mercoledì, maggio 27, 2009

Marion Cunningham forever


Quando ho aperto questo blog non si parlava di mommyblogging. Il mommyblogging è un’invenzione del marketing molto recente, prima c’erano solo blogger che erano anche mamme, o mamme che avevano un blog.
E, per dirla tutta, neanche avevo intenzione di parlare di maternità: ero già fuori dal tunnel dei primi tre anni di mio figlio, quindi perché stare a rivangare?
Ma poi, come si sa, spesso il marketing è più forte, e allora eccomi a militare nelle file di mammeblogger-scritto-tutto-attaccato, un po’ dubbiosa all’inizio, ma poi soddisfatta.

E così, quando mi hanno chiesto di scrivere dei post per Grazia, la perplessità è stata spazzata via quasi subito: di che cos’altro avrei potuto parlare, se non di mamme? L’ho fatto a modo mio. Mi sono immaginata la mamma perfetta (non mi è mai capitato di incontrarne una, o almeno una che lo fosse davvero, e non che si bulla di esserlo, per questo l’ho dovuta immaginare) in alcuni momenti chiave della maternità. Lo stesso ho fatto con la mamma imperfetta. Cioè, questa non ho dovuto immaginarla. Questa esiste, la vedo spessissimo, a volte anche quando mi guardo allo specchio. La prima l'ho chiamata Lei, la seconda L'Altra. Magari ho un po’ calcato la mano, questo sì, ma per amore di ironia.

Il risultato? Un pandemonio.

Non contenta, ho fatto di più. Ho chiesto a Luana, nome d’arte LaStaccata, di scrivere un post per il blog del MomCamp. Lei, molto carinamente, ha raccolto l’invito, e, a modo suo, ha scritto un post sui blog delle mamme – ancora una volta, calcando un po’ la mano per amor di ironia.

Il risultato? Un altro pandemonio.

Da questi e in verità anche da altri episodi analoghi ho tratto alcune conclusioni che vorrei condividere.

1) Scrivere su un blog collettivo non è come scrivere nel proprio.
Cioè, questo lo sapevo, ma ne ho avuto un’ulteriore conferma. Nel tuo blog sei a casa tua, e
a) puoi farci quello che vuoi
b) chi viene e gradisce rimane, gli altri via
c) al contrario, ogni blog collettivo ha un seguito di “amici” che tendono a darsi ragione tra loro e a mettere a dura prova gli “estranei”. Indipendentemente dalle intenzioni, che sono sempre buone

Ne consegue che è assai più facile essere compresi (nel merito, ma anche nello stile) nel proprio blog che altrove, e che tendenzialmente la conversazione che scaturisce da un post non assume (quasi) mai la forma di un attacco frontale. Cosa che invece, pur in assenza di troll conclamati, può succedere in un blog collettivo.

2) E qui entro nel merito. A parlare di mamme si rischia sempre di pestare escrementi. Cosa di cui le mamme, peraltro, hanno una vasta esperienza.
Ecco, questa è la cosa che mi è dispiaciuta di più, per entrambe le situazioni di cui raccontavo. È un campo minato di nervi scoperti. Su tutto: la gravidanza, il parto, i primi mesi da sole col bebé, lo svezzamento, senza parlare del ruolo dei compagni/padri. Su quest’ultimo tema sono veramente basita. A quanto pare le persone con cui sono (siamo) venute in contatto sono o hanno dei compagni da manuale. Ne sono compiaciuta. Ma di questo si è parlato anche nel post precedente (nei commenti, soprattutto), per cui non mi ripeto.

Osservo solo, con tristezza, che quello che succede alle mamme se lo cercano loro. Preservare la sacralità della maternità a costo della propria esistenza come persona? A quanto pare sì. Anzi, anche a costo della vita. Che non si dica che una può anche non essere perfetta. Il modello? Marion Cunningham.

