Che la musica abbia poteri terapeutici è fuori di dubbio. Che si sappia come usarli, è un altro discorso. La musicoterapia è una disciplina complessa e affascinante, che richiede una preparazione di base in tanti campi, a cavallo tra l’arte e la medicina. Normalmente la musicoterapia si applica a tutta una serie di patologie, che vanno dal disagio mentale all’handicap grave, e viene usata principalmente con i bambini e con gli anziani.
Tuttavia, ho sempre pensato che un approccio più light, alle persone sane, fosse non solo possibile ma anche auspicabile. A volte basta poco per influire sulla qualità della vita, e il recupero di uno stato d’animo sereno e aperto all’esterno è spesso il punto di partenza irrinunciabile.
Perciò nei giorni scorsi, in cui per vari motivi mi sentivo sotto un treno, ho provato ad applicarla su di me, per una volta (la solita vecchia storia del ciabattino eccetera), e ha funzionato. Ho usato la tecnica dell’ascolto attivo, la più semplice.
Vi racconto come è andata, chissà che non vi torni utile.
1. Parti da dove ti trovi
Che la musica influenzi gli stati d’animo è innegabile. Tuttavia, teniamo presente sempre che nel momento in cui ci poniamo all’ascolto di un brano, questo avrà degli effetti su di noi solo se da parte nostra siamo già predisposti ad accoglierne le valenze positive o negative. Quindi servirà a poco ascoltare la banda se siamo, appunto, sotto un treno. Potrebbe anche farci piangere.
Dobbiamo perciò iniziare da noi, da dove ci troviamo, anzi, da dove ci sentiamo il cuore.
Fate questo esperimento. Inspirate profondamente e poi espirate. Buttate fuori tutta l’aria che avete nei polmoni, e quando vi sembra che l’abbiate finita continuate a spingere verso l’ombelico, finché non sentirete che la pancia, lo stomaco, le costole, sono rivolte verso l’interno. A questo punto sentite dove avete il cuore. Sì, il cuore. Lui, il muscolo, se ne starà sempre lì, naturalmente, ma il battito non è sempre allo stesso posto, perché risuona in punti diversi del petto. Può essere più in basso o più in alto, ma anche più avanti, verso lo sterno, o più dietro, verso le scapole. Più è dietro (qualunque operatore shatzu vi dirà che un dolore nelle spalle è un dolore del cuore, anche se non siete nel mezzo di un infarto) e in basso (mica per niente si dice “sentirsi giù”), più c’è da lavorare. Più il treno vi impedisce di respirare.
Solo quando avrete capito dove vi trovate, in senso ferroviario, iniziate la vostra ricerca musicale. Cercate due o tre brani musicali che siano in sintonia con la sensazione di “stomaco e spalle”, e ascoltateli. Per quanto possibile cercate di perdervi in essi. Crogiolatevi nel vostro star male. Ma solo per due, al massimo tre brani.
Poi cominciamo la risalita.
2. La scelta dei brani e le modalità di ascolto
Una cosa fondamentale è la scelta dei brani. Devono essere semplici, elementari. Più lineare è il ritmo, facilmente riproducibile la melodia, più funzionano. La mia insegnante di danzaterapia ha sempre detto che la musica latino-americana in certe occasioni funziona meglio di Mozart, ed è verissimo.
Andate sull’easy listening, considerate che vi state prendendo cura di voi ad un livello molto elementare. Le elucubrazioni intellettuali sulla musica devono rimanere fuori, fintanto che ascoltiamo musica per rimetterci in pista. Osate il jazz e la musica classica solo se costituiscono l’unico vostro orizzonte di riferimento: se vi richiedono di pensare intanto che ascoltate, mollate il colpo. Stesso discorso per l’opera. Alcune arie sono molto orecchiabili, e facilmente cantabili, quindi ok. Fuori da questo paradigma, però, meglio di no. Evitate anche il metal, il rock duro, il punk e la world music: per trovare il vostro centro dovete essere il più vicini possibile alle vostre radici, e a meno che non siate i figli dei Cure o i cugini di Enya la distanza è troppo grande.
Il principio generale, in ogni caso, è che tutto quello che ascoltate per stare bene sia in armonia con il vostro cuore.
L’ideale è ascoltare in cuffia: vi isola e vi immerge completamente in quello che state ascoltando. Altrimenti anche lo stereo di casa va benissimo, ma fate in modo lo stesso di essere da soli. In vantaggio in questo caso è quello di poter cantare e ballare (che con le cuffie non si può fare), cose che potenziano enormemente l’effetto benefico della musica.
Assicuratevi in ogni caso di avere una buona riproduzione: non c’è bisogno di uno stereo esoterico, ma una cuffietta gracchiante dopo un po’ rischia di farvi saltare i nervi.
3. Discese ardite e risalite
Vi siete crogiolati abbastanza? Avete trovato il brano che descrive esattamente il modo in cui vi sentite? Bene, adesso possiamo iniziare la risalita.
L’idea è quella di creare una playlist progressiva, diciamo così. 5 o 6 brani, che vi accompagnino lentamente dalle stalle alle stelle. Aiutatevi in questo percorso scegliendo il vostro punto di arrivo: il brano che più di tutti ha il potere di motivarvi e farvi tornare il sorriso. Poi, da lì, tornate indietro, fissando dei punti di passaggio. I primi due o tre brani di questa playlist saranno più riflessivi: magari rispecchiano esattamente la situazione nella quale vi sentite, per esempio (dove rispecchiare può significare proprio descrivere in senso letterale, parlare di una situazione che è uguale alla vostra). Supponiamo che stiate per suicidarvi. Ascoltate, per esempio – dopo le robe più depressive che avete per le mani – Meraviglioso nella versione dei Negramaro (se Giuliano non vi sta sulle scatole), e le probabilità che vi passi la voglia e lasciate cadere la lametta sono decisamente alte.
