martedì, luglio 01, 2008

Corriera doppia e l'Internet di mestiere

Ho una doppia vita, in Rete.

In ordine cronologico, la prima è quella professionale: come altre volte ho detto, faccio l’Internet di mestiere ("fare l’Internet di mestiere” è un’espressione con una storia, e magari un giorno salterà fuori). Lavoro nel web da 10 anni, e in questo lungo periodo ho cambiato etichetta diverse volte, a seconda delle mode del mercato o delle momentanee esigenze dell’organizzazione in cui mi sono trovata, ma il cuore della mia attività sono sempre state le strategie. In altre parole, il mio lavoro quotidiano consiste, più o meno, nel prendere delle aziende (ma forse sarebbe meglio dire delle marche) e portarle in Rete, o nella Rete farle crescere. Ne ho messe online parecchie, e altrettante ne ho aiutate a fare il salto da dilettanti a professioniste del web. E in questo momento, per essere precisi, il mio ruolo principale è studiare delle nuove metodologie che aiutino le agenzie come la mia a fare il loro lavoro in maniera più efficace. In questa vita, che amo smodatamente, le mie frequentazioni online sono soprattutto professionali, come si può intuire.

La seconda vita è quella per la quale Mamma in Corriera è nato: un blog personale, in cui il lavoro ha un ruolo solo “di costume”, e frequentazioni per così dire di genere. Amo smodatamente anche questa seconda vita, se non mi dilungo è perché è sotto gli occhi di tutti.

Di solito le due vite scorrono parallelamente e in pace. Raramente sono costretta a dare la precedenza all’una piuttosto che all’altra. Qualche volta, poi, la questione logistica prende il sopravvento, e allora non c’è niente da fare: questo è il mio blog, la mia residenza nella Rete, per dirla con Maistrello, e quindi ci faccio più o meno quello che voglio, compreso scrivere un post che non ha molto a che fare con gli argomenti normalmente trattati.

Su Maestrini per Caso è comparso un post su come scrivere un curriculum per il web che ha scatenato una valanga di commenti. Naturalmente si tratta del punto di vista del tutto soggettiva di una singola azienda, e non del vademecum di un head hunter, e questo è bene ricordarlo. Non riporto il post – chi vuole se lo va a leggere, anzi consiglio di farlo, soprattutto a chi effettivamente lavora nel web – ma, essendo stato oggetto di discussione con alcuni colleghi, lo uso come spunto per un bagno di realtà sul mio lavoro, cercando nei luoghi comuni. Con una nota: in questi appunti mi riferisco al minimo sindacale, al grado zero del dipendente, se così si può dire, che comunque consente a uno che si sappia muovere bene di fare una discreta (ma anche esaltante, se ci sa fare) carriera. Non sto quindi parlando di chi coltiva la passione del web, che tipicamente è un personaggio che potrebbe rimanere tutta la vita in azienda a fare html, o scrivere newsletter, o altre amenità di questo genere, pur avendo una vita di Rete estremamente ricca e di successo, ma Gratis Et Amore Dei.

1) Se fai l’Internet di mestiere sei un/una geek.
È il mito da sfatare per eccellenza. Se fai l’Internet di mestiere, a meno che tu non sia un tecnologo, e quindi uno che progetta e sviluppa software, è assai probabile che tu provenga da una carriera accademica del tipo Scienze della Comunicazione, Architettura, Lettere, insomma cose così, che com’è noto non forniscono alcun background di tipo tecnologico. E se il tuo ruolo non prevede che tu sviluppi particolari competenze tecnologiche, è altrettanto probabile che tu non lo faccia di tua sponte. A meno che tu non sia un appassionato, ma per i fatti tuoi.

2) Se fai l’Internet di mestiere sai tutto sull’Internet.
Macché. Se sei un appassionato/a di Internet puoi arrivare a sapere abbastanza di Internet, ma se è il tuo mestiere saprai solo quello che il tuo lavoro quotidiano ti chiede di sapere. Che può essere sorprendentemente poco di Internet. È noto che esistano fior di manager del web che non hanno mai riempito una form di registrazione in vita loro: vivono benissimo e non se la passano affatto male dal punto di vista economico.

3) Se fai l’Internet di mestiere sei uno/una che fa vita di Rete.
Seee. Mettiamo i blog. Si possono anche proporre alle aziende clienti, ma da qui a tenerne uno, è tutto da verificare. Idem per quasi tutto il rutilante mondo del web 2.0. Incoerenza? No, capacità di astrazione. Una cosa è conoscere gli strumenti, una cosa è usarli. Se vogliamo, è una fattispecie della regola del ciabattino. Innalzata a metodo.

