martedì, febbraio 01, 2011

Ho visto la democrazia

Ho partecipato alla mia prima manifestazione alla tenera età di 11 anni. Frequentavo la scuola media del Conservatorio, e una proposta di legge (legge Pedini, si chiamava) metteva seriamente in pericolo i Conservatori. Non ricordo come, è passato un sacco di tempo. Mi ricordo però questo corteo in via Pretoria e noi di prima che portavamo uno striscione (scritto sul parquet di una delle aule di danza, appoggiando le bombolette sullo Stainway Concert Grand) con su scritto “Non state lì a guardare, venite a protestare”. Ovviamente non si aggiunse nessuno. A chi può mai fregare di un Conservatorio di provincia?

Fatto sta che quello fu il mio primo contatto con la politica “vissuta”. Più tardi, al liceo e all’università, ce ne furono molti altri, assai più intensi (nell’archivio di Repubblica deve esserci ancora una foto in prima pagina con me e le due mie amiche in primo piano, all’epoca della Pantera. Ma chi se la ricorda più, la Pantera).

Però quella manifestazione è stata fondamentale per costruire il valore che da allora in avanti ho attribuito alla politica: se fosse successo qualcosa al Conservatorio, sarebbe successa anche a me. Quindi non potevo “stare lì a guardare”.

Per questo motivo non tollero le persone che dicono che la politica non gli interessa, o che non ci capiscono niente. Non può non interessarti, non è vero che non ci capisci niente, tutti ci capiscono perché tutti fanno delle scelte. La politica incide sulla tua vita, sulla vita dei tuoi figli, quella di tutti i giorni, non solo al momento di pagare le tasse o che so io. Politica è ogni singola decisione che prendi, nel lavoro, nella salute, nella famiglia.

Poi, a metà degli anni 90, ho mollato il colpo. Lasciata Bologna, il buio. E il disagio, che però si scontrava con i fatti della vita: il lavoro, la famiglia, il pupo. Le solite scuse. Che durano finché non senti che il tuo silenzio è connivenza.

A Milano ci sono state le primarie della sinistra, qualche settimana fa. Ho seguito un po’ i candidati, giusto per capire, e per la prima volta ho avuto la sensazione che qualcosa stesse cambiando. Insomma, dicevano cose sensate. Sembravano perfino delle brave persone. I presupposti perfetti per perdere, insomma, ma hai visto mai.

Ha vinto Giuliano Pisapia. E ha fatto subito una cosa. Ha aperto un’officina, un’officina per Milano. 11 gruppi tematici in cui i cittadini discutono e fanno proposte. Queste proposte andranno poi a formare il programma di Pisapia sindaco di Milano.

L’Officina per Milano ha messo insieme 1200 persone. 1200 milanesi hanno trovato il tempo, la concentrazione e la voglia di dare il loro contributo a un’idea di città che si è persa da tempo (io non sono di quei nostalgici che dicono che Milano non è come la vediamo adesso, non sono neanche milanese se non di adozione, e a dirla tutta quando ci sono arrivata, a Milano, dopo Bologna e Parigi, mi era sembrata proprio una sfiga. Però è la mia città). 1200 milanesi non hanno pensato: la politica non mi interessa, non ci capisco niente. 1200 milanesi hanno raggiunto la mia manifestazione per il conservatorio.

Ieri sera i gruppi hanno discusso i progetti. Nel sottogruppo in cui mi trovavo io c’erano Diletta, Marco, Roberto, Caterina, Elena e Emanuela. Nessuno ha ricevuto telefonate, nessuno ha neanche guardato il telefonino, nessuno ha alzato la voce, nessuno ha messo in difficoltà chi parlava in quel momento. Nella sessione plenaria uguale: gli interventi si arricchiscono, non si stroncano; le persone si ascoltano, non si lasciano parlare.

Ieri sera raccontavo tutte queste cose a mio marito e mi sono resa conto che mi sono commossa: il mio conservatorio è salvo, fintanto che.

Ho visto la democrazia, e mi è piaciuta.

7 commenti:

emanuela ha detto...

Giuliana, che dire, per ora sembra di vivere in un sogno...
Anch'io mi sto ritrovando, per la prima volta dopo tantissimi anni, a vivere la politica in modo attivo. Speriamo che oltre i 1200 tanti altri abbiano capito che è questa la democrazia, il resto sono solo spot pubblicitari:)

monica - pontitibetani ha detto...

La stessa storia, o molto simile, collocata in un liceo di qualche anno prima, del tua storia; collettivi, contestazioni, assemblee.. una sorta di banco di prova della propria identità civile e politica.
Che torna come esperienza e insegnamento.
E ti rendi conto di essere fiera di averlo imparato.
Grazie ;-)

un post che ho pensato mille volte di scrivere. lo ha fatto tu, ed è bello scoprire che accade anche ad altri....

