venerdì, giugno 11, 2010

Pari o Dispare, la rappresentazione della donna nei media

Pari o Dispare si definisce come

“Un Comitato di donne, ma anche di uomini, individui e associazioni, diversi per età, per impostazione culturale, per appartenenza politica, per settore occupazionale, per posizione nella professione, che considerano la diversità come una ricchezza. Un Comitato aperto a nuovi ingressi di persone o di gruppi, perché finalmente l’unione e le tante differenze all’interno di una larga rete facciano la forza.”

che si propone

“L’effettivo raggiungimento della parità fra uomini e donne italiani attraverso il lavoro, semplicemente facendo leva sulla meritocrazia. Nell’occupazione bisogna far emergere, riconoscere e valorizzare il merito, che è presumibilmente identicamente distribuito fra maschi e femmine, per ragioni sia di efficienza, sia di equità del nostro sistema-Paese.”

E allora che cosa c’entra la rappresentazione della donna nei media?

C’entra molto. E ce l’hanno dimostrato ieri nel convegno all’Università Statale di Milano i tanti relatori della giornata che hanno portato la loro esperienza in un’atmosfera torrida (nelle università pubbliche non è prevista l’aria condizionata).

Nota di viaggio: appena entrata ho incontrato un’amica, Caterina della Torre, nel doppio ruolo di membro del coordinamento lavori e Vice Coordinatrice Gruppo Donne Media Comunicazione Pari o Dispare. Poi, alla ricerca di un posto, ne ho trovato uno vicino a ItMom, e dietro di me Stefania Boleso, con la quale nello stesso momento ci stavamo scambiando delle email. Insomma, bella gente e grande sincronicità. (Ho scoperto alla fine dell’evento che la signora seduta alla mia destra era il direttore di Elle, e come sempre, troppo timida, non le ho fatto neanche le congratulazioni per il premio che le è stato assegnato. Che vergogna).

Emma Bonino, che ha aperto i lavori, è andata dritta al sodo nel suo intervento. La donna è rappresentata, nei media, attraverso tre stereotipi:
1)    La moglie e madre felice, nonché “casalinga in giubilo permanente”
2)    La velina, che è sempre seminuda e muta
3)    La donna in carriera, meno presente perché troppo antipatica.
Un po’ poco. E tutte le altre? Quelle vere, quelle normali? Allora sarebbe importante non tanto proibire (ad esempio vestendo le veline di abiti decenti), quanto dare spazio ad altri modelli, reali, perché la diversità è ricchezza.
La Bonino ci ha lasciato con una raccomandazione che è quasi un monito: i diritti, se uno se li dimentica e non li cura, semplicemente scompaiono.
(Ecco, qui mi veniva da piangere).

È impossibile riportare tutti gli interventi. Molto materiale sarà sul sito dell'associazione e sul blog dedicato a donne e media (o almeno così è stato promesso).

Però volevo riportare alcune cose che mi hanno colpito molto.