Ma qui sono sul mio blog, che notoriamente è frequentato da mamme snaturate, quindi posso dire senza problemi che non sono d’accordo.

lunedì, maggio 25, 2009

Mam, il giorno dopo. Il re è nudo

Avrei potuto scrivere questo post già nel primo pomeriggio di sabato, dal Mam, ma gli interventi delle mamme erano tanti e interessanti, e così ho preferito aspettare. Che poi, fra l’altro, la notte porta consiglio. Figuriamoci due notti.

La parte facile è questa: brave tutte le mamme che hanno parlato nel pomeriggio. Mamme che hanno le idee chiare, che costruiscono quotidanamente qualcosa di solido, di pratico, mamme che non c’entrano con le mamme della pubblicità. E poi, grande soddisfazione: The Talking Village (il nuovo nome di Powered by People) ha fatto il suo ingresso in società, con una Flavia in grande forma nonostante la – quasi – afonia e i casini tecnici della presentazione. Su questo però ci torno, perché, come si può facilmente immaginare, ci tengo molto.

La parte difficile invece è la mattina, o meglio, le considerazioni che ne sono scaturite.

Mi sono un po’ intristita. Mi sono sentita un panda. Una cosa, un esserino da proteggere, con cui essere solidali, ma una tantum. Mi spiego. Si è parlato di interventi a sostegno del lavoro delle donne, e i temi, mi spiace dirlo, sono stati sempre gli stessi: i nidi, le sovvenzioni all’imprenditoria femminile, la flessibilità. Posso dirlo? Sono stufa.

Sono stufa perché
Sono stufa perché non vedo strategia in questi interventi. Sono tutti interventi tattici, che sanano (o almeno ci provano) singole situazioni di disagio, ma di fatto perpetuano Il Problema.
Sono stufa perché non capisco: ci chiedono di fare più figli ma di fatto mantengono inalterati i sistemi che rendono punitiva la maternità (rispetto al lavoro, intendo, ma forse non solo).
Sono stufa perché ho sentito parlare di donne che non hanno le idee chiare quando rientrano al lavoro dopo la maternità, che dovrebbero orientarsi alla flessibilità. Ma facciamoci due conti. Tendenzialmente, quando vado in maternità i miei obiettivi professionali li ho già fissati da un pezzo: sappiamo tutti che i figli si fanno sempre più tardi perché si pensa prima alla carriera. Quindi, ottimisticamente, li considero invariati, dopo, al rientro. Tuttavia l’azienda (ma, quello che è più grave, gli head hunter) ritiene che questi obiettivi siano rinegoziabili. Perché? Con quale diritto? Che cosa porta un responsabile delle risorse umane a pensare che io non voglia più diventare partner nella mia organizzazione, ora che ho un figlio? Non sono forse sempre e solo io a fissare le mie priorità? Ecco, nel momento in cui mi viene negato questo diritto io mi incazzo moltissimo.
Tema flessibilità. Che non vuol dire solo contratti a progetto – insomma, non è solo precariato – ma anche part time, ad esempio. Guardiamoci negli occhi, come facciamo con i nostri figli quando gli chiediamo di dire la verità, e chiediamoci quante possibilità di crescita professionale rimangano a una persona che sceglie il part time. Nessuna. E allora?

Il re è nudo
Un’iniziativa molto bella del Mam è stata quella di consegnare ad Alessandra Servidori (Consigliera Nazionale di Parità e Consigliera del Ministro del Lavoro) un elenco di richieste delle mamme sul tema del lavoro. Qui trovate tutti i temi. Io ne avevo aggiunto uno, che riporto integralmente:
“varare incentivi per le aziende che incoraggiano la pratica del congedo familiare per i padri.
(una politica che aiuta le mamme deve supportare tutta la famiglia, e farsi carico di facilitare un cambiamento culturale, oltre che ristretto alla singola “emergenza” maternità)”

Nel momento in cui è stato letto, qualcuno ha aggiunto subito: “Certo, bisognerebbe però garantire che al rientro i padri trovino quello che hanno lasciato”.

