venerdì, gennaio 14, 2011

Ma tu, blogger, ci sei o ci fai?

C’è un tema che mi sfruculia in continuazione, e nel tempo ne ho parlato con diversi amici/colleghi, l’ultima volta due giorni fa con lei e lui (ai quali credo di aver intossicato un pranzo :), ma spesso in passato anche con lei e naturalmente con lei.

Il tema è il seguente: dove sta il confine tra persona e professionista, se sono un blogger? 

Detto così sembra facile: sul mio blog scrivo quello che mi pare, sugli altri scrivo quello che devo da contratto. Ma questa è una banalizzazione, perché in realtà il blogger è sempre tale, e il suo approccio al contratto, se così si può dire, sarà sempre modulato sulla sua identità di blogger – che quindi non è un copy, né un editor, né un writer puro e semplice: un blogger ha una reputazione, e sa che quella va difesa a tutti i costi. Se no, ciao.

Le implicazioni più profonde, perciò, sono proprio sul piano delle relazioni. Facciamo un esempio.
Supponiamo che io sia un food-fashion-techno-mamma-quello-che-vuoi blogger piuttosto conosciuto in rete. Un giorno un’agenzia decide che le posso fare comodo: perché ritiene che sono brava, soprattutto, ma anche perché sa che ho buone relazioni in rete. E mi mette sotto contratto. Così io inizio a scrivere e a intrattenere relazioni con i miei amichetti blogger – quelli che mi sono fatta con la mia attività amatoriale -, usando questa volta il mio nome e cognome e non il nick che ho usato fino a quel punto, ma tanto lo sanno tutti chi c’è dietro al nick: vuoi che non abbia mai partecipato a un barcamp, a un incontro, a una cena?

Da quel momento succede che ogni volta che io scrivo nella mia versione “contrattualizzata”, dietro non c’è l’agenzia che mi paga ma io, con la reputazione che mi sono costruita nel tempo e le relazioni che mi sono creata. Ed ecco che cade l’assioma da cui siamo partiti:

sul mio blog scrivo quello che mi pare, sugli altri scrivo quello che devo da contratto.

Proprio perché il senso del contratto non arriva – e non può arrivare – a coprire gli aspetti legati alla mia vita personale. Insomma, l’agenzia del caso può preoccuparsi se io sbrocco e mi metto a parlar male dei clienti, ma che cosa questo comporti per me sul piano delle mie opinioni personali, sono tutti beati fatti miei.

Non solo, e anzi. Tutti fanno degli errori, sul lavoro, proprio come tutti ne fanno nella vita. Ma se faccio un errore in questa veste di blogger bifronte che succede? Ne soffro professionalmente o, più probabilmente, anche personalmente? Perché insomma, è inutile negarselo, a fare questo mestiere si rischia in continuazione di pestare degli escrementi. E che io lo faccia con una veste o con l’altra, il riverbero sull’altra faccia della medaglia sarà immediato e violento tanto quanto lo è sulla prima.

E arriviamo al titolo: blogger si è o si fa?

Si direbbe che non se ne esce. È la natura di questo lavoro. Oppure c’è un altro modo di vedere la cosa? Parliamone.

30 commenti:

piattinicinesi ha detto...

sai che questo è un argomento che mi sta a cuore, perché l'ho vissuto sulla mia pelle. non credo alle separazioni di chi dice questo lo faccio per me e questo per lavaro. l'identità in rete è una sola ed è pubblica, e un po' come per i personaggi pubblici per cui quello che fanno nel privato conta così è per noi. non credo che ci sia una ricetta unica per uscirne. personalmente ho deciso di rinunciare ad alcune cose, anche di lavoro. e di ricominciare a lavorare anche fuori dalal rete, che aggiunge un po' di salute mentale al tutto.

mammafelice ha detto...

Anche il la penso come Piattins: la mia identità è una sola, e quindi non può essere messa sotto contratto.

Io scrivo per me, di come sono io, di quello che voglio io: faccio sponsorizzare 'il marchio mammafelice', ma non la persona e non l'articolo.

E quando scrivo su blog esterni in modo retribuito, vendo 'un articolo scritto da me stessa' e non l'articolo che l'editore vuole che io scriva.

