venerdì, luglio 27, 2007

La chiamata

La chiamata è arrivata con qualche giorno di anticipo, ma non specificava il posto e l’ora. Dettagli. Solo per i più ingenui e per quelli che col tempo sono andati ben oltre il pensar male, è stata una sorpresa. E comunque nessuno saprebbe dire se bella o brutta. La sorpresa. L’idea che circola, tra la media delle persone, è che con tutto quello che sta succedendo, prima o poi qualcuno, un portavoce o che so, deve decidersi a parlare.
Invece, diversamente da ogni previsione, il Consiglio ha deciso di prendere la parola direttamente. I pizzini sono fuori moda, da quando sono diventati d’uso comune. Del Consiglio tutto si può dire tranne che non sia originale, nei metodi oltre che nella sostanza. Ora per comunicare con tutti si preferisce il passaparola. Con esiti più che soddisfacenti: stavolta è bastata un’ora. E anche ai più lontani sono stati avvisati.

Lei è scettica. C’è stato un tempo in cui queste chiamate avevano un senso. Erano rare, ok, ma servivano a comunicare qualcosa di serio. O, più raramente, a infiammare gli animi. Ma. Molta acqua sotto i ponti è passata dall’epoca in cui il Consiglio aveva saputo entusiasmare la banda, e, a onor del vero, a quel tempo non era formato dalle stesse persone. Il Consiglio di oggi viene fuori da strategie assai particolari, in cui molti punti fermi sono saltati. Una volta era un privilegio far parte della banda, e i membri del Consiglio conoscevano tutti uno a uno e sapevano tutto di tutti. Adesso no, arriva di tutto e nessuno conosce più nessuno. È sempre un’opportunità per i più giovani, certo, quelli che devono farsi le ossa, che magari hanno alle spalle solo un paio di anni di collegio ma niente di più; del tutto diverso per i più anziani, quelli che hanno provato di tutto e che c’hanno le fedine penali più sporche della faccia di un minatore alla fine del turno di lavoro. Sono professionisti, loro, amano fare bene il loro lavoro, e questo nuovo che avanza tirandosi dietro un sacco di immondizia non è che gli vada proprio giù. I nuovi capi sono litigiosi, fissano regole al mattino che non sono più valide al pomeriggio, applicano l’esercizio sistematico dell’autorità senza nessuna autorevolezza. Anzi, l’esperienza la schifano. Perché dicono che ci vogliono metodi nuovi, nuove strategie. Come se aprire un bordello o una casa da gioco fosse diverso oggi da com’era trent’anni fa. Le puttane sono puttane, ora come allora, solo che una volta “ci voleva, per fare il mestiere, anche un po’ di vocazione”. Adesso tirano su ogni genere di personaggio, purché abbia fame a sufficienza da essere riconoscente per sempre e faccia tosta da vendere per fare passare per buone le loro schifezze.

Ci sono quasi tutti: il Biondo con il suo sorriso teso e la faccia butterata, il Pelato, per l’occasione meno ridanciano del solito, Eleganza con la sua corte di tipini fini, Raffaellacarrà che fissa come una Santa Teresa il punto in cui il Consiglio prenderà posto. E poi il Secco, il Buzzo, C’haidueeuro, Pigliatutto, il Lama, lo Sguincio, Dolly, la Ballerina. E poi la Tata, tutta strizzata in un vestitino rosso con cui probabilmente vuole essere certa di non passare inosservata. Non c’è rischio, del resto: da quando il suo ruolo di Troia del Consiglio è stato ufficializzato, ha ulteriormente incrementato l’altezza dei suoi tacchi, per cui adesso se ne va in giro facendo ondeggiare il culone all’altezza dello sterno altrui: le dà una sensazione di potere altrimenti irraggiungibile, e non ci rinuncerebbe mai.

