lunedì, maggio 23, 2011

Non sei più meridionale

Conosco Maurizio da quando avevo 15 anni, ed è uno dei pochi amici sopravvissuti ai miei – per anni frequenti – trasferimenti e all’abitudine, acquisita non so più perché, di non lasciarmi dietro niente, neanche le persone.

In questi quasi 30 anni naturalmente ci siamo più volte allontanati, anche se mai in modo premeditato ma sempre in nome delle “cose della vita”, e poi riavvicinati. Di certo, ogni volta che torno a Potenza, cerco sempre di ritagliarmi un po’ di tempo per lui e la sua famiglia.

Lo scorso week end lui e i suoi sono venuti a trovarmi, complice l’impresa della moglie, che è appena diventata mia cliente. Da giovedì a domenica ci siamo visti molto più spesso di quanto non sia successo negli ultimi anni, anche se i primi due giorni sono stati consacrati al lavoro e lui si è spupazzato i pupi in giro per Milano. Così si è chiuso il cerchio: dopo una conoscenza personale, anche professionale (per quanto solo di striscio, non essendo lui direttamente coinvolto in questo aspetto).

Domenica sera l’idea era di provare qualcosa di molto milanese. Maurizio voleva il brasato, ma con 30° non lo servono (e meno male), e quindi, considerato anche il pomeriggio molto movimentato per grandi e piccini, abbiamo fatto una cosa molto più milanese del brasato: l’happy hour. In un bar vicino al loro albergo, così da poter andare a nanna presto.

E tra un bicchiere di vino e uno spritz a un certo punto Maurizio me lo dice:
“Tu non sei più meridionale”. 



Da qui in avanti dirò cose impopolari e politicamente scorrette.

Ho lasciato Potenza a 19 anni. Ho studiato a Bologna, ho fatto la tesi a Rennes e a Parigi, ho lavorato a Parigi, sono sbarcata a Milano e mi ci sono fermata. Sono 24 anni, quindi, che non vivo più in Basilicata. Più di metà della mia vita. Ma ogni singolo giorno di questi 24 anni ho tenuto molto ben presente da dove vengo. A fasi: con nostalgia, con rabbia, con dolore, con felicità, anche. Per il fatto non starci più. E poi di nuovo con la speranza di poter ridare alla terra dove mi sono formata almeno un po’ di quello che mi ha dato lei. Il senso del progetto in cui mi sono imbarcata con la moglie di Maurizio è anche questo.

24 anni sono un sacco di tempo: sono un tempo ragionevole per prendere le distanze ma anche per osservare, per imparare a criticare e anche ad apprezzare, per pensare a delle soluzioni e per farsi una ragione che forse soluzioni non ce ne sono. E per prendere in mano un progetto che significa proprio provarci di nuovo.

Ho imparato che molti cliché dei lucani (non parliamo di meridionali, sono tutti diversi tra loro, i meridionali) sono veri.

C’è un punto sul quale non accetterò mai i miei conterranei: loro scambiano sempre il diritto con il favore. 

Se ho bisogno di un’auto nuova, vado dal mio amico concessionario che mi farà un favore.
Se devo fare un documento, vado dal mio amico che lavora in comune e gli chiedo un favore.
Se faccio lavorare una persona gli sto facendo un favore. Ma anche:
Se una persona lavora per me, magari in emergenza, mi sta facendo un favore. E ancora:
Se lavoro, faccio un favore a chi mi fa lavorare.
Se mi danno le ferie in ufficio mi fanno un favore.
Se mi assumono invece di tenermi a lavorare in nero mi fanno un favore.

Eccetera.

Questi sono solo degli esempi, ma su questo atteggiamento si può declinare l’intera esistenza di una persona nata e cresciuta in Basilicata. Per tutta la vita chiederà e riceverà favori, senza minimamente rendersi conto che nella maggior parte dei casi sta semplicemente effettuando quella che nel resto del mondo è una transazione. Tutto il resto è un corollario.

Ho cercato di spiegare questa cosa a Maurizio, e non so se ci sono riuscita. È che ogni volta che parlo della Basilicata, di Potenza, dei lucani, di me in relazione a tutto questo, mi viene da piangere per la rabbia, e se penso a trattenermi dal piangere non riesco ad essere così chiara nello spiegare i pensieri che mi sono costruita nel tempo.

Il fatto di rifiutare questo sistema vuol dire che non sono più meridionale?

A me però piace pensare ai lucani con queste parole di Leonardo Sinisgalli:

Girano tanti lucani per il mondo, ma nessuno li vede, non sono esibizionisti. Il lucano, più di ogni altro popolo, vive bene all’ombra. Dove arriva fa il nido, non mette in subbuglio il vicinato con le minacce e neppure i “mumciupì” con le rivendicazioni. È di poche parole.   
Quando cammina preferisce togliersi le scarpe, andare a piedi nudi. Quando lavora non parla, non canta. Non si capisce dove mai abbia attinto tanta pazienza, tanta sopportazione.   
Abituato a contentarsi del meno possibile si meraviglierà sempre dell’allegria dei vicini, dell’esuberanza dei compagni, dell’eccitazione del prossimo.   
Lucano si nasce e si resta. 
Gli emigranti che tornano dalla Colombia o dal Brasile, dall’Argentina o dall’Australia, dal Venezuela o dagli Stati Uniti, dopo quaranta anni di assenza, non raccontano mai nulla della vita che hanno trascorso da esuli. Rientrano nel giro della giornata paesana, nei tuguri o nelle grotte, si contentano di masticare un finocchio o una foglia di lattuga, di guardare una pignatta che bolle, di ascoltare il fuoco che farnetica. E di uscire all’aurora se hanno un lavoro o un servizio da compiere, uscire all’oscuro per tornare di notte.   
Non si tratta di una vocazione alla congiura o alla rapina ma di una istintiva diffidenza verso il sole. Dove c’è troppa luce il lucano si eclissa, dove c’è troppo rumore il lucano s’infratta. Non si fa in tempo a capire questo animale, a fare un passo di strada insieme, che già fugge alla svolta. Per andare dove?   
Gli amici che hanno qualche dimestichezza coi lucani hanno capito la strategia, li fanno cuocere nel loro brodo. C’è un tratto caratteristico dei lucani, un tratto sfuggito ai viaggiatori, da Norman Douglas a Carlo Levi, sfuggito ai benefattori, da Adriano Olivetti a Clara Luce, e forse agli stessi sociologi.   
Il lucano non si consola mai di quello che ha fatto, non gli basta mai quello che fa. Il lucano è perseguitato dal demone della insoddisfazione.   
Parlate con un contadino, con un pastore, con un vignaiolo, con un artigiano. Parlategli del suo lavoro. Vi risponderà che aveva in mente un’altra cosa, una cosa diversa. La farà un’altra volta.  
Come gli indù, come gli etruschi egli pure pensa che la perfezione non è di questo mondo. E difatti, scolari e bottai, tagliapietre e sarti, muratori e fornaciari si fanno seppellire ancora con tutti gli arnesi.   
Essi pensano di poter compiere l’Opera in un’altra vita. Quando avranno pace.   
Non trovano in terra le condizioni necessarie per poter fare il meglio che sanno fare. Strana etica. L’ultimo tocco, il tocco della grazia il lucano non lo troverà mai. Eppure nella nitidezza del disegno ti parrà di intravvedere l’opera compiuta. Manca un soffio. Questo è un popolo che la saggezza ha portato alle soglie dell’insensatezza. Come una gallina che s’impunta davanti alla riga tracciata col gesso l’intelligenza dei lucani si distoglie per un niente, si blocca appena sente volare una mosca.   

L. SINISGALLI, Il ritratto di Scipione e altri racconti, MI, Mondadori, pp. 165-166

7 commenti:

bismama 2.0 ha detto...

Non posso che sottoscrivere tutto.
La cultura dei favori è dura a morire... ma lentamente sta emergendo la "cultura" e basta. Il SAPERE cosa è un diritto e cosa un favore. Amo la mia terra, a volte, però, mi sta stretta un po' per quello che dici tu :D

piattinicinesi ha detto...

sono appena tornata dalla Lucania, guarda caso, e il tuo post oggi mi è arrivato dritto al cuore. perché dopo tanto tempo che non scendevo al sud mi sono resa conto di quanto lo ami e lo detesti, in parte per le ragioni che hai elencato. c'è chi può restare e chi non potrebbe mai. sta fuori con una nostalgia infinita, ma ha una mentalità diversa che lo farebbe soffrire troppo se rimanesse. e quindi io dico sempre che sono come la cassata, che è un dolce siculo che mescola origini arabe e svizzere.

Chiara ha detto...

Quanto è vero. Questa cultura del favore mi ha sempre messo profondamente a disagio. L'eterno dilemma partire/restare, tornare/non tornare l'ho visto vivere a entrambi i miei genitori e relativi familiari. Sono felice di essere nata romana.

supermambanana ha detto...

ti puoi anche allargare un po' piu' ad est, un po' piu' ad ovest, e secondo me anche ormai un po' piu' a nord - e se questo vuol dire che io (pugliese) non son piu' meridionale, beh, I'll have to live with it

M di MS ha detto...

Bel post.
Da quando mi sono imparentata alla lontana con dei leccesi ho capito che dovevo fare un po' la terrona anch'io e che certe cose non andavano fatte alla milanese, ma in "quell'altro modo" sennò si spezza qualcosa. Ma che fatica!
Le cose a cui tengo me le faccio per gli affari miei :-)

Maurice ha detto...

C'è una imprecisione di fondo nel tuo ragionamento, permettimi di dirlo: la cultura del favore non è una prerogativa del Sud, ma di tutta l'Italia.
Veneziano di terraferma, sono immigrato in Trentino ormai da più anni di quanti non ne ho passati giù. Anche qui avviene lo stesso: se hai bisogno di qualcosa, che è un tuo diritto avere, ti viene concesso come un favore che il piccolo "potente" di turno ti elargisce come un favore.
Credo che la differenza tra l'essere ancora e non essere più (meridionale o veneto) sia nel nostro atteggiamento verso gli altri ma, più ancora, dall'atteggiamento degli altri verso di noi.
In un'altra vita avevo tra le mie dipendenti una ragazza i cui genitori (un veneto ed una friulana) si erano trasferiti in Val Gardena. Qui aveva fatto l'asilo, le elementari, le medie, le superiori, parlava italiano, tedesco e ladino, tutti i suoi amici erano di lì, eppure a vent'anni suonati era considerata una "forestiera".
Io sono tuttora un "italiano", il marito della... Francamente sono felice di esserlo.

Annachiara ha detto...

Io adoro i lucani...una delle mie più care amiche è lucana, e a me mi piace assai. E questo è come il discorso sugli italiani, quando sono all'estero sono sempre migliori che nel paesello insieme ai conterranei....