venerdì, dicembre 12, 2008

Questo non è un post sulla Carfagna

…anche se parla di (im)pari opportunità.

L’incontro di lunedì scorso è stato estremamente interessante, sia per la rara possibilità di conoscere alcune delle mamme blogger che seguo regolarmente, sia per l’impagabile opportunità di incontrare mamme belle battagliere (Paola Dubini, vicedirettore del centro Ask Bocconi, è un mito assoluto).

Allora mi è venuto in mente di raccogliere in un post alcune delle cose che nel tempo ho sparso in forma di commenti su vari blog, con alterna fortuna di pubblico e di critica.

I modelli
Indubbiamente le mamme della nostra generazione sono molto diverse da quelle della generazione delle nostre mamme. E però il paradosso è che i nostri modelli sono comunque loro. Quindi che succede? Che nella migliore delle ipotesi noi impariamo a fare le mamme dalle nostre mamme, le quali a loro volta imparavano dalle loro. Ma questi insegnamenti non vanno più d’accordo né con il nostro stile di vita né con la realtà dalla quale siamo circondate (un esempio banale: quando sono stata dimessa dall’ospedale col bimbetto nuovo nuovo, il pediatra ci ha raccomandato di non vestire troppo le creature, e soprattutto di non mettergli cappelli in testa se non in caso di bufera. Ovviamente ai primi segni dell’autunno ho litigato con mia madre, che voleva infagottare il piccolo. E parliamo solo di un fottutissimo cappello). Il risultato? Un copioso senso di colpa e di inadeguatezza.

E questa non è che la migliore delle ipotesi. Per chi una mamma vicino non ce l’ha, manca anche quella fonte di insegnamento. E allora ecco il secondo problema.

I mentori
Le aziende e l’editoria, contrariamente alle mamme, sono ben consapevoli di questa situazione, e ne hanno fatto un business da paura. In pratica succede che, fin dal momento della tua prima visita dal ginecologo, quella in cui lo informi della gravidanza, tu diventi un target. Di colpo tutti si interessano alla tua esistenza e a quella che ti porti nella pancia (con una netta predilezione per la seconda: da quel momento tu acquisisci la valenza biologica di contenitore e quella commerciale di decisore d’acquisto, ma di fatto cessi di esistere come persona). Il primo atto è l’abbonamento “a gratis” a una o più riviste di settore. E sei entrata nel tunnel.

Da quel momento l’attività preferita di chi ti sta attorno sarà quella di farti sentire un’inetta. D’altronde ci sono libri che parlano di come dar da mangiare ai bambini, libri che ti insegnano a insegnargli a dormire (chi ha detto Estivil? No, non si parla di Estivil. Ho già dato), riviste in cui ti fanno il culo per come gli cambi i pannolini o gli scaldi il latte. Senza contare l’universo dell’alimentazione e della medicina, che là sì che si fanno i bei soldini. Certo, a spese delle mamme: delegittimare è la parola chiave. Le mamme sono, di per sé, incapaci. Inadeguate. Delle deficienti. E più si sentono così più compreranno: consulenze, libri, riviste, prodotti, giochi. E pediatri privati, perché sotto sotto pensano che quelli della mutua non siano poi così brillanti. E tate, naturalmente, tate come se piovesse, perché se i nonni non ci sono in qualche modo bisogna pur fare. Mentre le riviste di cui sopra ti dicono che col bambino deve starci la mamma. La mamma, attenzione, non un genitore a scelta tra quelli disponibili.

Il lavoro
A un certo punto la luna di miele – o l’incubo, dipende dalle scuole di pensiero – della maternità finisce, e si torna a lavorare. Lasciamo da parte quello che si trova, che è storia nota (mi ha colpito però la testimonianza di una mamme presenti all’incontro – che non linko perché si parla di lavoro – la quale raccontava che, rientrando in azienda, ha ritrovato il suo posto, con i suoi riporti e tutto il resto. Quando poi ha avuto una promozione, sono stati i suoi colleghi a ribellarsi, perché, essendo mamma, dal loro punto di vista non avrebbe avuto modo di svolgere adeguatamente il lavoro richiesto dal nuovo ruolo), e allarghiamo la prospettiva, perché, per come la vedo io, questo è un problema culturale e insieme politico, oltre che di educazione.

