martedì, agosto 31, 2010

Benvenuto, punto di non ritorno

Non c’è niente da fare, per certe cose ci vuole tempo. Meglio se trascorso ad una certa (ragguardevole) distanza.

Per esempio io sto facendo la pace con la mia terra d’origine (ho detto sto facendo, e non ho fatto, e la definizione terra d’origine suona bizzarra anche a me), ma solo adesso che più di metà della mia vita è trascorsa lontano ed è definitivamente scongiurato il rischio di tornarci a vivere. Insomma, una specie di punto di non ritorno.

Perché io fossi così arrabbiata è difficile da spiegare.
Forse per via di un singolo evento di una manciata di secondi che mi ha portato via, insieme alla casa, l’infanzia (o l’adolescenza, dipende dai punti di vista), gli amici e un certo futuro che già si stava delineando.

Oppure perché ad ascoltare i racconti di chi è rimasto ci ho letto dentro la rassegnazione di chi si è convinto che non esistano diritti, solo concessioni, eventualmente gentili, ma anche no. Eccetera.

Però le ultime volte che ci sono andata ho visto che qualcosa è cambiato.

A partire dalle persone. Una volta se chiedevi un caffè in un bar avevi la sensazione che il barista ti stesse facendo un favore. Più di una volta, negli anni, davanti a commesse annoiate e chiaramente disinteressate alle scarpe che stavo provando ho girato i tacchi e sono andata altrove. Adesso no, non mi capita più. Anzi, al supermercato le cassiere mettono i prodotti più delicati, o che potrebbero sporcare le altre cose, in sacchetti leggeri, e lo fanno loro, e i sacchetti non si pagano. Per dire.

Oppure la viabilità. Impossibile, assurda, insensata. Ma almeno se oggi devo andare da casa di mia mamma a casa di mia sorella posso farlo senza mettermi in macchina per 20 minuti se il traffico è clemente e poi altri 40 per il parcheggio. Prendo la scala mobile: è come fare un giro in giostra, posso leggere in pace e lasciare la macchina dove sta.

Ma anche il nuovo parco, nel quartiere che è stato il mio solo per cinque anni, prima che andassi via: un parco stretto e lungo, in mezzo a due file di palazzi, dove però non ti manca l’aria, perché… chissà perché. Dove oltre all’area giochi per i bambini c’è una vera palestra a cielo aperto, con una versione semplificata ma non meno efficace della maggior parte delle macchine che trovo nella mia palestra. E dove finalmente, in un mare di cemento, è nato del verde, e un bar carino assai, e pieno a tutte le ore di persone che, a quanto pare, ne avevano proprio bisogno.

E poi c’è il caffè più buono del mondo, da pubblicità, nel bar pasticceria in cui se chiedi un aperitivo ti portano un mare di stuzzichini che in un qualunque happy hour di Milano te li sogni.

Ma la cosa più bella di questa mia prima tappa vacanziera sono state le aquile. Due enormi aquile che volavano insieme, due aquile il cui richiamo faceva venire i brividi in tutta la valle e che per la prima volta mi hanno fatto rimpiangere di non avere una macchina fotografica degna di questo nome. E che, come molte cose ultimamente, sono un segno.