Ecco, ci siamo. Il re è nudo. Io so di essere molto insistente su questo punto. Ritengo che un cambiamento nella situazione professionale delle mamme venga da una rivoluzione culturale in cui non sia più solo la mamma ad essere famiglia, ma anche il padre. Perché alla base di tutto questo casino c’è il fatto che i padri sono totalmente deresponsabilizzati rispetto all’arrivo di un figlio. E non mi riferisco agli aspetti psicologici, che pure ci sono, ma anche a quelli pratici, di cura.

Pennac dice che “il padre è un’invenzione della psicanalisi”: in altre parole, 100 anni fa manco esisteva. Ma secondo me non è così: la psicanalisi ha inventato l’idea del padre, il padre è di là da venire. La domanda è: ma non sarebbe ora di realizzarli, questi padri? Non sarebbe ora di considerarli parte integrante della famiglia e non meri inseminator? Non sarebbe ora di responsabilizzarli? Non sarebbe ora di uscire dal luogo comune che vuole le mamme tate, le mogli badanti e i padri/mariti come “quelli che portano il pane a casa, e quindi...”?

E se sento che il problema del congedo di paternità è legato a quello che si troverà dopo, mi viene da dire che le organizzazioni (intese come aziende, ma non solo) non sono adeguate, sono rigide, chiuse, medievali nella loro richiesta di presenzialismo. E allora mi spiegate perché dobbiamo ragionare sulla singola donna, dando a lei un nido o una tata, e non sull’organizzazione del lavoro?

(Ecco, lo sapevo, questo post potrebbe non finire più, perché sono avvelenatissima).

Sono stufa. Sono stufa perché ho un figlio maschio e mi riesce difficile spiegargli il concetto di pari opportunità, se non lo vedo realizzato da nessuna parte.
Sono stufa perché comincio a credere che in fondo alle mamme vada bene così, e siamo rimaste solo noi, questo manipolo di pacifiche combattenti che si incontrano e si raccontano come vanno veramente le cose, siamo rimaste solo noi a volerle, le pari opportunità.
Sono stufa perché col nido non risolvi il problema di un bambino di qualche mese che si ammala ogni dieci giorni, e indovina chi andrà a prenderlo, chi lo porterà dal pediatra, chi prenderà uno, due giorni, una settimana di congedo dal lavoro per stare con lui, o in alternativa chi farà il puzzle delle nonne-tate-babysitter per poterci andare lo stesso, al lavoro.

Sono stufa.

Noi che sabato eravamo al Mam, noi che fra un paio di settimane ci vedremo al MomCamp, noi che ci leggiamo tutti i giorni, meritiamo di più.

venerdì, maggio 22, 2009

Domani ci vediamo al MaM?


Domani le mamme della Rete si raccontano al MaM, Mamma a Mamma, l'evento organizzato dal Gruppo24Ore e Fattore Mamma, "sui temi della Rete, del lavoro, dell’imprenditorialità, della creatività, dell’essere mamme."

Ci saranno un sacco di nomi noti e volti conosciuti, e (cosa che mi riempie di orgoglio) The Talking Village farà il suo debutto in società, con la (forse, visto che sta per diventare afona) voce di Flavia di VereMamme.

Ci vediamo alle 10 presso Eventiquattro, sede del Gruppo 24 ORE, a Milano, in Via Monte Rosa 91.

mercoledì, maggio 20, 2009

Solo per una notte. Anzi, due

Due volte l’anno a casa mia si apre una crisi.
“Che caldo stanotte”
“Eh”
“Ci vorrebbe una coperta più leggera, questo piumone è troppo”
“Eh, lo diciamo da dieci anni”

Di solito a questo punto si ride. Speculare la situazione per temperature autunnali:

“Freddino stanotte”
“Eh”
“Ci vorrebbe una coperta più pesante, ma il piumone è troppo”
“Eh, lo diciamo da dieci anni”

Risate.

Fino alla scorsa settimana. Siamo andati all’Ikea a prendere non so più cosa (siamo tornati con una borsa piena, per ripettare la legge dell’Ikea) e, davanti ai piumoni, eccolo, l’oggetto del desiderio: un piumone leggero, “indice di calore 1”, come recita il cartellino.

