giovedì, marzo 31, 2011

Nuove figure sanitarie (neglette): il community manager

Il community manager è uno che quasi mai si è scelto questo mestiere. È un po’ come fare un bambino: se sai esattamente che cosa ti aspetta, probabilmente ti riempi il cassetto di preservativi e avanti Savoia. Ma il potere dell’ontogenesi è grande, per cui rimuovi quello che ti è stato detto e i preservativi li regali.

Il community manager è spesso una persona che a un certo punto della sua vita ha aperto un blog, oppure si è distribuito con scienza e coscienza nei vari socialcosi per puro interesse privato, e un giorno è stato notato e contattato da un’agenzia di socialqualcosa. Lo sventurato rispose. Da quel giorno diventa, a sua insaputa, una figura sanitaria.

Il community manager dovrebbe passarlo la mutua. La social mutua, diciamo.

Il community manager è uno che per mestiere sta in mezzo. Tra una community, appunto, che è pagato per gestire, coccolare, amare; e un cliente, che è pagato per gestire, coccolare, amare. Tra i due a volte deve fare delle scelte. Di solito il suo cuore è con la community e al cliente gli darebbe fuoco, anzi, gli farebbe l’iniezione letale. Altre volte però può accadere il contrario.

Il community manager può essere di tre tipi: il medico generico, lo specialista, il terapeuta. Spesso, anche se non obbligatoriamente, la definizione dipende dalle community che deve gestire.

Il community manager medico generico è quello delle community grandi. Più sono grandi, più è generico. Anima la community un po’ a pioggia, riceve per appuntamento, è sempre reperibile ma non fa visite a domicilio. 

Il community manager medico generico si occupa per lo più di mali di stagione: non riesco ad accedere col mio profilo (“adesso provo io per te. Ecco, dove c’è scritto user id e fra parentesi email devi scrivere la tua email, quella con cui ti sei registrato, perché se metti il tuo nick e basta non riesci ad entrare”), come faccio a scrivere nel mio blog (“prima fai login. Fatto? Adesso nella colonna di destra avrai l’elenco dei blog. Clicca sul tuo e ci sei dentro. Dove c’è scritto titolo metti il titolo del tuo post, eccetera”), mammoletta62 mi disturba (“prima mandale una mail, poi se continua puoi bloccarla. Ti spiego come si fa?”), e altre cose così. 

Il community manager medico generico, quando non ha mali di stagione da parte della community, ne ha dal suo cliente, che è interno, e cioè è qualcuno dell’azienda per la quale lavora. Cose del tipo quanti nuovi iscritti questa settimana, perché non hai mandato il report, le persone devono scrivere sui loro blog per questo cliente; e così via.

Il community manager specialista si trova di solito nelle community di medie dimensioni. Specialista perché deve sapere qualcosa delle cose di cui parla la sua community, per esempio se è una community di automobilisti sarebbe giusto che lui almeno avesse la patente. Come i medici specialisti, riceve per appuntamento, ma è disponibile per consulti telefonici (oltre che via skype e chat e FB e Twitter eccetera eccetera) e se lo chiami la sera tardi non ti manda a stendere. La differenza tra lui e il medico specialista sta nella busta paga. 

Il community manager specialista si occupa anche dei mali di stagione, ma per lo più va su patologie un po’ più definite: ho un problema di carburazione, devo cambiare il debimetro (“non sempre è necessario cambiarlo. Prova a mettere la faccia vicino al carburatore quando la temperatura fuori è inferiore ai 4°, se senti che ti tremano le gengive allora sì, devi cambiarlo”), sono arrivato tardi alla punzonatura del raduno delle Arna, come faccio (“ho avvisato Sergio, lo trovi al box a sinistra dei bagni, vai e digli che hai parlato con me, e ci pensa lui”), hai detto che la chat col carrozziere c’è mercoledì 21, mentre mercoledì è 22, quindi qual è la data giusta (“martedì alle 17, ora di Londra”). 

Il community manager specialista ha un cliente che gli fa le stesse domande del cliente del community manager medico generico, e in più cose tipo guarda che questa macchina non ce l’ha il debimetro, Sergio è andato via e non è stato sostituito prova a sentire lo stagista, Londra non ha lo stesso fuso di Roma. E così via.

