giovedì, gennaio 25, 2007

Quelli che...

Quelli che di chi è la colpa
Quelli che le persone si devono assumere le loro responsabilità
Quelli che voglio sapere cosa ha detto esattamente Tizio
Quelli che con questa logica del ci vogliamo tutti bene non andiamo da nessuna parte
Quelli che ora non mi interessa la soluzione, devo sapere perché è successo
Quelli che non importa il problema, purché si scopra chi l’ha causato
Quelli che voglio la sua testa sul mio tavolo entro 10 minuti
Quelli che lui mi ha detto che tu hai detto…
Quelli che se il brief era sbagliato è colpa del cliente
Quelli che se i tempi erano sbagliati è colpa del PM
Quelli che se non vinciamo la gara è colpa dei creativi
Quelli che se l’offerta commerciale era sballata, è colpa dei creativi lo stesso
Quelli che dove passano non cresce più l’erba
Quelli che sono “verticali sulle risorse” (frustano a sangue le persone, ndt)
Quelli che l’importante è sapersi vendere
Quelli che la competenza non paga
Quelli che si fa come dico io, non ci capisco una sega ma si fa lo stesso
Quelli che se è andata male è perché non avete capito cosa dicevo io
Quelli che frègatene, sono risorse (persone, ndt)

Questi qua a me fanno proprio tristezza. Paura, anche, a volte, ma soprattutto tristezza. Perché la paura dura solo un attimo, poi mi fermo a riflettere e risolvo il problema a prescindere da loro. La tristezza, invece, rimane. Perché è stampata sul loro viso, anche se ha la forma di un rictus che dovrebbe mimare un sorriso. Perché non si danno mai un’opportunità di essere anche persone. Umane, intendo. Perché ogni sprazzo di umanità (“devo andare a fare pipì”) è per loro un segno di debolezza.

Non sono disarmata davanti a queste persone, ho le mie risorse (che non sono persone, però), ma loro lavorano nell’ombra e ti colpiscono quando tu non ci sei (non alle spalle, proprio in contumacia). Queste persone generano ansia negli altri per scaricare la loro, di ansia, e se tu non stai al gioco ti sbattono fuori: ne hanno quasi sempre il potere.

Che poi il mio atteggiamento è tutt’altro che umanitario: se voglio raggiungere un obiettivo, guardo a quello, e tutto il resto viene dopo. Trattare male le persone, farle vivere nella paura, non mi aiuta, perché la paura rallenta, a volte paralizza, e se ho bisogno di queste persone (risorse, per quelli che) è necessario che siano vigili e concentrate.

Mi fanno tristezza i loro figli, perché li vedono poco, e forse tutto sommato questo è anche un bene. Mi fanno tristezza i loro figli perché crescono nella paura. Io sono grande e la paura mi passa, loro sono piccoli e la paura gli resta attaccata sulla testa, come un’incudine che impedirà loro di crescere, come uomini, come persone.

Mi fanno tristezza i loro compagni e le loro compagne, perché devono sempre dimostrarsi all’altezza della situazione, perché non avranno mai il privilegio di abbracciarli e basta, o di farsi consolare, o semplicemente di sentirsi sostenuti. Io ci lavoro e tutto quello che devo dimostrare finisce quando esco dall’ufficio, ma loro no, loro sono nell’altra parte della vita, quella che non c’entra con i clienti e le risorse e il budget, ma devono dimostrare lo stesso.

Non sono disarmata però queste persone mi logorano. Perché succhiano le mie energie in interminabili cacce alle streghe quando io sarei pagata per produrre delle cose, facilitare il lavoro agli altri, fare in modo che i clienti abbiano sempre quello che è meglio per loro, risolvere i problemi. Non è poco, quello che sono pagata per fare, e allora perché aggiungerci anche l’assurda richiesta di puntare il dito su quelli che lavorano con me. Che cosa sperano di ottenere? Un idraulico incazzato non farà un lavoro migliore, né più veloce, né meno caro. Un idraulico incazzato può essere devastante per la tua casa: può costringerti a chiamare un altro idraulico dopo tre giorni, invece di chiudere la questione una volta per tutte. Io sono per un’adeguata motivazione degli idraulici.

