Il guru è una figura presente in comunicazione più o meno dagli anni ’80, anni di grandi soldi e grande cazzeggio.
Il guru della comunicazione ha attraversato epoche diverse cambiando aspetto più o meno ogni 10 anni, ma le due specie più significative sono: il guru della pubblicità e il guru dei media digitali (o di internet, o del web: la dizione cambia praticamente da blog a blog).
Il guru della pubblicità, ormai estinto, poteva essere solo di sesso maschile. Aveva capelli bianchi e fisico da uno che la palestra non ha mai saputo cosa fosse. Amico personale della maggior parte dei clienti che seguiva, spesso ricopriva anche un incarico accademico (università, master, finte università, finti master).
Il guru della pubblicità era spesso un vero guru. Per esempio, quando gli parlavi, ti sembrava veramente di parlare con uno che signora mia ne sapeva di cose, e quanto doveva aver studiato e quanto doveva aver frequentato certe magioni (quelle degli amici clienti). Alla fine ti sembrava sempre di saperne qualcosa di più, dava grande soddisfazione.
Il guru dei media digitali nasce intorno alla metà degli anni 90, e subisce diverse trasformazioni: prima è uno che dice che tutti un giorno saremo connessi (e tutti dicono "uh, che visionario! un genio!" ma non capiscono che cavolo voglia dire), poi è uno che dice che la pubblicità non può più essere quella di prima (pestando i calli al guru della pubblicità, che ormai è una figura in netto declino), poi dice addirittura che per far conoscere un prodotto a una persona devi chiedergli il permesso (e a questo punto viene inventato il concetto di privacy, con le relative formule di accettazione di ogni malversazione), e infine è uno che dice un sacco di cose sulla rete e sul perché e sul per come.
Il guru dei media digitali è una figura piuttosto diffusa. Ciascuno di noi ne conosce almeno 7 (più o meno 2, come nella memoria a breve termine), e ne dichiara di più. In ogni caso, i guru dei media digitali sono assai meno di quanti non ne risultino ad un censimento fatto sulla base della domanda: “Ti consideri un guru dei media digitali?”.
Il guru dei media digitali può essere maschio o femmina, e i due generi, ancorché presentino alcune differenze, si somigliano per moltissimi aspetti.
Il guru dei media digitali maschio e il guru dei media digitali femmina si somigliano negli accessori che indossano: iPad, iPhone, iQualcosa-di-nuovo-e-assolutamente-inedito-solo-per-me-in-prova-dall’azienda-produttrice-che-se-gli-dico-non-va-non-lo-commercializza.
Il guru dei media digitali maschio e il guru dei media digitali femmina vanno in giro da soli perché così è più facile fare networking. In generale il network del guru dei media digitali è formato da 1 o 2 guru dei media digitali, una decina di aspiranti guru dei media digitali, un centinaio di aspiranti aspiranti guru dei media digitali, un migliaio di ammiratori.
Il guru dei media digitali maschio e il guru dei media digitali femmina sono molto presenti sui social network. Li riconosci perché sono quelli che, per un’affermazione del tipo: “Mi si è staccato un bottone dal cappotto. Tragedia” ricevono dai 1200 ai 2300 commenti.
Il guru dei media digitali maschio e il guru dei media digitali femmina spesso hanno scritto dei libri sui media digitali. Promuovono i loro libri con discrezione, ma nelle sedi giuste. Hanno una vita sociale molto intensa: partecipano a convegni, incontri, camp, aperitivi, pizzate, barbecue e colazioni, ricoprendo spesso ruoli chiave come quelli dell’organizzatore, del chairman, del moderatore, dell’opinionista, del tronista, dell’addetto alla carbonella. E qui finiscono le cose in comune.
Il guru dei media digitali maschio ha un’età variabile dai 16 ai 56 anni, veste abiti classici e firmati se di destra e maglioncini e jeans firmati se di sinistra. È multitasking, nel senso che mentre gli parli lui risponde a un paio di email, chatta con tre persone, stringe la mano a un aspirante aspirante (che non si laverà per i prossimi 40 giorni), ordina un prosecco al buffet, si mangia le unghie, firma un contratto milionario, definisce i dettagli per il prossimo camp da tenersi sulle Dolomiti, risponde a due telefonate e fa checkin tre volte su Foursquare pur non avendo mai lasciato lo stesso luogo (questo la prima volta è un po’ spiazzante, poi ti abitui e ti organizzi anche tu).
Il guru dei media digitali femmina ha un’età compresa tra i 24 e i 45 anni. Sa prendere il meglio di tutto: si veste come una fashion blogger, cucina e organizza cene come una foodblogger, se ha famiglia la gestisce come una mommyblogger, è equipaggiata come un technoblogger, eccetera eccetera. In generale è molto disponibile e simpatica, anche se a volte si fa un po’ fatica a capirlo.
Quando ero giovane pensavo che da grande avrei voluto diventare un guru, pur non sapendo ancora bene di cosa. Poi ho rinunciato.
venerdì, ottobre 29, 2010
martedì, ottobre 26, 2010
Minimiti: il cellulare da 30 euro
N.d.R. Mi accade in questi giorni di non avere più il mio telefono, e allora ho messo in uso il magico "muletto": un cellulare da 30 euro. E ho pensato che potrebbe essere la scusa buona per un'altra galleria, dedicata però ai piccoli miti, quelli per tutti i giorni. Ne avete qualcuno da proporre?
Succede così. Tu hai uno smartphone molto figo, o anche così così, e un giorno si scassa e lo devi mandare in assistenza. Allora vai a comprarti un muletto, uno qualunque, da spendere poco. Il classico dei classici è il cellulare da 30 euro. Ti piange il cuore per la tua creatura da cui starai lontano per un paio di settimane, e all’inizio osservi il tuo nuovo acquisto con superiorità: telefona e manda messaggi, punto.
Nel giro di tre ore, però, ti accorgi che:
- “Telefona”, per lui, significa proprio telefona. Devi abbassare il volume perché ti sembra che dall’altra parte stiano urlando, non ti dà messaggi strani del tipo “chiamata non riuscita”, riesci a comunicare serenamente anche se lo tieni con la sinistra. Dei piedi, non delle mani;
- Trova la rete ovunque: in quell’angolo di casa sul quale pensavi di dover mettere una croce sopra, nonostante fosse il più comodo per accomodarsi a chiacchierare, al supermercato, in galleria mentre sei in treno, e in generale in tutti i posti in cui il tuo smartphone potevi giusto usarlo come fermacarte;
- Ha una batteria che dura 4 giorni! Quattro giorni, non 8 ore come quello che consideri ancora il tuo oggetto del desiderio, ancorché in assistenza, che ogni volta che fai una passeggiata devi mettere in conto di perdere una tacca o due.
