Non è necessario essere belli, per essere fighi da corsia. Serve però essere medici.
Il figo da corsia (viene meglio se) è alto. Fa molta attività fisica, lo vedi dai muscoli e dal fisico slanciato. E' abbronzato tutto l'anno - sono ammesse anche le lampade, anzi, sono persino preferite, per non dare l'impressione che si stia sempre in vacanza. Ha un taglio di capelli che valorizza il sale-e-pepe, poche rughe ma in posizione strategica: va da sé che non si può essere fighi da corsia sotto i 40 anni.
Il figo da corsia lo capisci subito che è un figo da corsia. Il figo da corsia è sempre attorniato da donne (non colleghe mediche, per lo più infermiere-caposala-mogli di degenti-degentesse), e per ognuna di loro ha un sorriso particolare, uno di quelli che ti liquefanno, vai a capire perché.
Il figo da corsia ha anche una bella voce impostata, così può tranquillizzare le femmine di paziente con i giusti toni, tra la voce di Quark e quella dei promo di Canale 5. Con questa voce qua, quando gli chiedi se ci sono problemi, se il tuo degente sopravvivrà, lui ti può dire qualunque cosa, e tu non darai in escandescenze.
Il figo da corsia ha un modello, e si capisce: è George Clooney di quando faceva ER. Invece ha un rapporto conflittuale con il dottor House, con il quale sente di condividere la competenza, ma che non ama molto perché piace troppo alle donne, e per i motivi sbagliati.
La cosa più bella di incontrare un figo da corsia mentre ti trovi in corsia è che puoi flirtare a piacere, tanto lui è lì per questo, non solo non ti allontanerà scocciato, ma anzi ti darà corda, e comunque poi finisce là.
Dopo aver incontrato un vero figo da corsia il tuo rapporto con gli ospedali muta drasticamente. In meglio.
lunedì, dicembre 22, 2008
venerdì, dicembre 12, 2008
Questo non è un post sulla Carfagna
…anche se parla di (im)pari opportunità.
L’incontro di lunedì scorso è stato estremamente interessante, sia per la rara possibilità di conoscere alcune delle mamme blogger che seguo regolarmente, sia per l’impagabile opportunità di incontrare mamme belle battagliere (Paola Dubini, vicedirettore del centro Ask Bocconi, è un mito assoluto).
Allora mi è venuto in mente di raccogliere in un post alcune delle cose che nel tempo ho sparso in forma di commenti su vari blog, con alterna fortuna di pubblico e di critica.
I modelli
Indubbiamente le mamme della nostra generazione sono molto diverse da quelle della generazione delle nostre mamme. E però il paradosso è che i nostri modelli sono comunque loro. Quindi che succede? Che nella migliore delle ipotesi noi impariamo a fare le mamme dalle nostre mamme, le quali a loro volta imparavano dalle loro. Ma questi insegnamenti non vanno più d’accordo né con il nostro stile di vita né con la realtà dalla quale siamo circondate (un esempio banale: quando sono stata dimessa dall’ospedale col bimbetto nuovo nuovo, il pediatra ci ha raccomandato di non vestire troppo le creature, e soprattutto di non mettergli cappelli in testa se non in caso di bufera. Ovviamente ai primi segni dell’autunno ho litigato con mia madre, che voleva infagottare il piccolo. E parliamo solo di un fottutissimo cappello). Il risultato? Un copioso senso di colpa e di inadeguatezza.
E questa non è che la migliore delle ipotesi. Per chi una mamma vicino non ce l’ha, manca anche quella fonte di insegnamento. E allora ecco il secondo problema.
I mentori
Le aziende e l’editoria, contrariamente alle mamme, sono ben consapevoli di questa situazione, e ne hanno fatto un business da paura. In pratica succede che, fin dal momento della tua prima visita dal ginecologo, quella in cui lo informi della gravidanza, tu diventi un target. Di colpo tutti si interessano alla tua esistenza e a quella che ti porti nella pancia (con una netta predilezione per la seconda: da quel momento tu acquisisci la valenza biologica di contenitore e quella commerciale di decisore d’acquisto, ma di fatto cessi di esistere come persona). Il primo atto è l’abbonamento “a gratis” a una o più riviste di settore. E sei entrata nel tunnel.