Fate un controllino di tanto in tanto: inspirare, espirare, sentire il cuore. A metà della playlist della risalita dovrebbe essere tornato al suo posto. Se non è così, spingete un po’ l’acceleratore e passate al brano successivo – sempre senza esagerare.
4. La fase di gloria
L’obiettivo è quello di arrivare alla fine dell’ascolto dell’ultimo brano con il cuore che vi rimbalza nelle tonsille. Non ci si arriva sempre, ma ce la si può fare. Quando arrivate a questo punto ve ne accorgete subito, perché il cuore nelle tonsille lo si sente anche senza mettersi in ascolto.
Per qualche giorno siate ossessivi nell’ascolto dei brani della gloria. Esagerate con il volume, cantateci insieme, ballate, se siete nelle condizioni di farlo.
Scolpitevi in testa il modo in cui vi sentite a questo punto, che è transitorio, e ogni tanto impegnatevi per arrivarci.
5. Il mantenimento
Questi ascolti terapeutici dovrebbero avere una durata di circa 20 minuti ognuno, ma possono essere fatti anche più volte durante un giorno. Non andate troppo oltre questo tempo, però, perché ascoltare con il cuore è impegnativo, e se perdete la concentrazione poi non serve più.
Una volta arrivati alla fine del percorso, ricordatevi che questo stato dovete mantenerlo il più a lungo possibile, per evitare che sia un fuoco di paglia. Perciò riprendete la vostra playlist della risalita e continuate a farvene delle dosi di tanto in tanto. Se nel frattempo il cuore si è abbassato di nuovo riprendete dai primi brani, e magari inseritene di nuovi. Devono essere nuovi per la playlist, non per voi. Fate la stessa cosa quando il cuore è su su, sotto lo sterno, bello alto e avanti: allargate la scelta ad altri brani.
Capirete da soli quando siete stabilmente fuori dal tunnel.
6. Gli aiuti esterni
Come in tutte le cose, se abbiamo una spintarella dall’esterno certe cose riescono meglio. Vale tutto, naturalmente: à la guerre comme à la guerre. Perciò:
- Circondatevi di persone serene. Io sono stata molto fortunata, questa volta, perché ho trovato sulla mia strada un amico felice, addirittura, e la felicità entro certi limiti è contagiosa. Questo non mi ha evitato la playlist, ma se non mi fossi imbattuta in lui non avrei neanche deciso di mettermi sotto a lavorarci, e avrei continuato il mio soggiorno nel tunnel. Attenzione, però: perché le persone facciano effetto, bisogna che siano importanti per voi, se no non si arriva da nessuna parte. Il panettiere che fischietta non vale, insomma.
- Se potete, rimandate le cose che vi deprimono ancora di più. Anche un lavoro noioso può esserlo: se non è urgente, mettetelo in coda. La vostra priorità deve essere stare bene, tutto il resto non potete neanche farlo, se non ci state dentro.
- Sempre per lo stesso principio, mollate i libri pesanti e i film che fanno pensare. Non è il caso di guardare Amici, ma ci sono delle vie di mezzo più che accettabili. Se potete, fate con i film la stessa cosa che avete fatto con i brani musicali. Eliminate i film d’azione, i drammatici, quelli troppo impegnativi. Ricordatevi le sensazioni che vi hanno dato i film che, all’uscita dal cinema, vi hanno fatto sentire bene, e cercatele. I film musicali sono perfetti, ovviamente. Lezioni di Tango è un film di Sally Potter del ’97, e per me è stato un toccasana nella fase di risalita. Per la gloria, invece, niente è come Mamma mia, per me. Ma questo è buon senso.
- Nutella e co. sono palliativi. Ok per una sera, ma poi basta. Non aiutano la risalita, servono per il crogiolamento.
È tutto. Se ci provate fatemi sapere com’è andata.
lunedì, febbraio 28, 2011
Uscire dal tunnel con la musica
Etichette:
musica
martedì, febbraio 22, 2011
Varie imperfezioni
Un mio amico architetto metteva in ogni suo progetto un piccolo errore. Non una cosa strutturale, e anzi spesso un errore facilmente individuabile. Quando gli chiesi come mai, lui mi rispose: “La perfezione appartiene solo all’Altissimo”.
Ho pensato spesso a questa affermazione. Ritengo che fosse da attribuire ad un conclamato delirio di onnipotenza, anche. Perciò più che sommamente saggio considero il mio amico sommamente presuntuoso.
Però se si prende la frase da sola, fuori dal suo contesto (che doveva essere più o meno “faccio un errore perché così sfuggo alla hybris della perfezione”), un suo senso e una sua profonda verità ce l’ha.
E infatti se usciamo al di fuori delle cose inanimate, la perfezione è una chimera, e chi la insegue è destinato alla frustrazione perenne. Si sa.
Il problema principale è che l’ossessione per la perfezione ci porta a scambiare la parte con il tutto. Non sono perfetta se non ho i capelli a posto, e allora sono un cesso (l’esempio è calzante, ho accettato i miei ricci molto molto avanti con l’età). O anche: “Che cosa ti ci vuole per pensare di sciare bene? Di essere nella nazionale olimpica?”, mi dice marito, per esemplificare il fenomeno.
E poi le persone che si sentono perfette, o che aspirano all’imperfezione, hanno un grosso limite: si offendono facilmente, e offendono gli altri con disinvoltura, magari senza accorgersene. E offendi oggi, offenditi domani, prima o poi rimani solo. In una perfetta solitudine.