Culturale perché. Perché, come si diceva prima, noi siamo figlie delle nostre mamme, e le nostre mamme, nella stragrande maggioranza dei casi, non avevano certi grilli per la testa. Magari facevano le insegnanti, che si sa, “è un lavoro che per una donna è l’ideale”. Allo stesso modo, i nostri compagni, padri dei nostri figli, sono figli delle stesse mamme (non mi sto incasinando, vero?), e dunque proprio non capiscono perché le loro compagne debbano avere certi grilli per la testa e pronunciare parolacce tipo “carriera”. Ovviamente sto generalizzando e anche banalizzando un po’, ma l’obiettivo è quello di prendere dentro tutti. In pratica, quello che è successo è che, anche se abbiamo fatto un percorso in tutto simile a quello dei nostri compagni – scuola, università, inizio della carriera -, in fondo in fondo rimaniamo sempre donne, anzi femmine, e di conseguenza mamme. E una volta mamme, questo stato si mangia tutto il resto, ed ecco che i modelli delle generazioni passate tornano ad essere dominanti.

Politico perché. Perché se è vero che culturalmente non siamo messi molto bene, è pur vero che abbiamo degli strumenti per cambiare le cose. Personalmente credo nella politica come strumento per agire sulla cultura, naturalmente se utilizzato in modo sensato. E pensiamo alle politiche per la famiglia che abbiamo in Italia. Cioè, in realtà in Italia abbiamo politiche per le madri. Ed ecco il casino. Per come la vedo io, finché in Italia si faranno politiche per le madri invece che per le famiglie la storia non cambierà. In termini pratici: se la mamma è l’unica a godere del periodo di congedo familiare, la cultura dei figli come carico esclusivo delle madri e del lavoro come territorio solo degli uomini, non si sposterà di una virgola. Alzi la mano chi ha pensato “Ma non è vero! Anche i papà possono godere del congedo parentale!”. Ok, quanti ne conoscete che l’hanno fatto? Io uno. Lui era molto felice, ma i suoi colleghi lo guardavano male. Quindi siamo punto e daccapo: non basta dare la possibilità, bisogna incoraggiare la pratica del congedo parentale per i padri. Se no non ce la possiamo fare.

Infine, è un problema di educazione. Se i nostri figli sono abituati a vedere le mamme con loro e i papà al lavoro, si formeranno su questo i loro modelli culturali di genere. E quando saranno genitori li riproporranno.

(Vorrei sottolineare una cosa: questi modelli di genere non emergono prima di diventare genitori, quasi mai. Magari una ha giocato con la Barbie fino a 12 anni, ma poi ha studiato ed è diventata un neurochirurgo: in linea di principio non c’è niente di sbagliato in questo. Il giorno in cui il neurochirurgo diventa mamma, però, il suo compagno direttore sanitario – ché non si dà in natura che una femmina faccia più carriera di un maschio – vedrà in lei una mamma e basta. E si ricomincia con la prossima generazione).

(Lo so, questo post è pesantissimo).

32 commenti:

Flavia ha detto...

pesantissimo per qualcuno, forse. Per me, è da allegare al mio manifesto. Grazie Giuliana, hai detto TUTTO quello che penso, ma tutto, pure le virgole e le congiunzioni. Non mi dilungo ora perchè mi hanno chiamato dalla scuola, ha la febbre, e devo andare a prenderlo....appunto. Ma magari torno dopo :-)

postoditacco ha detto...

No, non è per niente pesante e l'ho letto fino in fondo con interesse.
E' un bel post, sia nel contenuti che nell'impostazione.
Sono d'accordo anch'io con quanto dici e ho apprezzato anche il tuo pensiero a proposito del congedo parentale per i papà.

