Ho sempre avuto un rapporto difficile con le dipendenze, prima di tutto perché per me il concetto di "dipendenza" è molto ampio. Considero dipendenza quella dalla famiglia, dal compagno, dalla città in cui si vive, prima di tutto. E solo dopo vengono le dipendenze in senso stretto: alcool, droga, gioco, ecc.
Per il primo gruppo mi sono organizzata: a 19 anni sono andata a studiare a svariati km da casa, ho rinunciato ad uno spensierato singolaggio verso i 33, ho cambiato 4 città prima di stabilirmi (per caso) nella quinta.
Per il secondo, mmm. Se ho avuto da subito buon gioco sulle droghe - non se ne parla nemmeno, e non perché sono bacchettona, ma perché l'idea di non avere il controllo della situazione mi fa rabbrividire - , la maternità, con la solitudine che ne consegue, mi ha dato da pensare assai sul mio rapporto con l'alcool. Per esempio, prima del pargolo non mi era mai successo di aprirmi una birra verso le 7 e mezza di sera, da sola. Ho scoperto di non essere l'unica, e mi fa molto piacere. E soprattutto la cosa finisce là: se alle 7 e mezza di sera trovo una birra in frigo, e il marito prevede di andare ancora lungo, ci sono buone probabilità che la birra me la faccia io, mentre faccio mangiare il pupo e preparo per noi. Insomma, in quel momento della giornata in cui più facilmente ci si sente una merda, una birra è tutto sommato un peccato veniale.
Mai giocato d'azzardo, peraltro. Perdo pure a tombola. No way. Però da un po' di tempo gioco
(rullo di tamburi)
a FarmVille. E non riesco a smettere!
Ho deciso che quando arrivo al livello 30 pianto tutto. Non so se riuscirò. Nel frattempo ho trovato questo e lo ripropongo. Così faccio prevenzione.
lunedì, gennaio 25, 2010
mercoledì, gennaio 20, 2010
Gli ostacoli della scrittura
Non scrivo da un sacco di tempo. In compenso, penso molto (eheheh). Penso al senso dell’avere un blog – argomento forse abusato e un po’ démodé, immagino – e in particolare dell’avere un blog personale di argomento generico, come questo.
Molte cose mi sono venute in mente, ma quella che sento più urgente delle altre è una questione molto molto personale, che è la causa primaria per la quale non riesco più a scrivere. Come mi è successo per altre cose, provo a vedere se un sano coming out mi aiuta ad esorcizzare.
(Perché, poi, non aggiornare il blog mi sottrae a un modo di pensare e di affrontare la giornata, e mette in crisi tutto il resto.)
Come ho detto più volte, per me il blog è uno spazio di libertà. Che cerco di usare sempre in maniera corretta, soprattutto rispetto alle persone che vi compaiono. Fanno eccezione, naturalmente, le mie tirate contro la Vodafone, le osservazioni su certi tipi umani, l’espressione delle mie posizioni politiche. E poco altro.
Insomma, tempo fa è successa una cosa che mi ha ferito molto: una persona a cui voglio molto bene si è sentita offesa da una cosa che ho scritto in un post. Una frase, praticamente, che io ho inteso in un modo e lei in un altro. Quando me l’ha detto avrei voluto morire. Neanche per un attimo avevo pensato che lei potesse viverla così diversamente da come io l’avevo pensata. “Peggio ancora!”, mi fa lei. Peggio ancora, appunto.
Ripensando all’accaduto, non ho trovato scuse che stessero in piedi, e confrontandomi con la mia propensione a rifuggire il conflitto, quando ci siamo viste non ce l’ho fatta ad affrontare l’argomento – che però era sempre lì in agguato, a riempire i silenzi della conversazione.
Ho anche pensato a vari modi per farmi perdonare: inserire un update in cui spiego quello che volevo dire e che evidentemente si prestava a letture diverse; scrivere un post per spiegare; cancellare il post incriminato; mollare il blog, perfino. Se il prezzo deve essere questo, non ne vale la pena, mi dicevo.
Ma poi no, di fare questo non me la sono sentita. Però i giorni passavano – passano – e non mi veniva niente da scrivere, addirittura mi sono allontanata anche da FriendFeed, rifugiandomi nella neutrale stupidità di FarmVille, con il suo bonario dispensare facili soddisfazioni terricole.