Per questo ho lottato per anni contro il mio mito della perfezione. È stato lungo e doloroso, e anche costoso, per dirla tutta, prima in lire e poi in euro. Ma la cosa positiva è che oggi posso dire: “non ce la faccio”. Non proprio con disinvoltura, ma sicuramente posso considerare l’ipotesi di dirlo con maggiore facilità di una volta.
Tra le varie imperfezioni di cui mi bullo (oltre a quella di non avere mai i capelli a posto e di non essere un’abile sciatrice), ce n’è una che mi pesa moltissimo, ed è questa: non me la sento di fare una presentazione di venti minuti in inglese. Neanche di un quarto d’ora. Anzi, se non ho bevuto un po’, non faccio neanche una chiacchiera da bar in inglese. (Se ho bevuto, ovviamente, non c’è problema. Tipo una volta in discoteca ho parlato un paio d’ore con un avvocato americano molto attraente, che si chiamava Bill. Chissà che cosa ci siamo detti.)
Non è stato sempre così. La mia prima esperienza lavorativa è stata a Parigi, in un’agenzia di pubblicità in cui facevo parte di un coordinamento internazionale. Tra le 26 agenzie con cui avevo a che fare quotidianamente ce n’erano due francofone, due italofone, e tutte le altre che comunicavano in inglese (l’inglese dei popoli più disparati, per giunta). Non ricordo di aver mai avuto problemi con nessuna di loro.
Poi però non mi è più capitato di dover comunicare in inglese per un sacco di tempo, e puff, la favella si è spenta e anche se ho continuato a capire e a leggere l’inglese, poco a poco ho smesso di parlarlo. Del resto trovavo piuttosto bizzarro rivolgere la parola ai miei colleghi pugliesi, napoletani, torinesi e milanesi in inglese.
Ma, anche se era passato l’inglese, non era passata la fissa per la perfezione. Una volta, alla fine di un progetto di ricerca molto complesso ed esteso, mi è stato comunicato che la presentazione, che avrebbe avuto luogo il giorno dopo, sarebbe dovuta essere in inglese, perché erano presenti ricercatori di tutta Europa che avevano lavorato sugli stessi temi. Passai la notte a tradurre e poi imparare a memoria la mia presentazione di semiotica. Una quarantina di pagine in word. Il giorno dopo arrivai alla presentazione, e quando toccò a me me la cavai brillantemente, rispondendo anche alle domande. Quando fu il turno della collega che aveva lavorato con me, invece, lei esordì dicendo: “Mi scuso molto, ma io non parlo inglese. Perciò la mia collega tradurrà la mia presentazione”. Nessuno batté ciglio, trovando la cosa del tutto lecita. E io mi sentii una stupida.
Perciò qualche settimana fa non ci sono ricascata. Stesso copione dell’altra volta, due giorni prima mi annunciano che la presentazione sarà in inglese. Panico. E no, ho deciso di non fare come l’altra volta. Ho chiesto a Flavia di parlare per me.
Non mi è passata addosso come acqua fresca, sia chiaro. Ho dovuto fare un bel training autogeno per convincermi che non parlare inglese non fa di me una professionista meno affidabile. Che l’inglese è un’abilità che va esercitata, e che se vado due settimane a Londra dopo lo parlo eccome. Che tra me che leggo enormi tomi e guardo pesantissimi film in inglese e uno che affronta oggi la “lesson one”, io sono praticamente una madrelingua.
Ma alla fine è passata. E non mi sento una merda per questo (scusate, ho detto questo). Tanto che ho fatto outing, ecco.
Che poi. Parlare inglese mi renderebbe perfetta? Neanche per sogno. Mi rimarrebbero comunque i ricci e una certa goffaggine nello sci.
P.S. dell'imperfezione hanno scritto in mille, ma quelli che a me piacciono di più sono due grandissimi contemporanei, Algirdas Julien Greimas e Rita Levi Montalcini. Fateci un giro.
Ho pensato spesso a questa affermazione. Ritengo che fosse da attribuire ad un conclamato delirio di onnipotenza, anche. Perciò più che sommamente saggio considero il mio amico sommamente presuntuoso.
Però se si prende la frase da sola, fuori dal suo contesto (che doveva essere più o meno “faccio un errore perché così sfuggo alla hybris della perfezione”), un suo senso e una sua profonda verità ce l’ha.
E infatti se usciamo al di fuori delle cose inanimate, la perfezione è una chimera, e chi la insegue è destinato alla frustrazione perenne. Si sa.
Il problema principale è che l’ossessione per la perfezione ci porta a scambiare la parte con il tutto. Non sono perfetta se non ho i capelli a posto, e allora sono un cesso (l’esempio è calzante, ho accettato i miei ricci molto molto avanti con l’età). O anche: “Che cosa ti ci vuole per pensare di sciare bene? Di essere nella nazionale olimpica?”, mi dice marito, per esemplificare il fenomeno.
E poi le persone che si sentono perfette, o che aspirano all’imperfezione, hanno un grosso limite: si offendono facilmente, e offendono gli altri con disinvoltura, magari senza accorgersene. E offendi oggi, offenditi domani, prima o poi rimani solo. In una perfetta solitudine.
Per questo ho lottato per anni contro il mio mito della perfezione. È stato lungo e doloroso, e anche costoso, per dirla tutta, prima in lire e poi in euro. Ma la cosa positiva è che oggi posso dire: “non ce la faccio”. Non proprio con disinvoltura, ma sicuramente posso considerare l’ipotesi di dirlo con maggiore facilità di una volta.