“Beh, l’indice di calore 1 sarebbe l’ideale”

Scopriamo contestualmente che l’indice di calore arriva al 6, per temperature tipicamente svedesi, o, in alternativa, come quelle che c’erano a casa nostra nei tre anni in cui un guasto al riscaldamento centralizzato ci teneva a 17° durante il giorno e non sappiamo quanto durante la notte.

Insomma, prendiamo la palla, anzi, il piumone, al balzo, e, tutti contenti, lo mettiamo su appena arrivati a casa.

“Dai, stanotte è andata proprio bene”
“Sì sì, finalmente non si fa più la gag”
Risate.

Il mattino successivo a questo, pieno di soddisfazione per il recente acquisto, il piumone è tutto raggomitolato ai piedi del letto. Fa un caldo boia, ed è arrivato tutto d’un botto.

È durata solo una notte. Forse potevamo tenerci la gag e non ingombrare con il quinto o sesto piumone gli scaffali già sofferenti del guardaroba. Ma tutto sommato meglio così: per due notti l’anno saremo contenti.

lunedì, maggio 18, 2009

Io non sarei così sicura

Pubblicità radiofonica 1:

Voce di bambina, 11-12 anni: “Ciao, mi chiamo Giulia e vivo a Pisa.”
Ciao Giulia
“Tutti parlano di crisi, ma io sono ottimista...”
Ecco, brava, lo dice anche il nostro capo del governo che la crisi è psicologica e che dobbiamo essere ottimisti.
“...perché io preferisco andare in bici invece che in una supermacchina...”
Preferirei anch’io, se non fossi così terrorizzata all’idea di venire schiacciata sulla circonvalla. E comunque non mi dispiacerebbe neanche avere una supermacchina.
“...preferisco rimanere a casa invece che andare al ristorante...”
Beh, in effetti mangiare sempre fuori non è che faccia bene.
“...e la domenica preferisco stare a casa a gustare il ragù della mamma...”
Anche la tua mamma, suppongo che sia più contenta di stare a casa fare il ragù invece di uscire...

Pubblicità radiofonica 2:

V.O.: “...chi ti offre la lavatrice più eccellente...?”
Non mi interessa chi si candida a offrirmela, ma all’agenzia suggerirei di spendere due lire in più e pagare un copy che abbia almeno la quinta elementare (o, se il copy non c’entra, un direttore marketing con titolo equipollente).

giovedì, maggio 14, 2009

3, 2, 1... MomCamp!





Segnatevi la data: il 13 giugno, se siete a Milano o in zona, vi aspettiamo al primo MomCamp!

Due parole per spiegare che cos’è un BarCamp. Il BarCamp e' una "non-conferenza" tematica, nata dal desiderio delle persone di condividere e apprendere nozioni in un ambiente libero e aperto al confronto. E' un evento intenso con discussioni, dimostrazioni e molta interazione tra i partecipanti. Ognuno è benvenuto, ognuno può proporsi con un intervento.

Adesso la situazione è la seguente: ci sono blogger che a un certo punto sono diventate mamme, mamme che sono diventate blogger proprio perché mamme, e mamme che sono anche blogger ma non parlano (solo) di mamme. E poi ci sono i papà. Non dimentichiamoli, i papà. A tutte queste signore e questi signori – e anche alle altre combinazioni degli elementi mamma, papà e blogger - è dedicato il primo MomCamp di Milano.

Una giornata per incontrarsi, conoscersi, parlare delle cose che abbiamo in comune e anche di quelle sulle quali non siamo d’accordo.

Il MomCamp ha, naturalmente, un sito, ma anche un wiki e una pagina su Facebook, e potete seguirlo anche su Twitter e Friendfeed. Chi vuole venire può iscriversi via wiki, e sempre sul wiki è possibile inserire l’argomento dello speech, per chi ha voglia di parlare.

Una cosa che riguarda il blog, che vorremmo far vivere non solo come un’agenda dell’organizzazione. Avete voglia di scrivere qualcosa come guest blogger? Andate sul sito, dove c’è un post in cui se ne parla, e lasciate un commento. Oppure lasciate un commento in questo post e ci penso io ad inserirvi in agenda.

