lunedì, ottobre 17, 2011

Bomba o non bomba #15O


Mentre seguivo via Twitter gli eventi di Roma, aiutavo il pupo nei suoi esercizi di ortografia. E pensavo in contemporanea che avrei voluto essere lì, e che bello che si facciano degli esercizi di ortografia, che sembra una cosa d’altri tempi. E tra un esercizio e un twit leggevo (rileggevo) le pagine in cui si parla di ribellione, nel bellissimo libro di Gianrico Carofiglio La manomissione delle parole. Pagine in cui, fra le altre cose, si riporta un lungo passo di Primo Levi, quello in cui viene raccontata l’esecuzione dell’Ultimo, accusato di aver appoggiato la rivolta dei prigionieri di Birkenau.

Credo che ci sia una relazione tra tutte queste cose. C’è l’ortografia della democrazia, le regole che, considerate roba d’altri tempi, hanno creato una “generazione lunga” a cui non rimane altro che indignarsi (ma che per una volta dà corpo alla sua indignazione); c’è l’Ultimo che si immola, ultimo uomo tra i disperati, che sono grigi e ingobbiti e incapaci di reagire con le parole che vorrebbero; ci sono le persone che ho scelto di seguire via Twitter – non mi è venuta mai la tentazione di accendere la TV, chissà perché – perché così ero in tutte le piazze nello stesso momento, e le voci che sentivo erano così tante e diverse che un’opinione me la sono fatta da sola.

Poi oggi ho letto questo post di Yeni Belqis e mi sono detta che non mi bastava lo spazio di un commento per raccontare di Ultimo e dell’ortografia e della ribellione.

La piazza forse in Italia non è più un’opzione. Tra i vari twit ce n’erano alcuni provenienti dalle altre piazze che dicevano “ma perché in Italia non avete fatto un pacifico sit-in invece di una manifestazione”? Già, perché? Ma anche: il sit-in avrebbe forse cambiato qualcosa? Forse che a stare fermi non si può fare un’altra Genova? Quello che è certo è che la parola piazza è stata manipolata ancora una volta, così al problema non ci si pensa più, rimane solo Roma ferita. Come Genova, appunto. E mi veniva in mente un articolo di Beppe Severgnini, all’indomani del 13 febbraio, Se non ora quando, in cui si chiedeva se la piazza non fosse una modalità non più efficace, non abbastanza creativa, in una parola: inutile. All’epoca mi venne da pensare che la piazza è imprescindibile, ma oggi, sulla scia di Yeni, mi chiedo se è davvero così. Perché non puoi pensare alla piazza e poi leggere i twit di Auro che dice “che paura”.

Alcuni commenti, oggi, sottolineavano che il 13 febbraio non è successo niente, e come mai? E quasi quasi ne facevano una questione di genere. No, il testosterone non c’entra niente. Non tutto, per carità, deve essere per forza una questione di genere. Di generi, semmai, generi di persone.

E no, una piazza non deve essere per forza divertente, Yeni, non quando dentro ci sono persone indignate. Se ci vogliamo divertire andiamo alla festa dell’unità, e sarà divertente mangiare tutti insieme le salamelle. Ma tra l’essere indignati e avere paura c’è un baratro profondissimo.

Forse dobbiamo uscire dalle modalità di protesta attiva. Mostrarci indignati tutti i giorni, ma ognuno da casa sua. Non accendendo la TV, per esempio. Oppure telefonando a tutti quelli che riteniamo responsabili, ad uno ad uno, rendendo loro la vita impossibile. O intasando la loro posta con le foto del nostro cedolino o del nostro certificato di disoccupazione. Cose così, senza scendere in piazza. Non sarà scenografico, le questure non potranno dividere per quattro i numeri della nostra partecipazione, perché non li conosceranno mai, ma almeno non ci saranno più città devastate.

Che tristezza.

3 commenti:

lorenza ha detto...

Riesco a leggerti e a rispondere solo ora. Oltre a quello che abbiamo già detto, il tuo post mi fa pensare a una cosa che disse una mia amica tempo fa: "e quando hai la gente disoccupata che scende in piazza, la piazza fa paura". Lo disse, riguardo alla crisi economica, suppergiù 2 anni fa. Non lo disse perché è un'indovina, ma perché aveva studiato storia.

Ed eccoci qui, all'ortografia della società civile che è la regola base per ri-scrivere questa società che non funziona più.

:)) Anche questa dell'ortografia (che per lungo tempo non si è insegnata più) mi sembra una bellissima metafora

giuliana ha detto...

allora non era una mia sensazione che l'ortografia non si insegnasse più... mi viene quasi da dire che ce la siamo meritata tutta, questa situazione, per la superficialità con la quale abbiamo trattato i nostri figli.

Antonella ha detto...

Che paura. Chi sono? Quanti sono? Da dove vengono questi indignados incapaci persino di indignarsi con dignità? La superficialità con la quale stiamo trattando i nostri figli... sì. Non possono che venir da lì.