Tra le varie imperfezioni di cui mi bullo (oltre a quella di non avere mai i capelli a posto e di non essere un’abile sciatrice), ce n’è una che mi pesa moltissimo, ed è questa: non me la sento di fare una presentazione di venti minuti in inglese. Neanche di un quarto d’ora. Anzi, se non ho bevuto un po’, non faccio neanche una chiacchiera da bar in inglese. (Se ho bevuto, ovviamente, non c’è problema. Tipo una volta in discoteca ho parlato un paio d’ore con un avvocato americano molto attraente, che si chiamava Bill. Chissà che cosa ci siamo detti.)
Non è stato sempre così. La mia prima esperienza lavorativa è stata a Parigi, in un’agenzia di pubblicità in cui facevo parte di un coordinamento internazionale. Tra le 26 agenzie con cui avevo a che fare quotidianamente ce n’erano due francofone, due italofone, e tutte le altre che comunicavano in inglese (l’inglese dei popoli più disparati, per giunta). Non ricordo di aver mai avuto problemi con nessuna di loro.
Poi però non mi è più capitato di dover comunicare in inglese per un sacco di tempo, e puff, la favella si è spenta e anche se ho continuato a capire e a leggere l’inglese, poco a poco ho smesso di parlarlo. Del resto trovavo piuttosto bizzarro rivolgere la parola ai miei colleghi pugliesi, napoletani, torinesi e milanesi in inglese.
Ma, anche se era passato l’inglese, non era passata la fissa per la perfezione. Una volta, alla fine di un progetto di ricerca molto complesso ed esteso, mi è stato comunicato che la presentazione, che avrebbe avuto luogo il giorno dopo, sarebbe dovuta essere in inglese, perché erano presenti ricercatori di tutta Europa che avevano lavorato sugli stessi temi. Passai la notte a tradurre e poi imparare a memoria la mia presentazione di semiotica. Una quarantina di pagine in word. Il giorno dopo arrivai alla presentazione, e quando toccò a me me la cavai brillantemente, rispondendo anche alle domande. Quando fu il turno della collega che aveva lavorato con me, invece, lei esordì dicendo: “Mi scuso molto, ma io non parlo inglese. Perciò la mia collega tradurrà la mia presentazione”. Nessuno batté ciglio, trovando la cosa del tutto lecita. E io mi sentii una stupida.
Perciò qualche settimana fa non ci sono ricascata. Stesso copione dell’altra volta, due giorni prima mi annunciano che la presentazione sarà in inglese. Panico. E no, ho deciso di non fare come l’altra volta. Ho chiesto a Flavia di parlare per me.
Non mi è passata addosso come acqua fresca, sia chiaro. Ho dovuto fare un bel training autogeno per convincermi che non parlare inglese non fa di me una professionista meno affidabile. Che l’inglese è un’abilità che va esercitata, e che se vado due settimane a Londra dopo lo parlo eccome. Che tra me che leggo enormi tomi e guardo pesantissimi film in inglese e uno che affronta oggi la “lesson one”, io sono praticamente una madrelingua.
Ma alla fine è passata. E non mi sento una merda per questo (scusate, ho detto questo). Tanto che ho fatto outing, ecco.
Che poi. Parlare inglese mi renderebbe perfetta? Neanche per sogno. Mi rimarrebbero comunque i ricci e una certa goffaggine nello sci.
P.S. dell'imperfezione hanno scritto in mille, ma quelli che a me piacciono di più sono due grandissimi contemporanei, Algirdas Julien Greimas e Rita Levi Montalcini. Fateci un giro.
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giovedì, febbraio 17, 2011
Minimiti: le capacità oracolari della funzione shuffle dell'iPod
Non ho creato playlist nel mio iPod, nonostante l’agghiacciante accozzaglia di musica che lo popola.
Il mio iPod ha iniziato a popolarsi molto tempo fa, quando avevo accesso a certi server che ufficialmente neanche esistevano. E per essere inesistenti erano belli zeppi. La mia politica era: tiriamo su tutto, c’è sempre tempo per scremare. Chiaro che a un certo punto mi sono ritrovata così tanta roba da rendere scoraggiante qualunque tentativo in questo senso.
Poi è arrivato l’iPhone. E allora mi sono detta: ecco, adesso scremo. Cosa che ho fatto. Ma poi l’iPhone medesimo non si aggiornava dal mio pc, e ho chiesto aiuto ad un amico col Mac. E il suo Mac mi ha chiesto: ti carico anche la musica del tuo amico? Io ho risposto sì. Lui ha omesso di dirmi che la musica del mio amico era anche più incasinata della mia, e comprendeva anche quella della figlia preadolescente. Perciò sono al punto di prima.
Ciononostante non ho creato playlist, perché credo ciecamente nelle capacità oracolari della funzione shuffle dell'iPod.
La funzione shuffle dell’iPod ha 3 capacità oracolari:
1. L’orientamento
2. La predizione
3. L’interpretazione
Di seguito alcuni esempi tratti da un’esperienza raccapricciante durante un viaggio in treno.
1. L’orientamento
La capacità di orientamento è quella per cui l’iPod in modalità shuffle è capace di darti delle indicazioni precise sul tempo e lo spazio in cui ti trovi.
Sono in treno, di rientro da una giornata in trasferta sulla direttrice adriatica. Nevica, e le meravigliose Ferrovie dello Stato si muovono con una media di 80 minuti di ritardo, se non prendi una Frecciarossa. La mia freccia è bianca, ahimè, perciò non si sfugge. Alle 23.42, ferma alla stazione di Parma, alle mie orecchie viene ammannita Round About Midnight di Ella Fitzgerald e Count Basie. Che non è Round Midnight e basta, la quale si palesa giustamente alle 00.24, all’altezza di Piacenza o giù di lì. Una delle 5 versioni custodite nel ventre ipertrofico dell’iTunes, non ricordo quale. Poi sono così cotta che lui decide che è arrivato il momento di spararmi De Gregori nel canale sinistro – è sempre così soprattutto nelle canzoni vecchie, ed è l’unico, che gli altri invece sembrano arrivarti alle spalle. Recupero l’orientamento. Sono a Lodi. Tra mezz’ora a casa.