Silvietta ha detto...

molto bello. grazie

Roberta ha detto...

Io ho iniziato ad andare in manifestazione molto prima. Avrò avuto 3 anni, forse anche meno.
Praticamente me le sono fatte tutte, perché allora era uno degli strumenti più utilizzati per dimostrare il proprio dissenso o per ricordare comunque eventi che avevano uno stretto legame con i diritti, la democrazia.

Ho continuato a maniofestare quando ero alle elementari, alle medie, al liceo, all'università....
L'ultima, se non ricordo male, a Roma per l'articolo 18....
O forse i girotondi intorno al Palazzo di giustizia... Boh!

Oggi non ci riesco più o forse è meglio dire che non ci credo più.
Vedere com'è cambiata l'Italia, cos'è diventata, mi annichilisce. Non riesco a capacitarmene.

Ma soprattutto, vedere che anche la "destra" (consentitemi il termine) ultimamente si sia appropriata di questa forma di dimostrazione e, a volte, anche degli slogan, mi fa venire la pelle d'oca e non solo....

Credo che oggi servano nuovi modi, nuovi strumenti.... anche se non saprei bene quali....

E rileggendo il tuo post forse una speranza c'è.
Forse è davvero questa la strada giusta. Basta con cortei che alla fin fine creano danni e intralci solo agli altri cittadini come noi. Forse è davvero giunto il momento di mettersi intorno ad un tavolo e trovare soluzioni e proposte concrete....

Peccato non vivere più a Milano...
[In realtà sono contentissima, ma volevo rendere l'idea...]

Flavia ha detto...

Io invece sono tra quelli che proprio non ce la fanno. Condivido tutte le tue passioni e i tuoi obiettivi, tutto lo sdegno e anche la speranza che esprimi qui, eppure le mie energie le considero molto meglio investite in altro. qualcosa in cui posso vedere dei risultati concreti del mio impegno senza dover "fare politica",nel senso negativo purtroppo invalso oggi (cioè giochi di potere, di alleanze, di clientele, di corruzioni). conosco i miei limiti, e se dovessi avere a che fare con interlocutori politici so che mi verrebbe un'ulcera perforante per il senso di impotenza e di muro di gommma prima di riuscire a FARE qualcosa (e torno sempre sul fare eh). il peccato mortale di questo paese è proprio avere allontanato dalla politica le intelligenze prettamente pratiche come la mia (scusa la mancanza di modestia, chiedo perdono ai tuoi lettori:)))) ma è solo funzionale al punto che voglio fare) e aver valorizzato le peggiori (perchè ci vuole una marcia e maligna intelligenza anche per manipolare gente mediocre e restare allegramente al potere come fa questa gente)

giuliana ha detto...

flavia, so come la pensi in merito e rispetto il tuo punto di vista.
il fatto è che la politica non è solo quella di palazzo (o di villa, dipende dal momento storico ;)), ma è proprio il motore che muove il nostro vivere quotidiano. la politica è fare, come no. è fare leggi, per esempio, e disfarne, anche. se oggi possiamo essere un po' più speranzosi per il wifi in italia, ad esempio, è una questione politica. come politico era il motivo per cui fino al 31 dicembre scorso non se ne poteva parlare. ti faccio questo esempio perché è molto vicino al nostro mondo: se in italia agevoli internet, rischi di danneggiare la tv. se il presidente del consiglio possiede tutte le tv del paese, va da sé che questo paese deve rimanere fuori da internet il più a lungo possibile - piuttosto facciamo il digitale terrestre, che i decoder li fa mio fratello. e così io e te per riempire mezz'ora che ci servirebbe per lavorare dobbiamo andare da mac donalds, e meno male che c'è. a new york, per dire, da anni si può navigare anche a central park.
ma di esempi ce ne sono tanti. anche il successo di un prodotto invece che di un altro ha un'origine politica, che dipende dalle scelte che hanno modificato/creato/cancellato questo o quel tratto culturale del paese in cui si introduce il prodotto in questione.
ma anche: non è forse politica la volontà che vede una donna arrabattarsi e avere paura della maternità?
e così via.
e non è fare, questo?

Flavia ha detto...

assolutamente sì. se la politica non è solo quella dei palazzi (ma non dico solo i palazzi del potere, anche le infime beghe degli assessori comunali di TreCaseinCroce che non si mettono d'accordo su un parcheggio, per dire) ma è anche una lotta dal basso per cambiare certe mentalità e fare sentire una pressione, allora anch'io nel mio piccolo la faccio.