Non ho trovato il coraggio di parlarne con nessuno. Credo che il posto giusto sia questo e nessun altro, quello in cui la cosa è iniziata.
Chiaro che non può andare avanti così. Ho bisogno del mio spazio di scrittura. Magari con qualche aggiustamento.
A voi è mai capitato qualcosa del genere? Cosa avete fatto? Cosa mi suggerite di fare?
Molte cose mi sono venute in mente, ma quella che sento più urgente delle altre è una questione molto molto personale, che è la causa primaria per la quale non riesco più a scrivere. Come mi è successo per altre cose, provo a vedere se un sano coming out mi aiuta ad esorcizzare.
(Perché, poi, non aggiornare il blog mi sottrae a un modo di pensare e di affrontare la giornata, e mette in crisi tutto il resto.)
Come ho detto più volte, per me il blog è uno spazio di libertà. Che cerco di usare sempre in maniera corretta, soprattutto rispetto alle persone che vi compaiono. Fanno eccezione, naturalmente, le mie tirate contro la Vodafone, le osservazioni su certi tipi umani, l’espressione delle mie posizioni politiche. E poco altro.
Insomma, tempo fa è successa una cosa che mi ha ferito molto: una persona a cui voglio molto bene si è sentita offesa da una cosa che ho scritto in un post. Una frase, praticamente, che io ho inteso in un modo e lei in un altro. Quando me l’ha detto avrei voluto morire. Neanche per un attimo avevo pensato che lei potesse viverla così diversamente da come io l’avevo pensata. “Peggio ancora!”, mi fa lei. Peggio ancora, appunto.
Ripensando all’accaduto, non ho trovato scuse che stessero in piedi, e confrontandomi con la mia propensione a rifuggire il conflitto, quando ci siamo viste non ce l’ho fatta ad affrontare l’argomento – che però era sempre lì in agguato, a riempire i silenzi della conversazione.
Ho anche pensato a vari modi per farmi perdonare: inserire un update in cui spiego quello che volevo dire e che evidentemente si prestava a letture diverse; scrivere un post per spiegare; cancellare il post incriminato; mollare il blog, perfino. Se il prezzo deve essere questo, non ne vale la pena, mi dicevo.
Ma poi no, di fare questo non me la sono sentita. Però i giorni passavano – passano – e non mi veniva niente da scrivere, addirittura mi sono allontanata anche da FriendFeed, rifugiandomi nella neutrale stupidità di FarmVille, con il suo bonario dispensare facili soddisfazioni terricole.
Non ho trovato il coraggio di parlarne con nessuno. Credo che il posto giusto sia questo e nessun altro, quello in cui la cosa è iniziata.
Chiaro che non può andare avanti così. Ho bisogno del mio spazio di scrittura. Magari con qualche aggiustamento.
A voi è mai capitato qualcosa del genere? Cosa avete fatto? Cosa mi suggerite di fare?
venerdì, gennaio 01, 2010
L'anno della ripresa
Nel mio corredo genetico c’è la sartoria: il papà del mio papà era sarto, e così pure la mia mamma. Quindi, da una parte e dall’altra della famiglia, mi è stata trasmessa una visione della vita che spesso passa per la cruna di un ago. Io non ho mai esercitato, se non in brevi momenti di esaltazione, ma la sartoria è molto più che mera realizzazione: è filosofia dell’esistere, prospettiva sul mondo.
Così, quando sento parlare del venti-dieci come dell’anno della ripresa, non posso fare a meno di pensare al significato del termine “ripresa” in sartoria. Le riprese – che di solito vanno a coppie – sono le piegoline che si fanno in punti strategici dell’abito, e che ne garantiscono la vestibilità. Un uso sapiente delle riprese fa sì che l’abito risulti “cucito addosso”, e sostanzialmente fa la differenza tra un abito di Zara e quello che ciascuno di noi vorrebbe per il giorno del suo matrimonio. Le riprese garantiscono che l’abito “cada bene”, che vengano esaltati i punti di forza del corpo e mascherati quelli su cui sarebbe meglio che lo sguardo non indugiasse. Ecco, questa è la ripresa, da un punto di vista squisitamente sartoriale.
A qualcuno bisognerà sistemare le riprese sotto il seno: un petto in fuori fa la differenza non solo nell’aspetto, ma anche nel morale (un’amica mi diceva: tira su le poppe, che va su anche l’umore).