Ma come la mettiamo con le app e tutto il resto? Ti ci vogliono due giorni per smaltire la crisi d’astinenza, dopodiché:
- Scopri che non controllare la mail ogni 30 secondi può essere ecologico – in termini di comportamento, non di impatto ambientale;
- Anche il fatto di non fare check-in su Foursquare ogni volta che cambi stanza alla fine ti libera dallo stress da majorship;
- E naturalmente non ti senti più in dovere di twittare, condividere, commentare, ogni momento della tua giornata.
Il cellulare da 30 euro entra nella tua vita di soppiatto, con la sua suoneria identica a quella di altri milioni di persone, e però nella tua vita ci fa il nido. Perché dopo un po’ cominci a chiederti come fare per tenerti questo luminoso esempio di efficacia ed efficienza senza rinunciare alla figaggine di quell’altro. Fantastichi di due SIM, una per il traffico voce e una per i dati, e cerchi le parole per spiegarlo a quello del negozio di telefonini senza farti prendere per maniaco.
Poi ti immagini mentre, in pubblico, squilla la ben nota suoneria, negletta per i tuoi amici ben più fighi, e tu tiri fuori il cellulare da 30 euro, grigio, minuscolo, veramente orribile in termini di design. Tu parli tranquillamente e gli altri continuano inutilmente a stressare la funzione fatica del linguaggio*.
Ti piace. Ma non fa figo. Non fa figo per niente. Sembra quello della nonna. Ma come funziona lui, signora mia!
* La funzione fatica è una delle sei funzioni del linguaggio teorizzate dal linguista russo Roman Jakobson. La funzione fàtica (non fatìca) è incentrata sul canale di comunicazione, e si realizza quando un partecipante dell'atto di comunicazione desidera controllare se il canale è, per così dire, aperto (esempio: domande del tipo "Mi segui?,mi ascolti?": in pratica tutte le cose che devi ripetere centinaia di volte durante una conversazione qualunque al tuo fichissimo smartphone)
Succede così. Tu hai uno smartphone molto figo, o anche così così, e un giorno si scassa e lo devi mandare in assistenza. Allora vai a comprarti un muletto, uno qualunque, da spendere poco. Il classico dei classici è il cellulare da 30 euro. Ti piange il cuore per la tua creatura da cui starai lontano per un paio di settimane, e all’inizio osservi il tuo nuovo acquisto con superiorità: telefona e manda messaggi, punto.
Nel giro di tre ore, però, ti accorgi che:
- “Telefona”, per lui, significa proprio telefona. Devi abbassare il volume perché ti sembra che dall’altra parte stiano urlando, non ti dà messaggi strani del tipo “chiamata non riuscita”, riesci a comunicare serenamente anche se lo tieni con la sinistra. Dei piedi, non delle mani;
- Trova la rete ovunque: in quell’angolo di casa sul quale pensavi di dover mettere una croce sopra, nonostante fosse il più comodo per accomodarsi a chiacchierare, al supermercato, in galleria mentre sei in treno, e in generale in tutti i posti in cui il tuo smartphone potevi giusto usarlo come fermacarte;
- Ha una batteria che dura 4 giorni! Quattro giorni, non 8 ore come quello che consideri ancora il tuo oggetto del desiderio, ancorché in assistenza, che ogni volta che fai una passeggiata devi mettere in conto di perdere una tacca o due.
Ma come la mettiamo con le app e tutto il resto? Ti ci vogliono due giorni per smaltire la crisi d’astinenza, dopodiché:
- Scopri che non controllare la mail ogni 30 secondi può essere ecologico – in termini di comportamento, non di impatto ambientale;
- Anche il fatto di non fare check-in su Foursquare ogni volta che cambi stanza alla fine ti libera dallo stress da majorship;
- E naturalmente non ti senti più in dovere di twittare, condividere, commentare, ogni momento della tua giornata.
Il cellulare da 30 euro entra nella tua vita di soppiatto, con la sua suoneria identica a quella di altri milioni di persone, e però nella tua vita ci fa il nido. Perché dopo un po’ cominci a chiederti come fare per tenerti questo luminoso esempio di efficacia ed efficienza senza rinunciare alla figaggine di quell’altro. Fantastichi di due SIM, una per il traffico voce e una per i dati, e cerchi le parole per spiegarlo a quello del negozio di telefonini senza farti prendere per maniaco.
Poi ti immagini mentre, in pubblico, squilla la ben nota suoneria, negletta per i tuoi amici ben più fighi, e tu tiri fuori il cellulare da 30 euro, grigio, minuscolo, veramente orribile in termini di design. Tu parli tranquillamente e gli altri continuano inutilmente a stressare la funzione fatica del linguaggio*.
Ti piace. Ma non fa figo. Non fa figo per niente. Sembra quello della nonna. Ma come funziona lui, signora mia!
* La funzione fatica è una delle sei funzioni del linguaggio teorizzate dal linguista russo Roman Jakobson. La funzione fàtica (non fatìca) è incentrata sul canale di comunicazione, e si realizza quando un partecipante dell'atto di comunicazione desidera controllare se il canale è, per così dire, aperto (esempio: domande del tipo "Mi segui?,mi ascolti?": in pratica tutte le cose che devi ripetere centinaia di volte durante una conversazione qualunque al tuo fichissimo smartphone)
venerdì, ottobre 22, 2010
Apertura ufficiale della lista desideri per Natale: l’eBook Reader
L’anno scorso, più o meno in questo periodo, ho iniziato a fare la lista dei desideri per Natale, e poi a divulgarla con molta discrezione. Comprendeva due voci: un iPhone e un Ebook Reader, uno qualunque. È andata buca su tutta la linea: ci siamo regalati, in versione tandem, una fotocamera digitale che ci ha restituito il piacere di immortalare gli eventi.
