda riconosciuto il valore medesimo. Ed è un cosa sulla quale chi fa questo lavoro – il lavoro di attivazione della comunità, intendo – si interroga.
Personalmente vedo almeno due difficoltà:
1) Quanto posso retribuire un blogger che parla del mio prodotto? In altre parole, come si traduce in euri un post? Senza contare che allora l’attività diventa di pay-per-post, che è un’altra cosa ancora, magari funzionale ad una strategia di buzz, che quindi eredita tutti i problemi ad esso legati, di cui parlavo prima.
2) Un blogger retribuito per quello che scrive non diventerà poi un professionista, perdendo quindi le caratteristiche di genuinità dell’opinione che lo rendono interessante? Cioè, mi immagino uno scenario del genere: il blogger X diventa un esperto tester di prodotti. Senza neanche pensare che debba necessariamente dire sempre bene di quello che prova, perché c’è anche la possibilità che si faccia una discreta fama di critico feroce. In entrambi i casi, l’attività di tester andrà a costruirgli una reputazione, e lui in breve sarà sempre più portato a difenderla ed accrescerla, raffinando le sue tecniche di prova-scrittura-mantenimento delle posizioni. Ebbene, a fronte di ciò, a che mi serve la sua opinione? (Ragiono sempre in una logica di coinvolgimento per sentire le opinioni, non di passaparola). D’altra parte non credo ci sia nulla di male a voler fare il critico di mestiere: tanto di cappello, ma è un altro discorso, ed è quello, credo, che coinvolge in modo più diretto i blogger americani. Che, parliamoci chiaro, dichiarare una fornitura di merendine o di yogurt non mi sembra particolarmente interessante.
Altra cosa è prevedere un qualche tipo di remunerazione a fronte di prove prodotto che vanno nella direzione della ricerca e della conversazione fra brand e cittadini della rete. È chiaro che i problemi di cui sopra si ripropongono pari pari (quanto pago i partecipanti? E se diventano troppo professionali, non mi perdo la genuinità delle loro opinioni?), per cui forse la strada deve essere diversa. Una possibilità è quella di garantire valore “materiale” (ti regalo una console, però, non uno yogurt): mi sembra che abbia senso. Un’altra quella di dare valore immateriale: riconoscimento, rispetto delle sue opinioni, garanzia del fatto che l’azienda se ne fa carico.
Ecco, su questo stiamo riflettendo. Suggerimenti?
[...] sicuramente è intelligente da parte delle aziende interessarsi al buzz marketing perchè quello è il futuro, il web 2.0 in cui l'utente dice la sua e si confronta con gli altri tramite l'esperienza personale è davvero una delle innovazioni più potenti del millennio.
Ma da qui a trasformare il mio blog in "oh quanto son buone le spighe che mangio a colazione, provatele anche voi", stile Lorella Cuccarini ci passa un oceano. [...]
Il fatto è che negli Stati Uniti i blogger devono dichiarare i proventi derivati dall’adesione a campagne di buzz marketing, e quindi si sta profilando una regolamentazione di quest’attività.
Come ho già detto a Lisa in un commento troppo breve per l’ampiezza del discorso, la questione è molto più complessa di così.
