martedì, novembre 23, 2010

E quindi, sono passati trent'anni

Stasera lo so, che alle 7.34 mi capiterà di guardare un orologio e un brivido mi correrà lungo la schiena. Sono trent'anni che succede, trenta giusti giusti.

Che poi, questa cosa delle 7.34 mi è rimasta addosso in un modo così forte che per un lungo periodo (nel senso che non so quanto durerà, ma dura da un sacco) ho associato a questi tre numeri un potere nefasto assai. Il pensiero è più o meno: quando leggo 7.34 (ma anche 19.34, anzi forse così è ancora peggio) su un orologio, o su qualunque altro supporto, anche la pagina 734 di un libro, per dire; quando leggo queste tre cifre, dicevo, mi viene un'ansia tremenda, e la paura e la certezza, quasi, che succederà qualcosa di brutto. Spesso si è verificato. Adesso lo scrivo, e lo confesso per la prima volta così platealmente, perché forse spero che fare outing su una cosa così stupida possa anche esorcizzarla.

(Che poi è una sfiga, perché hai presente le sette e trentaquattro? Al mattino sono l'ora in cui controlli la sveglia o l'orologio, perché nei prossimi venti minuti si scatenerà l'inferno; la sera è più o meno l'ora in cui si prepara la cena; e insomma, comunque la si voglia girare, uno l'orologio lo guarda facilmente, alle 7.34)

(Dio mio, quante volte lo sto scrivendo, e anche leggendo, insomma guardando. Dio mio, che cosa succederà? E me la sarò cercata, anche. Che stupida idea quella di esorcizzare)

Il fatto è che alle 7.34 di oggi, trent'anni fa, mi si sono aperti dei muri sulla testa e il pavimento sotto i piedi, ho detto addio ad un sacco di amici e la mia vita è cambiata. Cioè, no, era ancora giovane per cambiare, diciamo solo che ha preso un corso assai difficile, che non era previsto né fu gradito.

Del terremoto ho scritto qui, e non mi ripeterò (scrivere quelle cose è stato doloroso anche più che scrivere 7.34, e se non puoi capire è perché non sei me e magari non hai mai vissuto un terremoto). Però stasera ci penserò, eccome se ci penserò.

Ho trovato questo video. Ma la cosa che cercavo era il suono puro. Io mi ricordo quello, molto di più.

lunedì, novembre 15, 2010

Libri: XY

More about XY


Questa volta non inserisco la descrizione presa da aNobii, che è uno spoiler da paura, e anticipa troppo. 

La mia amica-collega me ne leggeva dei brani, durante le pause. E continuava a dirmi "devi leggerlo. appena finisco te lo passo". Ma, alla terza volta, o forse dovrei dire al terzo reading, ho deciso che dovevo comprarlo. Subito, in quel momento, fregandomene delle promozioni e della carta fedeltà e degli sconti che avrei avuto se l'avessi preso al super. Sentivo di essere pronta.

Sono uscita dall'ufficio, sono andata nella libreria più vicina (che poi è una cartolibreria, il che per me è praticamente una bestemmia) e l'ho tirato su, col proprietario-cartolibraio che mi diceva, consegnandomi l'ultima copia presa dalla vetrina "sta tirando un sacco, questo libro. Vedrà a Natale che botto che farà".

E ho fatto bene, e penso anch'io che a Natale farà un bel botto.

Salvo che non so ancora se uno può essere mai abbastanza pronto.

Un compendio delle cose della vita e anche della morte, un abbecedario della fede che si oppone alla scienza, del conoscibile e dell'inconoscibile, della colpa, della resurrezione e del dolore. E dell'amore, forse, anche (non dell'amore fisico, ma chissà, anche sì).

Un manuale di psicanalisi e una guida alla teologia.
Dall'inizio alla fine.

Non ci sono momenti di stanca, niente pause, niente distrazioni, solo vita, di quella che ti taglia il respiro e ti chiude lo stomaco.

Da leggere in quei momenti della vita in cui si stanno affrontando scelte importanti, quando la guida sono i grandi temi e non la quotidianità (o comunque quando la quotidianità è declinata sui grandi temi, condizione che per per fortuna non si verifica troppo spesso, ché allora sì che ci sarebbe da perdere il sonno).

