mercoledì, aprile 11, 2012

Fenomenologia della pastiera


Una mia collega di università voleva fare una tesi in antropologia alimentare (esiste, potete guardare qui, è anche una cosa molto interessante), forse dopo aver letto Il crudo e il cotto di Claude Lévi-Stauss. Non so come sia andata a finire, non ci siamo frequentate abbastanza, purtroppo, ma ho appena vissuto un’esperienza che va proprio in questa direzione e ve la passo fresca fresca (è proprio il caso di dirlo).

La pastiera è un famoso dolce di origine napoletana, che non sto a spiegarvi e di cui non vi racconto la ricetta. Anche perché qualunque ricetta può essere solo la rielaborazione di una qualche altra ricetta, giacché la pastiera ognuno se la fa in un modo diverso, tramandato di generazione in generazione all’interno della famiglia. Gli ingredienti base però sono sempre gli stessi: pasta frolla, ricotta, grano. Ho detto base. Poi.

Dalle mie parti la pastiera è una cosa tipica di Pasqua. Quindi tutte le brave mamme di famiglia ne producono in questa occasione (io no, mai fatta la pastiera, ma ne ho assaggiate molte). E ne producono diverse: 5, 6 a famiglia. Perché la pastiera, oltre che dolce tipico, è anche dono tipico di Pasqua (e qui vedi la diversità: io a Pasqua al massimo porto in regalo una colomba o un uovo per i bambini, la mia mamma invece…). Quindi succede che nei giorni immediatamente precedenti la Pasqua in una casa mediamente frequentata si accumuleranno 3, 4, 5 pastiere di provenienza diversa.

Ed è qui che il simbolismo della pastiera si manifesta con una violenza inenarrabile.

L’assaggio
La padrona di casa, o comunque la persona che ha prodotto le pastiere poi donate, è l’ultima ad assaggiare la pastiera ricevuta in dono. Prima ha studiato attentamente le facce degli astanti, che hanno mangiato senza troppi complimenti.

Prende la sua fettina, la soppesa (letteralmente, ne sente il peso).
Ne guarda il colore (del sopra, del sotto, del bordo).
La annusa, anche se con discrezione.

La morde. Ne preleva un pezzetto piccolissimo, come gli assaggiatori di formaggi. Si fa girare il boccone a lungo tra la lingua e i denti e il palato, per sentirne bene la consistenza. Infine lo mangia.

Il secondo boccone è quello decisivo. Un po’ più sostanzioso del primo, serve a valutare sapore e odore, quindi la situazione del bolo è meno di laboratorio.

Il confronto con gli astanti
Mandato giù il secondo boccone, la signora guarda le altre persone con aria interrogativa, come per dire “beh, che ne dite?”. Se gli altri la ignorano, dirà, discretamente: “Buona.”. Non ci cascate. Non voleva dire questo.

Il verdetto
Dopo “buona” viene sempre un “solo che…”, che può essere seguito da una di queste affermazioni, a scelta, anche in combinazioni di due o più:
- È troppo spessa/troppo sottile
- È troppo dolce/troppo poco dolce
- È troppo pallida/troppo colorita
- Preferisco non mettere i canditi/mettere i pezzetti di cioccolato
- Si vede che la pasta frolla è comprata
- È un po’ troppo/troppo poco cotta sotto
- La pasta frolla è un po’ pesante
- La pasta frolla è un po’ troppo spessa/troppo sottile
- La pasta frolla è un po’ grossolana
- C’è troppo burro nella pasta frolla
- La ricotta non è abbastanza fine
- La ricotta è quella industriale
- Il grano è crudo/troppo cotto
- Il grano si sente troppo/troppo poco
- Non c’è profumo/c’è troppo profumo
- Ha usato il Millefiori, meglio i Fiori d’arancio (o viceversa)

Alcune di queste affermazioni sono sufficienti per venire estromesse seduta stante dalla comunità delle creatrici di pastiere. Se fai una pastiera così, probabilmente sei anche una cattiva madre e una pessima figlia. Altre sono più leggere. Ma tutte – tutte – sono una bocciatura. Chissà che imparino, per l’anno prossimo.

3 commenti:

Mamma Che Paura! ha detto...

Mitico, anche io ho fatto un commento di questo genere a tavola, e io nemmeno le faccio, assaggio e basta. Fortunatamente ho appena avuto un bimbo e sono stata perdonata!!

Mammachetesta ha detto...

Hihihihi! Da noi si fa coi cappelletti:
1. c'è poca/troppa noce moscata
2. ha usato il macinato/ha usato il bollito
3. il parmigiano è troppo/troppo poco
4. il parmigiano è stagionato/èfresco
5. la pasta è troppo grossa o è troppo fine
6. il cappelletto è troppo grosso
7. il cappelletto è solo "strichè sò" e non avvolto attorno al dito
8. ci ha messo il piccione (sì, giuro c'è chi ce li mette!)
9. c'è troppa salsiccia/non hanno messo la salsiccia.
E comunque l'antropologia culinaria è meravigliosa.
Dopo ti mando una cosa in merito :-D

Contessa Serbelloni Mazzanti Viendalmare ha detto...

Beh quando si tratta di una cosa sacra come la pastiera ... giustifico anche questo! ;-)