4) Se fai l’Internet di mestiere sei un appassionato della Rete.
Questo è il punto chiave. No. Se fai l’Internet di mestiere con la Rete ci mangi, e nella Rete ti sai muovere. Ma una cosa è il lavoro e una la passione. Certo, possono esserci dei momenti di innamoramento, ma non puoi pensare di mantenere un plateau dell’emozione in permanenza. L’equazione lavoro = passione funziona senz’altro nelle aziende di 3 persone, funziona forse in quelle di 10, ma se vai sopra le 100 persone, per la legge dei grandi numeri, è inutile che ti fai un’illusione del genere. Vivrai qualche giorno con l’adrenalina a 1000 per un progetto, ma poi ti toccherà anche la quotidianità, e quella non è gestibile con le sostanze psicotrope, per quanto endogene esse siano. Ma questo vale per tutti, anche per i commercialisti.

5) Se fai l’Internet di mestiere non usi gli strumenti mainstream.
Ecco, questo è un punto che, nel post da cui è nato questo, mi lasciava parecchio perplessa. Questione di laicità, immagino. Posso decidere per me di navigare con Firefox, ma non posso pretendere che lo facciano i miei clienti (che navigano con IE 6), e quindi, per poter fare bene il mio lavoro, devo navigare anche con IE. 7, però ;)
Allo stesso modo, se MSN non è abbastanza figo come IM, peccato, perché in azienda lo usano tutti, abbiamo perfino un bot, e quindi non trovo molto utile GTalk al fine di mantenere i miei contatti. E ok per GMail, ma diciamoci la verità: se non ho particolari problemi, per quale motivo devo cambiare la casella di posta che ho da 10 anni solo perché non è abbastanza cool? È quella che ha circolato per 10 anni, ci sono dentro i miei contatti… Anche in questo caso, credo che sia più importante dare la precedenza alle relazioni, senza accrescere la complessità (che nel caso del cambio di una casella di posta vuol dire reindrizzare tutto su una nuova casella per un periodo di interregno e intanto distribuire il nuovo indirizzo, finché la situazione non si sarà stabilizzata) per un capriccio estetico.

Tutto qua. E dopo questo momento di sovrapposizione delle vite, direi che torniamo alla normalità della Corriera. Oppure, perché no, inauguriamo un nuovo filone tematico, così le due vite cominciano a parlarsi. Anzi, a leggersi.

14 commenti:

piattinicinesi ha detto...

ciao mammaincorriera, mi è piaciuto assai il tuo post, confrontato con il post di maestrini per caso è un buon metodo per aere delle dritte ma anche per capire quali sono i luoghi comuni e anche i pregiudizi sul web.
molto interessante a livello personale perchésto pensando di rivendermi qualche competenza accumulata in rete. ma se ho bisogno di consigli posso contattarti?

Mascetti ha detto...

sugli argomenti ci sarebbe moltissimo da discutere e per ogni punto ci sono sicuramente i pro e i contro. Solo una considerazione: se un manager del Web non ha mai riempito un form online, magari se la passa benissimo, ma e' quasi certo che il business online della sua azienda se la passa malino, se non malissimo.

giuliana ha detto...

@ piattini: in realtà il mio obiettivo non era quello di dare delle dritte sul piano pratico, per il quale credo che il post dei maestrini sia molto più indicato (sempre che rispecchi il modo di pensare di ciascuno: diciamo che, a fronte di queste richieste, uno può decidere se daimon è l'azienda che fa per lui o no). più che altro avevo bisogno, anche per me stessa, di stemperare certi assoluti che mi sembrano un po' forti.
se vuoi approfondiamo, scrivimi su forbiceverde@yahoo.it (vedi? questo non è il mio account gmail, ma lo preferisco per quello che dicevo nel post :))

giuliana ha detto...

@ mascetti: mascetti, credo che ci siano almeno due modi di fare il manager, uno basato sulle competenze specifiche e uno sulle competenze manageriali. una serie di vicende personali e, diciamo così, accumulate nel corso di un'osservazione etnografica di vicende altrui, mi porta a pensare che la competenza specifica non sia la qualità principale di un manager, mentre deve essere molto sviluppata in un professional. quindi, se il manager non ha mai riempito una form di registrazione ma sa giocare bene a golf :->, può essere che, sulla distanza, questa sua caratteristica sia premiante. anche se a me non piace l'idea - ma questo non rileva.
quanto al resto, sono d'accordo con te: ci sarebbe moltissimo da discutere. in fondo questa messa a nudo della mia seconda identità serve proprio a questo.