Devo dire che sono stata fortunata: in tutte le mie collaborazioni non ho mai ricevuto imbeccate.
Ho sempre potuto scegliere liberamente di cosa parlare e in che modo parlarne, e nessuno mi ha mai dato un calendario editoriale dicendomi: esegui e taci.
Forse proprio perchè io voglio essere io e un articolo (nel mio caso) funziona perchè ci metto dentro quella che sono, le mie emozioni vere, le mie paure, le mie risate. Tutte cose che un editore non può comprare un tot al chilo.

Non ho mai spersonalizzato i miei articoli di lavoro rispetto a quelli scritti sul mio blog: mi vendo per come sono (e infatti ho sicuramente meno lavoro e meno contratti di altri).
Quindi, ecco, per farlabreve: io ci sono, non ci faccio :D

giuliana ha detto...

@piattini: e infatti le tue scelte sono state sofferte, per quello che ne so, nel senso che hanno richiesto una lunga riflessione e anche un bel po' di coraggio. ma mi ricollego qui a quello che dice
@mammafelice. io parto dal presupposto per cui un intervento di un blogger sia sempre genuino e non vendibile in termini di imposizione. e nessuno infatti ti chiede di scrivere una cosa piuttosto che un'altra (o almeno, questo è quello che mi risulta dalla mia esperienza). ad esempio, anche se personalmente non credo al buzz come metodo di promozione (perché secondo me non consegue obiettivi sensati), sono convinta che un blogger che prova un prodotto poi dica la verità su quello che ne pensa.
il problema sorge dopo, quando cioè tu fai il blogger per qualcuno, e in questa veste coinvolgi persone: a chi rispondono queste persone, al blogger che sei nel privato a quello che sei professionalmente? c'è un confine tra queste due identità o, come dice piattins, sono la stessa cosa? non so se mi sono spiegata

mammafelice ha detto...

Sissì, ti sei spiegata benissimo!
Io posso parlarti per me: come forse sai, scrivo con altre mamme sul blog di OVS. Anche lì io sono io, noi siamo noi: siamo noi a decidere gli articoli, a scriverli, a fotografarli, e mai, mai, mai una volta mi è stato chiesto di scrivere qualcosa di promozionale, o marchettaro, o anche solo di cambiare articolo.
Figurati che sono IO a proporre di mia spontanea volontà di parlare delle collezioni, una volta ogni tanto!

OVS è stata grande perchè ha capito che la forza di un blog è nel cuore, nel contenuto autentico, nelle persone che lo scrivono. Non ci ha chiesto di parlare del suo prodotto, ma grazie al suo prodotto finanzia la produzione di contenuti liberi e di qualità. Io lo trovo rivoluzionario.

Alla faccia del buzzmarketing (che disprezzo), dei redazionali, dei post sponsorizzati...

Ho risposto, si è capito? :)

piattinicinesi ha detto...

le persone rispondono a te che sei una persona e un professionista. ti rispondono se hanno stima di te come persona e per come lavori. nel lavoro ci metti la faccia e anche qualcosa di più. non è solo nel caso dei blogger che avviene, ovviamente. nel lavoro mi sono spesso trovata a contattare persone per progetti e committenti diversi che si sono lasciate coinvolgere perché mi conoscevano, si fidavano (parlo di lavoro extra web). tanto che per esempio in produzione o nel giornalismo conta molto la tua capacità di crearti contatti. l'agenda del giornalista fa il giornalista. nel web accade la stessa cosa. si creano delle forti confusioni alle volte, che non sono negative in sé ma possono diventarlo. anche perché quando si parla di progetti di comunicazione sul web dietro ci sono delle aziende, e tu devi sempre averla bene in testa questa cosa, devi saperti mettere tu stesso dei limiti. a me fanno un po' ridere quelli che fanno tutto o nero o tutto bianco, e che tirano fuori delle soluzioni semplici, tipo una cosa è il lavoro una cosa sono io. per me non è così. forse perché non mi ritengo una monade ma un insieme di frammenti. la mia identità è anche quello che scrivo, come mi comporto, la mia coerenza etica, politica, in tutto quello che faccio. sicuramente l'esperienza in ambito editoriale mi fa sentire più cinica e disincantata di altri, perché certe questioni le ho già viste su altri fronti. sul web la differenza è che c'è il web. comunque, bel tema ;)

mammafelice ha detto...