Abbiamo già un bel po’ di candidate, e siccome siamo democratiche assai, abbiamo deciso che l’ordine di pubblicazione dei post sarà rigido: chi ci manda prima il suo post lo vedrà pubblicato per primo.

Sul blog del MomCamp e anche qui troverete tutti gli aggiornamenti dell’organizzazione.
Stavolta ci vediamo, vero?

lunedì, maggio 11, 2009

Di Mulini, eventi, radio e ospitate

Allora, ho un sacco di cose da raccontare, per cui farò così: oggi un sommario di tutto, e poi, uno alla volta, si tratta il tutto con calma.

1. A casa del Mulino a discettar di Spighe
Vi ricordate della gita delle mamme in Barilla? Beh, ha dato i suoi frutti. In queste settimane Powered by People si è presa in carico l’animazione dei Diari del Mulino. Che cosa sono? In pratica, è una raccolta di insight dei consumatori sotto forma di racconti, in stile blog. Poco più di una ventina di blogger (tra le quali 15 mamme di Powered by People) raccontano ogni settimana e per 5 settimane la loro esperienza con le Spighe, un nuovo prodotto del Mulino Bianco, rispondendo agli stimoli che vengono inviati loro di volta in volta. In questa kermesse di blogger io faccio da moderatore: non nel senso di censore, per carità, ma solo con la funzione di animare la conversazione e approfondire gli spunti più interessanti che emergono dai post. Venite a dare un’occhiata, leggete, commentate e rilanciate!

2. A Milano tra maggio e giugno a parlare di/con/tra mamme
Prendetevi un sabato libero, anzi due: il 23 maggio e il 13 giugno siete impegnate!
Il 23 maggio le mamme si incontrano per parlare di lavoro (trovato, inventato, ricominciato, e chi più ne ha più ne metta) al Mamma a Mamma, un evento organizzato da Fattore Mamma in collaborazione con Il Sole 24Ore. Sul sito tutte le informazioni, ma ci tornerò.
Il 13 giugno, invece, il MomCamp ospiterà mamme blogger, blogger mamme, future mamme, future blogger e papà, per conoscerci e fare rete, nello stile dei BarCamp. Anche in questo caso tutte le informazioni sono nel sito (dove potete anche candidarvi come guest blogger), ma anche nel wiki (dove potete iscrivervi e iscrivere il vostro intervento, se volete), su Facebook, FriendFeed e Twitter. Anche su questo, ci tornerò.
Save the date!

3. A Radio2 a discorrere di mamme a cui hanno fatto la festa
Attraverso un giro che non sto a raccontare, ieri mattina Sonia Filippetti del GR2 mi fatto un’intervista per la festa della mamma, dedicata in modo particolare alle mamme che, rientrate al lavoro, il loro lavoro non l’hanno trovato più. L’intervista la trovate nel podcast del GR2, edizione delle 12.30. Lo so, parlavo troppo veloce... Ma avevo un sacco di cose da dire! (Detto tra noi, che emozione!)

4. A Grazia a contro-insegnare la genitorialità
Da oggi e per tutta la settimana sarò guest blogger sul blog di Grazia, per il quale ho confezionato un “Mini contro-corso di genitorialità per primipare inconsapevoli”. Ci siamo capiti, no? Beh, insomma, venite a trovarmi anche di là ;)

Ecco, per il momento è tutto. E scusate se è poco.

giovedì, maggio 07, 2009

Geek Researcher Mode is [ON]

Leggo questo post di [mini]marketing: in sintesi, Gianluca osserva come spesso le ricerche di mercato abbiano clamorosamente cannato le previsioni in merito a servizi per/di social media, e attribuisce questo fallimento all’incapacità di ascoltare i feedback degli utenti, dal momento dell’effettuazione della ricerca alla nascita del servizio.