2. La predizione
La capacità di predizione si spiega da sé: l’iPod sa che cosa succederà nel prossimo futuro. Le possibilità di sbagliare sono pochissime.
Sono a Lodi, quindi. Però nell’orecchio mi suona Stormwarning con la voce di Hilary James, e un po’ comincio ad allarmarmi. Sta ancora nevicando? Questi finestrini sono luridi, non si vede una ceppa. Snow, mi confermano i Red Hot Chili Peppers, magari presi un po’ più letteralmente del dovuto. Non può essere così drammatica, mi ripeto, è solo suggestione. Ma quando sono quasi a Rogoredo attacca As Cool As It Comes di Enrico Pieranunzi e ok, mi metto il cuore in pace: per il momento niente agognato calduccio di casa. Non solo: mentre finalmente scendo dal treno arriva la mazzata: Milano is Burning (Debauched). Si è fatta l’una, e sono pur sempre a Milano, la metropoli tentacolare, la città dell’Expo, che cosa potrà mai capitare ancora?
3. L’interpretazione
L’ultima capacità oracolare della funzione shuffle dell’iPod è quella di interpretare le emozioni che stai provando nel preciso momento in cui le provi, dandoti anche delle chiavi di lettura degli eventi e a volte addirittura spunti sulle possibili soluzioni.
Esco dalla stazione che mi sento… come mi sento? L’iPod interpreta: uno Zombie, che cos’altro? Lo dicono anche i Cramberries. Prendo le scale invece dei tapis roulant per arrivare prima alla fermata dei taxi, ma arrivata in fondo mi rendo conto che le porte della stazione sono sprangate. Cerco a destra e sinistra, continuo a trovare porte chiuse. Ma come cazzo faccio a uscire da questa merda di stazione???!!! Torno su, prendo uno dei favolosi corridoi luminosi, una galleria e poi l’altra, dopo 5 minuti sono ancora lì che cerco un’uscita insieme a un manipolo di ex compagni di viaggio. Usciamo, andiamo alla fermata dei taxi. La coda è lunga un chilometro, fa il giro tre volte nell’enorme piazzale. Arriva una macchina ogni tre minuti. Di nuovo le cuffiette danno voce al mio stato di prostrazione. Lascia ch’io pianga, Handel, suggerisce Lui. Mica pizza e fichi. Passa mezz’ora. Sempre no taxi. Freddo boia. Nella fila siamo vicini vicini, alla faccia dello spazio vitale. Arriva il suggerimento, e me lo da il Boss in persona: Dancing in The Dark. Certo. Sono le due. E io e i miei vicini di coda balliamo per scongiurare l’assideramento incipiente. Alle due e un quarto finalmente è il mio turno. Entro in taxi. Giorgio Gaber parla al tassista per me: Porta Romana.
Perciò, perché mai dovrei creare delle playlist?
Il mio iPod ha iniziato a popolarsi molto tempo fa, quando avevo accesso a certi server che ufficialmente neanche esistevano. E per essere inesistenti erano belli zeppi. La mia politica era: tiriamo su tutto, c’è sempre tempo per scremare. Chiaro che a un certo punto mi sono ritrovata così tanta roba da rendere scoraggiante qualunque tentativo in questo senso.
Poi è arrivato l’iPhone. E allora mi sono detta: ecco, adesso scremo. Cosa che ho fatto. Ma poi l’iPhone medesimo non si aggiornava dal mio pc, e ho chiesto aiuto ad un amico col Mac. E il suo Mac mi ha chiesto: ti carico anche la musica del tuo amico? Io ho risposto sì. Lui ha omesso di dirmi che la musica del mio amico era anche più incasinata della mia, e comprendeva anche quella della figlia preadolescente. Perciò sono al punto di prima.
Ciononostante non ho creato playlist, perché credo ciecamente nelle capacità oracolari della funzione shuffle dell'iPod.
La funzione shuffle dell’iPod ha 3 capacità oracolari:
1. L’orientamento
2. La predizione
3. L’interpretazione
Di seguito alcuni esempi tratti da un’esperienza raccapricciante durante un viaggio in treno.
1. L’orientamento
La capacità di orientamento è quella per cui l’iPod in modalità shuffle è capace di darti delle indicazioni precise sul tempo e lo spazio in cui ti trovi.
Sono in treno, di rientro da una giornata in trasferta sulla direttrice adriatica. Nevica, e le meravigliose Ferrovie dello Stato si muovono con una media di 80 minuti di ritardo, se non prendi una Frecciarossa. La mia freccia è bianca, ahimè, perciò non si sfugge. Alle 23.42, ferma alla stazione di Parma, alle mie orecchie viene ammannita Round About Midnight di Ella Fitzgerald e Count Basie. Che non è Round Midnight e basta, la quale si palesa giustamente alle 00.24, all’altezza di Piacenza o giù di lì. Una delle 5 versioni custodite nel ventre ipertrofico dell’iTunes, non ricordo quale. Poi sono così cotta che lui decide che è arrivato il momento di spararmi De Gregori nel canale sinistro – è sempre così soprattutto nelle canzoni vecchie, ed è l’unico, che gli altri invece sembrano arrivarti alle spalle. Recupero l’orientamento. Sono a Lodi. Tra mezz’ora a casa.