[a me fanno un po' ridere quelli che fanno tutto o nero o tutto bianco, e che tirano fuori delle soluzioni semplici, tipo una cosa è il lavoro una cosa sono io. per me non è così.]

Concordo in toto con Anna. La forza è nella SCELTA. E ci vanno forza e anche etica per scegliere qualcosa che non ti spersonalizzi e che non ti faccia diventare una bipolare-virtuale.

giuliana ha detto...

concordo anch'io con anna, del resto abbiamo spesso condiviso molte questioni al riguardo. e, mammafelice, ti sei spiegata benissimo. io però non metto in dubbio l'etica, la do per scontata. ma siccome il mondo è vario, ci si può trovare in difficoltà anche essendo etici. a me è capitato. e non so, forse in fondo anche questa dell'etica, se portata alle estreme conseguenze, fa un po' "tutto bianco o tutto nero". o no?

mammafelice ha detto...

Filosofeggiando... forse l'etica diventa un problema quando è un fine e non un mezzo.
Nel senso che se io cerco di comportarmi eticamente e poi sbaglio (come tutti gli esseri umani), magari la mia reputazione non ne risente, perchè c'è la buona fede.
Ma se io uso l'etica come la spada che divide il bene dal male, il giusto dall'ingiusto, il buono dal cattivo... allora appena sbaglio (come tutti gli esseri umani), la mia reputazione ne risente, perchè quando vuoi moralizzare gli altri, devi essere totalmente puro.

Ergo: io non rompo. Ognuno faccia ciò che desidera, ciò che vuole, ciò che gli piace, e anche quello che gli piace! Lo faccia per gusto o per necessità, lo faccia per convinzione o per soldi.
Io leggo, ragiono, ascolto... ed eventualmente premo quella simpatica crocetta rossa che mi scollega dal suo blog :D

piattinicinesi ha detto...

io comunque sono una donna tormentata sempre, quindi figurati se potevo sottrarmi al tormento del blogger ;)
in questo lavoro non ci sono regole codificate per ora, quindi credo che ognuno debba farsi le proprie, anche per non soffrire e non rimetterci le penne (che sì è vero, qui se sbagli sbagli sia a livello professionale che personale, è una questione di reputazione). comunque il blogger è, se ci fa , lo fa in forma anonima.

M di MS ha detto...

/Da quel momento succede che ogni volta che io scrivo nella mia versione “contrattualizzata”, dietro non c’è l’agenzia che mi paga ma io, con la reputazione che mi sono costruita nel tempo e le relazioni che mi sono creata/

E' proprio per questo che penso che il rapporto azienda-blogger sia comunque sbilanciato a prescindere da quanto il blogger sia pagato.
Su un piatto c'è un rapporto professionale per cui ti pago tot, dall'altro ci sono le mie competenze e i miei contatti (molti dei quali personali). Il peso dei due piatti penderà sempre dalla parte del blogger.

Non vedo grandi soluzioni al momento. L'identità su web è unica, crearsi gli alias è troppo impegnativo e quasi impossibile.

giuliana ha detto...

@mammafelice, ecco, sì, hai centrato. a me fanno paura i savonarola, che dietro l'etica si nascondono.
@piattini: e no, piattins, non può funzionare così. quando l'agenzia ti compra, spesso compra te E le tue relazioni, a quanto mi consta (e comunque io, per la mia attività, voglio regolarmi diversamente: se ci tieni ti presenti per chi sei già, se invece preferisci una nuova identità non sarò certo io ad impedirtelo, perché conosco bene la questione).
per cui, MdiMS, crearsi gli alias non è impossibile, ma è una scelta, magari un po' faticosa, ma una scelta. che però dissipa una parte importante del valore che genera il blogger, come dici giustamente tu.

piattinicinesi ha detto...