Ora non so se i contratti nazionali siano migliorati da questo punto di vista, però una volta, se la madre veniva ricoverata per gravi motivi di salute, il padre per accudire i figli era obbligato a prendere giornate di ferie (sperando che la malattia non si protraesse nel tempo, antrimenti erano dolori).
Ciao
Roberto

itmom ha detto...

concordo in pieno su tutto, ma ciò che mi ha fatto più pensare è che se i nostri figli sono abituati a vedere i padri al lavoro e le madri con loro, è logico che riproporremo all'infinito questo modello ai nostri figli. è inevitabile, e io mi sento proprio in questa situazione, sto riproponendo un modello che ho subito, nel bene e nel male.

Maurizio Goetz ha detto...

ma che bel post che hai scritto!

Annachiara ha detto...

IO Estivil lo odio e a te ti adoro.
Basta a sdrammatizzare quelle quattro ca.... che hai messo insieme? ;-)

Perdonami, ma oggi ho bisogno di cazzeggio e anche se non è il posto adatto, ti ho preso a prestito.

P.S. I agree.

giuliana ha detto...

@flavia: sai già che la vostra operazione mi piace moltissimo, finalmente si parla di maternità senza troppi orpelli e finalmente dalla parte delle mamme. ma veramente.

giuliana ha detto...

@ postoditacco: non so come funzioni in caso di malattia, ma per quanto riguarda i congedi parentali nel periodo della maternità, per i papà funzionano esattamente come per le mamme. fra l'altro il periodo può essere preso dai due genitori anche contemporaneamente - che potrebbe essere un buon modo per trovare un equilibrio "di famiglia" un po' sconvolto dopo l'arrivo di un figlio. il discorso dei congedi parentali mi sta molto a cuore, perchè sono profondamente convinta che certi equlibri un po' malati nella distribuzione dei ruoli nella famiglia, nel XXI secolo, passino attraverso l'educazione di tutti i membri, non solo delle mamme o dei bambini. insegnamo ai piccoli a vedere anche i papà, potrebbero cambiare un sacco di cose.

giuliana ha detto...

@itmom: ti racconto una cosa. anni fa io e mio marito lavoravamo nella stessa azienda, e insieme ad altri colleghi abbiamo creato il nido aziendale. di conseguenza, ogni mattina andavamo tutti insieme in macchina nello stesso edificio. poi, alle 6 del pomeriggio, io andavo a prendere il bimbo al nido, e ce ne andavamo a casa in macchina, mentre mio marito arrivava, con i mezzi, molto più tardi.
per qualche motivo, però, per mio figlio il posto del conducente, in macchina, era quello "del papà".
e non sono modelli questi?

giuliana ha detto...

@maurizio: :)

@annachiara: ma che te lo dico a fà :D

giuliana ha detto...
Questo commento è stato eliminato dall'autore.
piattinicinesi ha detto...

sono d'accordissimo con te.
hai espresso in maniera chiarissima quello che anch'io penso e per cui mi batto.
l'opera di comunicazione che stiamo facendo attraverso i nostri blog dovrebbe servire soprattutto a cambiare le mentalità, a fare passare modelli culturali diversi, a far capire che non siamo target ma cittadine attive
grazie

giuliana ha detto...

@piattini: vale quello che dicevo a flavia, naturalmente :)

Anonimo ha detto...

Concordo sul fatto che il tuo post non è assolutamente pesante ma piuttosto direi interessante! Anzi i miei complimenti per essere riuscita ad inquadrare la situazione e a esprimere in maniera semplice quanto molte donne/mamme pensano e magari non osano dire.
Io sono fortunata perchè ho un marito che, per quanto può, mi aiuta in casa e con la bambina. Sono molto orgogliosa del fatto che in casa cucina lui, ma se devo essere sincera mi è capitato di pensare che avrei dato un messaggio distorto alla bambina perchè in effetti nell'immaginario collettivo sono le mamme che preparano i pasti, ma...poi mi sono ripresa subito!!
Un caro saluto.
Stefania mamma di Vittoria

giuliana ha detto...