2. La predizione
La capacità di predizione si spiega da sé: l’iPod sa che cosa succederà nel prossimo futuro. Le possibilità di sbagliare sono pochissime.
Sono a Lodi, quindi. Però nell’orecchio mi suona Stormwarning con la voce di Hilary James, e un po’ comincio ad allarmarmi. Sta ancora nevicando? Questi finestrini sono luridi, non si vede una ceppa. Snow, mi confermano i Red Hot Chili Peppers, magari presi un po’ più letteralmente del dovuto. Non può essere così drammatica, mi ripeto, è solo suggestione. Ma quando sono quasi a Rogoredo attacca As Cool As It Comes di Enrico Pieranunzi e ok, mi metto il cuore in pace: per il momento niente agognato calduccio di casa. Non solo: mentre finalmente scendo dal treno arriva la mazzata: Milano is Burning (Debauched). Si è fatta l’una, e sono pur sempre a Milano, la metropoli tentacolare, la città dell’Expo, che cosa potrà mai capitare ancora?
3. L’interpretazione
L’ultima capacità oracolare della funzione shuffle dell’iPod è quella di interpretare le emozioni che stai provando nel preciso momento in cui le provi, dandoti anche delle chiavi di lettura degli eventi e a volte addirittura spunti sulle possibili soluzioni.
Esco dalla stazione che mi sento… come mi sento? L’iPod interpreta: uno Zombie, che cos’altro? Lo dicono anche i Cramberries. Prendo le scale invece dei tapis roulant per arrivare prima alla fermata dei taxi, ma arrivata in fondo mi rendo conto che le porte della stazione sono sprangate. Cerco a destra e sinistra, continuo a trovare porte chiuse. Ma come cazzo faccio a uscire da questa merda di stazione???!!! Torno su, prendo uno dei favolosi corridoi luminosi, una galleria e poi l’altra, dopo 5 minuti sono ancora lì che cerco un’uscita insieme a un manipolo di ex compagni di viaggio. Usciamo, andiamo alla fermata dei taxi. La coda è lunga un chilometro, fa il giro tre volte nell’enorme piazzale. Arriva una macchina ogni tre minuti. Di nuovo le cuffiette danno voce al mio stato di prostrazione. Lascia ch’io pianga, Handel, suggerisce Lui. Mica pizza e fichi. Passa mezz’ora. Sempre no taxi. Freddo boia. Nella fila siamo vicini vicini, alla faccia dello spazio vitale. Arriva il suggerimento, e me lo da il Boss in persona: Dancing in The Dark. Certo. Sono le due. E io e i miei vicini di coda balliamo per scongiurare l’assideramento incipiente. Alle due e un quarto finalmente è il mio turno. Entro in taxi. Giorgio Gaber parla al tassista per me: Porta Romana.
Perciò, perché mai dovrei creare delle playlist?
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lunedì, febbraio 14, 2011
Se non ora quando, il giorno dopo
Ovviamente stamattina ho fatto la mia personale rassegna stampa. Ovviamente mi sono sentita una radical chic, come molte delle mie amiche. E mi sono trovata parzialmente d’accordo con Beppe Severgnini, quando dice che ci vorrebbe un modo nuovo di manifestare (e però, Severgnini, la piazza è la piazza, se una cosa non inizia lì non si può neanche dire che sia iniziata).
Ma il giorno dopo per me significa soprattutto il primo giorno di quello che succederà da qui in avanti. Siamo scese in piazza, è stato bello, importante, bagnato per chi era a Milano, e poi? Ora come daremo sostanza a tutto questo? Come fare che le voci, il milione di voci, si trasformino in fatti? Davvero le dimissioni di B sono la soluzione? E come la mettiamo con la signora G, che è un Ministro della Repubblica, si badi, e solo per fare un esempio. Perché anche con la mia vicina, come la mettiamo.
Vedo due cose importanti su cui riflettere subito, da ieri sera:
1) Battere il ferro finché è caldo. Continuare ad essere presenti, non necessariamente nelle piazze, ma nelle città sì. Con quello che abbiamo e che sappiamo fare, che è tanto, tantissimo. Continuare a comunicare lo sdegno (che brutta parola, ma non ne trovo un’altra), nei luoghi in cui si sente e con le modalità che ci sapremo inventare. Gli studenti hanno fatto lezione all’aperto, in altri tempi ci sono stati i girotondi, e insomma ci sono altri modi. Usiamoli. Li usiamo per i nostri clienti, sapremo ben farlo per noi.
2) Trasformare in azione le belle parole. Le poesie, i discorsi, le lettere: dovranno portare a qualcosa di concreto, qualcosa di visibile anche ai milioni di persone – di donne, ma non solo – che ieri in piazza non c’erano. E poi, tra uno, due, cinque anni, tornare in piazza per fare il punto. Come ha fatto Loredana Lipperini ad alcuni decenni di distanza dallo splendido Dalla parte delle bambine.
Infine, ho una richiesta d’aiuto. Ieri con me c’era mio figlio. Sotto la pioggia e schiacciato dalla folla, dal basso dei suoi 130 cm di settenne non vedeva che gambe e non sentiva niente. Ed era troppo pesante per me, per prenderlo sulle spalle, come sarebbe stato giusto. Ma è stato bravo, ha capito che era una cosa importante per me, e per un’oretta e mezza se n’è stato lì. Poi non ce l’ho fatta io, a vederlo inventarsi improbabili giochi da fermo con un pupazzetto che si era portato dietro, e siamo andati, fendendo la folla per mezz’ora prima di uscire dalla ressa.