Del buzz marketing ho già parlato in un post che poi, a sorpresa, è diventato un caso. Personalmente non ci credo granché. Ok il passaparola, ma siamo realisti: quanti prodotti devo distribuire per poter ottenere un minimo di riscontro, non dico nelle vendite, ma anche solo nella popolarità? Ovviamente questo vale soprattutto per i prodotti del largo consumo, quelli, per intenderci, che troviamo negli scaffali del supermercato, che sono nelle nostre dispense. Parliamoci chiaro: se una ventina di persone parlano di uno yogurt, siamo proprio sicuri che poi questo yogurt ne avrà un reale guadagno? Uno yogurt che va regolarmente in TV? Suvvia, siamo seri! E poi c’è l’altra questione: a chi chiediamo di parlarne? Pensiamo davvero che sia sufficiente essere un decisore d’acquisto (nel caso, una mamma) per dare allo yogurt in questione diritto di cittadinanza nel mio blog? E se io sono una che racconta le vicende dei propri figli e basta, nel suo blog, che c’azzecca lo yogurt? Ecco, più o meno il buzz io lo vedo così. Se fatto indiscriminatamente, senza neanche guardare i blog che si vogliono coinvolgere, è deleterio per tutti: per i blogger, che si sentono presi in giro, ma anche per i brand stessi, che presto o tardi entreranno in un buzz sì, ma negativo. E non rispetto alla qualità, ma relativamente ai suoi metodi di promozione.
Non tutto è buzz
Lisa parla delle merendine Mulino Bianco. Non ha partecipato all’iniziativa, per cui ci sta che non sappia di cosa si è trattato. I Diari del Mulino, di cui qui si è già parlato, non erano finalizzati al passaparola. (Quasi) nessuno dei blogger coinvolti ne ha parlato nel suo blog. L’obiettivo, chiarito dagli stessi responsabili dell’azienda, era quello di conoscere il punto di vista dei consumatori sul prodotto. Tutto un altro film, insomma.
Lo scenario qui è il seguente. Abbiamo coinvolto le blogger perché sono persone abituate a parlare di brand senza farsene intimidire, perché sono abituate a scrivere e a farsi leggere, perché sono fuori dalla media dei consumatori, attente, critiche, costruttive. E le abbiamo invitate a scrivere in uno spazio che non era il loro blog, di cui abbiamo il massimo rispetto. Mettiamola pure così: le blogger sono diventate una specie di super-panel di ricerca, più efficiente ed efficace di uno qualunque dei gruppi di consumatori che avremmo potuto sentire in una batteria di focus group.
Non conosco fino in fondo l’operazione dei DVD di cui parla Lisa, perché evidentemente ho declinato l’invito a partecipare, ma da quello che ho capito si parla di una cosa simile: testare un prodotto editoriale e dire per primi se può funzionare.
Impariamo a distinguere
I blogger sono attori sempre più importanti del mercato, ma non sono professionisti (cioè, tra di loro ci sono molti professionisti, ma è chiaro che non sono quelli coinvolti in questo genere di operazioni, a meno che gli obiettivi dell’azienda non vadano proprio in quella direzione). Perciò è legittimo che la loro lettura dei vari inviti che ricevono sia più o meno la stessa per tutti.
È proprio per questo motivo che, un giorno di marzo, ne abbiamo riuniti un po’ e gli abbiamo raccontato qualcosa del marketing visto “dal di dentro”: per dare loro gli strumenti di base per distinguere, comprendere, decidere. È giusto che i consumatori conoscano il motivo per il quale vengono coinvolti, e un consumatore competente e consapevole è la risorsa più importante per un’azienda. Certo, anche la più pericolosa.
Ok, ma allora chi ci guadagna?
A questo punto Lisa solleva un’altra questione:
[...] la gente ci fa i soldi su questo word-of-mouth, e tu ingenuo invece credi di ESSERE STATO SELEZIONATO perchè il tuo blog è davvero speciale e tu sei in gamba, oh quanto sei in gamba!
La gente ci guadagna: l'azienda pubblicizzata, e l'agenzia di marketing che ti intorta facendo perno sul potere che hai tu mamma, di giudicare un prodotto. Ragazzi, sveglia: Ok, ho un potere, ma allora retribuitemelo. [...]
È giusto che chi crea valore si veda riconosciuto il valore medesimo. Ed è un cosa sulla quale chi fa questo lavoro – il lavoro di attivazione della comunità, intendo – si interroga.
