domenica, maggio 30, 2010

MomCamp 2010

Eccoci qua.

Mica potevamo saltare, quest'anno.

E quindi sabato 5 giugno (sabato prossimo, uè!) ci vediamo nella sede di The Hub a Milano per parlare di Il tempo delle mamme nell'edizione 2010 del MomCamp.

I bambini saranno impegnati con il laboratorio di Filastrocche.it, e noi chiacchiereremo amabilmente.

Come sempre, iscriversi non è obbligatorio, ma se lo fate ci aiutate nell'organizzazione. Qui potete dire se ci siete e anche se parlerete. Anche per gli interventi non è obbligatorio, ma insomma... al vostro buon cuore.

Ci vediamo sabato allora!

mercoledì, maggio 26, 2010

Cena stralunata di un lunedì sera a Milano

Esterno notte.
Piazza San Carlo, Milano, ore 23 circa. Un caffè con i tavoli all’aperto sta chiudendo: un paio di camerieri hanno appena iniziato a togliere le sedie. Un gruppo di persone si avvicina, circospetto ma deciso a sedersi.


“Ci fermiamo qui?”
“Sì, che a quest’ora…”

Un cameriere dall’andatura non particolarmente sicura ci viene incontro mentre iniziamo a prendere posto, e sposta tavolini per farci sedere tutti.

Corso Vittorio Emanuele è semideserto. Non ci sono più neanche i ragazzi che vendono le eliche che si lanciano in cielo e si illuminano. Silenzio nella strada, rumore di tavoli e sedie che vengono spostati nella piazzetta. Un paio di barboni, anche, sotto i portici, che si sta preparando il giaciglio.
“Però abbiamo solo toast e pizze”
“Toast e pizze va bene per tutti?”
“Ok”
“Ok”
“Ok”

Siamo tutti seduti, adesso.
Il cameriere dall’andatura strana e dalla parlata strana, più che straniera (dell’est? Magari no, forse è sardo, o di Gorizia. Insomma, non si capisce) si avvicina e con un gesto autoritario prende la parola.
“Abbiamo dei sandwich. Ve li faccio vedere”
(“In che senso?”)
“Eccoli, questo è il norvegese, col salmone” e cala sul tavolo un vassoio con su due o tre panini. “Chi prende il norvegese?”. Aderiamo in due all’offerta. È chiaro però che questo dopoteatro si annuncia all’altezza del prima.

E infatti.
“Questi, guardateli, sono con la bresaola”
Stesso rito: ce li mostra, raccoglie le ordinazioni.
E poi stessa cosa con le piadine: “Ci sono queste con crudo e mozzarella, volete vederle?”, e così via con un paio di varianti.

I vassoi roteano sul tavolo, sopra le teste, e planano al centro, lui illustra, prende le prenotazioni e passa al vassoio successivo.

Finiamo le ordinazioni. Qualche temerario ha preso la pizza. Ora, io credo che ci siano poche cose rischiose come prendere la pizza in un bar del centro di Milano. Perciò lodi a chi ha avuto questo coraggio.
Simone, il marito di Silvia, decide di festeggiare il suo compleanno con un ricco toast. Sono sicura che ha avuto feste più eccitanti.

“Quanti siete?”
Ci contiamo rapidamente.
“21”
“Allora ok”
E fa per andarsene.
“Scusi, e da bere?”
“Ah, certo, da bere”
“Eh”

Stavolta non ci mostra niente. Prende l’ordinazione velocemente, a un certo punto abbiamo la sensazione che non voglia portarci dell’acqua, vai a capire perché.

Appena si allontana iniziamo a ridere.

Cioè, c’è questo che è proprio strano, che ci ha messo mezz’ora per prendere le ordinazioni ma si vede che ha voglia di chiudere, e il centro di Milano deserto, e le romane che sfottono i milanesi, e io e altri, punti sul vivo, che diciamo: “Il centro non è zona di uscita, si va a Brera, sui Navigli… e poi il lunedì a Milano non si esce”. “Il lunedì a Milano non si esce? Madò, se siete strani! E poi per uscire, giustamente, non andate mica in centro, no, partite per le periferie…”. Ci rendiamo conto che è strano, e in effetti io non ci avevo mai pensato, a quanto sia singolare questa cosa del centro reietto e del lunedì negletto, perciò non so cosa rispondere e mi metto a ridere. E anche i romani. E i genovesi. E i reggiani e i bolognesi.

Il nostro amico cameriere ci porta due bicchieri alla volta. Vuole sapere quanti berranno dell’acqua, esattamente, e dove sono posizionati nel lungo tavolo da 21 persone. Gli diamo una cifra a caso, naturalmente, che ormai è partita la ridarola.

La birra è sgasata e calda. Cioè, non ho mica chiesto una Guinness. Insomma, se prendo una birra si presume che vado sul sicuro, una birra alla spina non si può sbagliare come un cocktail, e invece no, fa veramente schifo.

