venerdì, luglio 29, 2011

Dolce, salato o bollicine: il negozio dove ogni donna è una storia

Ci passo spesso, davanti a questo negozio, da quando abito qui. È piccolino, ad una sola luce, e da fuori non si vede bene l’interno. Ha una vetrina, piccolina anche lei, che è una specie di vetrina delle meraviglie. Solo che per anni, passandoci davanti, io in quella vetrina ci ho sbirciato e basta, quasi mi vergognavo di fermarmici davanti. È un negozio di lingerie. Ma non pensate a cose come Intimissimi o Tezenis, niente a che vedere, anni luce di distanza, come paragonare un negozio di design con una ferramenta. Quella vetrina, per esempio. Ci sono i sogni di ogni donna (con gli ormoni a posto) che ha voglia di sentirsi femmina, ogni tanto.

Mesi fa, durante un periodo un po’ difficile, è successo, tra le altre cose, che aprendo il mio cassetto della biancheria mi è venuto da pensare che sembrava quello di una clarissa, e ho deciso che era giunto il momento di fermarmi davanti a quella vetrina. (Ovviamente, c’è sempre un motivo preciso per cui una donna decide di fermarsi davanti a una vetrina di lingerie – o anche di scarpe, il tema è lo stesso. Il mio, ovviamente, non lo racconterò qui).

Ci sono passata davanti e mi sono incantata a guardare una guepière. Sono arrossita e me la sono squagliata. La seconda volta ho pensato che magari socializzando la cosa potevo farcela, e ho mostrato la guepière a Emanuela, che, non essendo scema come me, ha espresso tutti i suoi pensieri al riguardo e mi ha costretto ad indugiare davanti alla vetrina. Il ghiaccio era rotto.

La terza volta nel negozio ci sono entrata. La proprietaria, Annamaria, stava servendo una cliente, una signora di una certa età, e lo faceva in un modo che raramente ho visto in giro. Le stava raccontando una storia, la sua storia – quella della cliente. E quando si è resa conto della mia presenza si è interrotta. Quella storia, però, non doveva essere molto interessante, perché Annamaria mi ha guardato e ha affrettato i tempi, chiedendomi genericamente che cosa stessi cercando. Io ero piuttosto guardinga. Oltre al negozio strapieno di cose e ammobiliato in modo che definire particolare non descrive niente, mi aveva colpito e terrorizzato il camerino di prova, davanti al quale una tenda rosa molto leziosa rimaneva un po’ aperta da una parte. “E io dovrei spogliarmi lì dentro, praticamente sotto gli occhi della sciura? Fossi matta”. Ma il treno era partito, e non potevo certo fermarlo adesso.

Ho fatto una richiesta molto tranquilla (no, non la guepière) e la signora Annamaria ha iniziato a tirar fuori cose, chiedendomi giusto due o tre dettagli. Senza fretta, il piccolo banco si è riempito di meraviglie che andavano bel al di là di quello che avevo chiesto io. La cliente di una certa età nel frattempo aveva fatto la sua scelta ed era uscita dal camerino. Lasciandolo a me.

All’inizio cercavo di mettermi in modo da non farmi vedere da fuori, ma a un certo punto sento la voce di Annamaria che mi fa: “Allora, come va? Si giri, che la guardo io”. Ah, ecco a cosa serve la tenda aperta da una parte. Scema che sono. “Abbia un attimo di pazienza”, mi fa, e congeda la cliente che era dentro prima di me. Poi si affaccia nel camerino.

“L’ho capito, sa, che lei mi ha chiesto una cosa e ne voleva un’altra. Chi entra e cerca le cose che le ho dato da provare ha un motivo. E il suo deve essere…”. E mi ha raccontato una storia, la mia, quella che mi aveva portato lì dentro. Trascurando solo qualche dettaglio che proprio non poteva conoscere.

“Che non le venga in mente di indossare questo in un modo diverso da…” – ed ecco che Annamaria mi descrive il mondo del capetto che ho addosso in quel momento: la situazione, l’atmosfera, la musica, il prima, durante e dopo, il perché. E allora io nello specchio vedevo una storia, non un capetto. Questo per ognuno dei capetti.

La mia prima visita al negozio di Annamaria è durata un’ora e un quarto. Durante la quale ho provato molti capetti, ho fatto molte parole, ho imparato molte cose, ho capito che ciascuno degli oggetti di quel negozio è una storia, e che anche ogni donna in quel negozio è una storia: il ruolo della signora Annamaria è far incontrare le storie dei capi che vende con quelle delle donne che li indosseranno. Tutte queste donne, intanto che sono lì dentro, si sentono bellissime. Io mi sono sentita bellissima. E questo non ha prezzo. Il completino che mi sono portata a casa, invece, un prezzo ce l’aveva, e anche bello salato. Come un paio di sedute di analisi.

