Il copywriter (copy perché tanto lo pronunciano tutti male) è la persona che scrive, che mette in parole le cose che un’azienda vuole dire. Ci sono due tipi diversi di copy, il copy di pubblicità e il copy del web.
Il copy di pubblicità, se ti incontra al mattino, ti dice: “Hai già dato lo sprint alla tua giornata? Andiamo a prenderci un caffè!” (facendo sentire bene il punto esclamativo).
Il copy del web, se ti incontra al mattino, ti dice: “Abbiamo delle nuove macchinette del caffè. Con un semplice clic potremo gustare 15 tipi diversi di bevanda. Ci prendiamo un caffè insieme? :)” (facendo sentire bene la faccina).
Il copy di pubblicità ha un percorso di carriera che può portarlo a diventare direttore creativo. Non sono molti i direttori creativi copy, ma ce la si può fare, soprattutto se sei l’autore di un titolo che a una certo punto tutti avranno sulla bocca. Per esempio “Nuovo? No, lavato con Perlana”, oppure “Galbani vuol dire fiducia” (ne cito di vecchi così non si fa torto a nessuno). Va da sé che un copy della pubblicità può avere una certa fiducia nel futuro.
Il copy del web non ha un percorso di carriera. Per una legge non scritta un copy del web non diventa direttore creativo, ma anzi nel tempo si attribuiscono a questo ruolo delle funzioni molto particolari, che spaziano dal Product Manager allo Strategist all’Info Architect; nelle aziende più spericolate nella creazione degli organigrammi può diventare anche un Direttore della Produzione. Va da sé che un copy del web non ha quasi mai una qualche fiducia nel futuro, sentendosi praticamente una staminale aziendale.
Il copy della pubblicità e il copy del web non possono scambiarsi. Un titolo scritto da un copy del web sembrerà sempre un banner, e risulterà monco dell’ultimo frame, quello che dice “clicca qui”, mentre una newsletter scritta da un copy della pubblicità sembrerà sempre uno spot, e sarà incomprensibile e vagamente irritante.
Il copy può essere maschio o femmina, oltre che della pubblicità o del web.
Il copy maschio veste quasi sempre in maniera trasandata. Indossa spesso t-shirt gadget, con lunghi testi spesso decodificabili solo da altri copy, jeans d’inverno e bermuda d’estate (se in agenzia glielo consentono, altrimenti jeans anche d’estate, gli stessi), Desert Boot d’inverno e infradito d’estate (se in agenzia glielo consentono, altrimenti Desert Boot anche d’estate, gli stessi).
Il copy femmina veste tirando su cose dai mercatini: gonne lunghissime, pull dai colori improbabili, gilettini tricottati a mano, quasi sempre stivali d’inverno e infradito d’estate. Alle copy femmina è consentito indossare infradito in agenzia.
Il copy maschio o femmina voleva fare lo scrittore. Poi ha visto che intanto che lavorava alla stesura del suo tredicesimo romanzo, quello che spaccherà, ogni tanto gli veniva fame, e ha deciso di fare uno strappo e trovarsi un lavoro a base di scrittura, ma pagato. Qualcuno è finito in pubblicità, qualcun altro nel web; entrambi si puzzano di fame per i primi 15 anni, ma almeno adesso possono lamentarsi senza sentirsi vagamente in colpa.
Il copy maschio o femmina è un’anima tormentata. Certo, tutti quelli che si puzzano di fame per 15 anni sono anime tormentate, ma loro di più, perché tutti i soldi che guadagnano li spendono in libri e musica e teatro e cinema, e questo li rende molto colti su tutto quello che non è pop, ma anche molto più consapevoli del fatto di sapere di non sapere. Allora rifanno il giro e si spendono tutto di nuovo in libri e musica e teatro e cinema e diventano consapevoli del fatto che non è questo lavoro che volevano, loro volevano scrivere liberti e colti e magari un po’ difficili da seguire, e allora ricominciano a scrivere il tredicesimo romanzo, quello abbandonato. Ma ciò non li rende più felici, anzi. La frustrazione aumenta perché devono scrivere per otto ore al giorno di lavatrici e yogurt e assorbenti di cui non gli importa niente.