Mi ha chiesto perché tutta questa gente, che cos’era questa manifestazione. Gli ho risposto che tutte le donne hanno deciso di protestare per difendere la loro dignità. E naturalmente gli ho spiegato che cos’è la dignità. O meglio, ho provato a spiegarglielo. E lui ha rilanciato: ma è colpa di Berlusconi anche questo? E io: beh, Berlusconi ha fatto diventare la situazione ancora più grave. E lui: per via del bunga bunga? Io non lo sopporto più, il bunga bunga, lo dicono tutti, e poi dicono che è una cosa brutta ma quando lo dicono ridono, anche Arianna quando lo diceva rideva (il riso amaro e l’ironia sono cose che non sempre i bambini possono distinguere, soprattutto se si parla di cose che non conoscono).
Per fortuna a questo punto siamo arrivati a casa. Perché non è la prima volta che me lo chiede, e di nuovo non so cosa rispondergli. Non è una cosa che si possa spiegare a un bambino di 7 anni.
Perciò la mia richiesta d’aiuto è questa: qualcuno di voi ha spiegato questa storia ai suoi figli? Oppure, anche: qualcuno di voi ha avuto una mamma femminista, e ha ricevuto qualche spiegazione a suo tempo?
Ecco, questa è la cosa che mi offende più di tutto. Non poter spiegare a mio figlio che cosa sta succedendo, e che cosa vorrei che succedesse, invece.
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venerdì, febbraio 11, 2011
Se non ora quando
Domenica sarò in piazza.
Perché sono genitore di un figlio, maschio, e un giorno sarò chiamata a rendere conto – alla società – dell’educazione che gli avrò impartito. E come farò a fargli capire il valore di una donna, se l’Italia che è fuori da casa mia gli propone questo?
Domenica sarò in piazza.
Perché quando è nato mio figlio sono stata punita, e non voglio che lo stesso succeda un giorno anche alla compagna di mio figlio.
Domenica sarò in piazza.
Perché quando stamattina ho chiesto alla signora del bar come mai non avesse mai le mie sigarette, lei mi ha risposto che le prenderebbe volentieri se potesse pagarle, ed ha aggiunto: “Io per andare ad Arcore sono un po’ passatella”.
Domenica sarò in piazza.
Perché la mia vita è piena di donne e nessuna di loro va al lavoro con un costume da infermiera nella borsa. Ed è piena anche di uomini, e nessuno di loro si circonda di finte infermiere per trascorrere le sue serate. E allora non capisco perché serva un costume da infermiera per arrivare in Parlamento.
Domenica sarò in piazza. Se non ora, quando?
Tutte le altre ragioni per le quali domenica sarò in piazza sono qui, qui, qui, qui, qui, qui, e insomma un po' dappertutto in questo blog.
Quelle per le quali mi piacerebbe incontrare anche voi, invece, sono qui.
Perché sono genitore di un figlio, maschio, e un giorno sarò chiamata a rendere conto – alla società – dell’educazione che gli avrò impartito. E come farò a fargli capire il valore di una donna, se l’Italia che è fuori da casa mia gli propone questo?
Domenica sarò in piazza.
Perché quando è nato mio figlio sono stata punita, e non voglio che lo stesso succeda un giorno anche alla compagna di mio figlio.
Domenica sarò in piazza.
Perché quando stamattina ho chiesto alla signora del bar come mai non avesse mai le mie sigarette, lei mi ha risposto che le prenderebbe volentieri se potesse pagarle, ed ha aggiunto: “Io per andare ad Arcore sono un po’ passatella”.
Domenica sarò in piazza.
Perché la mia vita è piena di donne e nessuna di loro va al lavoro con un costume da infermiera nella borsa. Ed è piena anche di uomini, e nessuno di loro si circonda di finte infermiere per trascorrere le sue serate. E allora non capisco perché serva un costume da infermiera per arrivare in Parlamento.
Domenica sarò in piazza. Se non ora, quando?
Tutte le altre ragioni per le quali domenica sarò in piazza sono qui, qui, qui, qui, qui, qui, e insomma un po' dappertutto in questo blog.
Quelle per le quali mi piacerebbe incontrare anche voi, invece, sono qui.
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martedì, febbraio 01, 2011
Ho visto la democrazia
Ho partecipato alla mia prima manifestazione alla tenera età di 11 anni. Frequentavo la scuola media del Conservatorio, e una proposta di legge (legge Pedini, si chiamava) metteva seriamente in pericolo i Conservatori. Non ricordo come, è passato un sacco di tempo. Mi ricordo però questo corteo in via Pretoria e noi di prima che portavamo uno striscione (scritto sul parquet di una delle aule di danza, appoggiando le bombolette sullo Stainway Concert Grand) con su scritto “Non state lì a guardare, venite a protestare”. Ovviamente non si aggiunse nessuno. A chi può mai fregare di un Conservatorio di provincia?
Fatto sta che quello fu il mio primo contatto con la politica “vissuta”. Più tardi, al liceo e all’università, ce ne furono molti altri, assai più intensi (nell’archivio di Repubblica deve esserci ancora una foto in prima pagina con me e le due mie amiche in primo piano, all’epoca della Pantera. Ma chi se la ricorda più, la Pantera).
Però quella manifestazione è stata fondamentale per costruire il valore che da allora in avanti ho attribuito alla politica: se fosse successo qualcosa al Conservatorio, sarebbe successa anche a me. Quindi non potevo “stare lì a guardare”.
Per questo motivo non tollero le persone che dicono che la politica non gli interessa, o che non ci capiscono niente. Non può non interessarti, non è vero che non ci capisci niente, tutti ci capiscono perché tutti fanno delle scelte. La politica incide sulla tua vita, sulla vita dei tuoi figli, quella di tutti i giorni, non solo al momento di pagare le tasse o che so io. Politica è ogni singola decisione che prendi, nel lavoro, nella salute, nella famiglia.