È questo un tema a cui mi sono appassionata nel corso dell’ultimo anno, giungendo ad alcune conclusioni che qui riassumo.
Gli attori coinvolti in una ricerca di mercato sono tipicamente due: l’azienda committente e l’istituto di ricerca. Entrambi si appoggiano ad un corpus di convinzioni maturate nei decenni, che riguardano principalmente la metodologia impiegata.
Per un cliente il focus group è una metodologia affidabile e che, in qualche misura, gli consente di mantenere un certo controllo della situazione: durante lo svolgimento dei fg il cliente è spesso “dietro lo specchio”, vede le persone interagire, sente quello che dicono, e inizia – non sempre a proposito – a trarre le sue conclusioni. Il valore aggiunto dell’istituto è nelle competenze di chi ha elaborato la traccia e svolge poi l’analisi. E anche quando il report non coincide del tutto con quello che il cliente ha sentito, in generale non si fa fatica a fargli accettare risultati non proprio in linea con la sua idea.
L’istituto, da parte sua, attribuisce al ricercatore, nella fase di raccolta delle informazioni (il focus, appunto, ma anche le interviste individuali), un ruolo di attore neutrale verso l’argomento che sta indagando. In altre parole, non esprime mai un’opinione personale, ma ha solo una funzione di moderazione e animazione della conversazione.
Per molte cose, questo approccio funziona: se devo testare un concept di prodotto o una campagna pubblicitaria, è abbastanza evidente che la mia opinione personale può essere “drogata” dalla conoscenza delle motivazioni che hanno portato a certe scelte, e dunque un mio intervento personale in merito sarebbe fuorviante.

Le cose cambiano quando si parla di Rete. Cambiano perché la Rete, nella sua parte abitata, è una comunità. Una comunità assai particolare, trovo, perché è insieme comunità di pratiche e comunità interpretativa. Che significa? Che i suoi membri sono profondamente consapevoli – essendo anche i creatori dei contenuti – di quelle motivazioni che, nel caso della campagna pubblicitaria, sono venute dall’alto. In altre parole: se l’intenzione (chiamiamola così) del marketing/agenzia è, per l’utente finale, qualcosa che sta nella testa nel marketing e dell’agenzia, e gli viene calata dall’alto, molto diversa è l’intenzione che muove gli utenti attivi della rete rispetto ai servizi che utilizzano. Loro sanno perché, e perché in un certo modo e non in un altro. Lo sanno e lo sanno spiegare. Dunque, basta ascoltarli e si avranno tutte le informazioni del caso.

Però il ricercatore è un professionista a cui generalmente non viene richiesta una competenza specifica che lo abiliti a comprendere, decodificare e analizzare informazioni il cui codice spesso è proprio del mezzo. Allora io vedo due cose:

1) il ricercatore che studia la Rete deve conoscerla: posso essere il più bravo psicologo del mondo, ma se non conosco i codici dell’ambiente che sto sudiando, non giungerò a nessun risultato. Esattamente come mi viene richiesta una competenza specifica nel marketing quando devo fare un concept test
2) il ricercatore che studia la Rete deve farne parte, attivamente, per poterla conoscere. Dirò di più: se il ricercatore è riconosciuto dalla comunità, il suo lavoro non può che trarne giovamento.

A questo proposito, un piccolo aneddoto. L’anno scorso conducevo una ricerca sui Social Media che prevedeva un certo numero di interviste individuali. Un giorno, per motivi che ignoro, indossavo la maglietta della BlogFest. Gli intervistati di quel giorno mi sorrisero subito come per dire "ah, c'eri anche tu", furono da subito più rilassati, più disponibili a parlare della loro vita di Rete; non dovevano cercare le parole per spiegare comportamenti e codici a un perfetto sconosciuto, che per di più li stava studiando: ero una di loro, si poteva andare al succo, parlarsi la stessa lingua senza temere di non essere compresi. Quelle interviste furono una miniera di preziose informazioni.