@stefania: tanto di messaggi distorti (ma distorti veramente) ne riceverà talmente tanti, che un papà che cucina non può che essere una cosa positiva!

Flavia ha detto...

allora, mentre giravo in macchina sotto la pioggia, mi turbinava in mente un altro pensiero acido e provocatorio dopo aver letto il tuo post indignato, e penso che se non lo dico qua da te forse non lo dico più. A proposito di modelli, di cultura, di donne che quando diventano mamme vengono sbalzate all'indietro. Io non so quanto tempo ci vorrà a combinare qualcosa di serio sulle pari opportunità in questo dannato paese nè ho la pretesa con un piccolo sito di cambiare le cose. So che però ognuna di noi ha il dovere, non solo il diritto di lamentarsi, ma anche il dovere di lottare con le unghie e con i denti già PRIMA di fare figli. So che quando una donna arriva a guadagnare quanto il marito o meglio ancora di più, la gente comincia a starsi un po' zitta, le mamme e le suocere di un'altra generazione, chissà com'è, pur essendo di un'altra generazione, non hanno più niente da dire. E' un esempio, non è una soluzione. Ma c'e' una sporca questione di potere, un modo di ragionare che noi donne di solito non consideriamo. Ma quando la tata mi ha detto "no lui non si deve alzare per sparecchiare, al mio paese donne a casa...." io le ho detto senti, se io fossi stata a casa al mio paese, non avremmo mai avuto questa casa. Quindi silenzio.
Forse ho perso punti con voi con questa sparata ma vorrei che si mettesse pure questo nel quadro generale...Cioè che le donne devono, ognuna nel suo contesto e con i suoi modi, cercare di mettersi in una situazione di forza, nella società e nella coppia.

monica ha detto...

post intrigantissimo invece ... c'è una buona sintesi di sguardi ... concordo con flavia e piattini ...
tornerò con più tempo e senza microbimba in braccio

un saluto monica

Suysan ha detto...

Posso dire la mia in quanto mamma a tempo pieno ?
A volte quando mio figlio era piccolo mi sentivo in gabbia....quando si ammalava(due giorni su tre)quanto avrei voluto andare anche io in un posto di lavoro e pensare ad altro...parlare con qualcuno!!!!

giuliana ha detto...

flavia, che dire, hai ragione. e però ci sono due cose che al momento impediscono quello che suggerisci: il famigerato soffitto di cristallo e il fatto (questo sì, più grave) che quando una donna non ha figli non è minimamente consapevole di quello che le capiterà in seguito. che si fa? le si terrorizza tutte?

giuliana ha detto...

@ monica: ti aspetto :)

@suysan: è esattamente quello che pensavo io (ma non potevo dirlo, perchè se no mi lapidavano)

Flavia ha detto...

sul soffitto di cristallo, bisognerà distinguere per bene i fattori esterni, ossia i luoghi di lavoro che davvero praticano discriminazioni (e che io nella mia grande fortuna non ho conosciuto in modo diretto) dai fattori interni, ossia le condizioni familiari e psicologiche per cui le donne si stoppano da sole. Se entrambi questi fattori si riescono a governare, ti dico che è dato eccome, che una donna brava arrivi in alto. Conosco decine di esempi! Sul terrorizzare, dai, non dire così. Le nostre presenze in rete, che raccontano di come la maternità reale sia ben diversa e ben più dura di quella romantica ideale, sono una cosa che non c'era prima e possono far succedere qualcosa di molto positivo. ti saluto perchè un fagottino con la varicella mi si è appena accasciato sulla spalla - ecco cos'era la febbre !!! :(

giuliana ha detto...