Il community manager terapeuta opera di solito in piccole community, e meno male. Non solo per le community non vale il principio “figli piccoli, guai piccoli; figli grandi, guai grandi”, ma può essere anche il contrario. Terapeuta perché nella sua community anima, discute, modera, ma poi anche consola, coccola, spiega, crea o ripristina equilibri, suggerisce visioni del mondo. Eccetera, eccetera, eccetera. 

Il community manager terapeuta ha poco a che fare con i mali di stagione, e le patologie di cui si occupa sono molto spostate verso l’ambito spirituale. Per esempio: è etico accettare sponsorizzazioni (“fratello, ma quale etica?”), le aziende fanno lavorare gratis le persone (“sì, fanno lavorare gratis gli stagisti, qualche volta. E poi basta, però”), che ne sarà della mia reputazione se dico questa cosa (“se nessuno ti costringe a dirla, suppongo che alla tua reputazione non succederà nulla”).

Il community manager terapeuta ha un cliente che gli fa le stesse domande del cliente del community manager medico generico, più quelle del community manager specialista, più cose tipo abbiamo cambiato idea, quella cosa lì non la facciamo più in quel modo, adesso dillo alla community. In quei momenti il community manager terapeuta, che ha già perso dieci anni di vita per far passare la prima idea, sente un acuto rimorso per il fatto di avere un giorno aperto un blog e di essersi distribuito con scienza e coscienza nei vari socialcosi.

lunedì, marzo 28, 2011

Blog e sponsorizzazioni a Fa' la cosa giusta

Sabato pomeriggio mondanità: tavola rotonda su blog e sponsorizzazioni a Fa' la cosa giusta, la fiera del consumo etico. L'evento era promosso da Genitori Channel e Sisifo.

Io di questa cosa qua ne ho parlato fino a basta qui dentro. E però mi rendo conto che non basta mai, veramente. Solo che per un contorto giro di pensieri ho valutato che il punto più giusto in cui pubblicare il mio resoconto e le mie opinioni in merito a quanto detto sabato stessero meglio nel blog di TTV. Anche se io ho partecipato come Mamma in Corriera. Cioè, non solo, ma soprattutto (a volte ho dei seri problemi di identità, poi per fortuna mi passa subito).

Quindi qui sintetizzo moltissimo, e chi ne avesse voglia vada di là.

1. Non è una questione di etica...
Non ha senso dire a priori che accettare sponsorizzazioni sia etico oppure no. E quei blog che sono, per i loro editori, dei veri e propri lavori? Anche i blogger mangiano, e anche se sono blogger a tempo pieno.

2. ... Ma magari di etichetta
La cosa che veramente fa la differenza sono gli atteggiamenti delle aziende che coinvolgono le persone - nello specifico, le mamme. Se mi chiami "mamma Giuliana", se non sai che cosa è un blog, se non hai mai letto il mio blog e mi fai i complimenti, io ti rimbalzo. Ma mica per una questione etica, eh. Proprio perché ti stai comportando male, non stai tenendo conto del fatto che io in rete sono una persona, non la Sciura Maria che i pubblicitari ti hanno venduto come target del tuo spot.

3. E con le aziende non etiche come la mettiamo?
C'era anche Guglielmo tra i presenti, proprio il Guglielmo dei video Nesquik. Ecco, io mi sarei voluta alzare e sarei voluta andare ad abbracciarlo, Guglielmo. L'ho fatto alla fine, mentre avrei voluto durante.
Ho già espresso la mia opinione sui boicottaggi, ma qui il discorso è diverso. Se Nestlè produce contenuti di valore, devo rimbalzare anche lei? Io no. Non solo non la rimbalzo, ma sono anche contenta. Che proprio Nestlè abbia promosso questa cosa. Perché se oggi apre uno spiraglio, domani piano piano posso trasformarlo in una finestra. Oppure alla fine perdiamo tutti.
Che poi, trovatemi un'azienda "etica" che abbia voglia di mettersi in gioco alla stesso modo, e io sarò ben lieta di seguirla.

Ecco, in estrema sintesi.