Ora però ho un’altra opportunità. Un paio di sere fa, al Circolo Filologico di Milano, c’è stata la presentazione del Sony Reader. L’oggetto è bellino assai, sia nella versione piccola, da 5 pollici, che sta in tasca e costa 200 €, sia in quella da 6 pollici, 250 €. Dentro ci stanno da 1000 a 1200 libri, scaricabili da IBS, BOL e Feltrinelli – quindi c’è la ragionevole certezza di avere titoli italiani in quantità.
Considerando che:
• Alcuni mesi fa abbiamo dovuto separarci con molto dolore da una buona metà dei libri che ormai ci assediavano la casa, portandoli da mia suocera (dove abbiamo portato anche una libreria);
• Una delle voci di spesa più rilevanti della mia carta di credito sono i libri (come si può desumere facilmente dalla mia libreria di aNobii, che pure non li contiene tutti);
• Sono una lettrice “da Duomo a Missori”, e cioè leggo principalmente sui mezzi pubblici durante gli spostamenti, e i libri in borsa pesano (soprattutto se aggiunti al portafoglio, l’agenda, i trucchi, le chiavi, un paio di Gormiti, i fogli sparsi, le sigarette, le penne, il taccuino degli appunti, varie ed eventuali)
Tutte queste cose considerate, potrebbe essere una buona soluzione quella di votarmi al digitale, almeno per alcune cose (ché io non ci credo che la carta va a morire, stiamo scherzando? Però in forma complementare ci può stare).
Tornando al giocattolino. Non stanca la vista, pare, perché è basato su tecnologia eInk, che significa che non è retroilluminato (come ad esempio il monitor di un computer), e che di conseguenza mantiene basso il consumo di energia. Questo significa anche che al buio ciccia, non si vede. Però l’occasione è ghiotta per dotarsi di un accessorio veramente fico: la custodia con lucina a led.
Devo dire che c’è stato un momento in cui ho pensato, così forte che si deve essere sentito in sala: “Non sono pronta”. Ed è stato quando il direttore marketing di Sony ha ventilato l’idea di usarlo in spiaggia (perché il display non crea riflessi e riverbero). Questo no, direttore, sappilo, anzi, sallo. Perché quando torno dal mare non mi sembra di aver letto, se non ho tutte quelle pagine impregnate dell’odore di salsedine e raggrinzite dalle mani bagnate, che fanno del libro una cosa dalla forma incerta, più cicciona di com’era alla nascita, forse anche a causa della farcitura sabbiosa. Poi ho pensato che comunque non ce lo porterei, in spiaggia. Che se mi si inciccionisce lui per la sabbia e l’acqua e la salsedine e tutto il resto, mi vengono i nervi, mi vengono.
P.S. Questa ovviamente non si propone di essere una Vera Recensione. Perché per fare una Vera Recensione, ci vuol altro che 5 minuti di smandruppamento dell’oggetto. Diciamo che 15 giorni di prova ci sarebbero stati tutti. O no? ;)
Ora però ho un’altra opportunità. Un paio di sere fa, al Circolo Filologico di Milano, c’è stata la presentazione del Sony Reader. L’oggetto è bellino assai, sia nella versione piccola, da 5 pollici, che sta in tasca e costa 200 €, sia in quella da 6 pollici, 250 €. Dentro ci stanno da 1000 a 1200 libri, scaricabili da IBS, BOL e Feltrinelli – quindi c’è la ragionevole certezza di avere titoli italiani in quantità.
Considerando che:
• Alcuni mesi fa abbiamo dovuto separarci con molto dolore da una buona metà dei libri che ormai ci assediavano la casa, portandoli da mia suocera (dove abbiamo portato anche una libreria);
• Una delle voci di spesa più rilevanti della mia carta di credito sono i libri (come si può desumere facilmente dalla mia libreria di aNobii, che pure non li contiene tutti);
• Sono una lettrice “da Duomo a Missori”, e cioè leggo principalmente sui mezzi pubblici durante gli spostamenti, e i libri in borsa pesano (soprattutto se aggiunti al portafoglio, l’agenda, i trucchi, le chiavi, un paio di Gormiti, i fogli sparsi, le sigarette, le penne, il taccuino degli appunti, varie ed eventuali)
Tutte queste cose considerate, potrebbe essere una buona soluzione quella di votarmi al digitale, almeno per alcune cose (ché io non ci credo che la carta va a morire, stiamo scherzando? Però in forma complementare ci può stare).
Tornando al giocattolino. Non stanca la vista, pare, perché è basato su tecnologia eInk, che significa che non è retroilluminato (come ad esempio il monitor di un computer), e che di conseguenza mantiene basso il consumo di energia. Questo significa anche che al buio ciccia, non si vede. Però l’occasione è ghiotta per dotarsi di un accessorio veramente fico: la custodia con lucina a led.
Devo dire che c’è stato un momento in cui ho pensato, così forte che si deve essere sentito in sala: “Non sono pronta”. Ed è stato quando il direttore marketing di Sony ha ventilato l’idea di usarlo in spiaggia (perché il display non crea riflessi e riverbero). Questo no, direttore, sappilo, anzi, sallo. Perché quando torno dal mare non mi sembra di aver letto, se non ho tutte quelle pagine impregnate dell’odore di salsedine e raggrinzite dalle mani bagnate, che fanno del libro una cosa dalla forma incerta, più cicciona di com’era alla nascita, forse anche a causa della farcitura sabbiosa. Poi ho pensato che comunque non ce lo porterei, in spiaggia. Che se mi si inciccionisce lui per la sabbia e l’acqua e la salsedine e tutto il resto, mi vengono i nervi, mi vengono.
P.S. Questa ovviamente non si propone di essere una Vera Recensione. Perché per fare una Vera Recensione, ci vuol altro che 5 minuti di smandruppamento dell’oggetto. Diciamo che 15 giorni di prova ci sarebbero stati tutti. O no? ;)
martedì, ottobre 19, 2010
Percezioni temporali
Domenica mattina.
Ci alziamo tardi, facciamo colazione tardi, ci docciamo tardi.
“Gabri, tira via i giochi che usciamo”
“Dove andiamo?”
“A pranzo con Lucia e Andrea”
“In che senso?”
“…?”
“In che senso a pranzo?”
