martedì, settembre 18, 2007

Sentirsi a casa

La prima volta che ho messo piede a Parigi era l’inverno del 1991. La guerra del Golfo era appena iniziata, la CNN imperversava con le sue sigle da spettacolo preserale, io ero di stanza a Rennes, in Bretagna, e molti dei miei amici si aspettavano di essere richiamati da un momento all’altro, chi perché francese, chi perché arabo. In questo clima pesante e ipermilitarizzato Parigi era bruttissima: grigia, fredda, piena di soldati ovunque. E i soldati francesi non somigliavano agli italiani, si aggiravano per le strade armati fino ai denti e minacciosi e duri, e forse spaventati, anche, a far compagnia alla polizia in tenuta antisommossa, che piantonava tutto, dalle stazioni del métro ai Boulevard, dalle piazze a ogni singolo cestino della spazzatura.

Avevo passato la prima notte in una pensione che mi era stata indicata da una ragazza all’Università, e non mi era stato possibile chiudere occhio: la pensione era fetida, il bagno comune, al piano, inavvicinabile, la camera talmente sporca che avevo dormito col cappotto per mettere una barriera tra me le macchie incomprensibili che adornavano il copriletto (per nulla al mondo l’avrei usato, il letto).

Però, fin dal mio sbarco alla Gare Montparnasse, mi ero sentita a casa. C’era qualcosa in quella città che mi sembrava di conoscere da sempre, nonostante il mio francese ancora incerto (per inciso, non ho mai incontrato un francese scortese, di quelli che “fanno finta di non capirti se non parli la loro lingua”) e la novità per la quale ci ero andata.

Il soggiorno successivo è stato di lavoro: agenzia di pubblicità, sette piani schiantati in faccia all’Arc de Triomphe, altissimo rischio di innescare il meccanismo métro-boulot-dodo che attanaglia i parigini. Il primo giorno, arrivata sotto l’agenzia, ho chiamato mia madre, e non riuscivo a parlarle perché non potevo smettere di piangere, dalla felicità. È stato un anno duro da molti punti di vista, ma mi sono sentita a casa. La sera uscendo dal lavoro facevo una passeggiata e tutta la stanchezza se ne andava via, annegata nella bellezza di questa città che mi era già entrata dentro prima ancora di conoscerla.

Questo week end non doveva essere altro che un week end da turisti (non ho fatto molto la turista a Parigi, pur avendo visitato quasi tutti i posti turistici: lo spirito è sempre stato diverso): salire sulla Tour Eiffel, prendere il Bateau Mouche, portare Gabriele alla Cité des Sciences, cose così. Invece è stato proprio Gabriele a dargli un aspetto diverso. Perché lui si è sentito a casa. Nonostante la sua scarsa attitudine al cambiamento, che dopo un po’ gli fa venire voglia di tornare a Milano, alla sua casa, ai suoi giochi (come tutti i bambini); nonostante tutto questo lui non smetteva mai di mangiarsi con gli occhi tutti i posti per i quali siamo passati, e ogni volta spostarsi era un dramma, e ogni nuova scoperta una festa.

E quando siamo entrati in aereo per tornare a Milano, lui ha iniziato a piangere, di quel pianto disperato che ti strappa il cuore, perché non è rumoroso ma è profondissimo, e continuava a dire: “Non voglio tornare a Milano, voglio abitare a Parigi”. E io provavo a consolarlo, senza riuscirci troppo, perché il problema vero era che io stavo pensando esattamente la stessa cosa.

14 commenti:

LA CONIGLIA ha detto...

io a parigi non mi sono sentita per nulla a casa. Appena arrivata mi rubarono il cellulare in maniera poco ortodossa (esiste una ortodossa?) e questo pregiudicò le mie due settimane parigine...insieme al tempo sempre freddo e cupo in pieno agosto. Però quei posti li ho nel cuore e mi piacerebbe tornarci e sentirmi un pò parte di quei luoghi...Sedermi in un bistrot e osservare il viavai di persone che a parigi amano, giocano, sognano, vivono...

Valia ha detto...

ti ho scoperto oggi...bello leggere qlc che ti appassiona nella scrittura e ti spinge a non perderti una riga...ora sei tra i miei preferiti

giuliana ha detto...

@ coniglia: magari una volta ci andiamo insieme, così ti faccio vedere come si fa a sentirsi bene a parigi :)

@ valia: benvenuta (o benvenuto?) e grazie!

astralla ha detto...

Non sono mai stata a parigi...ma capisco che vuol dire sentire nell'anima un luogo, quasi fosse tuo.... Grazie per questo racconto!

Maurice ha detto...

Bella, eh? Grazie al ragazzo, fra un paio di mesi ci farò anch'io una capatina, tanto per non perdere l'abitudine.
Volesse il cielo che vendessi qui: sapremmo subito dove trasferirci.

Brigida ha detto...

Ecco, Gabriele c'ha capito tutto della vita!

Forse anche Roma gli farebbe un effetto simile.

Roma, Venezia, Parigi, i mattoni di queste città li hanno impastati con qualche materia magica...

Annachiara ha detto...

Come entrambe sappiamo, per decidere di andare a vivere a Parigi ci vuole un attimo.....e se l'hai fatto una volta, lo puoi rifare altre mille. Ci sarà sempre posto per te.

giuliana ha detto...

@ astralla: grazie a te!

@ maurice: anche tu nel trip? ahiahiahiiii!

@ brigida: è vero, ci sono città diverse da tutte le altre, devono essere i mattoni, come dici tu...

@ annachiara: magari fosse così. è che quando metti radici ci sono un sacco di cose di cui tener conto. e come dice pennac: l'énumeration des conditions est l'agonie de l'éspoir.

Gallinavecchia ha detto...

Sono felice per tre ragioni.
Innanzitutto, sono felice che alla fine, febbriciattola o no, siate riusciti a partire per questo week-end parigino.
Sono felice che vi siate goduti la città, che vista attraverso gli occhi e gli umori di un bambino diventa un'esperienza diversa e indimenticabile.
E infine, sono felice di scoprire che anche tu e Gabriele, sulla Francia, la pensiate come me.
Un abbraccio
Gallina

LA CONIGLIA ha detto...

molto volentieri :)

Chiara ha detto...

Penso che la lingua c'entri poco o niente in questi "sensi di appartenenza": io, se potessi, mi trasferirei istantaneamente a Istambul, anche se di turco mastico e capisco assolutamente nulla.
Parigi l'ho vista per la prima volta a 26 anni, e non mi ha detto molto. Per carità, stupendi i monumenti, il Louvre, ecc., ma non ho sentito quell'atmosfera "magica" che tutti dicono: mi è parsa una Milano che parla francese, e lo dico in senso assolutamente non spregiativo. Un posto dove vivere ma senza quell'aura grandiosa di cui tutti mi parlavano.
Per dire, non mi è sembrata romantica, né nostalgica né malinconica: solo una bella città che si divertiva e viveva.

giuliana ha detto...

@ gallinavecchia: grazie della solidarietà :)

@ chiara: esattamente quello che ho provato io per londra: bella, bellissima, ma per me totalmente priva di attrattiva...

pOpale ha detto...

Forse se vivessi a Parigi mi stancherei dei croissant ;)

Labelladdormentata ha detto...

Giuliana, non ci crederai ma la stessa cosa successe anche a noi con i ragazzi! E con loro siamo tornati altre volte, e prima o poi finiremo per fare il grande passo!