venerdì, ottobre 02, 2009

Conciliazione lavoro-famiglia. Forse non dovrebbere essere un problema solo per le donne.

In più di un’occasione le donne della rete si sono espresse in termini entusiastici sui loro compagni, dichiarando che sono presenti, collaborativi, praticamente perfetti. Me ne compiaccio. Tuttavia, chiacchierando con un po’ di amiche, nei giorni scorsi, la sensazione che ne ho tratto non era esattamente questa. E, attenzione, non sto parlando solo di mamme, ma anche di giovani signore child-free, e dunque generalmente non coinvolte in questo tipo di problematiche – a torto, evidentemente.

Il tema della conciliazione lavoro-famiglia è tipicamente un tema femminile. Le chiacchierate di cui parlavo sopra mi hanno fatto sorgere però un dubbio, e cioè che forse se estendessimo la questione anche agli uomini tutto sarebbe più facile. Mi spiego meglio. In generale il problema è formulato come segue:
Se una donna vuole fare carriera, o mantenere quella che ha, deve rinunciare alla famiglia, e questo non è giusto
.
Questa, è chiaro, è solo una delle formulazioni possibili. Giocando un po’ con le parole, una nuova formulazione potrebbe essere:
Se una persona vuole fare carriera, o mantenere quella che ha, deve rinunciare alla famiglia, e questo non è giusto.

A ben guardare, non è solo un gioco con le parole, ma un ben più profondo allargamento della prospettiva. Il neutro “persona”, di colpo, coinvolge anche gli uomini.

“Rinunciare alla famiglia”, credo, non significa solo “rinunciare ai figli”. Una famiglia è anche una coppia: lo dice il Codice Civile, lo dice la Chiesa.

E i modi di rinunciare alla famiglia sono molti: non essere presenti quando bisogna prendere decisioni importanti, ma anche solo non essere disponibili a fare qualcosa insieme significa rinunciare alla famiglia, laddove implica che solo uno dei due membri della medesima si veda delegate tutte le incombenze ad essa relative, cosa che implica spesso anche il negarsi momenti di relax e – ohoh! – di piacere. Se avevamo progettato una vacanza insieme e mio marito mi dà buca per questioni di lavoro, 9 volte su 10 in vacanza non ci vado neanch’io, insomma.

Ops! Il nostro gioco di parole è diventato qualcosa di molto più ampio, è diventato un problema, ha scardinato un dato acquisito, ha rovesciato la prospettiva.

So what? Torniamo per un attimo ai compagni disponibili e presenti. Sono disponibili e presenti – per ammissione delle interessate – “quando sono a casa”, perché spesso fuori per lavoro. Forse ho un problema con la parola “presente”. Fuori per lavoro non significa presente. Anzi. Mi viene da dire che spesso i compagni sono fuori per lavoro perché a casa c’è qualcun altro che si fa carico di tutto il resto. E che possono essere fuori per lavoro solo per questo.

Credo che il tema della conciliazione lavoro-famiglia vada riformulato, arrivando a comprendere il punto di vista degli uomini. O se no vuol dire che non ho capito niente della parola “famiglia”. Voi che ne pensate?

p.s. vedo che questo post è un tripudio di virgolette, cosa che odio anche più dei puntini sospensivi. È che il tema mi prende e fa emergere il mio lato oscuro. Chiedo scusa.

17 commenti:

lorenza ha detto...

quoto tutto, e aggiungo: anche il punto di vista delle aziende e dei datori di lavoro!!

giuliana ha detto...

credo che la vera rivoluzione sia questa. ripensare la famiglia come unità, non come spazio "diversity friendly", perché friendly non è.
p.s. ieri in bus c'era una identica a te, continuavo a guardarla, poi lei mi ha lanciato un'occhiataccia. magari pensava che ci stessi provando :)

Paola ha detto...

arciquoto.
purtroppo a dire cose del genere si rischia di passare per cattolici. almeno, a me ultimamente accade spesso ;-)
p

M di MS ha detto...

Mi ritrovo spesso a pensare a ciò che hai scritto, appartenendo a questa categoria di fortunate. Ma in effetti il gioco varrebbe solo se io lavorassi full-time. Pensando al nostro passato di coppia senza figli, no way. Sono sempre stata casalinga.

piattinicinesi ha detto...

qando dici una persona deve rinunciare alla famiglia è esattamente questo, molti uomini rinunciano a questa idea di famiglia partecipativa
poi per me una coppia, una famiglia, ma anche una comunità esistono quando si hanno dei progetti comuni, magari le incombenze sono diverse, ma non rigide, e si va avanti insieme. invece questo pensare insieme spesso, a causa della mancata presenza anche nel quotidiano, che è un pensare quotidiano come famiglia, viene meno, e ci si ritrova con l'intero peso addosso. ci si ritrova ad avere un figlio in più. gli uomini ci vogliono leggere ma non si rendono conto che è molto difficile esserlo quando ti senti tutto il peso addosso.
mi sembra un buon argomento da approfondire,e anche a me tocca molto, mi sa che si sente

giuliana ha detto...

@paola: e chissene. sono battezzata e mi sono sposata in chiesa, quindi ci sta pure. solo che non sono così sicura che la morale cattolica possa sottoscrivere una cosa del genere. non è forse scritto "tu, donna, partorirai con gran dolore, e tu, uomo, lavorerai con gran sudore"? insomma, io vorrei liberarmi proprio di questo.

@mdims: ok, una scelta è una scelta. ma solo se la fai tu, non se qualcun altro sceglie per te. ad esempio, se è tuo marito a scegliere che tu uscirai una sera con le tue amiche. non ti pare?

