
Quando ho aperto questo blog non si parlava di mommyblogging. Il mommyblogging è un’invenzione del marketing molto recente, prima c’erano solo blogger che erano anche mamme, o mamme che avevano un blog.
E, per dirla tutta, neanche avevo intenzione di parlare di maternità: ero già fuori dal tunnel dei primi tre anni di mio figlio, quindi perché stare a rivangare?
Ma poi, come si sa, spesso il marketing è più forte, e allora eccomi a militare nelle file di mammeblogger-scritto-tutto-attaccato, un po’ dubbiosa all’inizio, ma poi soddisfatta.
E così, quando mi hanno chiesto di scrivere dei post per Grazia, la perplessità è stata spazzata via quasi subito: di che cos’altro avrei potuto parlare, se non di mamme? L’ho fatto a modo mio. Mi sono immaginata la mamma perfetta (non mi è mai capitato di incontrarne una, o almeno una che lo fosse davvero, e non che si bulla di esserlo, per questo l’ho dovuta immaginare) in alcuni momenti chiave della maternità. Lo stesso ho fatto con la mamma imperfetta. Cioè, questa non ho dovuto immaginarla. Questa esiste, la vedo spessissimo, a volte anche quando mi guardo allo specchio. La prima l'ho chiamata Lei, la seconda L'Altra. Magari ho un po’ calcato la mano, questo sì, ma per amore di ironia.
Il risultato? Un pandemonio.
Non contenta, ho fatto di più. Ho chiesto a Luana, nome d’arte LaStaccata, di scrivere un post per il blog del MomCamp. Lei, molto carinamente, ha raccolto l’invito, e, a modo suo, ha scritto un post sui blog delle mamme – ancora una volta, calcando un po’ la mano per amor di ironia.
Il risultato? Un altro pandemonio.
Da questi e in verità anche da altri episodi analoghi ho tratto alcune conclusioni che vorrei condividere.
1) Scrivere su un blog collettivo non è come scrivere nel proprio.
Cioè, questo lo sapevo, ma ne ho avuto un’ulteriore conferma. Nel tuo blog sei a casa tua, e
a) puoi farci quello che vuoi
b) chi viene e gradisce rimane, gli altri via
c) al contrario, ogni blog collettivo ha un seguito di “amici” che tendono a darsi ragione tra loro e a mettere a dura prova gli “estranei”. Indipendentemente dalle intenzioni, che sono sempre buone
Ne consegue che è assai più facile essere compresi (nel merito, ma anche nello stile) nel proprio blog che altrove, e che tendenzialmente la conversazione che scaturisce da un post non assume (quasi) mai la forma di un attacco frontale. Cosa che invece, pur in assenza di troll conclamati, può succedere in un blog collettivo.
2) E qui entro nel merito. A parlare di mamme si rischia sempre di pestare escrementi. Cosa di cui le mamme, peraltro, hanno una vasta esperienza.
Ecco, questa è la cosa che mi è dispiaciuta di più, per entrambe le situazioni di cui raccontavo. È un campo minato di nervi scoperti. Su tutto: la gravidanza, il parto, i primi mesi da sole col bebé, lo svezzamento, senza parlare del ruolo dei compagni/padri. Su quest’ultimo tema sono veramente basita. A quanto pare le persone con cui sono (siamo) venute in contatto sono o hanno dei compagni da manuale. Ne sono compiaciuta. Ma di questo si è parlato anche nel post precedente (nei commenti, soprattutto), per cui non mi ripeto.
Osservo solo, con tristezza, che quello che succede alle mamme se lo cercano loro. Preservare la sacralità della maternità a costo della propria esistenza come persona? A quanto pare sì. Anzi, anche a costo della vita. Che non si dica che una può anche non essere perfetta. Il modello? Marion Cunningham.
Ma qui sono sul mio blog, che notoriamente è frequentato da mamme snaturate, quindi posso dire senza problemi che non sono d’accordo.