Sull’onda di questi pensieri lei è arrivata puntuale all’appuntamento, non sentendosi particolarmente socievole. Ha fatto sogni strani, questa notte. Sogni che annunciano cose brutte, brutte assai. Ha sognato una cava di marmo, faceva caldo, c’era il sole a picco e lentamente una fila indiana di disperati raggiungeva la cima dell’enorme blocco e si buttava di sotto. E lei era in fondo, vedeva le persone cadere e le seguiva con lo sguardo durante il volo, e faceva volare degli uccelli grandi e rapaci, che si univano ai corpi sospesi nell’aria in una coreografia macabra ma armoniosa, che la pacificava. Ecco, dopo un sogno così non ci si può svegliare e basta, pensando che tutto andrà bene.

Il Consiglio arriva in gran pompa. La folla si spartisce come le acque del Mar Rosso al passaggio di Mosè. Qualcuno, la maggioranza, sorride di quel sorriso che non fa muovere nessun muscolo facciale oltre a quelli attorno alla bocca; altri, nelle file di dietro, borbottano ma senza farsi accorgere. Subito vicino al Consiglio si affolla tutta una corte di vallette, con la Tata a fare gli onori di casa e le altre a giocare alle grandi amiche – tra di loro e con i consiglieri – mentre flute su flute di finto champagne passano di mano in mano.

Il Presidente è un artista, un animale da palcoscenico. Gesticola il giusto, attraversa il piccolo spazio che si aperto attorno a grandi falcate, distribuisce sorrisi e discrete pacche sulle spalle, un po’ Renzoarbore e un po’ Pippobaudo, ma più piccolo e magro di entrambi, in tenuta décontractée, diversamente da tutti gli altri. Quando prende la parola il silenzio cala di colpo.

“Carissimi. E non potrei chiamarvi altrimenti… (sorriso e sguardo all’ultimo dei galoppini in prima fila), innanzitutto vi ringrazio di essere venuti con un così breve preavviso, ma come forse già saprete e come fra poco vi racconteremo, sono giorni intensi. Stiamo procedendo velocissimi, noi sì, senza preavviso (nuovo sorriso, questa volta al Consigliere n.2).”

Nessuno l’ha vista entrare. È più pallida e tirata del solito, indossa un paio di jeans e una tshirt nera che ha visto giorni migliori, e si trascina a tracolla un borsone di tela nera. La Schiscia.

“Vi devo ringraziare tutti. Perché quest’anno si è aperto fra enormi difficoltà, ma voi, VOI [si sentono tutte le maiuscole] l’avete trasformato nell’anno della conferma. L’Europa è nostra!”

La raffica arriva coma una continuazione dell’applauso scatenato dalle ultime parole del Presidente. E falcia. Falcia il Presidente per primo, e poi il Consigliere n. 2 e il Consigliere n.3, e la Tata, e la Sguincia che non molla mai la Tata.

Lei osserva la scena un po’ defilata. La prima fila non è più la sua tazza di tè da tempo. Fissata nelle retine c’è l’espressione stupita del Presidente, una fissità che sembra chiedersi “Ma chi? Ma perché?”, senza riuscire a darsi una risposta.

Si sentono solo i colpi, il resto è un silenzio assordante.

La Schiscia smette di sparare, ripone la mitraglietta nella borsa ed esce così come era entrata.

8 commenti:

pOpale ha detto...

Quindi durante le riunioni generali e con poco anticipo giocate a Risiko ("...L’Europa è nostra!”
") ;)

Bellissimo post

giuliana ha detto...

popale, popale... che c'entrano le riunioni generali, quelle a cui partecipo io? questa è solo una storia...
a pensar male si fa peccato :)

pOpale ha detto...

ACH, e io che immaginavo una grande sala riunioni con tutti che cercavano i propri cararmatini colorati... che buca mi metto in ginocchio sui ceci ;)

Comunque il post mi era piaciuto anche in tempi non sospetti :)

Maurice ha detto...

Bel condominio! La Schiscia è proprio simpatica.

kabalino ha detto...

oh, a me é piaciuto molto...

Annachiara ha detto...

deduco che tu sia ancora in vacanza....

astralla ha detto...

...Bel racconto....con un finale d'effetto, nulla da dire!
Mi viene da chiedermi a cosa ti ha portato ad un racconto di questo tipo ;)"

giuliana ha detto...

@ astralla: hai presente "un giorno di ordinaria follia"? ecco, direi una cosa del genere ;)