lunedì, novembre 30, 2009

Un elefante si dondolava

...ma non era appeso al filo di una ragnatela. Era in un recinto minuscolo, e si dondolava e basta, avanti e dietro, come fanno certe persone quando avrebbero bisogno di una coccola e non c’è nessuno che gliela faccia, per cui devono pensarci da sole.

Siamo andati al circo, sabato. Non ci andavo da almeno trent’anni, e all’inizio non mi piaceva molto l’idea: il circo mi ha sempre messo tristezza, vai a capire perché. Perfino i clown mi facevano piangere.

Un elefante si dondolava e un bambino diceva: “Ma sta male!” e la sua mamma gli rispondeva che no, non stava male, cioè stava male ma psicologicamente. Il bambino non commenta, noi ci giriamo e ci affrettiamo dentro, che l’intevallo è finito e sta per iniziare lo spettacolo delle tigri.

Mi ricordavo questi tendoni enormi, due, tre piste, e in alto i trapezi per gli uomini volanti. Invece mi ritrovo in questo tendoncino piccolo piccolo, con una sola pista e troppo basso per gli uomini volanti.

Un elefante si dondolava e io mi ricordo di quando, una vita fa, avevo desiderato di andarmene con un circo, e avrei voluto fare la donna volante. Proprio io, la bambina più legata del mondo, incapace di fare la ruota per disposizioni del DNA, perfino impossibilitata, fin dalla più tenera infanzia, a toccare il pavimento con le mani tenendo le gambe dritte.

E poi un sacco di cose che non ricordavo: un tendone di ingresso con bar e baracchini per le caramelle, lo zucchero filato, i pelouches. E decine di sponsor, perfino un’auto nella pista e un signore che declama al microfono una serie di spot pubblicitari. Immancabile il clown – accompagnato da Winnie The Pooh – che gira in mezzo al pubblico a far foto ai bambini. E naturalmente la visita allo zoo, che ora non è più gratuita. Penso che il modello di business è cambiato, ora il circo guadagna sì dagli ingressi (salati, vanno dai 20 ai 50 euro), ma anche da queste attività collaterali.

Un elefante si dondolava, ma non era appeso al filo di una ragnatela.

giovedì, novembre 26, 2009

Quando non esistevano gli stalker, solo femmine paranoiche

Come da copione: il telefono squilla nel cuore della notte, dall’altra parte solo un respiro pesante. “Questi maniaci”, mi dico “non si evolvono mai”. Non lo sapevo ancora, ma me la stavo chiamando.

Dopo quella prima notte le telefonate diventarono velocemente più frequenti. Ma per qualche motivo non staccavo il telefono, avevo la sensazione che fosse, nonostante tutto, l’unico collegamento con il mondo esterno, e per niente al mondo ci avrei rinunciato. Per un paio di mesi lo stillicidio consistette in una telefonata all’ora, a partire dall’una fino alle 7 del mattino. Poi mi alzavo ed ero uno zombie.

Un giorno si verificò la prima mutazione. Il mio maniaco diventò una persona. Chiamò in pieno giorno, e iniziò a parlare, camuffando la voce. La prima volta si limitò a elencare oscenità in ordine sparso. Gli dissi qualcosa, solite cose del tipo “Chi sei, che cosa vuoi da me, perché non mi lasci stare”, ovviamente di un’inefficacia paralizzante.

Seconda mutazione. All’epoca davo lezioni di francese ad una mia amica, per il suo ultimo esame all’università. Quindi ci vedevamo molto spesso, sempre a casa mia. Gli sproloqui del mio maniaco diventarono puntuali: sapeva quando la mia amica era stata da me e filosofava sulla natura del nostro rapporto, che lui supponeva non avere solo fini didattici.

La cosa si faceva più complicata: come faceva a sapere quando veniva la mia amica? Mi teneva d’occhio, ma come? Era qualcuno che conoscevo?

Una sera chiamò mentre c’erano dei miei amici. Feci rispondere a uno di loro. Dopo un inizio di telefonata in modalità negoziale (hai presente i negoziatori che parlano con i terroristi che tengono in ostaggio 20 persone in un edificio? Ecco, così), finì a schifìo, a maleparole. E quando i miei amici, dispiaciuti e preoccupati, andarono via, lui chiamò di nuovo, per farmi notare di quali ignoranti io mi circondassi, di come fossero costoro insipienti e inconcludenti.