@piattini: eh già, il figlio in più. ma anche (per le mie amiche senza figli) quello che non hai. c'è un limite che rappresenta per me la linea del piave: è quando hai la sensazione che la differenza tra avere una famiglia e non averla è il numero di piatti che devi mettere in tavola a cena. ecco, in quel caso puoi ammettere serenamente che non di famiglia si tratta, bensì di una coabitazione.

alebegoli ha detto...

i figli si fanno in due, e bisogna farsene carico in due. Questo non significa pesare grammo a grammo quanti pannolini cambio io e quanti tu, quante volte lo porto a scuola io e quante tu, ma rendersi conto che le responsabilità si hanno in due, meriti e colpe, soddisfazioni e pesi. Con la maggiore serenità possibile, scarichiamoci dalle spalle un po' di pesi, e rimettiamoli in mano ai nostri compagni. Senza sentirci in colpa, anzi, perché se lo facciamo poi saremo donne migliori (per noi, per loro, per i nostri figli).
E tutte le volte che sentiamo parlare di mamme, abituiamoci ad aggiungere "e babbi", per favore.

supermambanana ha detto...

piu' che commentare vorrei menzionare una mia ex-studentessa a liverpool, una scheggia, dell'India (della serie ah le culture maschiliste vade retro etc etc) il cui marito, pure lui indiano, lascio' il lavoro per seguirla in UK e farle fare il master, facendo il casalingo per un anno in terra straniera, e che ora lavora in California per Google, hanno avuto un bellissimo bimbo a marzo e che oggi su Facebook ci fa sapere della giornata molto creativa che ha avuto in Google stamattina. E ho detto tutto.

VereMamme ha detto...

1. d'accordissimo con te sul fatto che il problema vada riformulato includendo l'altro sesso, se no non se ne esce.
2. mi ricordo che tempo fa ho scherzato sul fatto che vantarsi di un marito presente e che aiuta sia "the ultimate status symbol" - una posa, insomma, per dire "guarda come sono stata brava a scegliermelo e come sei sfigata tu". anche qui, se prima non si guarda in faccia un problema, è impossibile risolverlo. Piattini ha anche interrogato un'esperta in proposito :)
http://www.veremamme.it/mamamablog/2009/5/29/langolo-dellesperto-la-maritologa.html
3. Le virgolette sarebbero il tuo lato oscuro?

Claudia - La casa nella prateria ha detto...

Sono assolutamente d'accordo. Se solo bastasse riformulare la frase per poter cambiare le cose...

Mamma Cattiva ha detto...

Se una si lamenta del partner è in buona compagnia e riceve solidarietà. Se una si vanta di quanto il proprio partner aiuta è come se sbandierasse un guardaroba firmato e viene tacciata di presunzione. "Beata te!" sembra dire lo strascico. Le nostre conversazioni dovrebbero forse anche cambiare tono non solo il sesso.

giuliana ha detto...

@mamma cattiva: per capirci, mi riferivo a recenti episodi di aggressione di massa a persone che si sono permesse di mettere in dubbio il livello medio di collaboratività di un marito/padre. da qui il nuovo trend.

OrsoPolareNero ha detto...

esco alle 6.45 3 torno alle 20: e' evidente che il mio apporto alla gestione delle mie due bambine di 2 e 4 anni e' limitato - ma il sabato e la domenica cerco di tenermele addosso 24 ore al giorno per sgravare la mia barbara da una fatica enorme - una "serena famiglia" si misura anche in queste cose : credo che la compartecipazione di marito e moglie nei diritti e doveri nella conduzione di tutte le vicissitudini quotidiane sia il "minimo sindacale" per una vita al riparo da crisi

CIAO!!!!!!!!!!!!!

giuliana ha detto...

@orsopolarenero: eh, ma dalle 20 in poi si può comunque fare molto. e comunque non parlo di una condivisione "materiale", ma mi riferisco soprattutto a quella morale, intesa come coinvolgimento di tutti

monica - pontitibetani ha detto...

posso rilinkare il post che ho scritto su vere mamme?
il mio pensiero è tutto lì, difficile estrapolarlo da una conversazione in corso... se non lo giudicate sconveniente leggete anche di là...

monica

http://www.veremamme.it/veremamme-blogcafe/2009/10/2/parlo-di-voi-attendo-tsunami.html#comment5784841

Lanterna ha detto...

Il fatto è che da sempre gli uomini rinunciano alla famiglia, ma non se ne rendono conto. Volete chiamarlo uno di famiglia un padre che esce di casa prima che i figli si sveglino, torna appena prima che loro si addormentino e c'è solo nel weekend? Senza voler mancare di rispetto a nessuno, ma io con un uomo così figli non ne farei. A meno che di non volermi ritenere una madre single.

lisa2007 ha detto...

Certo che oh
"Oh quanto sei sfigata che tuo marito non fa niente in casa" vs. "Oh quanto te la meni solo perchè tuo marito fa tutto in casa";
"Oh quanto sei sfigata che stai a casa a fare la mamma e non lavori e la tua vita la butti via così"vs. "Oh cosa hai fatto i figli a fare se li devi mollare tutto il giorno al nido o alla tata";
"Oh quanto è sfigato suo marito che lavora solo mezza giornata, come credete di mantenere una famiglia?" vs. "Oh i figli io con uno che sta fuori 12 ore al giorno non li farei mai perchè tanto non è presente".
Succo del discorso: concordo con chi dice che forse dovremmo cambiare il tono, e aggiungo che dovremmo addentrarci nella singolarità della vita di ognuno prima di sparare sentenze dall'alto della nostra perfezione. Perchè nel 99% dei casi, la gente NON HA SCELTA. O comunque, sembra ridondante ma forse non lo è, la gente fa del proprio meglio per mandare avanti la propria baracca, dribblando fra gli ostacoli.
(scusa se sono un po' uscita dal topic) :)