Da leggere quando si sta razionalizzando troppo, e ci si rifiuta di guardare semplicemente i fatti, preferendo a questi la loro interpretazione.

Ché a volte non c'è proprio niente da interpretare, e questo è duro da ammettere, per qualcuno. Tipo per me.

domenica, novembre 14, 2010

Paola: una voce nel silenzio assordante

Anni fa, a pranzo con un collega, precario sui 30 anni - stagista? CoCoCo? non mi ricordo, ma comunque una cosa del genere - a un certo punto gli chiesi: "Ma se questa situazione è davvero inaccettabile come dici, perché nessuno fa niente?", e lui mi raccontò di una generazione venuta su senza un'idea di collettività, senza consapevolezza dei suoi diritti (innanzitutto sindacali, ma per estensione anche umani, che quando sei sul lavoro il passo dagli uni agli altri purtroppo è breve), insomma, senza prospettive.

Io mi arrabbiai molto, persi le staffe e gliene dissi di tutti i colori. Poi mi resi conto che lo stavo facendo dal comodo nido del mio contratto a tempo indeterminato, e allora forse non avevo il diritto di dire quello che avevo detto. Però un po' ogni tanto ci penso, forse perché io la mia prima manifestazione l'ho fatta in prima media, con tanto di striscioni e fischietti e megafono (frequentavo la scuola del Conservatorio, e c'era un progetto di legge che avrebbe snaturato il senso degli anni che uno studente medio passa lì dentro - mai meno di 10), e poi la Pantera, quando stavo all'Università, eccetera eccetera. Perciò questi bravi ragazzi non li trovavo molto simpatici.

Però oggi c'è una novità. C'è Paola che sta facendo lo sciopero della fame. Paola precaria al Corriere della Sera, giornalista, che dopo sette anni di attesa si è sentita dire che non sarà mai assunta. E nel mio piccolo farò quello che posso: condivido, e scrivo. Vi chiedo di fare altrettanto, perché come si può facilmente immaginare, la storia non avrà nessun esito se non uscirà dalla rete per andare in tv, dove finalmente potrà rompere il silenzio.

Ne parlano anche su Friendfeed, Macchianera (che ha sospeso il blog per solidarietà), Alessandro Gilioli, Vittorio Pasteris, Nicola Mattina (che ha scritto una lettera aperta al direttore De Bortoli), Delymyth, Blaster's Home, Che cosa ci faccio qui, Galatea, Wolly, I divagatori scientifici, Infoservi, batchiara, Non guardo la tivù.

Per ora.

giovedì, novembre 11, 2010

Libri: Il primo libro di Una Mamma

More about Il primo libro di una mamma

"Il primo libro di una mamma" nasce dall'esperienza fatta on line dall'autrice con il blog www.unamamma.it e da quella con le sue figlie. Non è la guida della mamma perfetta, ma una voce amica per sentirsi meno sole nelle situazioni che una donna prima o poi affronterà nella vita, nei momenti "cruciali" della crescita del bambino e, di conseguenza, della mamma: dalla ricerca della gravidanza all'adolescenza. È un libro da leggere e consultare nei momenti di necessità, per trovare risposte pratiche e immediate ai singoli problemi, ma soprattutto per ritrovare nelle esperienze di altre mamme le proprie paure e una strada per affrontarle giorno dopo giorno con serenità e allegria.

Giuliana Girino (aka unamamma) è una mia conoscenza della prima ora. Ne ho subito apprezzato la freschezza e la spontaneità con cui racconta le sue cose di mamma e segue le mamme che la seguono. Perché Giuliana "le sue mamme" le segue davvero: dal primo contatto a quando, risolti i problemi, le scrivono per condividere le gioie e le vittorie.

La stessa freschezza, spontaneità, spirito di cura, si trovano nel libro, che forse, nell'ampio panorama dei libri che nascono da blog, è quello che finora è rimasto più fedele al suo formato originale, con pochi interventi di editing e uno sforzo di adattamento al formato che consiste soprattutto nell'inserimento di note che chiariscono il contesto.

Si legge velocemente, e come spesso accade è uno di quei libri che puoi anche non leggere da cima a fondo, limitandoti a cercare le parti che ti interessano.