giuliana, scussa,forse non mi sono spiegata. volevo dire proprio questo, anche quando ho spiegato la storia dei giornalisti, l'agenzia vuole te per te e le tue relazioni, per questo secondo me è importante riconoscersi nel progetto che si porta avanti e ho detto il blogger che ci fa è anonimo. comunque oltre all'etica c'è un'estetica. mi rendo conto che alcune cose che fanno arrabbiare le persone (o che le offendono) lo fanno non tanto perché sono giuste o sbagliate ma perché sono brutte. comunque anche per me vale la regola del non rompo. mi sembra molto difficile fare sempre la cosa giusta e io non mi sento nel ruolo di fare il censore di altri e di scagliare prime pietre.osservo però, e mi sto facendo una idea personale di cosa mi piace e cosa no, di cosa voglio fare e di cosa no. poi solo dietro gentile richiesta, in caso dico la mia

Claudia - La casa nella prateria ha detto...

Grazie Giuliana per questa interessante discussione.

Penso anche io che il blogger "è".

E quando sceglie di associare il suo nome (o nickname) a quello di un'azienda, lo fa a suo rischio e pericolo. Per questo farà meglio a scegliere progetti in cui crede, visto che ogni volta mette in gioco la sua reputazione.

Il mio caso è forse particolare perché non solo scrivo per lavoro su altri blog ma ho anche fatto entrare il lavoro in quello che era il mio blog personale (dico "era" perché oggi non è più "solo" il mio blog personale).

La mia soluzione è quella di scegliere con il cuore, di filtrare quello che faccio per lavoro attraverso quello che sono realmente.

Personalmente non ho mai scritto articoli sponsorizzati ma ho recensito prodotti che mi interessavano o mi incuriosivano (il primo, Boppy, proprio grazie a te). Qualche tempo fa sono stata aspramente criticata per aver detto che, se un prodotto che mi viene dato da recensire non mi piace, la mia politica è di non parlarne affatto. C'è chi trova che sia mancanza di trasparenza. Io penso che semplicemente... sono io. Non amo criticare nella vita, perché dovrei farlo sul mio blog? L'azienda che mi manda il prodotto lo fa perché lo ritiene valido. Forse con la mia critica, espressa in privato, posso aiutarli a migliorarlo. Ma screditare il lavoro di chi ha avuto fiducia in me non è tra i miei obiettivi.

Chi mi legge ha una garanzia: i prodotti di cui parlo sul mio blog sono prodotti che apprezzo. Non basta?

Spero di non essere andata troppo OT con questa parentesi personale, ma l'esempio mi sembrava pertinente...

giuliana ha detto...

@piattini: mi piace molto la tua idea di passare da un piano etico a uno estetico, in effetti molte cose non sono giuste o sbagliate, ma "semplicemente" (e dietro a questa semplicità c'è tutto un mondo) pertinenti o no proprio sul piano del gusto (intendendo anche qui un gusto in senso ampio). che poi, in fondo, l'estetica del gesto non è forse etichetta (come disse un maestro), e l'etichetta non è forse una piccola etica?

@claudia: non sei OT, è un punto di vista. e per quanto riguarda la tua scelta di parlare o non parlare, spero che però le cose che non vanno tu le segnali all'azienda. perché ok l'indicizzazione, ok sentirsi dire che si è bravi, ma se ci sono problemi la cosa veramente utile del coinvolgimento della comunità è che questi problemi emergano. IMHO

Claudia - La casa nella prateria ha detto...

Certo che segnalo gli eventuali problemi, mi sembrava che fosse chiaro. Del resto lo scopo della recensione è proprio quello. Ma difficilmente mi vedrete parlar male dell'ultimo libro della blogger del momento o della nuova merendina, né sotto contratto né spontaneamente.

E questo non per sentirmi dire che sono brava, ma perché per carattere non sono una persona che critica o si lamenta.

Ovviamente sto parlando di marketing, di prodotti, di marchi e non di battaglie ideologiche, nelle quali se lo ritengo necessario scendo in campo senza problemi...

giuliana ha detto...

@claudia: adesso è più chiaro :)

Maurice ha detto...