Personalmente vedo almeno due difficoltà:
1) Quanto posso retribuire un blogger che parla del mio prodotto? In altre parole, come si traduce in euri un post? Senza contare che allora l’attività diventa di pay-per-post, che è un’altra cosa ancora, magari funzionale ad una strategia di buzz, che quindi eredita tutti i problemi ad esso legati, di cui parlavo prima.
2) Un blogger retribuito per quello che scrive non diventerà poi un professionista, perdendo quindi le caratteristiche di genuinità dell’opinione che lo rendono interessante? Cioè, mi immagino uno scenario del genere: il blogger X diventa un esperto tester di prodotti. Senza neanche pensare che debba necessariamente dire sempre bene di quello che prova, perché c’è anche la possibilità che si faccia una discreta fama di critico feroce. In entrambi i casi, l’attività di tester andrà a costruirgli una reputazione, e lui in breve sarà sempre più portato a difenderla ed accrescerla, raffinando le sue tecniche di prova-scrittura-mantenimento delle posizioni. Ebbene, a fronte di ciò, a che mi serve la sua opinione? (Ragiono sempre in una logica di coinvolgimento per sentire le opinioni, non di passaparola). D’altra parte non credo ci sia nulla di male a voler fare il critico di mestiere: tanto di cappello, ma è un altro discorso, ed è quello, credo, che coinvolge in modo più diretto i blogger americani. Che, parliamoci chiaro, dichiarare una fornitura di merendine o di yogurt non mi sembra particolarmente interessante.
Altra cosa è prevedere un qualche tipo di remunerazione a fronte di prove prodotto che vanno nella direzione della ricerca e della conversazione fra brand e cittadini della rete. È chiaro che i problemi di cui sopra si ripropongono pari pari (quanto pago i partecipanti? E se diventano troppo professionali, non mi perdo la genuinità delle loro opinioni?), per cui forse la strada deve essere diversa. Una possibilità è quella di garantire valore “materiale” (ti regalo una console, però, non uno yogurt): mi sembra che abbia senso. Un’altra quella di dare valore immateriale: riconoscimento, rispetto delle sue opinioni, garanzia del fatto che l’azienda se ne fa carico.
Ecco, su questo stiamo riflettendo. Suggerimenti?
mercoledì, ottobre 14, 2009
Dàlli all'untore: Fede contro Facebook
Ora, non è che io per partito preso voglia difendere Facebook, però cose come questa mi fanno veramente andare in bestia.
Che Fede stia preparando la strada a qualche bella trovata per censurare anche il web, dopo che la TV è stata ben bene ammaestrata?
lunedì, ottobre 12, 2009
Direttore marketing si diventa, però in fretta
Il direttore marketing è diventato tale molto presto, per la precisione nel momento esatto in cui, stagista, laureato da 2 giorni e una vacanza premio a Ibiza, ha varcato i cancelli di una multinazionale che fa detersivi.
Il direttore marketing può essere maschio o femmina [@commentatori_maliziosi: in questo caso non ci sono altre possibilità].
Il direttore marketing maschio è bruno. Fino ai 35 ha capelli corti, occhiali con montatura vistosa, veste in giacca e cravatta ma si vede che sono quelli della laurea. Se sopra i 35, ha i capelli fino alle spalle, con molto gel, si è operato per una forte miopia, veste in giacca e cravatta e le indossa come se ci dormisse dentro (il che probabilmente è vero).
Il direttore marketing femmina è bionda (naturale o tinta) o molto mechata. Indossa un tailleur nero che sembra sempre lo stesso, e invece non lo è: ne ha 30, tutti uguali, nel suo armadio. Non fa nessuna concessione alla leziosità (roba da femmine): trucco leggero e pochissimi gioielli, al massimo un solitario regalatole da un fidanzato che nessuno ha mai conosciuto, e un girocollo molto discreto, che si è comprata come premio un giorno che aveva fatto il budget.