Per lo più Giuliana dà consigli: alle mamme ansiose, alle mamme depresse, alle mamme felici. Consigli documentati, ma anche dettati dal buon senso - che è quello di cui spesso le mamme hanno più bisogno, quando, travolte dagli eventi enormi che accompagnano una maternità, si ritrovano ad avere difficoltà anche solo a pensare. In quei casi una voce serena come quella di Giuliana è il modo giusto per ricominciare a mettere in fila le cose e trovare il bandolo della matassa.

Da leggere alla bisogna, partendo da quando si inizia a cercare un bambino fino a quando, semplicemente, non ce n'è più bisogno.

martedì, novembre 09, 2010

Sempre che queste notizie vengano confermate. Io non ci credo, figuriamoci se…

Interno sera.
Lei e lui stravaccati sul divano, usato a mo’ di triclinio.

Lei: “Aspè, c’è Benigni”
Lui: “Ah. Si è preso quattrocentomila euro, per mezz’ora”
Lei: “Ah. Un po’ tantini”
Lui: “Beh, se pensi che Tizio per una serata ne chiede 900.000, e Caio 120.000…”
Lei: “120.000? mi ricordavo di più”

(Entrambi, per motivi di lavoro, hanno avuto per un po’ a che fare con i cachet di alcuni attori. E da allora fanno fatica a guardarli senza provare un po’ di imbarazzo.)

Poi attacca Benigni. Non è quello di una volta, ma sì, le cose che dice…

“Sempre che queste notizie vengano confermate. Io non ci credo, figuriamoci se…”

Mi rimane in mente scalpellata, questa cosa delle raccomandazioni dell’avvocato di Benigni.

E poi si parla del cachet.

“Almeno fammelo fare gratis, non proprio senza soldi”. Quindi la storia dei 400K non è vera. Ok, ci siamo persi qualcosa per strada. Bene, continuerò a guardarlo senza imbarazzo.

Però mi chiedo: perché? Perché uno deve lavorare gratis, anche per un programma come questo? Non è mica pubblicità sociale, non è volontariato. O sì? Se lo è siamo messi peggio di quanto immaginassi. Mentre scrivo non sono ancora pubblicati gli ascolti di ieri sera, ma immagino che male non sia andata, se devo fidarmi solo della rassegna web di stamattina. Vieni via con me ha portato dei soldi. A occhio, un bel po’. Consiglio di leggere, a questo proposito, alcune considerazioni di Matteo Bordone, molto a caldo ma molto vere, IMHO.

Vendola invece me lo sono perso, accidenti. Stavo mettendo via il pupo. Lui declamava 27 modi per dire omosessuale e io leggevo la Divina Commedia interpretata da Topolino. Per riscattarmi mi vedo il video e lo ripropongo qui. Anche in questo caso, mi rimane scolpita una frase: “E’ molto meglio essere felici”.



(Per inciso, sempre a proposito dell’arguta affermazione del nostro amato Presidente del Consiglio a proposito dei gay e cosa sia meglio, segnalo due iniziative nate in rete. La prima propone di esporre uno striscione con la scritta “Meglio gay che berlusconiani”. Quando l’ho sentita ho avuto un mancamento. Io se fossi gay me ne sentirei offeso. La seconda invece mi piace, si chiama “Metti un finocchio a cena”, e parte da alcuni foodblogger. Nella colonna destra trovate il banner.)

Bello, il programma. Emozionante. E, con tutti quegli elenchi, così affine allo spirito dei blog, trovo (che le liste sono un evergreen per ogni blogger). Eppure mi rimane un gusto amaro in bocca. Un Paese che ha bisogno di un programma così, che lo fa trasmettere alla sua TV pubblica (con tutti i problemi, ma chissene), è un Paese che non ha più una bussola, che mette insieme tutti i piani, che gioca alla pentolaccia con la pelle dei suoi cittadini. E Vieni via con me sono le caramelle.