Non dormivo da mesi, avevo paura, ma adesso questa telefonata mi aveva dato un indizio. Avevo un nome. Nessuna prova, ma ci poteva stare. Un ex fidanzato, una storia breve dalla quale ero fuggita per evidenti incompatibilità emotive, direi. Feci qualche verifica. La persona in questione aveva ora due linee telefoniche, una delle quali nuova nuova, intestata alla madre, che era diventata anche l’unica linea abilitata al traffico in entrata. In altre parole: lui poteva telefonare anche dal suo vecchio numero, ma ricevere solo da quello nuovo. Al quale, peraltro, non mi rispose mai.

Ormai si era instaurata una routine, nel nostro rapporto: appena entravo in casa, il telefono squillava, ed era lui. Abitavo in un monolocale minuscolo, con una stanza che mi faceva da soggiorno, cucina, camera da letto e anche ufficio (il bagno era a parte, per fortuna). Lavorando da casa mi capitava spesso di essere fuori casa, e per motivi che ora mi sfuggono la maggior parte dei miei clienti mi cercava al telefono di casa, non sul cellulare (forse perché all’epoca una telefonata verso un cellulare costava 3000 lire). Di conseguenza ero una heavy user di segreteria telefonica. Un giorno, rientrando, come al solito il telefono squillò. Ovviamente era lui. Intanto che parlava, armeggiai con la segreteria per ascoltare i messaggi, e per sbaglio la mandai indietro più di quanto volessi. Quando iniziai ad ascoltare mi si gelò il sangue: decine di messaggi, tutti di lavoro, erano stati cancellati. Ma non da me. E mentre li ascoltavo (feci dopo un rapido calcolo del fatturato cancellato: quello di un anno, praticamente), per la prima volta, piansi. Non solo quest’uomo vedeva quando entravo e uscivo di casa, e chi ricevevo, ma entrava nella mia segreteria telefonica e ci faceva quello che voleva.

Mio padre, a cui raccontai la storia, decise di venire: era evidente che da sola non potevo farcela, ad affrontare questa situazione.

Andammo insieme dai carabinieri. Che mi dissero, in tutta serenità, che finché non c’erano minacce di morte non si poteva fare niente. E quanto al nome del mio sospetto, meglio che me lo tenessi per me, ché ad accusare la gente si possono passare dei guai.

Il maniaco chiamò per farsi una crassa risata alla faccia mia e dei carabinieri: sapeva anche quello.

Mio padre tornò a casa, e io rimasi di nuovo da sola. E accadde: il maniaco disse, una notte, che era lì, proprio sotto la mia finestra, e che era venuto per uccidermi. Mi barricai. Il terrore di quella notte non si può descrivere.

Ormai registravo tutte le telefonate, per avere la prova che mi serviva da mostrare ai carabinieri, e ora ce l’avevo.

Tornai al comando, fu sporta denuncia contro ignoti e fui informata del fatto che non sarei mai stata avvisata del corso della cosa. “In questi casi – mi disse il solerte maresciallo che aveva raccolto la mia denuncia – è meglio non sapere. Che la gente poi fa cose di cui si può pentire”. Come aveva ragione! Avessi avuto sotto le mani il mio maniaco, lo avrei rovinato. Fin da quando mi era venuto in mente il nome, avevo elaborato un piano dettagliatissimo su come fargliela pagare. Volevo rovinargli la vita, semplicemente. Fargli desiderare di essersi strozzato, quella prima notte, quando ancora faceva il maniaco ansimante.

Ah, ovviamente di cambiare numero di telefono non se ne parlava nemmeno: per la Telecom non si poteva fare, punto e basta. “Se cambiassimo numero a tutte le persone che ricevono telefonate di questo tipo, non faremmo altro”. Già.

Le minacce andarono avanti. Imparai a convivere anche con quelle.

Nel frattempo avevo iniziato a cercare una casa nuova. Non vedevo proprio altre possibilità. La trovai, non velocemente, ci volle un anno, ma alla fine la trovai. Dovetti fare una trafila kafkiana per non far inserire il mio nuovo numero telefonico nell’elenco degli abbonati, ma la feci e tacqui. E ricominciai a respirare.