Poi, a metà degli anni 90, ho mollato il colpo. Lasciata Bologna, il buio. E il disagio, che però si scontrava con i fatti della vita: il lavoro, la famiglia, il pupo. Le solite scuse. Che durano finché non senti che il tuo silenzio è connivenza.
A Milano ci sono state le primarie della sinistra, qualche settimana fa. Ho seguito un po’ i candidati, giusto per capire, e per la prima volta ho avuto la sensazione che qualcosa stesse cambiando. Insomma, dicevano cose sensate. Sembravano perfino delle brave persone. I presupposti perfetti per perdere, insomma, ma hai visto mai.
Ha vinto Giuliano Pisapia. E ha fatto subito una cosa. Ha aperto un’officina, un’officina per Milano. 11 gruppi tematici in cui i cittadini discutono e fanno proposte. Queste proposte andranno poi a formare il programma di Pisapia sindaco di Milano.
L’Officina per Milano ha messo insieme 1200 persone. 1200 milanesi hanno trovato il tempo, la concentrazione e la voglia di dare il loro contributo a un’idea di città che si è persa da tempo (io non sono di quei nostalgici che dicono che Milano non è come la vediamo adesso, non sono neanche milanese se non di adozione, e a dirla tutta quando ci sono arrivata, a Milano, dopo Bologna e Parigi, mi era sembrata proprio una sfiga. Però è la mia città). 1200 milanesi non hanno pensato: la politica non mi interessa, non ci capisco niente. 1200 milanesi hanno raggiunto la mia manifestazione per il conservatorio.
Ieri sera i gruppi hanno discusso i progetti. Nel sottogruppo in cui mi trovavo io c’erano Diletta, Marco, Roberto, Caterina, Elena e Emanuela. Nessuno ha ricevuto telefonate, nessuno ha neanche guardato il telefonino, nessuno ha alzato la voce, nessuno ha messo in difficoltà chi parlava in quel momento. Nella sessione plenaria uguale: gli interventi si arricchiscono, non si stroncano; le persone si ascoltano, non si lasciano parlare.
Ieri sera raccontavo tutte queste cose a mio marito e mi sono resa conto che mi sono commossa: il mio conservatorio è salvo, fintanto che.
Ho visto la democrazia, e mi è piaciuta.
Fatto sta che quello fu il mio primo contatto con la politica “vissuta”. Più tardi, al liceo e all’università, ce ne furono molti altri, assai più intensi (nell’archivio di Repubblica deve esserci ancora una foto in prima pagina con me e le due mie amiche in primo piano, all’epoca della Pantera. Ma chi se la ricorda più, la Pantera).
Però quella manifestazione è stata fondamentale per costruire il valore che da allora in avanti ho attribuito alla politica: se fosse successo qualcosa al Conservatorio, sarebbe successa anche a me. Quindi non potevo “stare lì a guardare”.
Per questo motivo non tollero le persone che dicono che la politica non gli interessa, o che non ci capiscono niente. Non può non interessarti, non è vero che non ci capisci niente, tutti ci capiscono perché tutti fanno delle scelte. La politica incide sulla tua vita, sulla vita dei tuoi figli, quella di tutti i giorni, non solo al momento di pagare le tasse o che so io. Politica è ogni singola decisione che prendi, nel lavoro, nella salute, nella famiglia.
Poi, a metà degli anni 90, ho mollato il colpo. Lasciata Bologna, il buio. E il disagio, che però si scontrava con i fatti della vita: il lavoro, la famiglia, il pupo. Le solite scuse. Che durano finché non senti che il tuo silenzio è connivenza.
A Milano ci sono state le primarie della sinistra, qualche settimana fa. Ho seguito un po’ i candidati, giusto per capire, e per la prima volta ho avuto la sensazione che qualcosa stesse cambiando. Insomma, dicevano cose sensate. Sembravano perfino delle brave persone. I presupposti perfetti per perdere, insomma, ma hai visto mai.
Ha vinto Giuliano Pisapia. E ha fatto subito una cosa. Ha aperto un’officina, un’officina per Milano. 11 gruppi tematici in cui i cittadini discutono e fanno proposte. Queste proposte andranno poi a formare il programma di Pisapia sindaco di Milano.
L’Officina per Milano ha messo insieme 1200 persone. 1200 milanesi hanno trovato il tempo, la concentrazione e la voglia di dare il loro contributo a un’idea di città che si è persa da tempo (io non sono di quei nostalgici che dicono che Milano non è come la vediamo adesso, non sono neanche milanese se non di adozione, e a dirla tutta quando ci sono arrivata, a Milano, dopo Bologna e Parigi, mi era sembrata proprio una sfiga. Però è la mia città). 1200 milanesi non hanno pensato: la politica non mi interessa, non ci capisco niente. 1200 milanesi hanno raggiunto la mia manifestazione per il conservatorio.
Ieri sera i gruppi hanno discusso i progetti. Nel sottogruppo in cui mi trovavo io c’erano Diletta, Marco, Roberto, Caterina, Elena e Emanuela. Nessuno ha ricevuto telefonate, nessuno ha neanche guardato il telefonino, nessuno ha alzato la voce, nessuno ha messo in difficoltà chi parlava in quel momento. Nella sessione plenaria uguale: gli interventi si arricchiscono, non si stroncano; le persone si ascoltano, non si lasciano parlare.
Ieri sera raccontavo tutte queste cose a mio marito e mi sono resa conto che mi sono commossa: il mio conservatorio è salvo, fintanto che.
Ho visto la democrazia, e mi è piaciuta.
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