sabato, novembre 06, 2010

Ti dico una cosa, anzi te la scrivo

Mille anni fa, alla mia prima esperienza di condivisione di un appartamento, abitavo con una ragazza molto simpatica e molto bella, conosciuta in un bar vicino all’università. Eravamo talmente diverse che la nostra diversità non si può descrivere, ma la convivenza fu da subito molto piacevole (più tardi sarebbe diventata una bella amicizia). Dopo alcuni mesi di condivisione di spazi e tempi di studio e posto in autobus per andare a lezione, una mattina lei mi disse con tono cupo che doveva dirmi una cosa, ma era una cosa “un po’ pesa”, disse proprio così. Ma non aggiunse null’altro. Quel pomeriggio si chiuse in camera per un tempo lungo anche per lei, poi si caricò addosso il borsone della palestra e, mentre era sulla porta, mi consegnò un papiro. Era una lettera di 6 pagine, nella quale mi raccontava la cosa pesa. Quella sera la passammo a parlare. E da quel pomeriggio capii che l’abitudine di scrivere delle lettere quando si doveva comunicare qualcosa di peso, appunto, era tutt’altro che morta con il liceo.

Ho scritto decine di lettere, e tante ne ho ricevute, fin dal momento in cui ho imparato a tenere una penna in mano. E poi, quando è arrivata l’email, ho fatto lo stesso ma senza usare la penna. Non con la frequenza del liceo e dell’università, ma pur sempre. E questa cosa mi affascina.

È che scrivere ti consente alcune cose che parlare non ti permette.

Puoi tenere il filo del discorso senza essere interrotto. E quindi non incespichi, non ti perdi nelle incidentali, non parti per la tangente, non cambi idea intanto che stai esprimendo un concetto.
Ti senti protetto. E quindi dici cose che a parole non diresti mai, ma che, opportunamente mediato da un canale altro, puoi dire.
Hai uno spazio anche tra le righe. Letteralmente. Tra le righe ci sono i non detti, che ci sono anche in un discorso verbale, ma che qui tu puoi calcolare. Insomma, più o meno. Poi, ovvio, c’è sempre il discorso dell’interpretazione, su cui però ci sono diverse scuole di pensiero: c’è chi dice che nel testo c’è già tutto, e chi invece sostiene che il grosso lo fa il lettore (adesso lo so, mi ritirano la licenza).

E più ci sei dentro, in quello che vuoi dire e nella relazione con la persona a cui lo vuoi dire, più la scrittura diventa irrinunciabile.

Per esempio. Nel tempo mi è capitato di conoscere alcune persone che sono subito finite nella categoria “speciali”. Per me. Speciali perché vi ho riconosciuto un raro livello di affinità e una straordinaria compatibilità. Speciali perché passerei ore a parlarci senza annoiarmi, e rimarrebbe sempre qualcosa da dire. Sono persone la cui presenza non interferisce con tutto il resto, e che anzi col resto si integra. Per dire, puoi andarci in vacanza insieme, con una persona con cui hai una relazione così, e nessuno (mariti, mogli, fidanzate, fidanzati, figli e chi più ne ha) ne soffrirà, anzi, saranno tutti un po’ più ricchi e felici. Credo che capiti a tutti, quelle due o tre volte nella vita. E se non capita è un vero peccato.

E insomma con queste persone come comunichi? A parole? Anche. Ma spesso è difficile, perché non siamo abituati a parlare dei sentimenti (quante volte vi è capitato di dire a un amico “ti voglio bene”? eppure è proprio quello che provate), perché se appena appena perdi il filo il rischio che venga fuori un casino (della serie che altro che vacanze insieme: a schifìo finisce) è altissimo. (Nel caso specifico, non mi risulta che le persone di cui parlo e che fanno parte della mia vita leggano il mio blog. Dovesse capitare, sarei felice che si riconoscessero). E allora la scrittura diventa un modo, e allora si scrive. Su strumenti i più vari (anche skype, se non lo usi in voce, è scrittura. Ma questa affermazione merita un post), ma si scrive.

Insomma, io scrivo. E voi?

UPDATE
Pubblico e poi ci ripenso. In effetti è una modalità adolescenziale, tutto sommato. Però mi chiedo una cosa. In fondo noi passiamo una quantità di tempo incredibile scrivendo, in varie forme: professionale, attraverso SMS, social network ecc. Allora che male c'è, anche in un'età non esattamente verde, a riappropriarsi della scrittura come forma di espressione completamente personale (che non significa scrivere in un blog, da uno a tanti, ma proprio da uno a uno), in cui dare spazio ad una emotività del tutto privata? In fondo i grandi epistolari del passato non sono stati prodotti da quattordicenni...