“A mangiare, no? Mica c’è un senso…”
“Ah”
“Eh”
“Mitico! Si stanno accorciando le giornate! Ci alziamo, facciamo colazione, e dopo 5 minuti andiamo a pranzo. Mangiamo e dopo 5 minuti andiamo a cena. Uau!”
In effetti.
Ci alziamo tardi, facciamo colazione tardi, ci docciamo tardi.
“Gabri, tira via i giochi che usciamo”
“Dove andiamo?”
“A pranzo con Lucia e Andrea”
“In che senso?”
“…?”
“In che senso a pranzo?”
“A mangiare, no? Mica c’è un senso…”
“Ah”
“Eh”
“Mitico! Si stanno accorciando le giornate! Ci alziamo, facciamo colazione, e dopo 5 minuti andiamo a pranzo. Mangiamo e dopo 5 minuti andiamo a cena. Uau!”
In effetti.
lunedì, ottobre 18, 2010
Il mio ufficio fa le bolle. Scommetto che il tuo non è capace. Miniserie in 2 puntate. Seconda puntata
Riassunto della puntata precedente
Un omino del gas viene nel mio ufficio ad attivarmi l’utenza, ma manca un tappo di sicurezza, e quindi non se ne fa niente. Metto il tappo, richiamo l’A2A, arriva l’omino2. Costui mi cambia il contatore e mi riattiva la fornitura, ma quando provo ad accendere la stufa, dal contatore escono bolle di sapone. Il pronto intervento gas sistema il tutto, ma alla fine della visita gli omini 3 e 4 si accorgono di un’altra fuga, alla rete di casa, per cui chiudono di nuovo e mi lasciano ancora una volta al freddo e al gelo, ravvoltolata nel mio pile.
Ti metterei le mani in faccia
Chiamo la proprietaria dell’ufficio, che mi mandi l’idraulico. Dopo una lunga chiacchiera, signora mia, riesco a spiegarle che cosa è successo e lei si attiva. L’appuntamento con l’idraulico è per le 8 del mattino dopo.
Memore della scena con i trasportatori dell’Ikea, alle 8 sono in ufficio. Alle 9 mi si presenta omino 5. Ha l’aspetto e la loquela di un gormita, ma che fa?, deve sistemarmi il gas, mica ci devo parlare di filosofia.
Gli spiego il tutto, lui si mette al lavoro e riempie di schiuma tutti i tubi visibili. Poi spezza i sigilli e apre il gas.
“Ma scusi, ha aperto il gas?”
“E certo, se no come facevo a vedere se c’è una perdita?”
“Ma quelli dell’A2A hanno detto che lei doveva avere uno strumento apposta, che il gas comunque non doveva essere aperto”
“E io non ce l’ho. Posso andare in bagno?”
“…”
“…”
“Certo”
Va in bagno. Tira lo scarico. Non esce. Tira di nuovo lo scarico. Non esce ancora. Tira lo scarico per la terza volta. Esce. Meno male.
Torna al lavoro. Dopo un minuto rientra in bagno. Si chiude, tira lo scarico, esce.
Torna al lavoro. Dopo un minuto rientra in bagno. Si chiude, tira lo scarico, esce.
Torna al lavoro. Dopo un minuto rientra in bagno. Si chiude, tira lo scarico, esce.
No. Non ci vado. Non ci vado a vedere perché cavolo continua a tirare lo scarico.
“Signora”
“Sì”
“E’ tutto a posto. Ma la perdita è dal contatore, non dal tubo della rete di casa”
“E’ sicuro? Quelli del gas avevano detto…”
“Sì. Ho richiuso il gas”
(Ah, già, il sigillo divelto)
“Senta, c’è questo documento da compilare…”
“Non posso farlo io, lo porto al mio capo”
“Ok, ma quando me lo fa riavere? Qui fa freddo, e se non lo mando subito…”
“Lo porto al mio capo”
Exit omino 5.
Gli avrei messo le mani in faccia.
Tutti insieme appassionatamente
Il giorno dopo riesco a rientrare in possesso del documento che devo inviare via fax per poter richiamare l’azienda e farmi riallacciare il gas. Scopro, contestualmente, che il mio fax non dà la ricevuta, quindi non saprò mai se un fax è stato inviato correttamente. Inoltre, da un paio di giorni, Fastweb si ferma: a partire dalle 16.30 non c’è più linea, a volte ritorna e volte no.
Quindi io e Emanuela ci dividiamo: una pensa al gas, una alla connettività. E, dopo lunghe contrattazioni, entrambi ci danno appuntamento per la mattina dopo. Alle 8.
Alle 8 di venerdì c’è Flavia, in ufficio, dopo una notte insonne (se ne ha voglia la racconterà lei).
Io ricevo una telefonata assai confusa dall’omino F (quello di Fastweb), al termine della quale so che se succede una cosa devo chiamare lui, se ne succede un’altra devo chiamare il servizio clienti. Purtroppo non sono sicura di come abbinare i due casi.
Ma oggi è un altro giorno, e anzi un’altra settimana.
La stufa va, ma il pile ha sempre un ruolo centrale nel mantenimento del benessere di questa micro comunità. Qualcosa mi dice che dovremo deciderci a metterci i termosifoni. E vabbè.
E per il momento va anche la rete. Hai visto mai.
Un omino del gas viene nel mio ufficio ad attivarmi l’utenza, ma manca un tappo di sicurezza, e quindi non se ne fa niente. Metto il tappo, richiamo l’A2A, arriva l’omino2. Costui mi cambia il contatore e mi riattiva la fornitura, ma quando provo ad accendere la stufa, dal contatore escono bolle di sapone. Il pronto intervento gas sistema il tutto, ma alla fine della visita gli omini 3 e 4 si accorgono di un’altra fuga, alla rete di casa, per cui chiudono di nuovo e mi lasciano ancora una volta al freddo e al gelo, ravvoltolata nel mio pile.
Ti metterei le mani in faccia
Chiamo la proprietaria dell’ufficio, che mi mandi l’idraulico. Dopo una lunga chiacchiera, signora mia, riesco a spiegarle che cosa è successo e lei si attiva. L’appuntamento con l’idraulico è per le 8 del mattino dopo.
Memore della scena con i trasportatori dell’Ikea, alle 8 sono in ufficio. Alle 9 mi si presenta omino 5. Ha l’aspetto e la loquela di un gormita, ma che fa?, deve sistemarmi il gas, mica ci devo parlare di filosofia.