Ho avuto solo una richiesta di collaborazione con un'azienda, grazie al blog, che si è guardata bene dal chiedermi di scrivere in merito al prodotto testato, e non ricordo neanche se ne ho parlato.
C'è una nostra collega blogger molto molto quotata (che non seguo più) i cui post sono praticamente dei comunicati commerciali di questo o quest'altro prodotto. In questo caso non parlerei più di blog, ma di ufficio stampa. Buon per lei che ne ha fatto una professione, risolvendo alla radice il tuo problema di coscienza.

Mascetti ha detto...

interessante
tutti i punti di vista sarebbero potenzialmente giusti e legittimi, dipende dai valori di ciascuno....
Cio' detto, ai consumatori della blogosfera non gliene frega una beata minchia: l'hanno saltata passando direttamente a Facebook. Quindi e' anche legittimo pensare che il tutto si esaurisce (ancora per poco) negli angusti confini tracciati fra il blogger-presunto-influencer, l'investitore e la sua agenzia. Il consumatore c'entra poco, e quando lo fa sappiamo come spesso va a finire (cfr Danone e Bertuccia Forum). Mi domando quindi perche' alcune aziende ritengano ancora sensato disperdere energie cercando di coinvolgere decine di blogger che, riuniti, fanno mezza giornata di facebook o due ore di google. Misteri delle PR digitali...
Cio' detto, da questo mi aspetto qualche invettiva e molti spunti utili :-))))

giuliana ha detto...

@maurice: una volta sono inorridita, quando ho sentito definire i blogger "il braccio armato degli uffici stampa", ma mi sono resa conto che soprattutto per alcuni settori è vero (pensa alla moda, ad esempio).
è una scelta anche quella. se, come dici tu, la blogger di cui parli rimane molto quotata, si vede che chi la segue ha accettato la sua scelta, la condivide e continua a fidarsi di lei. che poi, a voler essere proprio "business oriented", recensire vuol dire offrire un servizio, dare dei consigli. io lo faccio regolarmente su anobii, per esempio, e semplicemente mi assumo la responsabilità di quello che scrivo, gratis et amore dei. ma se qualcuno i libri me li regalasse per farlo, onestamente non mi sentirei di tradire una qualche missione, e di sicuro continuerei a farlo esattamente come lo faccio ora, con lo stesso spirito, che è di condivisione e basta.
però quello che dici apre un sottocapitolo, per niente banale.

giuliana ha detto...

@mascetti: sul punto che sollevi sai già che sfondi una porta aperta. quello che descrivi (/ mezza giornata di facebook o due ore di google/) è esattamente il motivo per cui non credo nel buzz marketing e soprattutto nel modo con cui si fa oggi in italia.
quanto al "tra quante persone", è un'altra bomba, ma anche qui metodologica, perché attiene sempre alla sfera del buzz.
i blogger che decidono di aderire hanno tutto il mio rispetto, ripeto, perché non credo che raccontino balle per il solo fatto di aver ricevuto qualcosa in cambio (che poi, diciamocelo, se ricevi una moto è un fatto, se ricevi yogurt è un altro).
ma io pensavo soprattutto ai blogger che stanno dall'altra parte, quelli che ingaggiano altri blogger. è alla loro identità che penso, e faccio fatica a venirne a capo.
grazie per il tuo intervento, ma ti ricordavo più cattivo :P

Lanterna ha detto...

Mettiamola anche così: ho tentato diverse volte di tenere traccia dei miei libri su Anobii e di fare anche le recensioni. Non ci sto dietro, non sono motivata.
Se qualcuno anche semplicemente mi desse dei libri gratis perché io li inserisca nella mia libreria di Anobii (non parliamo poi di essere pagata per recensirli), avrei un buon motivo per seguire più attivamente libreria e recensioni. Ma mi sentirei libera di dire quello che penso, nel bene e nel male.
Apro anche un altro argomento: sollevare critiche verso un prodotto, secondo me, non è necessariamente stroncarlo. Se fatta nel modo giusto, la critica può essere una specie di appello ai lettori. Quante volte ci troviamo a parlare di un disservizio e scopriamo che altri si sono trovati nella stessa situazione? Può essere un modo efficace per segnalare alle aziende che c'è una falla o per farsi spiegare certe scelte aziendali.

giuliana ha detto...

e infatti, Lanterna, io considero la critica come un segno di civiltà, purché non sia formulata per vis polemica a prescindere. insomma, se io faccio delle cose che non vanno bene, è assai probabile che semplicemente non me ne accorgo, e quindi benvenuta la critica.