Il direttore marketing è un animale sociale: si muove a branchi. Infatti ha un assistente, che spesso si spaccia per lui al telefono (perché è già direttore marketing anche lui), e almeno un paio di stagisti, che sono in tutto identitci a lui (perché sono già direttori marketing anche loro). La differenza tra il direttore marketing e i suoi assistenti e stagisti sta nel grado di paura che ciascuno verso gli altri e in chi fa il caffé.
Il direttore marketing è uno sportivo, spesso anche a livello agonistico. Il prestigio di un direttore marketing è vieppiù accresciuto da un intervento al menisco o al crociato, procuratosi in seguito a una brutta caduta durante il torneo di calcetto interaziendale o di tennis nella “giornata del cliente”.
Il direttore marketing ha anche dei consulenti, frotte di consulenti, il cui ruolo principale è quello di produrre milioni di slide che provano che il direttore marketing ha ragione. Su tutto.
Il direttore marketing è abituato a comandare. Sia i suoi sottoposti, sia i familiari, gli amici, la fidanzata/il fidanzato, il portinaio, il barman e la cameriera che lo serve durante gli happy hour in cui cena.
Il direttore marketing pensa al futuro, e lo fa mettere in un foglio excell da qualcuno.
Il direttore marketing è convinto di essere un creativo, e non perde occasione per dimostrarlo. Ad esempio, a chi gli sta facendo il sito (che lui chiama uebsàit anche nell’intimità), invia un brief in power point in cui ha assemblato, copiando e incollando immagini a caso, una cosa che dovrebbe essere un’interfaccia.
Il direttore marketing ama power point, e lo usa come se fosse word e excell insieme, solo con in più le animazioni e la musica.
Il direttore marketing parla un po’ di italiano in un oceano di finto inglese. Infatti al liceo andava malissimo in entrambe le materie.
Ho conosciuto diversi direttori marketing (quindi quei due che frequento regolarmente e che passano di qua non credano di essere le sole fonti di ispirazione) e li amo tutti: sono meravigliosamente rassicuranti.
Il direttore marketing può essere maschio o femmina [@commentatori_maliziosi: in questo caso non ci sono altre possibilità].
Il direttore marketing maschio è bruno. Fino ai 35 ha capelli corti, occhiali con montatura vistosa, veste in giacca e cravatta ma si vede che sono quelli della laurea. Se sopra i 35, ha i capelli fino alle spalle, con molto gel, si è operato per una forte miopia, veste in giacca e cravatta e le indossa come se ci dormisse dentro (il che probabilmente è vero).
Il direttore marketing femmina è bionda (naturale o tinta) o molto mechata. Indossa un tailleur nero che sembra sempre lo stesso, e invece non lo è: ne ha 30, tutti uguali, nel suo armadio. Non fa nessuna concessione alla leziosità (roba da femmine): trucco leggero e pochissimi gioielli, al massimo un solitario regalatole da un fidanzato che nessuno ha mai conosciuto, e un girocollo molto discreto, che si è comprata come premio un giorno che aveva fatto il budget.
Il direttore marketing è un animale sociale: si muove a branchi. Infatti ha un assistente, che spesso si spaccia per lui al telefono (perché è già direttore marketing anche lui), e almeno un paio di stagisti, che sono in tutto identitci a lui (perché sono già direttori marketing anche loro). La differenza tra il direttore marketing e i suoi assistenti e stagisti sta nel grado di paura che ciascuno verso gli altri e in chi fa il caffé.
Il direttore marketing è uno sportivo, spesso anche a livello agonistico. Il prestigio di un direttore marketing è vieppiù accresciuto da un intervento al menisco o al crociato, procuratosi in seguito a una brutta caduta durante il torneo di calcetto interaziendale o di tennis nella “giornata del cliente”.
Il direttore marketing ha anche dei consulenti, frotte di consulenti, il cui ruolo principale è quello di produrre milioni di slide che provano che il direttore marketing ha ragione. Su tutto.