Da quel momento l’attività preferita di chi ti sta attorno sarà quella di farti sentire un’inetta. D’altronde ci sono libri che parlano di come dar da mangiare ai bambini, libri che ti insegnano a insegnargli a dormire (chi ha detto Estivil? No, non si parla di Estivil. Ho già dato), riviste in cui ti fanno il culo per come gli cambi i pannolini o gli scaldi il latte. Senza contare l’universo dell’alimentazione e della medicina, che là sì che si fanno i bei soldini. Certo, a spese delle mamme: delegittimare è la parola chiave. Le mamme sono, di per sé, incapaci. Inadeguate. Delle deficienti. E più si sentono così più compreranno: consulenze, libri, riviste, prodotti, giochi. E pediatri privati, perché sotto sotto pensano che quelli della mutua non siano poi così brillanti. E tate, naturalmente, tate come se piovesse, perché se i nonni non ci sono in qualche modo bisogna pur fare. Mentre le riviste di cui sopra ti dicono che col bambino deve starci la mamma. La mamma, attenzione, non un genitore a scelta tra quelli disponibili.
Il lavoro
A un certo punto la luna di miele – o l’incubo, dipende dalle scuole di pensiero – della maternità finisce, e si torna a lavorare. Lasciamo da parte quello che si trova, che è storia nota (mi ha colpito però la testimonianza di una mamme presenti all’incontro – che non linko perché si parla di lavoro – la quale raccontava che, rientrando in azienda, ha ritrovato il suo posto, con i suoi riporti e tutto il resto. Quando poi ha avuto una promozione, sono stati i suoi colleghi a ribellarsi, perché, essendo mamma, dal loro punto di vista non avrebbe avuto modo di svolgere adeguatamente il lavoro richiesto dal nuovo ruolo), e allarghiamo la prospettiva, perché, per come la vedo io, questo è un problema culturale e insieme politico, oltre che di educazione.
Culturale perché. Perché, come si diceva prima, noi siamo figlie delle nostre mamme, e le nostre mamme, nella stragrande maggioranza dei casi, non avevano certi grilli per la testa. Magari facevano le insegnanti, che si sa, “è un lavoro che per una donna è l’ideale”. Allo stesso modo, i nostri compagni, padri dei nostri figli, sono figli delle stesse mamme (non mi sto incasinando, vero?), e dunque proprio non capiscono perché le loro compagne debbano avere certi grilli per la testa e pronunciare parolacce tipo “carriera”. Ovviamente sto generalizzando e anche banalizzando un po’, ma l’obiettivo è quello di prendere dentro tutti. In pratica, quello che è successo è che, anche se abbiamo fatto un percorso in tutto simile a quello dei nostri compagni – scuola, università, inizio della carriera -, in fondo in fondo rimaniamo sempre donne, anzi femmine, e di conseguenza mamme. E una volta mamme, questo stato si mangia tutto il resto, ed ecco che i modelli delle generazioni passate tornano ad essere dominanti.
Politico perché. Perché se è vero che culturalmente non siamo messi molto bene, è pur vero che abbiamo degli strumenti per cambiare le cose. Personalmente credo nella politica come strumento per agire sulla cultura, naturalmente se utilizzato in modo sensato. E pensiamo alle politiche per la famiglia che abbiamo in Italia. Cioè, in realtà in Italia abbiamo politiche per le madri. Ed ecco il casino. Per come la vedo io, finché in Italia si faranno politiche per le madri invece che per le famiglie la storia non cambierà. In termini pratici: se la mamma è l’unica a godere del periodo di congedo familiare, la cultura dei figli come carico esclusivo delle madri e del lavoro come territorio solo degli uomini, non si sposterà di una virgola. Alzi la mano chi ha pensato “Ma non è vero! Anche i papà possono godere del congedo parentale!”. Ok, quanti ne conoscete che l’hanno fatto? Io uno. Lui era molto felice, ma i suoi colleghi lo guardavano male. Quindi siamo punto e daccapo: non basta dare la possibilità, bisogna incoraggiare la pratica del congedo parentale per i padri. Se no non ce la possiamo fare.
Infine, è un problema di educazione. Se i nostri figli sono abituati a vedere le mamme con loro e i papà al lavoro, si formeranno su questo i loro modelli culturali di genere. E quando saranno genitori li riproporranno.