-    Nella rappresentazione che si fa della donna attraverso la pubblicità si trasmettono false promesse: gli stereotipi proposti non sono realistici, perché realizzano nella migliore delle ipotesi un modello degli anni 50, nella peggiore un’idea di perfezione del corpo di fatto irrealizzabile se non attraverso un uso massiccio di Photoshop (liberamente tratto dall’intervento di Gad Lerner)
-    Le donne sono brave, precise, fanno “i compiti a casa”. Però accettano di comparire in TV appese in una macelleria come prosciutti a stagionare. Perché? Che cosa ci vuole ancora per dire basta? (liberamente tratto dall’intervento di Lorella Zanardo)
-    Negli anni dal 90 a oggi, apparentemente non è cambiato molto nella rappresentazione della donna nella pubblicità. Ma guardando la ricerca fotografica “Chi è il maestro del lupo cattivo?” di Ico Gasparri, che ha fotografato cartelloni per 20 anni, salta fuori una considerazione: il maschio non è stato toccato, ma è cambiato l’atteggiamento delle donne. La pubblicità non spinge i maschi alla violenza, educa le femmine all’accondiscendenza. Ico Gasparri ha chiuso il suo intervento con una provocazione: prendiamo dalle riviste le pagine di pubblicità violente e discriminanti, ritagliamole e spediamole ai direttori delle riviste. (liberamente tratto dall’intervento di Ico Gasparri).
-    Bellissima poi la lezione della grande Ida Magli, che ha avanzato un’ipotesi degna di una ricerca: rispetto al ritorno del sessismo, la donna è oggi connivente. Che cosa è successo? Si è alterato il meccanismo della promozione naturale della donna nella società, e il raggiungimento del successo a tutti i costi richiede un uso monotematico del corpo. Ricordiamoci che le donne sono più brave dei maschi nel loro curriculum di formazione, ma appena si affacciano al mercato del lavoro sono discriminate attraverso stipendi più bassi. Insomma, un po’ come le mondine.

Ecco, ovviamente ognuna di queste cose e delle molte altre che sono state dette meriterebbero una riflessione, e questo post è già fin troppo lungo. Ma ho fiducia, ci ritornerò.

Quello che posso dire al momento è che il tema dei modelli culturali mi sta tanto a cuore che lo considero uno dei punti fondamentali della mia attività professionale. E che sono convinta che l’educazione di genere sia cruciale per far sì che i nostri figli vedano un’Italia migliore.

Perciò pensavo: e se andassimo nelle scuole ad insegnare ai bambini a guardare la TV? E se cominciassimo a fare le pulci ai testi scolastici su cui si formano i nostri bambini? E se, come consiglia Ico Gasparri, rispedissimo agli editori le pagine di genere di questi libri? Non sarebbe un buon inizio?

martedì, giugno 08, 2010

Qualcosa è cambiato. Al MomCamp

E anche questo MomCamp è andato. E anche stavolta ci sono stati i bambini, qualcuno in braccio a chi parlava, qualcuno aggrappato alle travi del bellissimo spazio di The Hub.

Però. Però è stato diverso. Cioè, stessa atmosfera di festa con carrambate sparse, e tanti interventi, ma.

L’anno scorso l’obiettivo era quello di incontrarsi e conoscersi. Quest’anno c’era un tema, “il tempo delle mamme”. E le mamme sono state nel tema oltre ogni aspettativa.

Puntuali, sono arrivati i temi che in questi 12 mesi se ne sono stati lì, sparsi per i blog e i gruppi di discussione, in attesa di essere abbastanza maturi per cadere dall’albero senza farsi male. I papà, per esempio. Il lavoro, spasso negato. La chiamata, anche. Una specie di chiamata all’azione che mai si era manifestata con questo entusiasmo, ma anche con questa rabbia.

Eccole, le mamme blogger. Vorrei che le vedessero tutti, le aziende che vogliono averle dalla loro parte, la politica che non vuole averci niente a che fare, il mondo della scuola che ama definirle utenti ma poi non può fare niente.

Sono molte le considerazioni che mi vengono in mente – quelle che giustificano questo ritardo di qualche giorno. Provo a metterle in fila, ma saranno disordinate. Pazienza.

1)    Non chiamiamole mamme, chiamiamole genitori
Ci sono anche i papà, prima di tutto. Oltre all’ottimo intervento di Federico Ghiglione di Professione Papà, la presenza dei papà è stata importante, non tanto numericamente ma in termini di interesse e partecipazione. Mi chiedo allora se abbia senso che i riflettori siano così tanto sulle mamme, e quanto tempo manchi al momento in cui anche i papà diventeranno attori della famiglia a pieno titolo.
Si è parlato di ruolo del papà nella famiglia, e naturalmente del tanto discusso congedo di paternità. Si è detto che dovrebbe essere obbligatorio, altro che i 3 giorni che ci sono adesso: per iniziare a ragionare, dovrebbero essere 3 mesi, magari insieme alla mamma, perché no. Per imparare insieme che cosa significa famiglia.