Mascetti ha detto...

Puo' darsi che il mito del manager golfista, che tanto successo ha nel mondo delle agenzie, abbia qualche fondamento in sparuti casi del mondo reale del passato. Nel mondo attuale, non vedo tanti manager competenti del golf e incompetenti della materia che gestiscono. Tuttalpiu' sono esperti di entrambe. Chi e' forte solo sul green, per quel che vedo, riesce tuttalpiu' a collezionare una serie di buonuscite. Che, a rigore, non mi sembrano un KPI rilevante per il cosiddetto "buon manager". Che, anche se non si occupa direttamente di un task, comunque ne conosce bene le variabili.

giuliana ha detto...

mascetti, quella del golf era ovviamente un'iperbole. il punto è che se un manager sa a cosa serve una form e come funziona, se cioè possiede le competenze di base per venderla, in linea teorica può già andar bene. al contrario, vedo meno utile il manager che sa costruire una form; il più delle volte un'attenzione troppo concentrata sugli aspetti operativi impedisce la visione d'insieme, il che costituisce davvero un problema.
ciò detto, è ovvio che il manager ideale - ti parlo sempre del manager d'agenzia - è quello che sa come si fa una form e che la sa vendere, valorizzandola adeguatamente. ce ne sono, di manager così, e sono quelli che, provenendo da un percorso professionale di tipo tecnico, sono riusciti a fare il salto nella loro identità di ruolo, allontanandosi dall'operatività. ce ne sono, ma sono veramente pochi pochi.

prostata ha detto...

"Posso decidere per me di navigare con Firefox, ma non posso pretendere che lo facciano i miei clienti (che navigano con IE 6)"

Può sembrare strano, ma il fanatismo tecnoreligioso fa sì che non per tutti sia così scontato... (post molto interessante).

giuliana ha detto...

@ prostata: confesso che quando ho iniziato a fare questo lavoro ero parecchio talebana su questo e altri temi connessi. poi però ho dovuto capire (non senza soffernza) che, dal momento che sono i clienti che ci danno da mangiare, non possiamo prescindere da loro, dalle loro fissazioni e dalle loro idiosincrasie. va da sé che tutte le regole sono state ritoccate in un'ottica di servizio. che non significa abdicare al ruolo di consulenti, attenzione! Il fatto è che ci si può affidare a un professionista di qualunque disciplina e chiedere comunque di fare delle cose tagliate su misura per noi. mettiamo un architetto: se decide che le pareti della nostra nuova casa devono essere fatte di piante perchè questa è la tendenza, ritengo che noi abbiamo il diritto di chiedegli un'alternativa più sensata rispetto alle nostre esigenze, non alle sue. e se lui si rifiuta non lo considererò certo un bravo professionista: più semplicemente, lo accompagnerò alla porta. che non sarà una sequoia :)
(grazie)

ziomau ha detto...

Ciao Giuliana. Anche nell'ambito del "web 2.0" (e in generale delle nuove tecnologie) ci sono tendenze, mode e luoghi comuni: c'è chi li studia, c'è chi li cavalca, c'è chi li asseconda, c'è chi li sopporta e così via, fino a utilizzarli come criteri di giudizio, magari tra il serio e il faceto. Scommetto che anche i Maestrini, una volta chiuse le selezioni, insegneranno ai nuovi collaboratori come ci si rapporta con il cliente - e con i colleghi e con il contesto aziendale - pena un declino degli affari più o meno rapido.
Il fatto è che si dispone di mesi o anni per "imparare a lavorare", mentre si dedicano solo pochi istanti per capire se una certa persona è adatta a un certo impiego. E allora ecco che si preferisce badare al font con cui è scritto il CV, al dominio dell'indirizzo e-mail, al colore della cravatta (quando c'è), alla pettinatura o al tono di voce. E il resto del tempo lo si dedica a convincersi di essere ottimi giudici. Del resto, ho assistito a colloqui governati solo dal criterio simpatia/antipatia, e non posso negare che l'intervista sia stata rapida.
Sarà che ormai è passato qualche anno, ma se dovessi aggiornare il mio CV oggi lo lascerei nel formato attuale, fosse anche destinato ai Maestrini. Dovessero assumermi, li aiuterei a sfatare qualche luogo comune, magari iniziando da quelli che hai commentato tu.