(Vorrei sottolineare una cosa: questi modelli di genere non emergono prima di diventare genitori, quasi mai. Magari una ha giocato con la Barbie fino a 12 anni, ma poi ha studiato ed è diventata un neurochirurgo: in linea di principio non c’è niente di sbagliato in questo. Il giorno in cui il neurochirurgo diventa mamma, però, il suo compagno direttore sanitario – ché non si dà in natura che una femmina faccia più carriera di un maschio – vedrà in lei una mamma e basta. E si ricomincia con la prossima generazione).
(Lo so, questo post è pesantissimo).
L’incontro di lunedì scorso è stato estremamente interessante, sia per la rara possibilità di conoscere alcune delle mamme blogger che seguo regolarmente, sia per l’impagabile opportunità di incontrare mamme belle battagliere (Paola Dubini, vicedirettore del centro Ask Bocconi, è un mito assoluto).
Allora mi è venuto in mente di raccogliere in un post alcune delle cose che nel tempo ho sparso in forma di commenti su vari blog, con alterna fortuna di pubblico e di critica.
I modelli
Indubbiamente le mamme della nostra generazione sono molto diverse da quelle della generazione delle nostre mamme. E però il paradosso è che i nostri modelli sono comunque loro. Quindi che succede? Che nella migliore delle ipotesi noi impariamo a fare le mamme dalle nostre mamme, le quali a loro volta imparavano dalle loro. Ma questi insegnamenti non vanno più d’accordo né con il nostro stile di vita né con la realtà dalla quale siamo circondate (un esempio banale: quando sono stata dimessa dall’ospedale col bimbetto nuovo nuovo, il pediatra ci ha raccomandato di non vestire troppo le creature, e soprattutto di non mettergli cappelli in testa se non in caso di bufera. Ovviamente ai primi segni dell’autunno ho litigato con mia madre, che voleva infagottare il piccolo. E parliamo solo di un fottutissimo cappello). Il risultato? Un copioso senso di colpa e di inadeguatezza.
E questa non è che la migliore delle ipotesi. Per chi una mamma vicino non ce l’ha, manca anche quella fonte di insegnamento. E allora ecco il secondo problema.
I mentori
Le aziende e l’editoria, contrariamente alle mamme, sono ben consapevoli di questa situazione, e ne hanno fatto un business da paura. In pratica succede che, fin dal momento della tua prima visita dal ginecologo, quella in cui lo informi della gravidanza, tu diventi un target. Di colpo tutti si interessano alla tua esistenza e a quella che ti porti nella pancia (con una netta predilezione per la seconda: da quel momento tu acquisisci la valenza biologica di contenitore e quella commerciale di decisore d’acquisto, ma di fatto cessi di esistere come persona). Il primo atto è l’abbonamento “a gratis” a una o più riviste di settore. E sei entrata nel tunnel.
Da quel momento l’attività preferita di chi ti sta attorno sarà quella di farti sentire un’inetta. D’altronde ci sono libri che parlano di come dar da mangiare ai bambini, libri che ti insegnano a insegnargli a dormire (chi ha detto Estivil? No, non si parla di Estivil. Ho già dato), riviste in cui ti fanno il culo per come gli cambi i pannolini o gli scaldi il latte. Senza contare l’universo dell’alimentazione e della medicina, che là sì che si fanno i bei soldini. Certo, a spese delle mamme: delegittimare è la parola chiave. Le mamme sono, di per sé, incapaci. Inadeguate. Delle deficienti. E più si sentono così più compreranno: consulenze, libri, riviste, prodotti, giochi. E pediatri privati, perché sotto sotto pensano che quelli della mutua non siano poi così brillanti. E tate, naturalmente, tate come se piovesse, perché se i nonni non ci sono in qualche modo bisogna pur fare. Mentre le riviste di cui sopra ti dicono che col bambino deve starci la mamma. La mamma, attenzione, non un genitore a scelta tra quelli disponibili.
Il lavoro
A un certo punto la luna di miele – o l’incubo, dipende dalle scuole di pensiero – della maternità finisce, e si torna a lavorare. Lasciamo da parte quello che si trova, che è storia nota (mi ha colpito però la testimonianza di una mamme presenti all’incontro – che non linko perché si parla di lavoro – la quale raccontava che, rientrando in azienda, ha ritrovato il suo posto, con i suoi riporti e tutto il resto. Quando poi ha avuto una promozione, sono stati i suoi colleghi a ribellarsi, perché, essendo mamma, dal loro punto di vista non avrebbe avuto modo di svolgere adeguatamente il lavoro richiesto dal nuovo ruolo), e allarghiamo la prospettiva, perché, per come la vedo io, questo è un problema culturale e insieme politico, oltre che di educazione.