Il direttore marketing è abituato a comandare. Sia i suoi sottoposti, sia i familiari, gli amici, la fidanzata/il fidanzato, il portinaio, il barman e la cameriera che lo serve durante gli happy hour in cui cena.
Il direttore marketing pensa al futuro, e lo fa mettere in un foglio excell da qualcuno.
Il direttore marketing è convinto di essere un creativo, e non perde occasione per dimostrarlo. Ad esempio, a chi gli sta facendo il sito (che lui chiama uebsàit anche nell’intimità), invia un brief in power point in cui ha assemblato, copiando e incollando immagini a caso, una cosa che dovrebbe essere un’interfaccia.
Il direttore marketing ama power point, e lo usa come se fosse word e excell insieme, solo con in più le animazioni e la musica.
Il direttore marketing parla un po’ di italiano in un oceano di finto inglese. Infatti al liceo andava malissimo in entrambe le materie.
Ho conosciuto diversi direttori marketing (quindi quei due che frequento regolarmente e che passano di qua non credano di essere le sole fonti di ispirazione) e li amo tutti: sono meravigliosamente rassicuranti.
lunedì, ottobre 05, 2009
La BlogFest, o come sentirci ggiovani
Messa in moto la corriera, Giuliana e consorte hanno subappaltato il pupo alla zia e se ne sono andati a Riva del Garda. Incocciando in una coda di 6 km a Bergamo, prontamente evitata grazie al fido TomTom, che peraltro non ci ha impedito di vagare per almeno 40 minuti a causa di una deviazione all’uscita di Brescia. Totale del viaggio: 3 ore e spacca.
Di come è andata la Blogfest parleranno in tanti, quindi non mi dilungo, per ora (che qualche considerazione ci sta da fare e però magari meglio che prima la macini e poi ci faccia un post ad hoc), mentre devo dire una cosa: alla BlogFest mi sono sentita ggiovane. Per i seguenti motivi:
1. abbiamo dormito all’Ostello della Gioventù. Vai a capire perché, ma abbiamo deciso di passare la nostra notte senza bimbo in un letto a castello. Non lo faremo più, ma quanti anni in meno ci siamo sentiti!
2. ho ballato. Era un sacco di tempo che non lo facevo. Dalla festa dei 40 anni del mio amico – che ora di anni sta per compierne 43, quindi insomma.
3. abbiamo commentato i sex toys presentati nel corso dell’EroticCamp(Hard), rimpiangendo di non poter partecipare alla visita guidata al sexy shop della domenica, causa contemporaneità del MomCamp.
4. abbiamo mangiato kebab immersi in 40 nodi di vento. La presenza del pupo esclude l’esposizione ai 40 nodi, e quindi.
5. ho convinto mio marito a scrivere un post su una cosa che gli aveva lasciato delle perplessità. Il post non è ancora finito, ma ci abbiamo ragionato per ore. Magari a un certo punto verrà, chissà. Il sentirsi giovani sta nel fatto che abbiamo ritrovato una passione per il nostro lavoro che latitava da anni, la passione che, appunto, ti tiene incollato per ore a una questione che fino al giorno prima davi per scontata.
Il bilancio? Una decina di anni di meno, a dir poco. Giusto per affrontare la settimana con un barlume di energia in più.
Di come è andata la Blogfest parleranno in tanti, quindi non mi dilungo, per ora (che qualche considerazione ci sta da fare e però magari meglio che prima la macini e poi ci faccia un post ad hoc), mentre devo dire una cosa: alla BlogFest mi sono sentita ggiovane. Per i seguenti motivi:
1. abbiamo dormito all’Ostello della Gioventù. Vai a capire perché, ma abbiamo deciso di passare la nostra notte senza bimbo in un letto a castello. Non lo faremo più, ma quanti anni in meno ci siamo sentiti!
2. ho ballato. Era un sacco di tempo che non lo facevo. Dalla festa dei 40 anni del mio amico – che ora di anni sta per compierne 43, quindi insomma.