La birra imbevibile non impedisce le chiacchiere, però. Nel nostro pezzo di tavolo ammorbo Silvia e Serena parlando di donne e di diritti, Serena mi racconta come mai vive a Stoccolma e a me viene il magone, Chiara parla dello spettacolo, l’altra Silvia mi offre una golosa complicità, Valentina vuole conoscere i retroscena.

Io ho un panino, mio marito la pizza. Mangiamo in differita, naturalmente, perché tra le due consegne c’è una ventina di minuti di distanza, ma quello è il meno. È che la pizza… è paragonabile solo ad un’altra pizza mangiata anni fa a Brera, in uno di quei locali per turisti dove fanno anche gli “spaghetti bolognaise”. Fetente. Molle. Col formaggio di plastica, che fai fatica a pensare che sia mozzarella.

Il cameriere ogni tanto fa capolino, turbina tra i tavoli deserti, barcolla con i vassoi di prelibatezze che non abbiamo ordinato, entra ed esce. E a un certo punto decide che è proprio ora di chiudere.
In due o tre invadono la piazza per ritirare sedie, impilare tavoli, spegnere luci. Mentre noi ci guardiamo senza parole, in fondo mezzanotte è passata da poco.

Va detto, perché la giustizia (oltre all’amore) trionfi, che il caffè di piazza San Carlo, secondo me, è quello in cui si beve il caffè migliore di Milano, che puoi aggiungerci anche la panna, che è panna vera e non quella delle capsule.

Ah, e va detto anche che prima di questa assurda cena eravamo stati a teatro, al Nuovo, allo spettacolo della Mannino, quello che abbiamo contribuito a scrivere. Sì, ecco.


La prossima volta però, piuttosto si va da MacDonald’s.

venerdì, maggio 21, 2010

Tre grani di sale

Tre sere fa ho avuto una specie di collasso. Nonostante la temperatura, ho indossato un maglione da grande freddo e mi sono stesa sul divano sotto un plaid di pile, incapace di tenere gli occhi aperti. Temperatura: 35,4; pressione: 84/50. Credevo di essere morta e non essere stata avvertita.

Il giorno dopo ho raccontato la cosa alla tata. La quale, oltre ad essere una specie di Mary Poppins per mio figlio, è anche persona di grande saggezza ed esperienza, doti che fanno di lei, indiscutibilmente, un pilastro della mia casa.

E lei mi fa: “Da tre a cinque grani di sale, al mattino, prima di colazione, con un bicchiere d’acqua”.

“La pressione si alzerà un po’, e magari va meglio davvero”, mi sono detta ieri mattina, pensando che in fondo tentar non nuoce.

Il bilancio di ieri è stato:
•    Chiusura di due documenti enormi
•    Presentazione da un cliente
•    Aperitivo a base di prodotti biologici e un’interessantissima presentazione su Google AdWords
•    Ma soprattutto, tra una cosa e l’altra: ceretta!
•    Il tutto condito da una trentina di telefonate e uno scambio di email con diversi svariati soggetti per l’organizzazione di una cosa che comincia a somigliare al Giubileo.

Assodato che di sale trattasi, e non di altra sostanza psicotropa, ho deciso di continuare l’esperimento. Voi non ci provate, vi faccio sapere io come è andata tra una settimana, dieci giorni. Naturalmente, se non avete notizie, sappiate che vi ho voluto bene.

Adesso scappo, che devo rispondere a 75 email, fissare un appuntamento con il commercialista e uno col dentista, parlare con 12 persone per comunicare una roba, andare a pranzo con la mia amica, comprare un regalo di compleanno, andare al saggio di ginnastica di mio figlio, fare un salto al Wordcamp, preparare i bagagli e fuggire per il week end. Che spero sia ottimo per tutti.

venerdì, maggio 14, 2010

La scuola triste

Fine anno, tempo di bilanci. E di riflessioni, su questa scuola pubblica che è sempre più triste.

La scuola come l’azienda
Durante i colloqui avuti con le maestre nel corso dell’anno ho colto in alcuni momenti la loro ansia. Ansia da prestazione, collegata agli adempimenti diciamo così quantitativi: le verifiche, i voti, il programma, le schede, le pagelle. Le verifiche possono diventare una spina nel fianco anche per loro, oltre che per i bambini: perché quei voti finiscono da qualche parte, scolpiti nella roccia, destinati a seguire gli scolari fino all’università, e allora come si fa a dare a un bambino di prima elementare un 3 o un 4, mica siamo al liceo, eccheddiamine!

E se questi momenti vengono vissuti così dagli insegnanti, come li vivono i bambini? Come minimo con la stessa ansia.

A pensarci bene, è come in azienda, quando una-due volte l’anno hai le valutazioni: hai degli obiettivi legati alla produttività, e non c’è santo, o li hai raggiunti o non li hai raggiunti. Nell’azienda però la missione è quella di fare soldi, e il ruolo di ciascuno è tarato su questa missione. Nella scuola no. O insomma.