giuliana ha detto...

ziomau, sono certa che per i maestrini è come dici tu, dopo l'assunzione. e infatti questo post non nasce come una risposta a quello di vanz, ma ne prende solo spunto, giusto perchè mi sembrava che alcuni assunti fossero un po' troppo forti, e potessero essere letti in un contesto non limitato al momento della selezione.
ciò detto, conoscendo i maestrini probabilmente passeremmo tutto il tempo a scannarci su questioni di principio, perciò va bene così, li adoro anche per questo :)

vanz ha detto...

alcuni assunti sono certamente forti, un po' per otenere un effetto da cura Ludovico, un po' perché il post non era proprio serio al 100%, spero si capisse che un pochino cazzeggiavo :)


una sola annotazione: usare certi strumenti (Mac, Firefox, gmail invece di hotmail) non è u vezzo ma ha degli scopi precisi:

1) comunicare professionalità (che piaccia o meno, nel nostro ambiente mac OSX è considerato un sistema operativo più professionale di windows vista).

2) non facciamo web design (grazieaddio) quindi non abbiamola necessità di testare su quella roba che si chiama IE6 (e comunque è venuto il momento di educare i clienti a NON usare IE6: si può fare, è nostro dovere e responsabilità, ce ne saranno grati se lo facciamo).


3) risparmiare tempo e soldi:
voglio che i miei collaboratori stiano su mac, firefox e gmail perché questo oltre a far loro risparmiare tempo (non devono reinstallare 2 volte all'anno, non devono occuparsi dello spam) risulta in miglior qualità della vita quindi collaboratori meno frustrati e - orrore - più produttivi (niente virus, niente spyware, molti meno crash di sistema, niente frustrazioni indotte da interfacce inusabili e GUI brutte :)

giuliana ha detto...

vanz, comprendo il tuo punto di vista, ma continuo ad essere un po' scettica circa l'universalità di alcune affermazioni. prima di iniziare a lavore in questo settore usavo il mac e ne ero entusiasta. ho dovuto rinuciare (per non tornarci più) perché il mac non parlava con nessun altro. vale la solita regola: io, per me, posso fare le scelte che voglio, ma se il contesto in cui lavoro ha fatto scelte diverse (nel caso specifico e per il lavoro che faccio, spesso il pc si è rivelato assai più funzionale, oltre che meno costoso) mi devo adattare. non comunica professionalità? mi suona quanto meno strano, nessuno dei progettisti di software con cui lavoro usa mac (che invece è usato da alcuni grafici), preferendogli per lo più linux, oltre che microsoft, ma nessuno si è mai sognato di pensare che non siano professionali. mi chiedo se in questa professionalità non ci sia una dose di pura immagine che poco ha a che fare con le reali caratteristiche del sistema operativo :)
è molto interessante il tuo secondo punto, educare i clienti. sono 10 anni che si dibatte su questo tema, e qualche volta si vince, altre si perde. hai presente i responsabili internet della maggior parte delle aziende (italiane o straniere non fa differenza: le esperienze più pesanti le ho avute proprio con le multinazionali americane)? sono per lo più stagisti, raramente coordinati da un brand manager e ancora più raramente affiancati da un responsabile it. con tutto quello che comporta il fatto di avere come interlocutore una persona che non è anche il decisore. e allora, che educazione si può fare? intendiamoci, ci si lavora un sacco, ma spesso i risultati si vedono alla fine del progetto, quando lo stagista cambia azienda.
comunque, sai, non è che si capisse molto la percentuale di cazzeggio nel tuo post :D

vanz ha detto...

sì, è un problema che ho spesso :-/
cioè diciamo che chi mi conosce di solito la capisc e, i nuovi no :)

io comunque, sarà un caso particolare, ma qui a Milanoho a che fare SOLO con web designer, grafici e sviluppatori che usano mac. anche quelli che 3 anni fa erano su linux (come me).

e il fatto che affermi che il mac non è PC-compatibile secondo me indica che sono un bel po' di anni che non lo usi più ;-)

giuliana ha detto...

vanz, certo che è tanto che non uso mac, risale a prima che iniziassi a fare questo lavoro, e certo che so che il mac è pc-compatibile. il punto è che io non sono pagata da microsoft, semplicemente non amo gli assolutismi.
e nuova no, non me lo puoi dire! facciamo che qualche volta le buone intenzioni rimangono sullo sfondo? :D