martedì, novembre 11, 2008

Lettera a Gabriele sul coraggio

C’è una cosa che, sopra ogni altra, vorrei che significasse l’elezione di Obama: il coraggio di avere un sogno. Ancora e nonostante tutto. Vorrei poterlo insegnare a mio figlio, vorrei saperlo fare, sapere come si fa. Ho provato a scrivergli oggi una lettera, come se lui potesse leggerla, fra qualche anno.

Caro Gabriele,

Quando una persona diventa genitore sono tante le cose che si trova ad affrontare, ma le scopre piano piano. All’inizio devi confrontarti con la fisicità di un figlio: che è bisogni di base, e basta, si può dire. È molto dura, ci vuole una bella forza. Poi ci si rende conto che dare un’educazione al proprio figlio significa trasmettergli dei valori, e cambia tutto. Cioè, la fisicità rimane, ma si aggiunge questo qualcos’altro.

Tuo padre ed io parliamo in continuazione di valori, fa parte del nostro mestiere. Ma quelli, i valori di una marca, non sono veri valori, sono solo i confini arbitrari tra la strategia di vendita di un prodotto e la sua giustificazione etica. Quei valori lì, che è così facile far girare, comunicare, declinare, come si dice, non c’entrano un bel niente con i valori da trasmettere a un figlio.

Anche la politica e la religione si riempiono la bocca di valori. Peccato che anche quelli rispondono a una strategia di vendita. E in questo caso è più grave. Perché in nome di quei valori si commettono i peggiori crimini: si condannano intere etnie in nome della salvaguardia della cultura, si privano della loro dignità migliaia di persone in nome del libero mercato, si condanna chi soffre a soffrire ancora e ancora di più in nome della tutela della vita, si costringono infelici a venire al mondo in nome della salvaguardia della famiglia. Ma la cultura, il mercato, la vita, la famiglia, per me sono un’altra cosa. E allora anche questi valori qui, mi dispiace, non c’entrano un bel niente con i valori da trasmettere a un figlio.

Mentre scrivo è il 2008, un anno iniziato male, continuato peggio e non ancora finito. La più grande crisi economica dopo quella del ’29 (ci sono in giro dei film sull’argomento, fatti un giro in rete e guardatene uno o due) ha messo in ginocchio gli Stati Uniti, e con loro l’Europa, e gli altri paesi.
Anche l’Italia, nel 2008, non se la passa molto bene. Leggi scellerate negano i diritti più elementari, come l’istruzione e l’assistenza sanitaria. La gente si lamenta, ma poco, perché il concetto di democrazia, quest’anno, ha toccato i suoi minimi storici di popolarità. C’è un’opposizione, ma è come se non ci fosse, nonostante quelli che continuano a incitarla a forza di “daje!”.

Ci sono due modi di reagire, in questi casi. Ti puoi abbattere, rimanere fermo dove sei per aspettare che passi la bufera, sperando di non perdere quello che hai, per poco che sia diventato. Oppure puoi reagire, e decidere di non avere paura.

Vedi, Gabriele, la paura è una brutta bestia. Ti paralizza, ti impedisce di pensare. Ti impedisce di sognare. E se non puoi più sognare, e sognare in grande, sei condannato a quella che forse altri chiameranno normalità, ma che tu un giorno, svegliandoti all’alba dopo una notte agitata, riconoscerai come mediocrità. E a quel punto le cose non potranno che peggiorare, e tu ti ritroverai a grattare il fondo del barile senza renderti conto che non c’è neanche più il barile.

Adesso c’è questo nuovo presidente americano, Obama, che in Europa tutti hanno sostenuto, che ha fatto una cosa molto originale, in questi tempi di nani e ballerine. Ha detto alla gente di avere coraggio, e ha raccontato il suo sogno, la sua America. Gli ultimi che hanno detto cose del genere avevano nomi illustri, e sono scomparsi molti anni fa. Non sappiamo ancora cosa farà, questo americano meticcio che solo per il colore della sua pelle è già un miracolo e una bestemmia insieme, non lo sappiamo ancora perché non si è ancora neanche insediato. Suppongo che a questo punto tu, invece, lo saprai. E, comunque, anche se non avrà mantenuto le promesse, poco male. Ci ha fatto sognare, almeno per una notte.