Gli spiego il tutto, lui si mette al lavoro e riempie di schiuma tutti i tubi visibili. Poi spezza i sigilli e apre il gas.
“Ma scusi, ha aperto il gas?”
“E certo, se no come facevo a vedere se c’è una perdita?”
“Ma quelli dell’A2A hanno detto che lei doveva avere uno strumento apposta, che il gas comunque non doveva essere aperto”
“E io non ce l’ho. Posso andare in bagno?”
“…”
“…”
“Certo”
Va in bagno. Tira lo scarico. Non esce. Tira di nuovo lo scarico. Non esce ancora. Tira lo scarico per la terza volta. Esce. Meno male.
Torna al lavoro. Dopo un minuto rientra in bagno. Si chiude, tira lo scarico, esce.
Torna al lavoro. Dopo un minuto rientra in bagno. Si chiude, tira lo scarico, esce.
Torna al lavoro. Dopo un minuto rientra in bagno. Si chiude, tira lo scarico, esce.
No. Non ci vado. Non ci vado a vedere perché cavolo continua a tirare lo scarico.
“Signora”
“Sì”
“E’ tutto a posto. Ma la perdita è dal contatore, non dal tubo della rete di casa”
“E’ sicuro? Quelli del gas avevano detto…”
“Sì. Ho richiuso il gas”
(Ah, già, il sigillo divelto)
“Senta, c’è questo documento da compilare…”
“Non posso farlo io, lo porto al mio capo”
“Ok, ma quando me lo fa riavere? Qui fa freddo, e se non lo mando subito…”
“Lo porto al mio capo”
Exit omino 5.
Gli avrei messo le mani in faccia.
Tutti insieme appassionatamente
Il giorno dopo riesco a rientrare in possesso del documento che devo inviare via fax per poter richiamare l’azienda e farmi riallacciare il gas. Scopro, contestualmente, che il mio fax non dà la ricevuta, quindi non saprò mai se un fax è stato inviato correttamente. Inoltre, da un paio di giorni, Fastweb si ferma: a partire dalle 16.30 non c’è più linea, a volte ritorna e volte no.
Quindi io e Emanuela ci dividiamo: una pensa al gas, una alla connettività. E, dopo lunghe contrattazioni, entrambi ci danno appuntamento per la mattina dopo. Alle 8.
Alle 8 di venerdì c’è Flavia, in ufficio, dopo una notte insonne (se ne ha voglia la racconterà lei).
Io ricevo una telefonata assai confusa dall’omino F (quello di Fastweb), al termine della quale so che se succede una cosa devo chiamare lui, se ne succede un’altra devo chiamare il servizio clienti. Purtroppo non sono sicura di come abbinare i due casi.
Ma oggi è un altro giorno, e anzi un’altra settimana.
La stufa va, ma il pile ha sempre un ruolo centrale nel mantenimento del benessere di questa micro comunità. Qualcosa mi dice che dovremo deciderci a metterci i termosifoni. E vabbè.
E per il momento va anche la rete. Hai visto mai.
giovedì, ottobre 14, 2010
Il mio ufficio fa le bolle. Scommetto che il tuo non è capace. Miniserie in – spero – 2 puntate e basta
Una facile vittoria
Gabriele non racconta niente, a casa. Dopo aver collezionato varie figuracce con gli altri genitori della scuola, una sera ho avuto l’illuminazione: un gioco. A cena, ognuno racconta la sua giornata, e alla fine si vota per quella più divertente/interessante, ma anche quella più noiosa, se proprio non ce n’è. Si vincono 10 minuti di telecomando. Funziona.
Sere fa ho raccontato la mia storia.
Oggi il mio ufficio faceva le bolle.
“Le bolle???”
Sì, le bolle di sapone.
“Ma come faceva, da solo???!!!”
Sì, dal contatore del gas.
Ho vinto.
Antefatto
Appena entrata nel nuovo ufficio, ho dovuto fare i contratti per le utenze di luce, gas e telefono (Fastweb, per la precisione, ma i presupposti mi dicono che sarà un’altra miniserie).
L’omino della A2A, l’azienda di servizi per il gas, arriva quasi subito. Non percepivo l’urgenza, non dovendo cucinare, ma per quest’anno ci terremo il riscaldamento con una stufa, e all’inizio non faceva freddo, per cui ero ottimista.
Omino: “E questo?”
Io: “E’ un rubinetto, ma non lo userò, non ho la cucina”
Omino: “Allora non va bene. Deve mettere un tappo di sicurezza, se no il rubinetto si può aprire per sbaglio e lei salta in aria” (azz)
Io: “Ah”
Omino: “Eh”
Io: “…”
Omino: “Può metterlo un idraulico qualsiasi, ma se ha qualcuno un po’ capace va bene lo stesso, è una cosa facile, inutile spendere 50 €. Dopo che l’ha messo, richiama e torniamo a cambiare il contatore e attivarle l’utenza”
Io: “Va bene”
Se mi tocca sul soldo, in questo momento, va bene eccome.
Exit omino.
Il tappo è stato messo. È solo uno dei capitoli che hanno visto Marito impegnato in un ruolo di primissimo piano nell’allestimento dello studio.
Richiamo l’A2A. Mi danno un appuntamento non troppo vicino. Inizio a preoccuparmi: la temperatura scende, e già ci siamo dotate di pile per lavorare.
Omino2 arriva, puntuale all’appuntamento delle 9. Gli mostro il tappo di sicurezza, mi dice che va bene, è evidente che ha fretta, cambia il contatore, scappa via quasi senza salutare.
Le bolle
Provo ad accendere la stufa. Niente. Omino2 mi ha avvertito che ci sarebbe voluto un po’ di tempo, a causa dell’aria nei tubi, e continuo fiduciosa.
Arriva Emanuela, mentre comincio a perdere la pazienza. Lei, donna che in casa c’ha occhio, si accorge che il rubinetto del contatore è chiuso. Mi vergogno. Lo apriamo. Riproviamo.
“Uè, ma questo fa le bolle!”
“Che bolle?”
“Le bolle! Schiuma! Bolle di sapone!”
È vero. Proprio sul raccordo tra il contatore e il tubo è pieno di schiuma e bolle di sapone.
“E no, così non va bene. Chiamiamo l’A2A”
Chiamiamo l’A2A.