C'era anche un hashtag, #avdblog - casomai aveste voglia di approfondire.

I credits: tra i presenti, Jolanda di Fattore Mamma e Filastrocche.it, Sara di Smamma, Luca Conti di Pandemia, Maddalena di Farmacia Serra Genova e suo figlio Gugliemo di Gullisc, Mamme Acrobate, Zio Burp, Barbara di Mamma Felice e Costanza di ITMom via chat (e altri che spero non si arrabbino).
I moderatori erano i nostri ospiti: Giuseppe Lanzi di Sisifo, e Barbara e Antonella di Genitori Channel, a cui vanno tutti i miei grazie!

martedì, marzo 22, 2011

Quello che i clienti non dicono: le strategie social viste dalla macchinetta del caffè

Non posso pubblicare questo post su TTV, e si capirà presto perché. Le sue basi sono state gettate in un piovoso pomeriggio milanese, su e giù per varie linee di metropolitana, insieme a Flavia.

Quando un’azienda arriva a maturare che è tempo di impegnarsi in una strategia di social media, di solito si è già fatta delle idee. Particolari, diciamo così. Queste idee dovrebbero poi “essere” la strategia social. Noi ne abbiamo individuate 5.

1. Sparagnamme e cumparimme
2. Jamme jà
3. Facite ammuina
4. Aumm’ aumm’
5. Cchi te serve?

Vediamole una alla volta.

1. Sparagnamme e cumparimme
Trad.: “Una buona strategia social si basa sulle idee, non sui mezzi dispiegati. Noi possiamo dimostrare di fare qualcosa di veramente innovativo con un investimento tutto sommato contenuto”
È una strategia molto diffusa, che in generale si basa sull’assunto per cui se devi andare in TV puoi permetterti un investimento milionario, mentre se devi stare solo sul web devi farlo a gratis, o quasi (diciamo che al massimo sei disponibile a pagarti il dominio, se ne registri uno).
Per esempio, una pagina Facebook è gratis, giusto? Quindi non c’è motivo per pagare qualcuno che la gestisca, codesta pagina. Del resto, uno che gestisce pagine Facebook non si può mica dire che lavori, no?
Si concretizza in generale con l’apertura – appunto – di una pagina Facebook gestita da uno stagista alla pari (figura professionale che sto studiando approfonditamente e che presto entrerà a far parte della mia galleria).

2. Jamme jà
Trad.: “Siamo conosciuti come veri innovatori. Con questa strategia intendiamo confermare tale immagine. Perciò facciamo una scommessa coraggiosa e ci apriamo alla conversazione”
Chi sposa l’approccio Jamme jà è un entusiasta, uno che mentre fa una cosa sta già pensando alle centinaia che farà subito dopo. Sperimentare, provare, imparare dagli errori è un modus vivendi per lui.
Con una persona così le agenzie si divertono. Fanno una prima mirabolante proposta, lui se la tiene tre settimane, chiede un’integrazione, loro gliela fanno; lui lascia passare altre tre settimane, risponde che non è sufficientemente mirabolante; nuova proposta, e finalmente discussione finale. Alla fine di un’estenuante riunione in cui si discute di massimi sistemi e si scomodano tutti i guru passati presenti e futuri, si decide di fare una pagina Facebook.

3. Facite ammuina
Trad.: “Vogliamo una presenza in rete diffusa, riconoscibile, importante. Vogliamo essere presenti nei luoghi in cui si trovano le persone interessate a noi. Vogliamo che queste persone diventino i nostri ambassador”.
Quindi la prima cosa che si fa è andare a cercare queste persone interessate. Si battono le community, i forum, i blog, i social network, e si presentano al cliente vistosi report in cui i numeri vengono dati in percentuale perché se no che figura ci facciamo a dirgli che nessuno è interessato. Il cliente decide di andarci lo stesso, a prendere queste persone. E apre una pagina Facebook.