P.S. Ci sono periodi in cui non riesci a concludere niente, e sei in ritardo su tutto. Anche sulla giornata contro la violenza sulle donne.

domenica, novembre 22, 2009

Tre domande su The Talking Village

GDO Week ci ha chiesto di rispondere a tre domande sul futuro dei punti vendita, e noi ne stiamo parlando su The Talking Village. Vieni a raccontarci cosa ne pensi?
(Ah, non si parla solo di questo, su TTV, ma anche di radio, di storytelling, di concorsi, eccetera eccetera eccetera).

mercoledì, novembre 18, 2009

Per un frigo, mille paia di Crocs

Avvertenza: questo post non ha né capo né coda, perché più che altro è un ammasso di domande e riflessioni sull’ambiente, il capitalismo e il mercato (tacchi dadi e datteri, insomma, in salsa massimi sistemi), che ovviamente non trovano nessuna risposta. Ma è anche uno spaccato del tipo di conversazioni che, in occasione di eventi più o meno imprevisti come la rottura di un frigorifero, possono avere luogo tra me e mio marito.

Questo post è anche piuttosto vecchio, risale a quest'estate, ma in questo periodo, per motivi vari, mi risulta particolarmente in linea.

“Signo’, frighirifiri ha svampato”

Che un frigo di 10 anni muoia, ci può stare. Certo è seccante, se il decesso ha luogo 5 giorni prima di partire per le vacanze, e di mezzo c’è anche un week end. È altresì seccante se – come è – fa un caldo boia.

La prima mossa è ovviamente chiamare un tecnico. Il quale arriva e mi è anche piuttosto aitante. Mi fa mille domande per compilare l’anamnesi del frigo, domande alle quali non so rispondere, del tipo “Che rumore ha fatto quando ha smesso di funzionare?” oppure “Si è fermato tutto d’un colpo o un po’ alla volta?”, e alla fine mi spiega che si potrebbe anche provare a cambiare il motore, ma ci sono 50 probabilità su 100 che non serva a niente.

"Mi segue?"
E così mi dà i suoi suggerimenti per l’acquisto di un frigo nuovo: “Sono tutti uguali, non c’è nessuna differenza tra una marca e l’altra. Lei eviti solo le sottomarche delle sottomarche, tipo non compri un frigo da 150 euro, perché lì per risparmiare fanno cose che al primo problema ti costringono a buttarlo via. Mi segue?” questo “mi segue” lo dice spesso, chissà se è un suo intercalare o se davvero mi considera un’idiota. Quindi continua: “Gli elettrodomestici costruiti fino al 2005 erano progettati per durare da 3 a 5 anni. Quelli dopo…” Lascia in sospeso perché forse quello che sta per dire è veramente schifoso. Io infatti gli faccio notare che 3-5 anni mi sembrano un po’ pochini, e lui mi spiega che solo riducendo la qualità si possono fare prezzi così bassi (ah, mi scusi signor tecnico, non mi ero accorta che gli elettrodomestici me li stavano regalando), e inoltre è indispensabile mantenere l’indotto: cioè, non solo sapere che ogni famiglia rinnoverà i suoi elettrodomestici al massimo ogni 5 anni, ma anche accertarsi che possano campare quelli che offrono assistenza, ricambi, ecc. ecc.

L'assassino col rubinetto aperto
La prima cosa che mi viene in mente di chiedermi è perché se quando mi lavo i denti e lascio il rubinetto aperto io mi debba sentire un assassino del pianeta, e nello stesso momento ci sono le aziende produttrici di elettrodomestici (ma anche di automobili e di un mucchio di altre cose) che, con il loro concetto di obsolescenza programmata sono autorizzate a immettere nell’ambiente una quantità di materiali difficili da smaltire che di certo non ha nulla a che fare col mio litro d’acqua. Ma la sensazione di essere presa per il sedere si è acuita quando sono andata a fare il giro di un paio di negozi per comprarmi il benedetto frigo nuovo. Al di là del tripudio delle classi di consumo A+ e A++ e dei contributi statali per il risparmio energetico, ho visto anche frigoriferi con una funzione detta Ecogreen, che credo sia brevettata, e che consente un notevole (dicono) risparmio energetico.