Culturale perché. Perché, come si diceva prima, noi siamo figlie delle nostre mamme, e le nostre mamme, nella stragrande maggioranza dei casi, non avevano certi grilli per la testa. Magari facevano le insegnanti, che si sa, “è un lavoro che per una donna è l’ideale”. Allo stesso modo, i nostri compagni, padri dei nostri figli, sono figli delle stesse mamme (non mi sto incasinando, vero?), e dunque proprio non capiscono perché le loro compagne debbano avere certi grilli per la testa e pronunciare parolacce tipo “carriera”. Ovviamente sto generalizzando e anche banalizzando un po’, ma l’obiettivo è quello di prendere dentro tutti. In pratica, quello che è successo è che, anche se abbiamo fatto un percorso in tutto simile a quello dei nostri compagni – scuola, università, inizio della carriera -, in fondo in fondo rimaniamo sempre donne, anzi femmine, e di conseguenza mamme. E una volta mamme, questo stato si mangia tutto il resto, ed ecco che i modelli delle generazioni passate tornano ad essere dominanti.
Politico perché. Perché se è vero che culturalmente non siamo messi molto bene, è pur vero che abbiamo degli strumenti per cambiare le cose. Personalmente credo nella politica come strumento per agire sulla cultura, naturalmente se utilizzato in modo sensato. E pensiamo alle politiche per la famiglia che abbiamo in Italia. Cioè, in realtà in Italia abbiamo politiche per le madri. Ed ecco il casino. Per come la vedo io, finché in Italia si faranno politiche per le madri invece che per le famiglie la storia non cambierà. In termini pratici: se la mamma è l’unica a godere del periodo di congedo familiare, la cultura dei figli come carico esclusivo delle madri e del lavoro come territorio solo degli uomini, non si sposterà di una virgola. Alzi la mano chi ha pensato “Ma non è vero! Anche i papà possono godere del congedo parentale!”. Ok, quanti ne conoscete che l’hanno fatto? Io uno. Lui era molto felice, ma i suoi colleghi lo guardavano male. Quindi siamo punto e daccapo: non basta dare la possibilità, bisogna incoraggiare la pratica del congedo parentale per i padri. Se no non ce la possiamo fare.
Infine, è un problema di educazione. Se i nostri figli sono abituati a vedere le mamme con loro e i papà al lavoro, si formeranno su questo i loro modelli culturali di genere. E quando saranno genitori li riproporranno.
(Vorrei sottolineare una cosa: questi modelli di genere non emergono prima di diventare genitori, quasi mai. Magari una ha giocato con la Barbie fino a 12 anni, ma poi ha studiato ed è diventata un neurochirurgo: in linea di principio non c’è niente di sbagliato in questo. Il giorno in cui il neurochirurgo diventa mamma, però, il suo compagno direttore sanitario – ché non si dà in natura che una femmina faccia più carriera di un maschio – vedrà in lei una mamma e basta. E si ricomincia con la prossima generazione).
(Lo so, questo post è pesantissimo).
martedì, dicembre 09, 2008
Momenti di gloria
Ciascuno dei membri della mia famiglia ha una colonna sonora, i cui brani cambiano a seconda delle necessità. Ad esempio, quando Gabriele si sente particolarmente in forma, fa colazione cantando ad un volume allarmante la sigla della 20th Century Fox (avete presente, quella che fa “ta-tatataaaa tatatatatatattà tatatattatattà tatattattata ta-tatataaaa” ecc., col leone che ruggisce). E Alberto, se è in un mood festaiolo, mima uno sciamannato che balla con la cravatta annodata alla fronte e canta la samba, quella di fine anno quando si fa il trenino. Ecco, cose così.
Ebbene, da sabato sera ho aggiunto un brano alla mia colonna sonora: “Momenti di gloria”, accompagnato dal mimo del maratoneta che taglia il traguardo. Alè! Ho finito il mio primo lavoro a maglia! Sono entrata nel favoloso mondo del knitting, soooooooo trendy, signora mia! (“Ma lo sa che anche Sarah Jessica Parker fa la maglia? Sì sì, quella di Sex and The City! E Russel Crowe, il Gladiatore, sferruzza sul set!”).