Il copy maschio o femmina spesso viene guardato con sospetto dai colleghi pubblicitari, che lo trovano un po’ complicato e soprattutto a volte criptico (ma non dicono così, dicono “boh”) perché capiscono una percentuale bassissima delle cose che i copy dicono.
venerdì, gennaio 21, 2011
Il copy, un’anima e una tastiera
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venerdì, gennaio 14, 2011
Ma tu, blogger, ci sei o ci fai?
C’è un tema che mi sfruculia in continuazione, e nel tempo ne ho parlato con diversi amici/colleghi, l’ultima volta due giorni fa con lei e lui (ai quali credo di aver intossicato un pranzo :), ma spesso in passato anche con lei e naturalmente con lei.
Il tema è il seguente: dove sta il confine tra persona e professionista, se sono un blogger?
Detto così sembra facile: sul mio blog scrivo quello che mi pare, sugli altri scrivo quello che devo da contratto. Ma questa è una banalizzazione, perché in realtà il blogger è sempre tale, e il suo approccio al contratto, se così si può dire, sarà sempre modulato sulla sua identità di blogger – che quindi non è un copy, né un editor, né un writer puro e semplice: un blogger ha una reputazione, e sa che quella va difesa a tutti i costi. Se no, ciao.
Le implicazioni più profonde, perciò, sono proprio sul piano delle relazioni. Facciamo un esempio.
Supponiamo che io sia un food-fashion-techno-mamma-quello-che-vuoi blogger piuttosto conosciuto in rete. Un giorno un’agenzia decide che le posso fare comodo: perché ritiene che sono brava, soprattutto, ma anche perché sa che ho buone relazioni in rete. E mi mette sotto contratto. Così io inizio a scrivere e a intrattenere relazioni con i miei amichetti blogger – quelli che mi sono fatta con la mia attività amatoriale -, usando questa volta il mio nome e cognome e non il nick che ho usato fino a quel punto, ma tanto lo sanno tutti chi c’è dietro al nick: vuoi che non abbia mai partecipato a un barcamp, a un incontro, a una cena?
Da quel momento succede che ogni volta che io scrivo nella mia versione “contrattualizzata”, dietro non c’è l’agenzia che mi paga ma io, con la reputazione che mi sono costruita nel tempo e le relazioni che mi sono creata. Ed ecco che cade l’assioma da cui siamo partiti:
sul mio blog scrivo quello che mi pare, sugli altri scrivo quello che devo da contratto.
Proprio perché il senso del contratto non arriva – e non può arrivare – a coprire gli aspetti legati alla mia vita personale. Insomma, l’agenzia del caso può preoccuparsi se io sbrocco e mi metto a parlar male dei clienti, ma che cosa questo comporti per me sul piano delle mie opinioni personali, sono tutti beati fatti miei.
Non solo, e anzi. Tutti fanno degli errori, sul lavoro, proprio come tutti ne fanno nella vita. Ma se faccio un errore in questa veste di blogger bifronte che succede? Ne soffro professionalmente o, più probabilmente, anche personalmente? Perché insomma, è inutile negarselo, a fare questo mestiere si rischia in continuazione di pestare degli escrementi. E che io lo faccia con una veste o con l’altra, il riverbero sull’altra faccia della medaglia sarà immediato e violento tanto quanto lo è sulla prima.
E arriviamo al titolo: blogger si è o si fa?
Si direbbe che non se ne esce. È la natura di questo lavoro. Oppure c’è un altro modo di vedere la cosa? Parliamone.
Il tema è il seguente: dove sta il confine tra persona e professionista, se sono un blogger?