Qualcun altro avrà bisogno di una limatina alla gobba che gli si sta formando a furia di dire sempre di sì. Una tiratina qua, una mollatina là, e la gobba prima si confonderà, poi sembrerà non essere mai esistita, e infine la testa starà su da sola.
Altri hanno una pancia che denuncia intemperanze (gastronomiche o alcoliche, ma anche lavorative, per dire): per loro il taglio dell’abito sarà sapiente, per nascondere sì, ma anche per far venir voglia di non nascondere più. Perché se un vestito ti cade bene, nonostante la pancia, figurati che bello sarebbe se la pancia non ci fosse proprio.
E infine, il lato B. Elemento essenziale per una vita il più possibile scevra da problemi, il kiulo, di cui tutti hanno bisogno, può essere evidenziato, sollevato, valorizzato ad arte grazie alla ripresa giusta al posto giusto.
E così via.
Credo che nulla di buono possa venire da una collettività, se prima non c’è stato un lavoro dei singoli su se stessi. Un lavoro di analisi e aggiustamento, di presa di coscienza e pianificazione di un comportamento che vada di conseguenza – se il tuo corpo ha un’imperfezione, stai sicuro che il sarto la vedrà, la considererà con un’attenzione particolare, e dopo lavorerà di riprese per farla sparire. E così si può andare nel mondo portandosi dietro un se stessi migliore.
Allora, gli auguri che vorrei fare per questo 2010 sono di un anno di ripresa, ma intesa in questo senso. Che ognuno trovi i suoi punti in cui applicarla, e le persone giuste per cucirla, così che poi possa venir fuori contento e soddisfatto.
Buona ripresa a tutti, e buon 2010!
Così, quando sento parlare del venti-dieci come dell’anno della ripresa, non posso fare a meno di pensare al significato del termine “ripresa” in sartoria. Le riprese – che di solito vanno a coppie – sono le piegoline che si fanno in punti strategici dell’abito, e che ne garantiscono la vestibilità. Un uso sapiente delle riprese fa sì che l’abito risulti “cucito addosso”, e sostanzialmente fa la differenza tra un abito di Zara e quello che ciascuno di noi vorrebbe per il giorno del suo matrimonio. Le riprese garantiscono che l’abito “cada bene”, che vengano esaltati i punti di forza del corpo e mascherati quelli su cui sarebbe meglio che lo sguardo non indugiasse. Ecco, questa è la ripresa, da un punto di vista squisitamente sartoriale.
A qualcuno bisognerà sistemare le riprese sotto il seno: un petto in fuori fa la differenza non solo nell’aspetto, ma anche nel morale (un’amica mi diceva: tira su le poppe, che va su anche l’umore).
Qualcun altro avrà bisogno di una limatina alla gobba che gli si sta formando a furia di dire sempre di sì. Una tiratina qua, una mollatina là, e la gobba prima si confonderà, poi sembrerà non essere mai esistita, e infine la testa starà su da sola.
Altri hanno una pancia che denuncia intemperanze (gastronomiche o alcoliche, ma anche lavorative, per dire): per loro il taglio dell’abito sarà sapiente, per nascondere sì, ma anche per far venir voglia di non nascondere più. Perché se un vestito ti cade bene, nonostante la pancia, figurati che bello sarebbe se la pancia non ci fosse proprio.
E infine, il lato B. Elemento essenziale per una vita il più possibile scevra da problemi, il kiulo, di cui tutti hanno bisogno, può essere evidenziato, sollevato, valorizzato ad arte grazie alla ripresa giusta al posto giusto.
E così via.
Credo che nulla di buono possa venire da una collettività, se prima non c’è stato un lavoro dei singoli su se stessi. Un lavoro di analisi e aggiustamento, di presa di coscienza e pianificazione di un comportamento che vada di conseguenza – se il tuo corpo ha un’imperfezione, stai sicuro che il sarto la vedrà, la considererà con un’attenzione particolare, e dopo lavorerà di riprese per farla sparire. E così si può andare nel mondo portandosi dietro un se stessi migliore.
Allora, gli auguri che vorrei fare per questo 2010 sono di un anno di ripresa, ma intesa in questo senso. Che ognuno trovi i suoi punti in cui applicarla, e le persone giuste per cucirla, così che poi possa venir fuori contento e soddisfatto.
Buona ripresa a tutti, e buon 2010!
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