Ovviamente questo approccio non è del tutto ortodosso, ed è più vicino a una certa etnografia che non a quello della ricerca motivazionale tradizionale. E, di conseguenza, è guardato con sospetto. Ma è l’unico modo per parlare con persone *vere*.

lunedì, maggio 04, 2009

Eppiauar, monamur

“Ho deciso. Non andrò in gita.”
“...”
“No. Non ci vado. Ho cambiato idea.”
“Ma come, Gabri? Eri così contento, abbiamo preparato tutto...”
“...”
“... E poi tutti i tuoi amici saranno lì. Vi divertirete un sacco, vedrai.”
“Vedi, il problema è...”
“Qual è il problema?”
(Una lacrima) “E’ che mi mancherete troppo.”

Ecco, a questo non ero preparata. Quando mio figlio fa così mi prende il cuore con le ditine e ci salta sopra.

Comunque, la crisi è stata superata. Siamo andati comunque a scuola, dove l’allegra comitiva l’ha preso e gli ha fatto dire, dopo 3 minuti “Ho cambiato idea”. Con l’espressione di chi si sta scusando, tipo “Se non ti dispiace”.
Una quarantina di bambini di 5-6 anni dotati di trolley e zainetto si è arrampicata nel pullman e si è sbracciata a salutare. La maestra (quella che non sorride e non sa parlare con gli adulti) non sorrideva, tanto per cambiare. Ma stavolta la capisco. Non c’è un cavolo da ridere.

Il mio programma prevedeva di bere un caffé. Ho saltato il primo bar, quello dove il caffé è più buono e dove si trovano i croissant più simili a quelli francesi: troppa ressa, anche se con un paio di mamme avrei scambiato volentieri due parole. È che alla fine, in modo abbastanza imprevisto, mi sono agitata. Non che avessi sottovalutato la cosa, ma insomma ero decisa a prenderla sportivamente.

“Mamma, me la leggi di nuovo?”
Il libro è Favole al telefono di Gianni Rodari, la storia è “A sbagliare le storie”, che racconta la storia di Cappuccetto Rosso interpretata da un nonno visibilmente riluttante, il quale continua a sbagliare tutto, con effetti che Gabriele trova irresistibilmente comici.
“Ok, ma poi si dorme”
“Ok”
Seconda lettura.
“Bene, adesso buonanotte”
“No, aspetta. Mi leggi un’altra storia?”
Stavolta tocca alla Pimpa. Strano. Sono secoli che non se la fila. Ma è chiaro che lui non ha affatto sonno, quindi procedo.
“Ultima”
“Ok, ultima”
Fine della storia.
“Mamma”
“Dimmi”
“Posso dormire con voi?”
Ah, ecco. Non posso dire di no. La nottata è tutto un coprirlo mentre lui si scopre, e “ho sete” e tirar via il suo tallone appuntito dalla mia milza.

Proseguo verso casa con la netta sensazione che la settimana childfree che avevo in mente naufragherà miseramente in un mare di ansia. Però, mi ripeto, potrò andare al cinema a vedere un film da grandi, uno qualsiasi. E magari anche uscire una sera solo a bere, solo per il gusto di uscire dopo cena. Figata!

L’elenco delle cose da portare è lungo. Altro che trolley piccolo! Qui ci vorrebbe una valigia! Una delle cose da portare è una scatola di scarpe, vuota e personalizzata, in cui riporre i tesori che raccoglieranno in loco. E poi ci vuole anche una tenuta elegante, per la discoteca.
“Io non vado in discoteca”
“Perché? È molto divertente”
“Perché ballare mi fa schifo”
“Veramente balli sempre... Comunque in discoteca si va per tacchinare, non per ballare”
“Che significa tacchinare?”

... e che dire di un happy hour? Sì, sì, l’eppi auar!
È che è proprio una cosa grande. Mi aspetto che si modificheranno certi equilibri, nasceranno amicizie mai sospettate, si scopriranno inclinazioni, gusti, magari nasceranno passioni. Ma anche no. Alla fine, comunque vada, sarà un successo. Speriamo che il tempo sia buono.
Ho superato anche l’altro bar. Mi berrò il caffé a casa, scrivendo un post.