Quello che vedo è un livello di performance decente, a volte anche buono o addirittura ottimo: alla fine dell’anno i bambini sanno leggere, scrivere e far di conto. Peccato che il modo in cui ci siano arrivati non è altrettanto visibile, misurabile, quantificabile. Qualcuno ha vomitato tutti i giorni per mesi, qualcun altro ha sclerato malamente, altri ancora hanno nutrito un genuino odio. Insomma, che cosa sta succedendo?

Il ruolo della scuola
La mia sensazione è che la scuola abbia nel tempo abdicato ai vari ruoli che aveva. Per esempio. Alla scuola non si può chiedere che svolga funzioni educative, che sono questione delle famiglie. In linea di principio ci sta, peccato che se per 40 ore la settimana i bambini sono lì, spiegatemi come può essere che questa istituzione non rivesta un qualche ruolo in questo senso.

Altro esempio. Anche sull’istruzione pura e semplice, la scuola delega molto. Oggi qualunque maestra vi dirà che i bambini vanno seguiti quando fanno i compiti. Ok, niente da dire. Ma che i bambini non possano fare i compiti se non seguiti da qualcuno è un’altra storia. Pensiamo ai figli degli extracomunitari, nelle cui case spesso non si parla l’italiano. Come la mettiamo? Mi rifiuto di pensare a questi bambini come meno fortunati dei nostri, e però quando senti certe cose ti viene questa sensazione.

Ma allora, se la scuola non deve educare e per istruire deve essere coadiuvata dalla famiglia, qual è il suo ruolo?

Mi viene in mente un altro parallelo, con la sanità. Avete presente il medico di base? Il medico di base (o di famiglia) deve stare molto attento a quanto prescrive (tra farmaci e esami), perché se esagera va nei guai. Insomma, il rischio è che diventi una specie di ragioniere, più che una figura di riferimento per la salute delle persone (con tutto il rispetto per i ragionieri, che però fanno un altro mestiere).

La scomparsa della persona
So what? La mia idea è che la scuola pubblica italiana sia sempre più omologata sul modello aziendal-efficientista, in cui, appunto, l’efficienza è spesso più importante dell’efficacia. Ha pochi soldi, e quelli che ci sono servono a raggiungere gli obiettivi. Ma gli obiettivi si riducono al completamento del programma: in una parola, alla performance.

E le persone dove sono finite? Io non le vedo più.

Non vedo più i bambini, ognuno con i suoi tempi, il suo carattere, i suoi punti di forza e di debolezza, la sua necessità di fare della scuola un’esperienza positiva, di essere interessato a quello che fa, di comprenderne il valore.

Non vedo più gli insegnanti, che devono combattere quotidianamente con un tabellino di marcia impietoso, con classi sempre più numerose e famiglie sempre più riottose.

Non vedo neanche le famiglie, paradossalmente, che, attive più che mai, hanno spesso la tentazione e altre volte l’esigenza di sostituirsi alla scuola nel difficile compito di far crescere i bambini con equilibrio, consapevolezza e, ops, gioia, voglia di diventare grandi. Non le vedo come persone, se così si può dire, perché si fanno un mazzo tanto ma non potranno mai essere certe che tutto questo avrà dei risultati soddisfacenti.

Non vedo più le persone, in questa scuola pubblica italiana, vedo unità produttive. Che tristezza.

Steiner, Montessori & Co.
Parlando con genitori che hanno fatto scelte diverse da quella della scuola pubblica, trovo finalmente degli spiragli di speranza. I figli stanno in classi di 18 bambini, sono seguiti non solo per quanto sono capaci di scrivere nelle righe o quante parole al minuto sanno leggere, sono visti come bambini, creature in crescita, da coltivare.

Io sono contraria per principio – mi spingerei a dire per ideologia – alla scuola privata, e quindi non credo che farò mai questa scelta per mio figlio. Poi però mi chiedo se di questo mio atteggiamento non sarà lui a pagare le conseguenze. Non sul piano delle performance, insisto: Gabriele e i suoi compagni impareranno un sacco di cose, hanno ottimi insegnanti. Piuttosto sul piano della crescita personale, che è la cosa che mi preoccupa di più. Un bambino poco interessato a quello che si fa a scuola, che vive come un obbligo (a volte come una tortura) il fatto di svegliarsi tutte le mattine e andarsene tra i banchi, che aspetta il week end con più ansia dei genitori, ecco, questo bambino, che adulto sarà? Efficiente, senz’altro, ma poi? Quando riuscirà a capire che le persone sono un’altra cosa, non risiedono – solo - nell’efficienza che esprimono?

Una postilla: ovviamente sto generalizzando. Proprio come i medici di famiglia, ci sono tanti tipi di insegnanti, anche quelli illuminati, che con i pochi mezzi che hanno fanno tanto proprio con la preoccupazione di creare delle belle persone. Ma questa è un’altra storia.