Potevo rimanere offeso
Il callcenterista di A2A è gentilissimo, sente delle bolle e mi dice di chiamare il pronto intervento, che no, non è affatto normale. Al massimo in due ore saranno da me.
E infatti, un’oretta più tardi, ecco omino3 e omino4 che si mettono al lavoro.
Omino3: “Queste ghiere non sono state strette. Per forza fa le bolle. Ci ha messo l’acqua saponata per vedere se c’erano fughe ma poi non ha controllato”
Omino4: “Era una persona dell’azienda o un service?”
Io: “…”
Omino3: “Com’era vestito?”
E qui ho capito che io il testimone per un fatto di sangue non potrei proprio farlo. Che cacchio ne so di com’era vestito.
Omino4: “Mi faccia vedere il cartellino che ha lasciato. Ecco, era un service”
Sguardo d’intesta tra omino3 e omino4. Telefonata in centrale. Era un service. Inchiodiamolo. Togliamogli l’appalto. Qui poteva succedere un casino. Il metano non ha odore, quando lo senti è già troppo tardi, sei già saltato in aria (aridaje).
Un breve ed eccitante momento
Le ghiere vengono strette. Il gas aperto. La stufa parte. Possiamo mettere via il pile. Brindiamo.
Omino3: “Però… qui c’è un’altra perdita. È sull’impianto di casa, noi non possiamo intervenire. E dove va questo tubo? (Il tubo della stufa, ndr) No, non va bene. C’è una scala?”
Entra una scala, presa in prestito dagli operai polacchi che stanno ristrutturando la casa di fianco, e viene piazzata nel passaggio dall’ingresso all’ufficio.
Omino4: “Allora, signora. Deve chiamare un idraulico, fargli sistemare questa perdita e il buco là in alto”
Omino3: “(lunga spiegazione sul perché e il per come)”
Omino4: “Quando ha fatto, lei ci manda via fax questo modulo, compilato dall’idraulico, e poi richiama il pronto intervento”
Io: “Ma allora il gas…”
Omino3: “Glielo chiudiamo. Se no salta in aria” (again).
Saluti. Ringraziamenti.
Exit omino3 e omino4.
Delusione. Pile.
To be continued.
Gabriele non racconta niente, a casa. Dopo aver collezionato varie figuracce con gli altri genitori della scuola, una sera ho avuto l’illuminazione: un gioco. A cena, ognuno racconta la sua giornata, e alla fine si vota per quella più divertente/interessante, ma anche quella più noiosa, se proprio non ce n’è. Si vincono 10 minuti di telecomando. Funziona.
Sere fa ho raccontato la mia storia.
Oggi il mio ufficio faceva le bolle.
“Le bolle???”
Sì, le bolle di sapone.
“Ma come faceva, da solo???!!!”
Sì, dal contatore del gas.
Ho vinto.
Antefatto
Appena entrata nel nuovo ufficio, ho dovuto fare i contratti per le utenze di luce, gas e telefono (Fastweb, per la precisione, ma i presupposti mi dicono che sarà un’altra miniserie).
L’omino della A2A, l’azienda di servizi per il gas, arriva quasi subito. Non percepivo l’urgenza, non dovendo cucinare, ma per quest’anno ci terremo il riscaldamento con una stufa, e all’inizio non faceva freddo, per cui ero ottimista.
Omino: “E questo?”
Io: “E’ un rubinetto, ma non lo userò, non ho la cucina”
Omino: “Allora non va bene. Deve mettere un tappo di sicurezza, se no il rubinetto si può aprire per sbaglio e lei salta in aria” (azz)
Io: “Ah”
Omino: “Eh”
Io: “…”
Omino: “Può metterlo un idraulico qualsiasi, ma se ha qualcuno un po’ capace va bene lo stesso, è una cosa facile, inutile spendere 50 €. Dopo che l’ha messo, richiama e torniamo a cambiare il contatore e attivarle l’utenza”
Io: “Va bene”
Se mi tocca sul soldo, in questo momento, va bene eccome.
Exit omino.
Il tappo è stato messo. È solo uno dei capitoli che hanno visto Marito impegnato in un ruolo di primissimo piano nell’allestimento dello studio.
Richiamo l’A2A. Mi danno un appuntamento non troppo vicino. Inizio a preoccuparmi: la temperatura scende, e già ci siamo dotate di pile per lavorare.
Omino2 arriva, puntuale all’appuntamento delle 9. Gli mostro il tappo di sicurezza, mi dice che va bene, è evidente che ha fretta, cambia il contatore, scappa via quasi senza salutare.
Le bolle
Provo ad accendere la stufa. Niente. Omino2 mi ha avvertito che ci sarebbe voluto un po’ di tempo, a causa dell’aria nei tubi, e continuo fiduciosa.
Arriva Emanuela, mentre comincio a perdere la pazienza. Lei, donna che in casa c’ha occhio, si accorge che il rubinetto del contatore è chiuso. Mi vergogno. Lo apriamo. Riproviamo.
“Uè, ma questo fa le bolle!”
“Che bolle?”
“Le bolle! Schiuma! Bolle di sapone!”
È vero. Proprio sul raccordo tra il contatore e il tubo è pieno di schiuma e bolle di sapone.
“E no, così non va bene. Chiamiamo l’A2A”
Chiamiamo l’A2A.
Potevo rimanere offeso
Il callcenterista di A2A è gentilissimo, sente delle bolle e mi dice di chiamare il pronto intervento, che no, non è affatto normale. Al massimo in due ore saranno da me.
E infatti, un’oretta più tardi, ecco omino3 e omino4 che si mettono al lavoro.
Omino3: “Queste ghiere non sono state strette. Per forza fa le bolle. Ci ha messo l’acqua saponata per vedere se c’erano fughe ma poi non ha controllato”
Omino4: “Era una persona dell’azienda o un service?”
Io: “…”
Omino3: “Com’era vestito?”
E qui ho capito che io il testimone per un fatto di sangue non potrei proprio farlo. Che cacchio ne so di com’era vestito.
Omino4: “Mi faccia vedere il cartellino che ha lasciato. Ecco, era un service”
Sguardo d’intesta tra omino3 e omino4. Telefonata in centrale. Era un service. Inchiodiamolo. Togliamogli l’appalto. Qui poteva succedere un casino. Il metano non ha odore, quando lo senti è già troppo tardi, sei già saltato in aria (aridaje).