Ho raccontato questa storia ad alcune amiche, che si sono prenotate per una visita guidata dalla signora Annamaria. Stamattina ci sono tornata, nel negozio delle meraviglie, per comprare un costume (in saldo, eh). Giacché c’ero però ho incontrato una storia in forma di completino, e me la sono presa (stavolta però non ho speso come l’altra volta. C’è da dire che la storia di oggi era assai meno pesa di quella di qualche mese fa). E ho detto alla signora che avrei scritto un post su di lei e sul suo negozio, e anche che prima o poi le porterò le mie amiche. “Mi faccia sapere quando venite, e mi dica anche qualcosa di loro, che vi organizzo una cosa su misura. E mi dica l’ora, mi raccomando, così decido se farvi trovare dolce, salato o bollicine”.

Bene, adesso lo sapete. Le prenotazioni sono aperte.

Per info: il negozio si trova in via Crema 8, zona Porta Romana, a Milano. Lo riconoscete dalla vetrina.

(Mi corre l’obbligo di specificare che non sono pagata dalla signora Annamaria, anzi, le faccio delle belle strisciate. Ma è così bello stare lì che non posso tenermelo per me).

lunedì, luglio 25, 2011

Mi faccia il pieno. Di bellezza, grazie

Alla fine in vacanza non ci volevo più andare. Tutto il tira e molla andiamo-non andiamo, il dove-chissà, i ti-faccio-sapere, ecco, mi avevano messo male. Me ne sarei stata volentieri in ufficio a lavorare. Ma il week end a Potenza per portare il pupo dai nonni non si poteva saltare in ogni caso. E allora lunedì vado al parco a fare colazione con Catepol, intenzionata a fermarmi a lavorare lì, e passa Paola. Paola non è un’amica qualunque. Siamo state insieme al liceo, e poi all’Università, dividendo sempre la stanza. Una convivenza paragonabile a quella con mio marito, dunque, con il quale ci accingevamo a festeggiare 10 anni di matrimonio (da cui la vacanza). E insomma io Paola la dovevo vedere, quella mattina, ma più tardi. non sapevo che anche lei fa parte della schiera di potentini che al mattino vanno a correre-camminare-allenarsi al parco.

Exit Catepol, entra Paola. Le racconto della vacanza che manderei volentieri al diavolo, poi passiamo a parlare di noi, come se fossimo al tavolo di cucina di una qualunque delle nostre case bolognesi. E a un certo punto ci raggiunge marito.

Non ho lavorato niente. Sono stata al parco dalle 8 all’una e mezza. E all’una e mezza Paola ha fatto l’ultima telefonata, prenotandoci un albergo a Maratea.

Sia Paola che Maratea fanno parte di un’altra vita, per me. Di quando l’estate prendevamo la mia Panda azzurro puffo e andavamo ad organizzare il Marajazz, glorioso e fugace festival del jazz. Per dire, nella Panda hanno posato le artistiche chiappe tipi come Roberto Gatto, Maurizio Giammarco, Rita Marcotulli, Palle Danielsson, gente così. Che venivano prelevati all’aeroporto di Napoli e trasportati fino alla costa perché si esprimessero sul piccolo palco di Parco Tarantini. E poi si andava a cena da Cesare a Cersuta, e poi al porto, in un bar che ha cambiato gestione, a tirare mattina. E poi si ricominciava, ogni giorno una spiaggia diversa, e l’aeroporto, e così via: la Panda era in servizio 24 ore su 24.

Quando Maratea è entrata nella mia vita “da sposata” è stato invece molto diverso. Gabriele aveva 10 mesi e fingeva di non saper camminare da solo per farsi portare per mano da tutta la famiglia. C’erano i nonni e la zia e non c’erano i musicisti. C’era una bellissima terrazza con una vista da paradiso in terra e le cicale e i profumi nell’aria, e c’era una spiaggia, quella di Fiumicello, bella ma sempre la stessa. Marito era diventato insofferente dopo poco. L’idea di prendere la macchina anche per andare a comprare le sigarette, del paese in cima al bricco, di spiagge alternative dove la distanza “in linea d’aria” era sempre in verticale; tutto questo lo faceva andare fuori di testa.

Per questo quando Paola se n’è uscita, lunedì scorso, con un candido: “Andate a Maratea! Vi mando da un mio cliente” (Paola fa la mercantessa d’arte. Io li amici che fanno, chessò, gli impiegati, proprio non mi sono mai capitati), io devo aver assunto un’espressione ambivalente. Da una parte mi sentivo luccicare gli occhi, dall’altra mi sentivo in colpa per il solo aver pensato di infliggere a marito quello che già sapevo essere un supplizio. Ma a Paola non si dice di no facilmente. E la mattina dopo eravamo in viaggio verso Maratea.