2)    “Cara mamma Giuliana” a chi???!!!
Non so voi, ma quando io ricevo una email che esordisce con “cara mamma Giuliana” e poi mi propone, tipo, una prova prodotto, mi viene la pelle d’oca. Come sarebbe “cara mamma”? ma ti ascolti quando parli? È come se io aprissi una mail dicendo “cara figlia maggiore”, o “cara cugina” (non intrattenendo alcun rapporto di parentela con lo scrivente). Ma stiamo scherzando? Ho capito che così definisco subito il ruolo nel quale sto chiamando in causa la persona Giuliana, ma, uè, io sono proprio la persona, altroché.
Guardiamole, queste mamme blogger. C’è solo una cosa che le accomuna, anzi due: si sono riprodotte (ma non è obbligatorio) e hanno un blog (neanche questo è obbligatorio, purché abbiano una presenza in rete). Fine. Stop. Tutto il resto è diverso. E tutto il resto è la loro ricchezza.
Proviamo a pensare quanta diversità c’è tra le mamme blogger. Ci sono quelle che erano blogger e poi sono diventate mamme, ci sono quelle che erano mamme e poi sono diventate blogger, ci sono quelle che hanno aperto un blog quando sono diventate mamme, ci sono quelle che hanno uno/due/tre/quattro figli e un blog ma non parlano di maternità, ci sono quelle che hanno figli e blog ma con quel blog ci lavorano, ci sono quelle che non hanno figli ma hanno un blog e, vai a capire perché, l’argomento le interessa. E così via. Ad oggi non esiste una classificazione di questo genere, e forse non ha molto senso farla.
Però è un fatto. E chi c’era al MomCamp ora lo sa meglio di chi non c’era.

3)    E ora che abbiamo parlato, facciamo.
Una cosa è certa: queste persone sanno di avere un po’ di (non chiamiamolo potere, che fa brutto) influenza. E di potere, con questa influenza, lavorare sulla cultura, sui costumi, sull’educazione; insomma, su tutte le cose che non vanno bene. È stato emblematico l’intervento di Valeria, penultimo della giornata, in cui si parlava di lavoro. La discussione è stata più che concitata. Se non ci fosse stata una mozione d’ordine, saremmo ancora lì ad alzare la mano per intervenire.

Lo scatto, quello vero, forse si è realizzato: finora abbiamo usato i nostri blog come delle tribune, più o meno private, da cui esporre opinioni. Ora, sempre forse, è arrivato il momento di far seguire delle azioni.

La mia proposta, abbozzata in un commento all’interessantissimo post di Serena di Genitori Crescono sul blog del MomCamp, è questa. Troviamoci uno spazio (potrebbe essere proprio il blog del MomCamp, per iniziare, ma di questo stiamo parlando con Sara e Jolanda, che sono state le mie compagne di avventura in questo evento), trasformandoci in tanti piccoli project manager, e affrontiamo le cose con una prospettiva diversa, che non sia più quella del parlare e basta, ma dell’agire. Se è vero che abbiamo (un po’ di) influenza, facciamola crescere. Dobbiamo partire da microprogetti, perché se no non si va da nessuna parte, e anche perché non a tutte interessano gli stessi temi. Anche considerando solo la questione del lavoro, ognuna di noi ha una sua visione, ma sono convinta che alla base i dati sui quali riflettere siano pochi, pochissimi. Perciò ogni piccolo gruppo potrà portare avanti una singola, piccola cosa.
Con l’obiettivo di preparare una generazione migliore della nostra.

Chi ci sta?

P.S. Qui e qui trovate tutto sulla giornata. Come sapete, io non ho un buon rapporto con l'iconografia ;)
Grazie a Hagakure, a Fattore Mamma e a The Talking Village, che hanno reso possibile tutto ciò.