Quello che vorrei dire a te, però, Gabriele, è questo: opponiti alla paura. Investi la vita, con tutto il coraggio che hai, e se non ne hai abbastanza prendilo in prestito dagli Obama che avrai a disposizione. Pensa sempre “si può fare”, a qualunque cosa tu decida di dedicare la tua vita.

Se farai l’elettricista, mentre attacchi e stacchi cavi e lampadine pensa a come mettere ogni appartamento del tuo condominio, del tuo quartiere, della tua città, del mondo, in condizione di produrre da solo la sua energia senza succhiare sangue al pianeta: si può fare. Se farai l’insegnante, insegna molto bene le tabelline ai tuoi studenti, ma intanto pensa a come farli diventare coraggiosi, a come farli diventare uomini degni di stare nel mondo lasciando la loro impronta: si può fare. Se farai il politico, rifiutati di partecipare alle liti di pollaio e pensa veramente a ciò di cui hanno bisogno i tuoi cittadini, quelli che si sono fidati di te: si può fare.

E quando ti prende lo sconforto, guardati questo video: se Obama avrà fatto cose buone, lo conoscerai già, ma magari ti farà piacere rivederlo; se non ne ha fatte, se ne sarà persa memoria, e allora sarà importante per te pescare un pezzo di storia di cui nessuno si ricorda più.

8 commenti:

Ari ha detto...

Lettera stupenda.
Se me l'avesse scritta mia madre parlando di Kennedy sarei qui a piangere, perchè ho avuto paura, molte cose non le ho fatte bene e spesso non ci ho provato neanche.
Speriamo in Gabriele: intanto, forse, dovremmo dare un esempio. Ma come si fa?

piattinicinesi ha detto...

bellissimo...

giuliana ha detto...

come si fa, come si fa a dare l'esempio. non so, vorrei esserne capace ma intanto lo scrivo, ed è già qualcosa. quello che non confesserei a gabriele è quante volte vai a sbattere pensando in questo modo. ma fa parte del gioco, immagino, come sentirsi dare dell'abbronzato da un burino di provincia.

Ari ha detto...

Manco io lo so, figurati.
Quanto allo sbattere: ci andrà comunque, che tu glielo confessi o no. Quello che cambia è il come: se va a sbattere corazzato è molto molto meglio. :-)

Annachiara ha detto...

Certe volte mi dico che il coraggio l'abbiamo avuto noi, a fare figli in questo mondo...

giuliana ha detto...

il nostro più che coraggio è stato incoscienza, temo. mi auguro solo di non dovermene pentire (ulteriormente, ma questo lo dico sottovoce).

Miriam ha detto...

Davvero una bellissima lettera! Si, speriamo in Gabriele..forse avrà quello giusto spirito critico che gli avrà insegnato la sua mamma.. :)

Imperativi simultanei ha detto...

Cara mamma in corriera: che lezione! Faccio mia questa lettera, benché padre trentanovenne! Non che voglia considerarti mia madre :-) ma perché mai come oggi, come adesso, come stasera, il tuo richiamo al coraggio contro la paura mi dà ossigeno e mi offre nuova energia per uscire dalla mediocrità e ricominciare a vivere.
Confido in Gabriele, perché credo che abbia opportunità nuove e potenti, visto il piglio materno; Confido in Gabriele perché è una fortuna che sia venuto al mondo (al bando i pentimenti!); confido in Gabriele perchè il futuro sarà migliore del presente (governato da nani miopi e senza senso); confido in Gabriele perché... porta il nome di un Arcangelo combattivo (se non siamo religiosi, che almeno la simbologia ci soccorra!); confido in Gabriele perché ... porta lo stesso nome di mia figlia!
E sono un padre spudoratamente orgoglioso di lei.
Vista il mio blog se ti va. Io... continuo a seguirti.
Un grazie... imperativo!