Un breve ed eccitante momento
Le ghiere vengono strette. Il gas aperto. La stufa parte. Possiamo mettere via il pile. Brindiamo.
Omino3: “Però… qui c’è un’altra perdita. È sull’impianto di casa, noi non possiamo intervenire. E dove va questo tubo? (Il tubo della stufa, ndr) No, non va bene. C’è una scala?”
Entra una scala, presa in prestito dagli operai polacchi che stanno ristrutturando la casa di fianco, e viene piazzata nel passaggio dall’ingresso all’ufficio.
Omino4: “Allora, signora. Deve chiamare un idraulico, fargli sistemare questa perdita e il buco là in alto”
Omino3: “(lunga spiegazione sul perché e il per come)”
Omino4: “Quando ha fatto, lei ci manda via fax questo modulo, compilato dall’idraulico, e poi richiama il pronto intervento”
Io: “Ma allora il gas…”
Omino3: “Glielo chiudiamo. Se no salta in aria” (again).
Saluti. Ringraziamenti.
Exit omino3 e omino4.
Delusione. Pile.
To be continued.
lunedì, ottobre 11, 2010
Il tempo (libero) delle donne
Magari sono io che mi faccio troppi problemi. Ci sta. Però ho parlato di questa cosa ad alcune persone – donne – che mi hanno confermato i miei dubbi. E quindi li condivido.
Che un uomo (di 20, 30, 40, 50 anni) vada ogni mercoledì a giocare a calcetto è una cosa che non scandalizza nessuno. Come nessuno si scandalizza se costui, al giovedì, se ne va in sala prove a suonare con il gruppo di quando era al liceo (o all’università, o qualunque altro ambiente di socializzazione abbia mai frequentato). Che un uomo di 20, 30, 40 o 50 anni coltivi una potente passione per la pallanuoto, niente da dire: applausi a scena aperta, anzi, se a 50 regge quel ritmo. E lui va anche alla partita ogni volta che il cuore tifoso lo chiama, in casa o in trasferta, poco importa, e che, vuoi forse dirgli qualcosa?
E così via. Il tempo libero degli uomini è libero davvero. È un momento di espressione totale e gratificante, di gioco, di manifestazione di una passione, qualunque essa sia.
Ma le donne che cosa fanno nel loro tempo libero? A 20, 30, 40, 50 anni?
Mediamente, una donna si dedica sporadicamente una seduta in una SPA, va dal parrucchiere una volta al mese (che quando la testa è a posto, signora mia…), idem dall’estetista (che magari la passione magari non sarà più quella di una volta, ma anche ritrovarsi a letto con uno che ha più peli di Gattuso…), e, se è proprio una tosta, in palestra. E spesso la vive come una trasgressione.
E l’espressione? La passione? Il gioco? Non si danno. Perché la SPA, l’estetista, perfino la palestra, sono cose che fa per sé ma finalizzate a rendersi piacevole per gli altri. È un po’ come se, attraverso il fatto di fare del bene per sé, avesse fatto del bene anche alla società.
In altre parole: le donne devono “tenersi bene”, gli uomini possono giocare.
Apro un inciso, però. Questo accade per le donne in età fertile, diciamo così. Dopo, quasi tutto ritorna ad essere concesso: la sera a ballare, la partita a carte, ecc. ecc. Finché c’è la famiglia, invece, “il nido” con dentro ancora qualcuno, nada.
Qualcuno mi spiega perché, per favore?
(No, non mi dite che questo lo penso io ma non è vero. O, se lo dite, fatemi un esempio concreto. Per dire: io ogni martedì sera vado a lezione di flauto traverso. Oppure: io il venerdì mi vedo con la mia vecchia squadra di pallavolo e faccio una partita. Ma anche: il lunedì sera, che i locali sono tutti chiusi, pokerino tra amiche fino all’alba! E io mi rimangio tutto e ne parlo con la mia analista :P)
Che un uomo (di 20, 30, 40, 50 anni) vada ogni mercoledì a giocare a calcetto è una cosa che non scandalizza nessuno. Come nessuno si scandalizza se costui, al giovedì, se ne va in sala prove a suonare con il gruppo di quando era al liceo (o all’università, o qualunque altro ambiente di socializzazione abbia mai frequentato). Che un uomo di 20, 30, 40 o 50 anni coltivi una potente passione per la pallanuoto, niente da dire: applausi a scena aperta, anzi, se a 50 regge quel ritmo. E lui va anche alla partita ogni volta che il cuore tifoso lo chiama, in casa o in trasferta, poco importa, e che, vuoi forse dirgli qualcosa?
E così via. Il tempo libero degli uomini è libero davvero. È un momento di espressione totale e gratificante, di gioco, di manifestazione di una passione, qualunque essa sia.
Ma le donne che cosa fanno nel loro tempo libero? A 20, 30, 40, 50 anni?
Mediamente, una donna si dedica sporadicamente una seduta in una SPA, va dal parrucchiere una volta al mese (che quando la testa è a posto, signora mia…), idem dall’estetista (che magari la passione magari non sarà più quella di una volta, ma anche ritrovarsi a letto con uno che ha più peli di Gattuso…), e, se è proprio una tosta, in palestra. E spesso la vive come una trasgressione.
E l’espressione? La passione? Il gioco? Non si danno. Perché la SPA, l’estetista, perfino la palestra, sono cose che fa per sé ma finalizzate a rendersi piacevole per gli altri. È un po’ come se, attraverso il fatto di fare del bene per sé, avesse fatto del bene anche alla società.
In altre parole: le donne devono “tenersi bene”, gli uomini possono giocare.
Apro un inciso, però. Questo accade per le donne in età fertile, diciamo così. Dopo, quasi tutto ritorna ad essere concesso: la sera a ballare, la partita a carte, ecc. ecc. Finché c’è la famiglia, invece, “il nido” con dentro ancora qualcuno, nada.
Qualcuno mi spiega perché, per favore?