3. abbiamo commentato i sex toys presentati nel corso dell’EroticCamp(Hard), rimpiangendo di non poter partecipare alla visita guidata al sexy shop della domenica, causa contemporaneità del MomCamp.
4. abbiamo mangiato kebab immersi in 40 nodi di vento. La presenza del pupo esclude l’esposizione ai 40 nodi, e quindi.
5. ho convinto mio marito a scrivere un post su una cosa che gli aveva lasciato delle perplessità. Il post non è ancora finito, ma ci abbiamo ragionato per ore. Magari a un certo punto verrà, chissà. Il sentirsi giovani sta nel fatto che abbiamo ritrovato una passione per il nostro lavoro che latitava da anni, la passione che, appunto, ti tiene incollato per ore a una questione che fino al giorno prima davi per scontata.
Il bilancio? Una decina di anni di meno, a dir poco. Giusto per affrontare la settimana con un barlume di energia in più.
Libri: Radiografie all'anima
Quando un amico di FriendFeed, Hermansji, offre ai suoi contatti una copia del libro che ha appena scritto in cambio di una recensione io non posso resistere e aderisco.
Premessa 1: Radiografie all'anima non è un romanzo, checché ne dica il suo autore. Cioè, non in senso stretto. Più che altro è un flusso di coscienza.
Premessa 2: non amo i flussi di coscienza. Mi mettono a disagio, mi fanno sentire una guardona.
Ciò detto, leggendo Radiografie all'anima ho visto davvero delle radiografie: quei lastroni scuri in cui il medico di famiglia legge qualcosa, uno specialista legge tanto e il dottor House individua la causa remotissima e rara del disagio che ti opprime. Una vista "dal di dentro" di una storia, della quale tu puoi immaginare qualcosa, ma non sei mai certo di quello che ti immagini.
Anche la costruzione spiazza: lastre dispari in prosa, lastre pari in versi (poesia? non so, ma forse tutto è poesia in questo strano libro), e tu dici: "versi? no, versi no!" e invece poi li leggi e anche qui continui nella tua opera di collaborazione con il testo cercando di decodificarlo e di riportare l'astrazione delle parole alla concretezza di una storia, di una situazione.
Mai titolo fu più referenziale, trovo.
Da leggere se si ama il genere, possibilmente in un momento tranquillo per la propria, di anima, così si evitano problemi di proiezione. Da leggere tutto d'un fiato: perché se ti fermi poi è difficile ricominciare: se è spesso difficile riprendere il filo di una serie di accadimenti, figuriamoci riprendere quello di una serie di pensieri.
Grazie, Hemansji.
venerdì, ottobre 02, 2009
Conciliazione lavoro-famiglia. Forse non dovrebbere essere un problema solo per le donne.
In più di un’occasione le donne della rete si sono espresse in termini entusiastici sui loro compagni, dichiarando che sono presenti, collaborativi, praticamente perfetti. Me ne compiaccio. Tuttavia, chiacchierando con un po’ di amiche, nei giorni scorsi, la sensazione che ne ho tratto non era esattamente questa. E, attenzione, non sto parlando solo di mamme, ma anche di giovani signore child-free, e dunque generalmente non coinvolte in questo tipo di problematiche – a torto, evidentemente.
Il tema della conciliazione lavoro-famiglia è tipicamente un tema femminile. Le chiacchierate di cui parlavo sopra mi hanno fatto sorgere però un dubbio, e cioè che forse se estendessimo la questione anche agli uomini tutto sarebbe più facile. Mi spiego meglio. In generale il problema è formulato come segue: Se una donna vuole fare carriera, o mantenere quella che ha, deve rinunciare alla famiglia, e questo non è giusto. Questa, è chiaro, è solo una delle formulazioni possibili. Giocando un po’ con le parole, una nuova formulazione potrebbe essere: Se una persona vuole fare carriera, o mantenere quella che ha, deve rinunciare alla famiglia, e questo non è giusto.