Flavia TTV ha detto...

E' così delicato questo tema che non riesco a trovare un filo. Alla fine, è verissimo, abbiamo un seguito in rete fatto da numeri, grandi o piccoli che siano, che restano piuttosto ridicoli rispetto a quelli mossi dai veri colossi.
Eppure l'opinione di chi ci segue ci interessa moltissimo, anche troppo direi, e a loro interessa quello che facciamo. E' l'essenza delle nostre relazioni, che ci gratificano. Questa opinione e' lo specchio, il risultato di quello che facciamo, e se ci rimanda segnali distorti, se vediamo il rischio di "confusione", di "mancanza di etica" o semplicemente mancanza di buon gusto (concordo con questo approccio più piedi per terra), la nostra soglia del dolore si abbassa immediatamente.
Ci sono situazioni molto diverse per cui è inutile cercare regole generali: puoi scrivere articoli o girare video per il sito di un'azienda, puoi recensire un prodotto sul tuo sito, puoi recensirlo in una apposita area.
Puoi spendere il tuo nome oppure no, puoi parlarne sul tuo blog personale oppure no.
Parlare di come ognuno si relaziona con queste situazioni è un confronto molto importante.
Non aggiungono valore a questa conversazione i savonarola, i boicottatori che chiudono qualsiasi spazio al dialogo, o gli snob. Amen. Tutto il resto è intelligenza collettiva al servizio di una comunità che evolve continuamente.
Mettiamola anche così, IMHO: è fin troppo facile tracciare confini e dire "al di qua, tutto regolare buono e giusto. al di là, tutto imbroglio e mistificazione". La differenza la fa la sincerità delle persone. Fare progetti che ti piacciono è un buon primo passo :)
Io credo nell'innovazione e nella creatività, con tutte le mie forze. Sono in rete con un'identità indissolubile dal mio lavoro, e il mio lavoro, che ho desiderato emi sono inventata da sola e con l'aiuto di chi ha avuto fiducia in me :), è proprio inventare un bel o' di porgetti che cuasano tutte queste discussioni, e parlarne continuamante con le persone. E chi fa un lavoro che persegue creatività e innovazione, cammina sempre in bilico su un confine sottile, è sempre borderline. Guarda cosa ho appena letto ("la trama lucente", di A. Testa): i (le persone creative)hanno idee che possono essere fraintese, ignorate, percepite come DEVIANTI (il maiusc è mio) e se raggiungno il successo, si portano dietro una valanga di critiche". ecco, fattene una ragione.
chi traccia intorno a sè un cerchio e si siede su una bella poltrona a fare il guardiano delle regole, non crea alcun nuovo valore per la comunità.
scusate la lunghezza, ma come disse M. Twain andavo di fretta!

giuliana ha detto...

che bella argomentazione. sono molto d'accordo con i principi che esponi ("la soglia del dolore" che si abbassa rende molto bene l'idea di quello che succede), ma rimango dell'idea che l'identità personale dovrebbe essere in qualche modo salvaguardata e per quanto possibile tenuta separata da quella professionale. il che, ovviamente, non impedisce che ci siano zone, per ampie che siano, di sovrapposizione.
c'è poi un altro tema. tu e io, flavia, il lavoro ce lo siamo scelto, ce lo costruiamo su misura e quindi entro certi limiti possiamo decidere di fare un progetto oppure no (ricordo, mille anni fa, il mio direttore creativo che faceva "obiezione di coscienza" - disse proprio così - su un brand e non volle assolutamente lavorarci. io ero, e sono tuttora, altalenante tra il considerarlo un eroe o un pirla. fossi stata l'amministratore delegato dell'agenzia all'epoca non so bene come mi sarei regolata. va da sé che il progetto in questione non aveva risvolti né di scarsa eticità né di scarso gusto). ma gli altri? mumble mumble

Flavia TTV ha detto...

gli altri chi? blogger o professionisti o blogger professionisti? mumble mumble :)

monica - pontitibetani ha detto...