(No, non mi dite che questo lo penso io ma non è vero. O, se lo dite, fatemi un esempio concreto. Per dire: io ogni martedì sera vado a lezione di flauto traverso. Oppure: io il venerdì mi vedo con la mia vecchia squadra di pallavolo e faccio una partita. Ma anche: il lunedì sera, che i locali sono tutti chiusi, pokerino tra amiche fino all’alba! E io mi rimangio tutto e ne parlo con la mia analista :P)
mercoledì, ottobre 06, 2010
Avvia la tua carriera. : (1286337311)
Ricevo e volentieri condivido. Magari a qualcuno torna utile. Ovviamente il subject della mail è il titolo del post.
Cari cercatori del lavoro.
Un azienda operosa sta amoilando la sua cerchia di efficacia e per questo cerca di collaboratori giovani ed attivi.
La impresa e impeganata nelle transazioni finanziarie, accompagna questi transazioni e agisce in prerogative di garante del cliente.
Chi siamo:"Russo & Matos Trust" opera sul mercato internet dal 2004 in prerogative di un garante della solvibilita e del realizzare degli obblighi contrattuali con la agenzia in Italia. La nostra compagnia opera nel funzione di un rappresentante independente al esecuzione delle vostre transazioni, controlando la rispetta le condizioni del accordo e non ammettendo le perdite finanziarie nel caso di sovversivismo della una dei parti.
Il posto vacante:
Customer funzionario.
Obblighi: Il direzione e monitoraggio dei transazioni, deposito, controllo del ossequio delle condizioni contrattuali. funzione entro i limiti della propria area.
Non c'e bisogno di dare i vostri soldi, di indagare i clienti e di eseguire gli altri compiti spiacevoli.
QUEST' E UN MANSIONI LEGALE con buona stipendio.
Se avete un grossi desiderio di occuparsi e di recivere per quest oil somma circa 1800 euro/mese+ premio, questo lavoro e pe Lei.
se siete interessati si prega di rispondere alle e-mail: ...
Cari cercatori del lavoro.
Un azienda operosa sta amoilando la sua cerchia di efficacia e per questo cerca di collaboratori giovani ed attivi.
La impresa e impeganata nelle transazioni finanziarie, accompagna questi transazioni e agisce in prerogative di garante del cliente.
Chi siamo:"Russo & Matos Trust" opera sul mercato internet dal 2004 in prerogative di un garante della solvibilita e del realizzare degli obblighi contrattuali con la agenzia in Italia. La nostra compagnia opera nel funzione di un rappresentante independente al esecuzione delle vostre transazioni, controlando la rispetta le condizioni del accordo e non ammettendo le perdite finanziarie nel caso di sovversivismo della una dei parti.
Il posto vacante:
Customer funzionario.
Obblighi: Il direzione e monitoraggio dei transazioni, deposito, controllo del ossequio delle condizioni contrattuali. funzione entro i limiti della propria area.
Non c'e bisogno di dare i vostri soldi, di indagare i clienti e di eseguire gli altri compiti spiacevoli.
QUEST' E UN MANSIONI LEGALE con buona stipendio.
Se avete un grossi desiderio di occuparsi e di recivere per quest oil somma circa 1800 euro/mese+ premio, questo lavoro e pe Lei.
se siete interessati si prega di rispondere alle e-mail: ...
lunedì, ottobre 04, 2010
Alcune cose sparse che mi piacerebbe avere
Nei momenti di grande ottimismo – ogni tanto capita – penso che “quello che non ho / è quel che non mi manca”, come cantava quello lì. In altri momenti, penso che quello che non ho mi manca, ma per motivazioni varie, tipo che ancora non l’ho trovato. Ovviamente questi non sono momenti di pessimismo, ma solo di ottimismo moderato. Allora ho fatto una lista sparsa di queste cose che mi piacerebbe avere. Oltre a quelle della canzone, naturalmente, che però sono in una sfera più alta.
1) Un coach personale. Cioè, anche qualcosa di più. Uno a cui possa chiedere consiglio in qualunque momento, che mi metta la realtà nella giusta prospettiva, nelle grandi come nelle piccole cose. Per esempio, che sappia indirizzarmi per come è meglio per me in una decisione di lavoro – e accidenti se ce n’è stato e ce n’è bisogno. Ma anche che sappia dirmi cosa cucinare per cena. Per dire. E che sia superdiscreto, magari da interrogare via web, 24 ore su 24, 7 giorni su 7.
2) Un corso per camminare con i tacchi. Dopo una dura reprimenda da parte di mia madre, quest’estate, ho deciso che devo ricominciare a portare i tacchi, che slanciano e fanno anche un po’ sexy, che non guasta mai. Non ho preso pace finché non ho trovato dei sandali wow a Otranto, ma la stagione è finita dopo averli indossati tre o quattro volte (l’ultima delle quali condita da una storta che pensavo di dovermi rifare il menisco). Anche con i tacchi autunnali ho sbagliato giorno: ho camminato molto più del previsto, e mi sono anche raffreddata (non per via dei tacchi, claro). Alla fine, per tornare a casa mi sono tolta le scarpe nelle scale.
3) Il tempo per frequentare il corso di camminata sui tacchi.
4) Un team di “ordinatori”. Un paio di persone che ogni due anni venga a casa mia e faccia space clearing, razionalizzi spazi, armadi e cassetti, e mi liberi di alcuni sacchi neri di roba che tengo lì evidentemente per niente.
5) Un negozio di estetica “quick”. Un posto dove posso passare senza appuntamento per una ceretta dell’ultimo momento o per farmi la manicure o il trucco. Me lo immagino come un posto dove non si possono fare trattamenti lunghi, ma ideale per quelli veloci, al volo, aperto magari dalle 7.30 a mezzanotte. Secondo me farebbe un sacco di soldi.
6) Una pillola per la timidezza. Sublinguale, così fa effetto immediatamente. Da prendere alla bisogna, quando serve essere molto attenti, capire subito se ti stanno prendendo per il kiulo e mettere in piedi una faccia tosta da record. Lo stesso effetto si può ottenere a volte con un po’ di alcool, ma non sempre è a disposizione quando ne ho bisogno.
7) La saggezza di un monaco tibetano, il coraggio di un prete di periferia, i poteri taumaturgici di uno sciamano.
8) Una casa grande. Molto grande, con un grande terrazzo dove fare grandi feste. Vabbé, che ne parliamo a fa’. Quindi, in alternativa:
9) Un ascensore.
L’ordine è casuale. Il decimo lo tengo da parte per le varie ed eventuali. Suggerimenti?
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