7 commenti:

Chiara ha detto...

A me queste persone fanno tristezza anche perché sono bambini di 3 anni non cresciuti. Sono gente che usa il potere in questo modo puerile, invece di sentirlo come una responsabilità che ti spinge ad essere migliore prima di tutto dal pdv umano. A queste persone (ma anche a chi volesse capire un po' meglio le dinamiche del lavoro di gruppo) consiglio "Dialogo sul team" di Ettore Messina, allenatore di basket laureato alla Bocconi. Io l'ho letto quando ero sotto un capo che sbagliava approccio e cercavo il punto esatto in cui sbagliava, per non ripetere gli stessi errori quando mi fossi trovata nella stessa posizione. È stato davvero prezioso.
Un saluto
Chiara

topozozo ha detto...

Ecco la parola magica: motivazione. E' molto rara, di solito si tenta di trovarla da soli con improvvisate alchimie - sempre diverse, sempre modeste - anziché sperare che s'infiltri in qualche modo dall'esterno. Ormai si sa che la motivazione non sarà mai un benefit aziendale.

Condivido la tristezza e il logorio suscitati dagli individui che descrivevi. Io concepisco in modo radicalmente diverso il lavoro e le persone. E' per questo che non farò mai carriera (non in direzione manageriale, almeno).

A conferma della tesi di Chiara sull'età mentale di costoro, penso all'entusiasmo infantile che suscitano in loro quei libretti di provenienza quasi sempre statunitense zeppi di slogan e consigli per il bravo manager ("Siate voi stessi!", "Non dite mai ciò che pensate ai vostri subalterni!", ecc.). Ne leggono uno al mese, uno in contraddizione con l'altro, di tutti dicono un gran bene anche dopo averli cestinati, l'acquisto ovviamente è sempre a spese dell'azienda, ma non importa...
Forse qui sta il problema: avrebbero bisogno di letture più sane e consiglieri più saggi (questi ultimi di solito se li scelgono da soli, evidentemente senza esserne ancora capaci).

giuliana ha detto...

chiara: benvenuta! grazie del consiglio, aggiungo alla lista dei prossimi acquisti in libreria. non mi aiuterà ad essere un subalterno migliore, ma magari mi farà sentire meno scema quando queste persone le devo subire

topozozo: sulla scrivania di uno di questi una volta ho visto il libro "io vinco, tu perdi", uno dei manuali di cui tu parli. ho sentito un brivido lungo la schiena...

Tommythewho ha detto...

Da qualche parte ho letto che, per motivare giustamente un idraulico, basta che la clente sia molto sexi. Oggi, a casa, ho sostituito la doccetta del lavello della cucina.

giuliana ha detto...

tommy, non essere così grossolano, non è da te! :)
anche se ammetto che le pm più sexy mediamente ottengono risultati migliori, sia verso verso i manager che verso i creativi ;)

La Meringa ha detto...

Secondo me la risposta è non prendersi sul serio agendo però seriamente.
Io, quando avevo quaranta persone sotto di me, mi sono sempre comportata come se ci fosse sempre qualcuno che mi vedesse, nel senso che non facevo mai niente di nascosto. Chiunque conosceva il mio pensiero, le mie idee, la mia coerenza (ad un livello professionale, ovviamente)e forse per questo ero rispettata. I miei capi, anche se erano tra quelli che, non mi hanno mai chiesto di fare cose contro qualcun altro, pur essendo io nella classica posizione di chi potrebbe tranquillamente far valere il suo status per etc etc.
Perché era chiaro che non l'avrei mai fatto.
Ecco, forse è tutto una questione di chiarezza.Tutto il resto viene da sé: i risultati, il rapporto costruttivo con i clienti, un piacevole ambiente di lavoro....
Sono forse troppo naive?

giuliana ha detto...

meringa, non credo che tu sia naive, credo che tu sia saggia. peccato il giorno in cui distribuivano la saggezza ci fossero un sacco di assenti :)