4. Aumm’ aumm’
Trad.: “Vorrei proprio fare qualcosa di duepuntozzero, ma i miei capi non me l’approverebbero mai. C’è solo un modo: stare sotto i 5.000 euro, così non devo coinvolgere nessuno”
Nei (meno di) 5k ci devono stare, però: un monitoraggio della rete, un programma di engagement verso i blogger del settore, una campagna di sampling, un questionario online in cui chi ha provato il prodotto dice cosa ne pensa, un minisito, un blog con il coinvolgimento degli esperti, una campagna banner per dare rilevanza alla cosa. Però bisogna che il capo non venga mai a saperne niente. Alla fine si valuta che la soluzione più saggia sia aprire una pagina Facebook, eventualmente nella variante del gruppo segreto.

5. Cchi te serve?
Trad.: “Devo aprire una pagina Facebook”
Il commento è superfluo.

mercoledì, marzo 16, 2011

Ravanei, remulass, barbabietul e spinass tri palanchi al mass




“Ma che cosa sono i remulass?”
“Mamma, tu non sei milanese, non la puoi cantare”.

E certo. Tecnicamente Gabriele è l’unico milanese di casa, e viene tirato su bene in questa sua alterità etnica dalla tata e da suo marito, milanesi fino nel midollo.

E insomma ieri sera c’è stato il concerto. Un centinaio di bambini di seconda (“cento e qualcosa, mamma, cento e qualcosa”) hanno aperto il concerto per il Tredesin de Mars che si è tenuto nell’aula magna della Bocconi. Tra di loro, ovviamente, Gabriele, ugola spianata e torture alla zip della felpa per portare il tempo.

Dall’aula gremita di parenti e amici vedevo i ragazzi più grandi, quelli delle medie, passare e ripassare da una parte all’altra del palco, prima dell’esibizione. E pensavo che me lo ricordo bene, come ci si sente in quel momento. Non c’è emozione, non è il momento. Ci si sente come quando si è esattamente dove si dovrebbe/vorrebbe stare. Sei il padrone del palco. È casa tua. E ti senti anche, in quel momento, superiore a quelli che stanno di sotto, quelli che tra un po’ saranno i tuoi giudici, ma che sono anche quelli venuti lì per te, per ascoltarti, per condividere la tua emozione. Però quando sei lì, che passi e ripassi, non ci pensi. Hai cose da fare, persone da cercare, ultimi aggiustamenti da discutere. E ti senti sicuro e forte come nella tua cameretta, dove gli altri non possono dirti cosa devi fare e come ti devi sentire.

Ho visto anche, tra questi ragazzi, due dei tre fratelli rom che suonano il violino in metropolitana, alla stazione del Duomo. Li vedo da sempre, da quando la più piccola doveva avere al massimo 5 anni, e sono sempre stati i più bravi, tra i musicisti del Duomo. Mi sono chiesta spesso chi fossero, che vita facessero. Vederli lì è stato strano, erano fuori contesto, tutti pettinati con le loro trecce nerissime e lunghissime, in completo nero e camicia bianca. Che non somigliavano per niente a tutti gli altri ragazzi, perché avevano un’altra espressione, sembravano tremendamente più grandi, più seri, più padroni ancora del palco e forse anche del pubblico.

I piccolini hanno cantato “La bella la va al fosso”, canzone popolare milanese a quanto pare conosciuta da tutti tranne che da me, prima di questo momento. La storia – a beneficio di quelli come me – racconta di come questa signora, facendo il bucato, abbia perso l’anello nell’acqua (“non è un anello qualsiasi, bada, è la vera, la fede nuziale”, mi dice Emanuela, che la canzone la conosce assai bene, soprattutto per le sue riletture sceneggiate dagli scout attorno al fuoco). Vede un pescatore e gli chiede di recuperargliela. E il pescatore che fa? Accetta, ovviamente, ma a una condizione. Qui la versione cantata dalla creature è più innocente: il pescatore vuole in cambio “un basin d’amor”. In altre versioni il “basin” è qualcosa di più ampio e approfondito. Che cosa non si fa per recuperare la pace coniugale.

N.d.r.: il remulass è il rafano. Come i ravanelli, potente afrodisiaco.

mercoledì, marzo 02, 2011

Sulla scuola

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Piero Calamandrei è uno dei padri della Costituzione Italiana (questo è il testo integrale. Se non l'avete mai fatto, leggetela. Fa un gran bene, e anche una gran tristezza, di questi tempi).

