mercoledì, dicembre 08, 2010

Babbo Natale, i film americani e il rasoio di Occam

Interno giorno. 
Camera da letto. Lettone. Il patato è venuto a svegliarci, ché dobbiamo andare dal suo amico che gli deve passare dei Pokemon.

Patato: “Mamma, ma Babbo Natale esiste?”
Io (cazzo cazzo cazzo, non sono pronta, non ne ho neanche parlato con marito, che gli dico? Pensavo di avere ancora un anno per affrontare…): “…”
Patato: “…”
Io (e marito che fa, finge di dormire?): “Babbo Natale… esiste… per chi ci crede” (che schifo di risposta, da film americano, cazzo cazzo cazzo)
Patato: “Ma tu ci credi?”
Io: (in iperventilazione) “Beh… uhm… sì”
Patato: “…”
Io: “E tu?”
Patato: “Mica tanto”
Io: “…”
Patato: “…”
Marito: “Patato, un giorno ti spiegheremo il rasoio di Occam. Che serve appunto a far la barba a Babbo Natale”.

Buona Festa dell’Immacolata!

lunedì, dicembre 06, 2010

Confessioni di una startupper [Re: reframing]

Giorni fa, Flavia ha scritto questo post su VereMamme in cui lancia il tema del reframing: la capacità di raccontarsi una storia cambiando il punto di vista, e, semplificando molto, trasformando la lettura in chiave pessimistica di un’esperienza nella scoperta di un’opportunità.

Il post di Flavia è molto bello, e racconta una storia che per molti aspetti somiglia alla mia. Il concetto di reframing è un po’ lontano dalle mie corde, provenendo da un approccio comportamentista alla psicologia, mentre io ho sposato mille anni fa quello strutturalista, e tant’è. Sempre in sintesi, e semplificando, la scuola comportamentista lavora sui singoli pezzi di esperienza, agevolando l’adozione di comportamenti (appunto) che modificano il vissuto in una chiave più funzionale; la scuola strutturalista, al contrario, ricerca nelle cause, e, attraverso lo scioglimento dei nodi all’origine dei problemi, cerca di risolverli. È un po’ come rivolgersi ad un ortopedico quando ci si rompe una gamba (funzionalismo- comportamentismo) e fare indagini approfondite se una brutta tosse non ci abbandona da mesi (strutturalismo). Contesti diversi, approcci diversi.

Ciò detto, ho riletto la mia esperienza, e questa è la storia.

All’inizio del 2009 ho lasciato l’azienda in cui lavoravo da 11 anni. I trascorsi erano molto pesanti, e non c’era futuro. Non è stato facile prendere una decisione (ci ho messo anni), ma a un certo punto mi sono sentita pronta. Il mio ultimo giorno di lavoro è stato un giovedì. Scelta piuttosto crudele, essendo a quel punto costretta a dare inizio alla mia nuova vita di venerdì. Perciò, pur essendo convinta di non dovermi fermare, il mio primo giorno da disoccupata l’ho investito in un lauto conto dal parrucchiere, e al lunedì mi sono messa a ragionare sul mio futuro.

Nelle prime settimane ho fatto dei colloqui. Alcuni interessanti, la maggior parte meno. Non so se sono mai stata convinta di quello che stavo facendo, quando mi presentavo a questi direttori marketing che sembravano usciti dal grembo degli anni 80 e, appena fuori dalla porta dell’Hollywood (nota discoteca milanese), avevano scoperto il “web 2.0”, che che cosa fosse chi lo sa, ma faceva molto figo dirlo.

Poi ho conosciuto gente, tanta gente, e dopo qualche mese, in un barcamp, mentre intervenivo durante la presentazione di Gianluca Diegoli raccontando per la prima volta un’idea che ancora non aveva preso forma ma appena accennata proprio con Flavia, due biglietti da visita si sono materializzati davanti a me. Per me The Talking Village è nato in quel momento, mentre Gianluca parlava e Pepe e Alessio si giravano per sbigliettare.

Ho lasciato perdere i direttori marketing emersi dagli after hour. Ho lavorato moltissimo. Ho visto il mio conto in banca calare (non ha ancora smesso, avete mai visto uno startupper guadagnare nel suo primo anno di attività?). Ho rinunciato a cambiare casa, e anche a fare nella mia un po’ di lavori che me la renderebbero più vivibile.

Periodicamente ho delle crisi profonde: e se va male? Ho davvero il diritto di far subire alla mia famiglia le conseguenze della mia scelta? Quando sarò definitivamente in rosso che cosa succederà? Ho fatto il passo più lungo della gamba? Sarò in grado? Posso davvero fare l’imprenditrice, o sono una scappata di casa?

Qualche settimana fa ne ho parlato con mio marito. Cercando di fare la tara sulla sindrome premestruale. E gli ho detto che mi dispiaceva. Mi dispiaceva per la casa che non potremo comprare prima di chissà quando, mi dispiaceva perché oggi non me la sento di imbarcarmi in una vacanza dall’altra parte del mondo, mi dispiaceva, e forse avrei dovuto trovarmi un lavoro salariato da qualcun altro, e passare sopra ai capelli unti di gel dei famosi direttori marketing. E lui mi ha detto va bene, è vero, avremmo una casa più grande, ma tu saresti felice?

E io ho risposto no, non sarei felice. Neanche lontanamente potrei essere felice come mi sento adesso di andare la mattina presto in ufficio – il mio miniufficio di 40 mq – e mettere la mia musica e iniziare a lavorare prima degli altri e finire dopo. Neanche lontanamente potrei essere felice come mi sento adesso di aver voglia di spazi per me per fare le mie cose, per far rientrare nella mia vita cose a cui avevo rinunciato e che faticosamente cerco di riprendermi. Neanche lontanamente potrei essere felice come mi sento adesso di non poter organizzare una festa di inaugurazione perché voglio invitare tutti, proprio tutti quelli che mi sono stati vicini in quest’anno e mezzo, ma l’ufficio è piccolo e allora dove li metto.

Sono abbastanza sicura di non aver fatto reframing, raccontando questa storia. Il dubbio è che raccontarsela sia un inganno. Non voglio che dirsi che “va bene così” sia un modo per mangiare ‘sta minestra e non dover saltare la finestra. Io la minestra me la sto facendo da capo. E intanto, va bene tutto, ma incrocio le dita.