È andata così.
Sabato pomeriggio a casa di mia suocera, umore antracite, tempo schifoso. Pesco da una libreria uno dei mille volumi di una “Enciclopedia dei lavori femminili” (sottotitolo) il cui titolo credo che sia “Il Filo”, e mi metto a sfogliarla. Tra gli improbabili modelli proposti con tutte le tecniche possibili – cucito, ferri, uncinetto, perline, ecc. ecc. (immagino che il découpage non esistesse, negli anni 70) – intravedo la possibilità di avviare un’attività parallela a quella di guardare la tv. E mi vedo realizzare mantelle, maglioni, guanti e cappelli come se piovesse. Solo che io, di famiglia, vengo da una razza di sarti, che ha sempre guardato con sospetto questo genere di attività professionale ridotta a mero passatempo per giovani amanti del focolare: in pratica, a mia mamma la maglia e l’uncinetto non sono mai piaciuti, e quindi qualcosa ho imparato, ma solo il minimo sindacale per fare figura con le mie amichette di scuola. E allora ho preso il coraggio a due mani, sabato pomeriggio, e ho espresso il mio desiderio di imparare a lavorare ai ferri. Ad alta voce. Mia suocera si è attivata. Dopo 20 minuti sapevo (sic): montare le maglie e fare il diritto e il rovescio. Mia suocera mi ha regalato i suoi ferri (in seguito mi hanno detto che non si fa, per cui la volta dopo che ci siamo viste glieli ho pagati, un prezzo simbolico, naturalmente), accuratamente conservati nell’oggetto più fantastico che io abbia mai visto: un portaferri di legno, cilindrico, lungo una sessantina di cm e del diametro di 5 o 6. Una figata spaziale!
Alla prima occasione, entro nella mitica merceria delle mitiche sorelle che ai “lavori femminili” hanno dedicato tutta la vita. Con me c’è mio marito, sguardo sardonico di chi si chiede come andrà a finire. Io entro con l’espressione della fiducia, mentre nella testa mi girava “… e siamo noi, e siamo noi, il paradiso siamo noi…”. Chiedo alla signora se ha degli schemi, perché lo so che li ha. Lei sta per farmi di sì, e io aggiungo che ho bisogno anche di due gomitoli di due colori contrastanti, da spendere poco, che mi servono solo per fare le mie prove. La signora si blocca. Non sorride più. Mi chiede cosa so fare. Le rispondo: dritto e rovescio, ma imparo in fretta e sto studiando. Lei scoppia a ridere e guardando mio marito mi fa: “Ma lei è fuori di testa!”. A me??? Fuori di testa??? La merciaia??? Ecchecc…
Mi giro. Mio marito è piegato in due dalle risate, se ne sta in fondo alla merceria, seduto su una sedia tenendosi la pancia. Si porta il palmo della mano alla fronte e fa “Noooooo!!!”. Io potrei sprofondare, ma non lo faccio, preferisco attaccare.
“E allora?”
“Lei deve fare la sciarpa a punto legaccio”
“Ma non mi piace il punto legaccio!”
“Non mi interessa. Come questa” E prende una sciarpa dalla vetrina, molto bella, in verità. È un duro colpo per me.
Accetto. Scelgo la lana, prendo i ferri e vado a casa. Mio marito continua a fare “… e siamo noi, e siamo noi, il paradiso siamo noi…”, e io lo strozzerei ma ho le lacrime dal ridere, al pensiero della sciura che mi dice che sono fuori di testa e mi costringe a fare una sciarpa a punto legaccio.
Insomma, fatto sta che la sciarpa è finita, ed è pure bella. Durante l’ultimo giro ho cantato a squarciagola “Momenti di gloria”. Certo, fare il maratoneta che taglia il traguardo mi impediva un po’ i movimenti con i ferri. Ma ora sono pronta per una nuova sfida. Trecce, sto arrivando!
(E se non dovessi farcela, ci ho comunque guadagnato un portaferri di legno incredibilmente cool!)