io sono uno degli altri??
straordinariamente, aggiuntando una parola qui ed una parola là, questo post lo avrebbe potuto scrivere una/un blogger che si occupa mettiamo di educazione.

mi chiedo quindi quale sia il nesso?
la triade pubblico/privato/ blog?
o comunicazione/pubblica e privata?
non so bene. questo post mi richiederebbe un paio di gg di tempo per pasticciarmelo bene in testa.
così vado a braccio (quindi sorry!)

mi viene da pensare a quello che faccio oggi, come blogger, tenere in equilibrio 8 (credo) blog miei di cui due molto professionali (da poco e per fortuna mandati avanti a 4 mani) e uno mio-mio-mio e uno che sta nella zona d'ombra intermedia. più altri 4 (di cui tre in stanby per fortuna) in cui faccio la parte di gestione grafica e di uscita e lavoro un pò meno sui testi (grazie ad una assai spuria redazione) ..

ogni volta, per ogni blog, però, mi chiedo da che poltrona parlo, con che giacchetta, ruolo o identità.

Alle volte i confini sono molto precari, e altra volte i rischi sono evidenti: se parlo male di un luogo di lavoro x sul mio blog personalissimo e se ho anche un profilo linkedin, o posto il mio post su fb, twitter o simili, se non ho un profilo anonimo e segreto .. rischio.
Rischio che qualcuno legga o rischio di non scrivere qualcosa.
un blogger sembra quindi, se comunica insieme all'oggetto specifico di cui tratta, cibo, cucina, pubblicità, amore, vita, lavoro, anche se stesso ... rischia.

ogni volta che posto mi chiedo chi c'è al di la, anche senza particolari paranoie, e cosa gli arriverà, cosa interpreterà, e se mi leggesse un mio collega, un utente dei miei servizi, una famiglia che potrei seguire come psicomotricista?
e questo potrebbe urtarlo, offenderlo, o se c'è un rapporto di consulenza fargli decidere che come persona non gli piaccio???


non ho una soluzione.
al limite metto in conto i rischi.
assumo la responsabilità delle mie parole.
incrocio le dita.

ma io faccio una altra domanda, diversa dal il "blogger è o ci fa", ma il blogger, o chi comunica può non comunicare se stesso?

giocando con un assioma alla watzlavick del "non si può non comunicare" se stessi.

...

giuliana ha detto...

ecco, monica, perfettamente inquadrato. il cappello, il rischio, il cosa comunicare in qualità di cosa, il se stessi.
tutta questa roba qua.

markettara ha detto...

premessa: non ho letto tutti i commenti, ma dico la mia sperando di non fare ripetizioni

Una sovrapposizione c'è sempre tra l'identità lavorativa e quella digitale. Il punto è, secondo me, questo: nell'identità lavorativa ci fai, in quella digitale ci sei.

Come mi comporto io? Per scelta personale/professionale, io dò voce a determinate cose che prevedono la sovrapposizione solo se in quelle cose ci CREDO veramente. Finchè posso permettermelo.

Quando mi chiedono di fare il contrario, mi incazzo, rifiuto e se insisti divento pure acida ;)
Così provo a salvare tutto e finora la cosa non è un problema vero.

:)

akari ha detto...

Oggi sono arrivata qui partendo dal post di Domitilla http://www.domitillaferrari.com/semerssuaq/vita-pubblica-vita-privata-internet/ ispirata proprio da tuo.
E mi trovo piuttosto concorde con lei.
La mia reputazione me la porto dietro ovunque, non potrei lavorare/scrivere/raccontare qualcosa in cui non credo e se ci son problemi o critiche bhe le tiro fuori, ovviamente lo faccio secondo la mia natura, come dice anche Claudia.
Ecco non aggiungo altro che son poco blogger e non amo scrivere :)

Wonderland ha detto...

E' un tema che ovviamente interessa e coinvolge moltissimo anche me.
Non so, io la distinzione professionale/personale la faccio fino a un certo punto, semplicemente perché spero che il mio percorso professionale rispecchi la mia persona.
Cerco di fare cose che mi piacciono e mi divertono, in cui credo o sulle quali voglio mettermi alla prova. Al momento è questa la mia linea di condotta, e ne sono felice.