Detto così sembra facile: sul mio blog scrivo quello che mi pare, sugli altri scrivo quello che devo da contratto. Ma questa è una banalizzazione, perché in realtà il blogger è sempre tale, e il suo approccio al contratto, se così si può dire, sarà sempre modulato sulla sua identità di blogger – che quindi non è un copy, né un editor, né un writer puro e semplice: un blogger ha una reputazione, e sa che quella va difesa a tutti i costi. Se no, ciao.
Le implicazioni più profonde, perciò, sono proprio sul piano delle relazioni. Facciamo un esempio.
Supponiamo che io sia un food-fashion-techno-mamma-quello-che-vuoi blogger piuttosto conosciuto in rete. Un giorno un’agenzia decide che le posso fare comodo: perché ritiene che sono brava, soprattutto, ma anche perché sa che ho buone relazioni in rete. E mi mette sotto contratto. Così io inizio a scrivere e a intrattenere relazioni con i miei amichetti blogger – quelli che mi sono fatta con la mia attività amatoriale -, usando questa volta il mio nome e cognome e non il nick che ho usato fino a quel punto, ma tanto lo sanno tutti chi c’è dietro al nick: vuoi che non abbia mai partecipato a un barcamp, a un incontro, a una cena?
Da quel momento succede che ogni volta che io scrivo nella mia versione “contrattualizzata”, dietro non c’è l’agenzia che mi paga ma io, con la reputazione che mi sono costruita nel tempo e le relazioni che mi sono creata. Ed ecco che cade l’assioma da cui siamo partiti:
sul mio blog scrivo quello che mi pare, sugli altri scrivo quello che devo da contratto.
Proprio perché il senso del contratto non arriva – e non può arrivare – a coprire gli aspetti legati alla mia vita personale. Insomma, l’agenzia del caso può preoccuparsi se io sbrocco e mi metto a parlar male dei clienti, ma che cosa questo comporti per me sul piano delle mie opinioni personali, sono tutti beati fatti miei.
Non solo, e anzi. Tutti fanno degli errori, sul lavoro, proprio come tutti ne fanno nella vita. Ma se faccio un errore in questa veste di blogger bifronte che succede? Ne soffro professionalmente o, più probabilmente, anche personalmente? Perché insomma, è inutile negarselo, a fare questo mestiere si rischia in continuazione di pestare degli escrementi. E che io lo faccia con una veste o con l’altra, il riverbero sull’altra faccia della medaglia sarà immediato e violento tanto quanto lo è sulla prima.
E arriviamo al titolo: blogger si è o si fa?
Si direbbe che non se ne esce. È la natura di questo lavoro. Oppure c’è un altro modo di vedere la cosa? Parliamone.
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sabato, gennaio 01, 2011
Che cosa posso fare per questo 2011
Sono di quelli che l’ultimo dell’anno seguono gli oroscopi in TV, alla radio, e adesso anche nelle app di iPhone. Però la verità è che c’è solo un oroscopo che mi convince, forse proprio perché non assomiglia ad un oroscopo, ed è quello di Rob Bresny. Quello del mio segno mi è sembrato un augurio perfetto, e allora lo giro a tutti. È questa canzone:
Ecco le parole, che non so quanto siano la cosa più importante, ma averle è sempre meglio.
What can I do with this eternal longing
Which inhabits my soul and my heart in flames
My friends, who can know
What can cool a heart that burns
The world sleeps and I count the stars
I count them and I stoke my burning heart
When everything lies down and sleeps
And suffuses my heart and my soul
Auguro a tutti un cuore in fiamme, per questo 2011.
Ecco le parole, che non so quanto siano la cosa più importante, ma averle è sempre meglio.
What can I do with this eternal longing
Which inhabits my soul and my heart in flames
My friends, who can know
What can cool a heart that burns
The world sleeps and I count the stars
I count them and I stoke my burning heart
When everything lies down and sleeps
And suffuses my heart and my soul
Auguro a tutti un cuore in fiamme, per questo 2011.
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