Ho instagrammato un sacco, quindi quanto è bella non lo racconto neanche. Ma non potevo instagrammare me.

La bellezza, secondo me, è un fatto etico prima che estetico. Modifica e migliora il nostro modo di stare al mondo, perché migliora il mondo. La bellezza ci nutre, non ha bisogno di spiegazioni, ignora il senso della parola praticità.

Ho provato a spiegarlo a marito, un giorno in cui avevo provato a portarlo in una spiaggia (la Darsena) dove però il mare grosso aveva lasciato solo scogli e sparute passerelle, e per un attimo ho temuto che lui mi avrebbe volentieri buttato di sotto. Ho provato a spiegargli che dopo 7 anni avevo bisogno di quel paesaggio, di quel modo così selvatico di darsi di quella costa, di quel silenzio, di quei profumi, di quei colori, di quella luce, di quegli scogli, di quelle grotte: di tutto quanto, insomma. Per i prossimi 7 anni, diciamo. Ci ho provato e non so se ci sono riuscita. Suppongo di no, visto che mi ha mandato a quel paese, in modalità anniversario, certo, ma mi ci ha mandato.

Sono stata egoista, lo so. L’ho voluto per me, non per noi. Ma adesso ho un pieno di bellezza addosso, e questa bellezza mi renderà migliore. Anche per lui.

Alcune info pratiche
Maratea si estende lungo i 30 km di costa lucana sul Tirreno, nel golfo di Policastro. Il paese si trova in alto, a circa 500 m. sul livello del mare. Le spiagge vere e proprie sono poche, mentre abbondano le calette, raggiungibili in macchina ma che richiedono delle belle scarpinate, spesso in verticale, appunto. Quindi se avete lo spirito delle capre di montagna va benissimo, e meglio andare al mare con le scarpe da tennis piuttosto che in ciabatte.

Io ho soggiornato all’Hotel Martino, a Marina. Il paesaggio che si gode da lì è veramente straordinario, si vede anche il Cristo Redentore che domina il golfo, con tutti i suoi tornanti sospesi nel vuoto, e sotto il golfo tutto intero. È pieno di piante e l’unico rumore che si sente è quello delle cicale. Un paradiso. Il servizio è discreto, ma non c’è una grande cura per i dettagli. Evitate accuratamente la colazione e non vi rovinerete la giornata.

La sera a Maratea non c’è niente. Nel senso di niente. Si può fare una passeggiata in paese o bere qualcosa al porto, ma non vi aspettate nessuna movida. Però si mangia piuttosto bene, e si beve meglio: i ristoranti del posto hanno scoperto alcune etichette della regione molto valide, che possono stupirvi. Per i bambini va bene solo se sono proprio piccoli, e in questo caso meglio scegliere posti come Acquafredda o Fiumicello, che hanno spiagge più ampie e attrezzate e soprattutto una discesa a mare accessibile direttamente dal parcheggio. Quando diventano più grandi meglio cambiare costa per qualche anno, perché servizi per loro non ce ne sono.

Infine, mi corre l’obbligo di ringraziare di cuore Arianna di Officina 27, la mia trainer, Margherita, la mia partner, e naturalmente il signor Pilates: a tutte queste persone va la mia infinita gratitudine per avermi fatto affrontare la prova bikini 2011 con grande disinvoltura :)

giovedì, luglio 21, 2011

#donnexdonne L’azienda e il nido



Sono stata fortunata, con le donne che ho incontrato nel corso della mia vita. Dalla scuola all’università e poi al lavoro, le donne che hanno costellato la mia vita sono sempre state donne forti, pragmatiche, brave, e capaci di fare squadra. Tranne poche eccezioni, ahimè in alcuni casi poste in posizione chiave. Per esempio il nido.

L’azienda per la quale lavoravo aveva tra i suoi dipendenti una baby sitter, la mitica Maria, 40 anni e tre figli in Perù più una con lei, tondetta e sorridente. Maria stava a guardia di una stanzetta destinata in origine ai figli dei soci, che, riprodottisi in contemporanea, avevano valutato che fosse opportuno che la tata la pagasse l’azienda invece che loro. Fatto sta che ogni tanto anche altri bambini transitavano per la stanzetta, che chiamavamo “la nursery”. Il fatto era, però, che questo posto non era in regola proprio per niente, e se un bimbo si fosse rotto la testa, per dire, l’amministratore delegato sarebbe finito in galera.