L'11 febbraio 1950, al III Congresso in difesa della Scuola nazionale a Roma, Piero Calamandrei ha pronunciato questo discorso:

Ci siano pure scuole di partito o scuole di chiesa. Ma lo Stato le deve sorvegliare, le deve regolare; le deve tenere nei loro limiti e deve riuscire a far meglio di loro. La scuola di Stato, insomma, deve essere una garanzia, perché non si scivoli in quello che sarebbe la fine della scuola e forse la fine della democrazia e della libertà, cioè nella scuola di partito.

Come si fa a istituire in un paese la scuola di partito? Si può fare in due modi. Uno è quello del totalitarismo aperto, confessato. Lo abbiamo esperimentato, ahimè. Credo che tutti qui ve ne ricordiate, quantunque molta gente non se ne ricordi più. Lo abbiamo sperimentato sotto il fascismo. Tutte le scuole diventano scuole di Stato: la scuola privata non è più permessa, ma lo Stato diventa un partito e quindi tutte le scuole sono scuole di Stato, ma per questo sono anche scuole di partito. Ma c'è un'altra forma per arrivare a trasformare la scuola di Stato in scuola di partito o di setta. Il totalitarismo subdolo, indiretto, torpido, come certe polmoniti torpide che vengono senza febbre, ma che sono pericolosissime... Facciamo l'ipotesi, così astrattamente, che ci sia un partito al potere, un partito dominante, il quale però formalmente vuole rispettare la Costituzione, non la vuole violare in sostanza. Non vuol fare la marcia su Roma e trasformare l'aula in alloggiamento per i manipoli; ma vuol istituire, senza parere, una larvata dittatura. Allora, che cosa fare per impadronirsi delle scuole e per trasformare le scuole di Stato in scuole di partito? Si accorge che le scuole di Stato hanno il difetto di essere imparziali. C'è una certa resistenza; in quelle scuole c'è sempre, perfino sotto il fascismo c'è stata. Allora, il partito dominante segue un'altra strada (è tutta un'ipotesi teorica, intendiamoci). Comincia a trascurare le scuole pubbliche, a screditarle, ad impoverirle. Lascia che si anemizzino e comincia a favorire le scuole private. Non tutte le scuole private. Le scuole del suo partito, di quel partito. Ed allora tutte le cure cominciano ad andare a queste scuole private. Cure di denaro e di privilegi. Si comincia persino a consigliare i ragazzi ad andare a queste scuole, perché in fondo sono migliori si dice di quelle di Stato. E magari si danno dei premi, come ora vi dirò, o si propone di dare dei premi a quei cittadini che saranno disposti a mandare i loro figlioli invece che alle scuole pubbliche alle scuole private. A "quelle" scuole private. Gli esami sono più facili, si studia meno e si riesce meglio. Così la scuola privata diventa una scuola privilegiata. Il partito dominante, non potendo trasformare apertamente le scuole di Stato in scuole di partito, manda in malora le scuole di Stato per dare la prevalenza alle sue scuole private. Attenzione, amici, in questo convegno questo è il punto che bisogna discutere. Attenzione, questa è la ricetta. Bisogna tener d'occhio i cuochi di questa bassa cucina. L'operazione si fa in tre modi: ve l'ho già detto: rovinare le scuole di Stato. Lasciare che vadano in malora. Impoverire i loro bilanci. Ignorare i loro bisogni. Attenuare la sorveglianza e il controllo sulle scuole private. Non controllarne la serietà. Lasciare che vi insegnino insegnanti che non hanno i titoli minimi per insegnare. Lasciare che gli esami siano burlette. Dare alle scuole private denaro pubblico. Questo è il punto. Dare alle scuole private denaro pubblico.

Ecco, io ho letto questo discorso per la prima volta nel libro Sulla scuola, la cui lettura consiglio caldamente, subito dopo la Costituzione. E mi si è accapponata la pelle, perché ho visto esattamente quello che da qualche anno sta succedendo in Italia.

Perciò oggi ho firmato l’appello di Repubblica e anche quello dell’Unità. E mi è stato immensamente più simpatico anche Jovanotti.