A ben guardare, non è solo un gioco con le parole, ma un ben più profondo allargamento della prospettiva. Il neutro “persona”, di colpo, coinvolge anche gli uomini.
“Rinunciare alla famiglia”, credo, non significa solo “rinunciare ai figli”. Una famiglia è anche una coppia: lo dice il Codice Civile, lo dice la Chiesa.
E i modi di rinunciare alla famiglia sono molti: non essere presenti quando bisogna prendere decisioni importanti, ma anche solo non essere disponibili a fare qualcosa insieme significa rinunciare alla famiglia, laddove implica che solo uno dei due membri della medesima si veda delegate tutte le incombenze ad essa relative, cosa che implica spesso anche il negarsi momenti di relax e – ohoh! – di piacere. Se avevamo progettato una vacanza insieme e mio marito mi dà buca per questioni di lavoro, 9 volte su 10 in vacanza non ci vado neanch’io, insomma.
Ops! Il nostro gioco di parole è diventato qualcosa di molto più ampio, è diventato un problema, ha scardinato un dato acquisito, ha rovesciato la prospettiva.
So what? Torniamo per un attimo ai compagni disponibili e presenti. Sono disponibili e presenti – per ammissione delle interessate – “quando sono a casa”, perché spesso fuori per lavoro. Forse ho un problema con la parola “presente”. Fuori per lavoro non significa presente. Anzi. Mi viene da dire che spesso i compagni sono fuori per lavoro perché a casa c’è qualcun altro che si fa carico di tutto il resto. E che possono essere fuori per lavoro solo per questo.
Credo che il tema della conciliazione lavoro-famiglia vada riformulato, arrivando a comprendere il punto di vista degli uomini. O se no vuol dire che non ho capito niente della parola “famiglia”. Voi che ne pensate?
p.s. vedo che questo post è un tripudio di virgolette, cosa che odio anche più dei puntini sospensivi. È che il tema mi prende e fa emergere il mio lato oscuro. Chiedo scusa.
Il tema della conciliazione lavoro-famiglia è tipicamente un tema femminile. Le chiacchierate di cui parlavo sopra mi hanno fatto sorgere però un dubbio, e cioè che forse se estendessimo la questione anche agli uomini tutto sarebbe più facile. Mi spiego meglio. In generale il problema è formulato come segue: Se una donna vuole fare carriera, o mantenere quella che ha, deve rinunciare alla famiglia, e questo non è giusto. Questa, è chiaro, è solo una delle formulazioni possibili. Giocando un po’ con le parole, una nuova formulazione potrebbe essere: Se una persona vuole fare carriera, o mantenere quella che ha, deve rinunciare alla famiglia, e questo non è giusto.
A ben guardare, non è solo un gioco con le parole, ma un ben più profondo allargamento della prospettiva. Il neutro “persona”, di colpo, coinvolge anche gli uomini.
“Rinunciare alla famiglia”, credo, non significa solo “rinunciare ai figli”. Una famiglia è anche una coppia: lo dice il Codice Civile, lo dice la Chiesa.
E i modi di rinunciare alla famiglia sono molti: non essere presenti quando bisogna prendere decisioni importanti, ma anche solo non essere disponibili a fare qualcosa insieme significa rinunciare alla famiglia, laddove implica che solo uno dei due membri della medesima si veda delegate tutte le incombenze ad essa relative, cosa che implica spesso anche il negarsi momenti di relax e – ohoh! – di piacere. Se avevamo progettato una vacanza insieme e mio marito mi dà buca per questioni di lavoro, 9 volte su 10 in vacanza non ci vado neanch’io, insomma.
Ops! Il nostro gioco di parole è diventato qualcosa di molto più ampio, è diventato un problema, ha scardinato un dato acquisito, ha rovesciato la prospettiva.
