mercoledì, marzo 16, 2011

Ravanei, remulass, barbabietul e spinass tri palanchi al mass




“Ma che cosa sono i remulass?”
“Mamma, tu non sei milanese, non la puoi cantare”.

E certo. Tecnicamente Gabriele è l’unico milanese di casa, e viene tirato su bene in questa sua alterità etnica dalla tata e da suo marito, milanesi fino nel midollo.

E insomma ieri sera c’è stato il concerto. Un centinaio di bambini di seconda (“cento e qualcosa, mamma, cento e qualcosa”) hanno aperto il concerto per il Tredesin de Mars che si è tenuto nell’aula magna della Bocconi. Tra di loro, ovviamente, Gabriele, ugola spianata e torture alla zip della felpa per portare il tempo.

Dall’aula gremita di parenti e amici vedevo i ragazzi più grandi, quelli delle medie, passare e ripassare da una parte all’altra del palco, prima dell’esibizione. E pensavo che me lo ricordo bene, come ci si sente in quel momento. Non c’è emozione, non è il momento. Ci si sente come quando si è esattamente dove si dovrebbe/vorrebbe stare. Sei il padrone del palco. È casa tua. E ti senti anche, in quel momento, superiore a quelli che stanno di sotto, quelli che tra un po’ saranno i tuoi giudici, ma che sono anche quelli venuti lì per te, per ascoltarti, per condividere la tua emozione. Però quando sei lì, che passi e ripassi, non ci pensi. Hai cose da fare, persone da cercare, ultimi aggiustamenti da discutere. E ti senti sicuro e forte come nella tua cameretta, dove gli altri non possono dirti cosa devi fare e come ti devi sentire.

Ho visto anche, tra questi ragazzi, due dei tre fratelli rom che suonano il violino in metropolitana, alla stazione del Duomo. Li vedo da sempre, da quando la più piccola doveva avere al massimo 5 anni, e sono sempre stati i più bravi, tra i musicisti del Duomo. Mi sono chiesta spesso chi fossero, che vita facessero. Vederli lì è stato strano, erano fuori contesto, tutti pettinati con le loro trecce nerissime e lunghissime, in completo nero e camicia bianca. Che non somigliavano per niente a tutti gli altri ragazzi, perché avevano un’altra espressione, sembravano tremendamente più grandi, più seri, più padroni ancora del palco e forse anche del pubblico.

I piccolini hanno cantato “La bella la va al fosso”, canzone popolare milanese a quanto pare conosciuta da tutti tranne che da me, prima di questo momento. La storia – a beneficio di quelli come me – racconta di come questa signora, facendo il bucato, abbia perso l’anello nell’acqua (“non è un anello qualsiasi, bada, è la vera, la fede nuziale”, mi dice Emanuela, che la canzone la conosce assai bene, soprattutto per le sue riletture sceneggiate dagli scout attorno al fuoco). Vede un pescatore e gli chiede di recuperargliela. E il pescatore che fa? Accetta, ovviamente, ma a una condizione. Qui la versione cantata dalla creature è più innocente: il pescatore vuole in cambio “un basin d’amor”. In altre versioni il “basin” è qualcosa di più ampio e approfondito. Che cosa non si fa per recuperare la pace coniugale.

N.d.r.: il remulass è il rafano. Come i ravanelli, potente afrodisiaco.

1 commento:

sergio carpani ha detto...

Commento molto tardivo...
Il remolass non è il rafano ma è un rapanello più grosso e più saporito di colore nero.
Difatti in milanese i rapanelli si chiamano remolazzit.
Il ramolaccio e il rafano sono due generi diversi.
Lo so, sono un vecchio milanese noioso... che da bambino mangiava i remolass.

PS) E' dimostrato che non esistono cibi afrodisiaci...