Ebbene, da sabato sera ho aggiunto un brano alla mia colonna sonora: “Momenti di gloria”, accompagnato dal mimo del maratoneta che taglia il traguardo. Alè! Ho finito il mio primo lavoro a maglia! Sono entrata nel favoloso mondo del knitting, soooooooo trendy, signora mia! (“Ma lo sa che anche Sarah Jessica Parker fa la maglia? Sì sì, quella di Sex and The City! E Russel Crowe, il Gladiatore, sferruzza sul set!”).
È andata così.
Sabato pomeriggio a casa di mia suocera, umore antracite, tempo schifoso. Pesco da una libreria uno dei mille volumi di una “Enciclopedia dei lavori femminili” (sottotitolo) il cui titolo credo che sia “Il Filo”, e mi metto a sfogliarla. Tra gli improbabili modelli proposti con tutte le tecniche possibili – cucito, ferri, uncinetto, perline, ecc. ecc. (immagino che il découpage non esistesse, negli anni 70) – intravedo la possibilità di avviare un’attività parallela a quella di guardare la tv. E mi vedo realizzare mantelle, maglioni, guanti e cappelli come se piovesse. Solo che io, di famiglia, vengo da una razza di sarti, che ha sempre guardato con sospetto questo genere di attività professionale ridotta a mero passatempo per giovani amanti del focolare: in pratica, a mia mamma la maglia e l’uncinetto non sono mai piaciuti, e quindi qualcosa ho imparato, ma solo il minimo sindacale per fare figura con le mie amichette di scuola. E allora ho preso il coraggio a due mani, sabato pomeriggio, e ho espresso il mio desiderio di imparare a lavorare ai ferri. Ad alta voce. Mia suocera si è attivata. Dopo 20 minuti sapevo (sic): montare le maglie e fare il diritto e il rovescio. Mia suocera mi ha regalato i suoi ferri (in seguito mi hanno detto che non si fa, per cui la volta dopo che ci siamo viste glieli ho pagati, un prezzo simbolico, naturalmente), accuratamente conservati nell’oggetto più fantastico che io abbia mai visto: un portaferri di legno, cilindrico, lungo una sessantina di cm e del diametro di 5 o 6. Una figata spaziale!
Alla prima occasione, entro nella mitica merceria delle mitiche sorelle che ai “lavori femminili” hanno dedicato tutta la vita. Con me c’è mio marito, sguardo sardonico di chi si chiede come andrà a finire. Io entro con l’espressione della fiducia, mentre nella testa mi girava “… e siamo noi, e siamo noi, il paradiso siamo noi…”. Chiedo alla signora se ha degli schemi, perché lo so che li ha. Lei sta per farmi di sì, e io aggiungo che ho bisogno anche di due gomitoli di due colori contrastanti, da spendere poco, che mi servono solo per fare le mie prove. La signora si blocca. Non sorride più. Mi chiede cosa so fare. Le rispondo: dritto e rovescio, ma imparo in fretta e sto studiando. Lei scoppia a ridere e guardando mio marito mi fa: “Ma lei è fuori di testa!”. A me??? Fuori di testa??? La merciaia??? Ecchecc…
Mi giro. Mio marito è piegato in due dalle risate, se ne sta in fondo alla merceria, seduto su una sedia tenendosi la pancia. Si porta il palmo della mano alla fronte e fa “Noooooo!!!”. Io potrei sprofondare, ma non lo faccio, preferisco attaccare.
“E allora?”
“Lei deve fare la sciarpa a punto legaccio”
“Ma non mi piace il punto legaccio!”
“Non mi interessa. Come questa” E prende una sciarpa dalla vetrina, molto bella, in verità. È un duro colpo per me.
Accetto. Scelgo la lana, prendo i ferri e vado a casa. Mio marito continua a fare “… e siamo noi, e siamo noi, il paradiso siamo noi…”, e io lo strozzerei ma ho le lacrime dal ridere, al pensiero della sciura che mi dice che sono fuori di testa e mi costringe a fare una sciarpa a punto legaccio.
Insomma, fatto sta che la sciarpa è finita, ed è pure bella. Durante l’ultimo giro ho cantato a squarciagola “Momenti di gloria”. Certo, fare il maratoneta che taglia il traguardo mi impediva un po’ i movimenti con i ferri. Ma ora sono pronta per una nuova sfida. Trecce, sto arrivando!
(E se non dovessi farcela, ci ho comunque guadagnato un portaferri di legno incredibilmente cool!)
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