@flavia: lo so, il soffitto di cristallo non è una cosa che si possa liquidare così, velocemente. sui due fattori di cui parli sono d'accordo, e comunque credo anche che spesso le cose siano talmente interconnesse da far fatica a distinguere quello che davvero proviene dall'esterno da quello che invece è un processo interiore. uno dei dati che mi ha lasciata più esterrefatta, durante l'incontro, è stato quello per cui a milano, il 50% delle donne con due bambini smette di lavorare. a milano. il 50%. due bambini, non quattro.
per capire qual è il problema, quale la molla che scatta e che fa prendere una decisione così forte, forse sarebbe il caso di indagare. e poi, una volta chiare le cause, iniziare a lavorare.
sul terrorismo, non so. nelle mie colleghe più giovani vedo molta inconsapevolezza su questo tema, e se rivedo me stessa qualche anno fa, vedo una persona con belle speranze (che erano anche più che speranze) fondamentalmente insofferente verso le mamme, sempre lì a lamentarsi. la verità è che non vedevo la realtà, mi limitavo ad interpretarla attraverso la lente della mia esperienza personale, che era sì improntata alle pari opportunità.
auguri al fagottino con la varicella!

itmom ha detto...

io sono completamente d'accordo nell'aprire gli occhi di chi non è ancora mamma. non è giusto essere esucate e cresciute nell'illusione che quando sarai mamma potrai fare tutto quello che facevi prima. non è vero, è un mito da sfatare,e se riuscirai a farlo sarà a scapito di qualcosa, il tuo tempo libero, la tua salute o peggio il tempo dedicato ai figli. bisogna saperlo e io rimpiango di non averlo saputo prima. avrei fatto delle scelte diverse.

M di MS ha detto...

Grande post, sei veramente lucida. Per collegarmi a quello che dice italianmom, io sapevo che la mia carriera avrebbe avuto uno stop con i figli, allora ho dato il 100% prima finchè ho potuto. Secondo me sono in molte a fare questo ragionamento, perchè sanno che è più dura fare carriera DOPO. Nella vita professionale di ogni donna c'è sempre un PRIMA e un DOPO purtroppo. Ho scritto un post anch'io sull'argomento.

giuliana ha detto...

@itmom: già. rimane da capire come fare. se penso a com'ero prima del bambino, credo che se qualcuno mi avesse predetto il futuro l'avrei preso per un invasato e avrei pensato che andava rinchiuso, perché figuriamoci se "proprio io posso trovarmi un giorno in questa situazione". il che si riallaccia a

@MdiMS: il ragionamento era esattamente questo. e però la cosa più brutta è stata rientrare e trovare confermate tutte le ipotesi peggiori. ed è lì che scatta la rabbia, e poi la depressione e tutto il resto. finchè sei in ufficio a lavorare e a tirare la carretta non te ne rendi conto, dai per scontato che l'azienda abbia una memoria, e invece non è così.

wwm ha detto...

Un bellissimo e interessantissimo post invece.
Sento molto la divergenza generazionale. L'essere madre porta il confronto con la propria di madre. Ed è vero. Questo porta indubbiamente sensi di colpa e di inadeguatezza.
Azzeccatissimo il punto di vista politico.
Grazie per questo post.

Maurice ha detto...

Arrivo tardi, ma meglio che mai.
Io insisterei sul fattore culturale: ricordo ancora bene l'espressione di stupore delle mamme quando, da unico padre, partecipavo ai "riti sociali" dei genitori dei figli all'asilo o alle elementari. Ne è passato di tempo, ma non credo che la realtà sia cambiata di molto, a parte la conduzione del passeggino.
Mi chiedo anche se tutto questo in fin dei conti non faccia piacere a "certe" mamme: trovarsi un uomo tra tante donne che a metà mattino prende il caffè tra un nugolo di carrozzine le può mettere a disagio.

Mammablogger - Panz ha detto...

anche io come Maurice credo che il fattore culturale sia primario. poi bisogna che cominciamo a coinvolgere i padri e ad autopercepirci diversamente.

guarda, come dicevo anche a Managerdimestessa, questo tema ha toccato profondamente anche me e sto preparando un'inchiesta, per la quale seguirà mail privata, su Mammablogger.

ti stimo sempre di più: riesci a dire le cose in un modo stupendo!
ciao
panz

giuliana ha detto...