Questa la situazione quando sono andata in maternità. Quattro mesi più tardi ho realizzato che dovevo accelerare i tempi del rientro o io e il piccolo avremmo fatto un volo dal quinto piano, tanto non ci stavo più dentro. E mi è tornata in mente la nursery. E mi sono tornate in mente Simonetta e Roberta, rientrate da poco al lavoro e come tutte con grandi problemi di logistica filiale (i nidi normali accettavano bambini a partire dall’ottavo mese di età, troppo per me/ per noi). Ho deciso che s’aveva da fare, e che l’avrei fatto io, il mitico nido aziendale.

Ed ecco la donna nella posizione chiave: la responsabile delle risorse umane. La quale al primo incontro mi significò che non ce n’era mezza, spendere dei soldi e poi assumersi tutte quelle responsabilità come azienda, per le mamme, poi, che erano già tra color che son sospesi: ma quando mai. Le proposi un’alternativa: avrei creato un’associazione tra i dipendenti (eravamo in tanti, i numeri c’erano, e anche i bambini) che si sarebbe preso il nido in gestione, l’azienda sarebbe stata fuori dai giochi, ci bastava che ci lasciassero il locale fisico e Maria. Dopo un’estenuante trattativa mi dette l’ok.

Ci organizzammo così: Roberta faceva le tessere e il sito del nido, Simonetta andava a battere cassa tra i dirigenti, io mi smazzavo tutto il lavoro fuori. Tutte facevamo conoscere in giro l’idea e reclutavamo soci per l’associazione dei dipendenti. Diventai amica di un commercialista simpaticissimo, di vari impiegati dell’ASL e del Comune, di una buona metà dei proprietari di nidi privati di Milano. In due mesi feci milioni di telefonate e di visite in svariati uffici, riunioni su riunioni con colleghi all’inizio dubbiosi e poi sempre più convinti, ancora qualche incontro di cortesia con la responsabile del personale per allinearla sui progressi e per convincerla a firmare l’accordo (essenziale per non ritrovarci senza una sede da un giorno all’altro).

“La casa dei monelli” nacque un giorno piovoso di gennaio. La prima assemblea dei soci dell’associazione dei genitori fu un successo. Avevamo tutti voglia di prenderci questa responsabilità, ma soprattutto avevamo tutti voglia di un posto sicuro in cui tenere i nostri bambini, i figli dell’Internet.

I primi tempi furono deliranti. Trovati i fornitori (serviva almeno un’altra persona fissa per poter tenere fino a 8 bambini, e le richieste avevano cominciato a fioccare), si doveva organizzare la mensa, definire ruoli e responsabilità, occuparsi dell’amministrazione (un’altra donna fantastica, Paola, responsabile dell’amministrazione dell’azienda, si prese in carico questo compito così spinoso), dirimere le frequentissime liti tra Maria e le tate esterne. La mia vita professionale prese una china particolare: nonostante fossi stata demansionata perché colpevole di maternità, decisi di non rinunciare alle due ore di allattamento che mi spettavano fino all’anno di età del bambino, e quelle due ore le passavo a tenere in vita il nido, che ancora non poteva andare sulle sue gambe.

Ottenemmo condizioni per l’epoca straordinarie per un nido: i bambini sarebbero stati accettati fin dalla fine della maternità obbligatoria (dal terzo mese di vita), si seguiva l’orario e il calendario aziendale (significa che anche il giorno di Natale, se l’azienda fosse stata aperta, il nido sarebbe stato operativo), e se un bimbo era malato il nostro fornitore ci mandava una babysitter a casa a prezzi ridicoli.

Spesso non riuscivamo ad andare a prendere i bimbi alle 18 in punto, e allora Maria ce li portava, passegginomuniti, alla scrivania. Oppure Maria arrivava tardi, e allora una delle mamme si fermava a tenere i bambini fino al suo arrivo. Ogni tre mesi circa la responsabile delle risorse umane mi convocava per comunicarmi che stavano pensando di chiudere il nido, e di trovare soluzioni alternative. E ripartiva il circo: ricerca di fornitori, ricerca di sedi alternative, preventivi, regolamenti. Poi tutto rientrava, miracolosamente. Cioè, un po’ per miracolo e un po’ perché nel frattempo nel nido erano entrati anche pargoli d’oro, per dir così. E insomma La Casa dei Monelli è durata circa sei anni. Poi l’azienda ha cambiato sede e ciao.

Considero tuttora il nido aziendale uno dei miei progetti meglio riusciti. Per sei anni ho avuto colleghi meno assillati all’idea di dove tenere i bambini, più sereni anche quando i pupi si ammalavano. E oggi non potrei neanche concepire un’azienda senza un servizio del genere, alla faccia della responsabile delle risorse umane. Per me è una buona prassi, buona assai. Per voi?

Qui tutti i link ai post pubblicati.

Un grazie speciale a Monica, che anche lei, quando si sbatte si sbatte.