“È il capitalismo, bella”
Cioè, fatemi capire. Voi mi vendete a caro prezzo classi di consumo basse – in altre parole, mi fate pagare un risparmio – e congegni che, diminuendo i consumi, mi rendono responsabile e attento all’ambiente, e, nello stesso tempo, tutta questa bella confezione ha dentro un oggetto che fra 3 anni al massimo dovrò cambiare per forza.
“È il capitalismo, bella” – mi fa mio marito quando lo metto a parte di queste riflessioni di mezza estate “è il sistema che lo vuole. Del resto, costruire prodotti eterni non paga, vedi Crocs.”

Crocs, in pratica, sta chiudendo. Il fatto è che le Crocs sono indistruttibili, e quando il mercato è saturo, è saturo. Certo, ci sono altri motivi: le imitazioni, ad esempio. Personalmente mi sono rifiutata di comprarne un paio a 40 euro, e mi sono accontentata di un paio di Frocs (fake Crocs) fabbricate in Cina e pagate 5 euro. È pur vero che uno può decidere di togliersi uno sfizio e comprarsi un paio di Crocs all’anno, per cambiare colore, ad esempio. E allora però la domanda diventa: ma smaltire mille paia di Crocs costa più o meno che smaltire un frigorifero?

lunedì, novembre 09, 2009

Florence Nightingale, Halloween e l’influenza maiala

Mercoledì.
Esterno giorno.
La metropolitana mi ha lasciato su un vialone inquietante. Dalla mappa di Google non dovrei essere molto lontana. Vedo in lontananza un parco – dev’essere quello di cui mi hanno parlato – e comincio ad andargli incontro. Intanto mi porto avanti con le telefonate.
“Uè”
“Uè”
“Senti, c’è un problema. Hai presente tuo nipote? Sai che c’ha l’influenza maiala? Beh, adesso ce l’ha anche tuo cognato”
“Ah”
“Eh”
“Beh, fra due giorni arrivo, ormai ho fatto la borsa”
“Ho capito, ma pensaci bene, non vorrei che ti ritrovassi qui a fare Florence Nightingale
“Ma no, figurati. Al massimo ce ne andiamo in giro io e te”
“Sicura?”
“Sicura”
“Vabbé. Ti tengo al corrente, comunque”
Continuo a camminare in quello che credevo fosse un ologramma visibile solo dalla tangenziale. Invece è vero, è un paesaggio. Di una parte di Milano che neanche nei miei peggiori incubi.
Un vecchietto in bici mi soccorre. Dice che la mappa di Google fa schifo, poi smonta dalla bici e mi spiega che ha appena fatto delle analisi del sangue, perciò è lì per caso, ma non ha problemi a portarmi a destinazione. Ringrazio la terza età e i suoi acciacchi.

Giovedì.
Esterno giorno.
Stesso vialone.
“Uè”
“Uè”
“Allora, è ufficiale, anche tuo cognato c’ha la maiala”
“Ah”
“Eh”
“Guarda, parto fra 5 ore, ho la borsa in macchina e ho chiuso casa, quindi vengo”
“Prenditi qualcosa, però, non so, un antivirale, una spremuta d’arancia”
“Sì sì, non ti preoccupare”
“Sicura?”
“Sicura”
“Vabbé. Ci sentiamo stasera, allora”
La strada si è fatta più lunga. Ho un po’ di tosse e un pizzicorino in gola. Ma figuriamoci se mi ammalo. Ho un sacco di cose da fare, non ho tempo. E poi domani arriva mia sorella, mica le posso dare ‘sto pacco.

Venerdì.
Interno giorno.
“Ben arrivata!”
“Ben trovati! Come state?”
il piccolo ha l’aria di uno che è stato picchiato tutta la notte. Temperatura: 37.
Il marito ha l’aria di uno che è stato picchiato per una settimana. Temperatura: 39.
Io ho l’aria di una che è stata picchiata nelle ultime 4 ore. Temeperatura: 38.
“Eh, così. Non è che andresti al mercato a comprare delle arance?”

Per farla breve, ma breve non è. Ne siamo usciti dopo una settimana, più perché non ne potevamo più che perché effettivamente era finita.

Ecco, svelato il mistero della prolungata assenza. Influenza maiala! Ma per fortuna avevamo Florence Nightingale, che non è da tutti.