@wwm: credo che negli ultimi 30 anni la distanza tra una generazione e l'altra si sia modificata in maniera molto profonda. in alcuni momenti chiave della mia vita ho sentito che mia sorella, di soli 3 anni meno di me, apparteneva a un'altra generazione. poi le distanze tornano ad accorciarsi quando "le cose della vita" diventano simili, ma ormai nel frattempo sono successe molte cose, e allora la vicinanza si rivela solo apparente, perché la verità è che tra noi e le nostre mamme l'unica similitudine è biologica. rendersene conto in tempo può implicare un significativo risparmio in psicanalisi :)

giuliana ha detto...

@maurice: è vero, non è cambiata molto. quando mio marito si è presentato alla giornata di corso di massaggio neonatale aperto ai papà, unico papà presente, erano tutte ammirate e stupite. ed è vero anche che alcune mamme preferiscono avere l'esclusiva: sono quelle che io chiamo "le mamme del parco", totalmente inconsapevoli del loro ruolo di operatori culturali all'interno della società. una volta ho detto in un post che bisognerebbe dal loro fuoco. sono sempre della stessa idea: le donne sono sempre le peggiori nemiche di se stesse, ma quello che è più grave è che non si rendono conto di rendere un pessimo servizio anche ai loro figli

giuliana ha detto...

@panz: grazie del tuo impegno. per quello che posso, io ci sono sempre :)

Mammamsterdam ha detto...

Una bellissima analisi, lucida, concisa e temporaneamente esaustiva (nel senso che ci si potrebbero scrivere enciclopedie, ma ti sei astenuta, brava).

Il discorso del potere è verissimo: mia madre una delle cose che mi ha inculcato è che l'autonomia deve essere prima di tutto economica, sennò anche l'uomo più innamorato si sente in diritto di rispettarti di meno sul potere decisionale.

Ora, è vero che delle volte in Italia fai fatica a perseguire certi ideali di carriera, che il mercato del lavoro è quello che è e si sta a volte a fare il ragazzo di bottega fino ai quarantanni.

Non rischiamo neanche di arrivare alla situazione dell'Olanda, dove ci sono le primipare più vecchie d'Europa proprio perché prima hanno fatto carriera e dopo si ritrovano a fare i conti con una fertilità ridotta e si mettono anch'esse in mano ai manipolatori occulti.

Poi che comunque il discorso delle pari opportunità almeno in famiglia va impostato all'inizio di una convivenza. Ma per certe donne prendere in mano le decisioni di economia dmestica è anche un modo di esercitarlo, il potere. Vi ricordate di "Dalla parte delle bambine" e la descrizione delle donne frustrate che si davano alla pulizia compulsiva e la passavano alle figlie piccolissime?

Ragazze, quelle bambine lì siamo noi, iutile girarci intorno. Io trovo che già il fatto che stiamo qui per blog a parlare come stiamo facendo dimostra che l'evoluzione della specie esiste eccome.

E trovo anche che se una donna si ritiene femminista, o comunque per le pari opportunità, ha il dovere di iniziare dall'educazione dei figli. Maschi, soprattutto.

Perché anche se per tanti motivi, culturali, politici, lavorativi, di sopraffazione materna (delle nostre madri intendo) ci sembra di non poter cambiare la nostra vita, il nostro matrimonio e la nostra carriera, possiamo fare moltissimo per i nostri figli.

giuliana ha detto...

@mammasterdam: ho amato alla follia "dalla parte delle bambine" e consiglio a tutti (non solo alle donne, e soprattutto non solo alle mamme) "ancora dalla parte delle bambine", di Loredana Lipperini. forse sono le letture che più di ogni cosa mi hanno fatto aprire gli occhi su cosa sgnifichi "educazione di genere", ma anche educazione tout cour.
perciò sì, so perfettamente che il potere in casa è un potere enorme, e però so anche che non può andare avanti così. ho un fglio maschio, e sono consapevole della responsabilità che me ne deriva. cercherò di essere all'altezza, per quanto possibile superando il problema delle altre persone che circondano mio figlio (la nonna, la tata, le maestre, ecc ecc), che invece al modello della mamma-massaia paiono molto legate. grazie del tuo contributo.