So what? Torniamo per un attimo ai compagni disponibili e presenti. Sono disponibili e presenti – per ammissione delle interessate – “quando sono a casa”, perché spesso fuori per lavoro. Forse ho un problema con la parola “presente”. Fuori per lavoro non significa presente. Anzi. Mi viene da dire che spesso i compagni sono fuori per lavoro perché a casa c’è qualcun altro che si fa carico di tutto il resto. E che possono essere fuori per lavoro solo per questo.
Credo che il tema della conciliazione lavoro-famiglia vada riformulato, arrivando a comprendere il punto di vista degli uomini. O se no vuol dire che non ho capito niente della parola “famiglia”. Voi che ne pensate?
p.s. vedo che questo post è un tripudio di virgolette, cosa che odio anche più dei puntini sospensivi. È che il tema mi prende e fa emergere il mio lato oscuro. Chiedo scusa.
E ora il Momcamp se ne va in gita al lago
Venerdì parte la BlogFest 2009: praticamente tutto quello che è “social” si dà appuntamento a Riva del Garda, per guardarsi in faccia, raccontarsi, discuterne.
Poteva forse mancare il MomCamp? Naturalmente no. Noi ci saremo domenica mattina, con un tema che sta molto a cuore a tutte le famiglie: città, viaggi, prodotti family friendly. Che significa family friendly? Un negozio lo è se ha parcheggi per chi trasporta bambini (e quindi ha bisogno di più spazio per il carico e scarico), toilette attrezzate con fasciatoi, scalda biberon, e così via. Da qui alla città il passo è breve: immaginatevi una città dove non serve fare lo slalom tra le auto parcheggiate sul marciapiede per portare in giro un passeggino, o dove sia facile prendere i mezzi pubblici senza rimetterci la schiena. E così via. Interessante, no?
Il MomCamp di Riva del Garda ha anche uno sponsor fichissimo, FIAT, che ci presenterà la Panda Mami, un esempio di prodotto family friendly. Come si fa a dirlo? Beh, abbiamo pensato che la cosa migliore fosse fare un test, e allora ecco cosa succederà: le famiglie che vorranno potranno cimentarsi in una gara su chi fa prima a caricare e scaricare la Panda di tutte le cose che ci vogliono per portare in giro un bambino. Ai vincitori, la maglietta fastmom, fastdaddy e fastkid.
Come sempre, qui per le iscrizioni, qui il sito e qui tutte le informazioni per la BlogFest.
Ci vediamo a Riva!
Poteva forse mancare il MomCamp? Naturalmente no. Noi ci saremo domenica mattina, con un tema che sta molto a cuore a tutte le famiglie: città, viaggi, prodotti family friendly. Che significa family friendly? Un negozio lo è se ha parcheggi per chi trasporta bambini (e quindi ha bisogno di più spazio per il carico e scarico), toilette attrezzate con fasciatoi, scalda biberon, e così via. Da qui alla città il passo è breve: immaginatevi una città dove non serve fare lo slalom tra le auto parcheggiate sul marciapiede per portare in giro un passeggino, o dove sia facile prendere i mezzi pubblici senza rimetterci la schiena. E così via. Interessante, no?
Il MomCamp di Riva del Garda ha anche uno sponsor fichissimo, FIAT, che ci presenterà la Panda Mami, un esempio di prodotto family friendly. Come si fa a dirlo? Beh, abbiamo pensato che la cosa migliore fosse fare un test, e allora ecco cosa succederà: le famiglie che vorranno potranno cimentarsi in una gara su chi fa prima a caricare e scaricare la Panda di tutte le cose che ci vogliono per portare in giro un bambino. Ai vincitori, la maglietta fastmom, fastdaddy e fastkid.
Come sempre, qui per le iscrizioni, qui il sito e qui tutte le informazioni per la BlogFest.
Ci vediamo a Riva!
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