giovedì, gennaio 11, 2007

Operazione restyling – episodio 1: il contesto

La vicenda della cucina di zia Eufemia mi ha messo addosso la fregola. Questa volta non intendo cedere alla tentazione di lasciar cadere tutti i buoni propositi dell’anno dopo la prima settimana del medesimo, sapendo che non tornerò a vedere com’è andata. E così, in anticipo sui tempi previsti, ho deciso di iniziare a pianificare il restyling di casa mia. Ma siccome è una cosa seria e anche piuttosto impegnativa, devo affrontarla come un progetto di quelli seri, che faccio al lavoro, e quindi devo partire dalla descrizione del contesto.

Giusto per capire, a beneficio di chi casa mia non l'ha mai vista (suppongo la quasi totalità di coloro che leggono queste pagine). Abito al quinto piano - no ascensore, astenersi perditempo - di uno stabile "vecchia Milano", ma non di ringhiera. Quando sono entrata in casa vivevo da sola e nulla lasciava presagire che di lì a poco (giusto un anno) non sarebbe più stato così: la vita che menavo a quel tempo era parecchio, parecchio più movimentata, ma questa è un’altra storia.
Com’è d’uopo, con l'acquisto dei soli muri ho speso fino all'ultima lira. Ragion per cui ho deciso di fare solo gli interventi indispensabili: imbiancare. Anche perché mi scadeva il contratto d’affitto e valutai che sotto un ponte proprio no, non mi sarebbe piaciuto abitare. Imbiancare nel mio caso ha significato colorare, perché ho usato tre colori diversi per i tre vani: la sala (ahahah, trovo sempre molto ironico questo appellativo riferito al mio soggiorno, ma a Milano si dice così) ha due pareti color terracotta, la camera ha due pareti azzurre, la cucina ha due pareti giallo ocra. Non è mica stato facile, con l'imbianchino che continuava a insultarmi, che non si dipinge mica così una casa, che insomma che razza di schifo è quel color trasu-de-ciucc' (vomito di ubriaco per i non parlanti, ndr) della sala, e che quando capirai che hai fatto una stronzata con tutti 'sti colori vedrai che divertimento, che le pareti non ti ridiventano bianche manco se ti metti a piangere, e così via finché non gli smollato l'assegno col dovuto e se n'è andato, ancora ridendo (lui). Io però ero felice, con la mia casa che mi sembrava così grande, forse perché venivo da un monolocale di 20 metri, e così colorata e allegra.
Naturalmente c'erano altre cose da sistemare: il bagno, prima di tutto. I vecchi proprietari dicevano di averlo rinnovato 7 anni prima, ma, a trasloco effettuato, la vicina mi informò del fatto che il mio bagno era stato rinnovato insieme al suo da un’impresa di suoi amici quasi tutti passati a miglior vita, non 7 ma 27 anni prima, cicca e spanna. Questo spiega la vasca piccola col gradino, che quando fai la doccia rischi sempre la vita.
Poi i pavimenti: come in molte case ristrutturate negli anni 70, ogni stanza ha un pavimento diverso. Io ho ovunque delle piastrellacce di ceramicazza, così distribuite: marrone scuro in sala, beigino con striature giallognole in camera e nell'ingresso (l'ingresso è grande come una stanza, frutto di una saggia ristrutturazione credo sempre degli stessi anni), giallo ocra scuro in cucina e grigio chiaro con striature bianche in bagno. Il vantaggio di tutti i vari pavimenti è che nascondono benissimo lo sporco, sembrando sporchi anche subito dopo la botta di mocio (e dunque puliti anche dopo il rave-party di Capodanno: anche questa è un’altra storia).
Le porte, altra nota dolente: anni 70 anch'esse, di legno scuro col vetro, ma con dei vetri così brutti ma così brutti che quando è venuta per la prima volta mia zia mi ha detto: "beh, potrei romperli io, così sei costretta a cambiarli e non ti senti neanche in colpa". Peccato che non si sia offerta anche di pagarli, nel caso.
E infine gli infissi e le persiane: belli, eh, ma conciati, conciati assai. Certi spifferi che non devo usare l'umidificatore quando ci sono i termosifoni accesi. Che i pavimenti sono sempre freddi come una pista di pattinaggio. Che uno dei passatempi preferiti di Gabriele è mettersi lì con la santa pazienza e scrostarli. Che ogni volta che li guardo mi viene male.
Però bella era bella, la mia casetta, con la scala a chiocciola che porta in una mansarda (vedi ndr a proposito della sala) che mi fa da congelatore in inverno e da microonde in estate. Confesso che una delle ragioni per cui ho pensato “è mia” quando ho visto la casa per la prima volta, è stata proprio la scala a chiocciola. Fantasie. I miei amici continuano a chiamare “scannatoio” la mansarda anche ora, che, risolti in parte i problemi di temperatura, è diventata una stanza degli ospiti essenziale ma decente. L’altro motivo è stato che mi ricordava tantissimo la mia casa di Parigi, in Avenue des Gobelins: stessi stucchi al soffitto, stesso arco alla porta-finestra della camera, stessa quantità di scale, stessa poesia.
L’ho messa su bene. Pochi mobili ma essenziali. Una cucina senza pensili – detesto i pensili, mi soffocano -, con un tavolo abbastanza grande da poterci mangiare in tanti amici, una libreria Ivar e il mio ex letto-divano futon in sala – oltre naturalmente a un impianto stereo fichissimo, che mi ci sarei pagata porte e infissi -, letto in finto ferro battuto blu dell’Ikea e guardaroba in camera, e, come unico arredo dell’enorme ingresso, a far compagnia alla scala a chiocciola, la libreria Warmbook di Kartell.
Tutti la definivano “calda”. Non nel senso della temperatura, soprattuto in inverno, quando un condominio malevolo mi ha tenuto per tre anni con 16-17 gradi al massimo, che la sera dovevo mettermi il pile da barca per guardare la TV. Era calda perchè era accogliente, simpatica, vissuta anche se abitata da poco – da me.

La prima svolta è stata l’arrivo di Alberto. Abitava anche lui, nella sua vita precedente, in un monolocale, anche se più grande del mio, almeno 30 metri. Quando ha deciso di trasferirsi da me, dopo aver vissuto per un annetto circa come un rom, la situazione si è fatta pesante: due case in una fanno fatica a starci. Abbiamo fatto della mansarda una seconda casa, con tanto di stereo fichissimo e TV e videoregistratore e libreria inzeppata di ogni sorta di pubblicazione; insomma, tutti i doppioni sono finiti di sopra, ma intanto sotto c’è stato bisogno di riempire un po’ di più.

Poi ci siamo sposati. Non è vero che la vita a due cambia quando ci si sposa. La cosa che cambia è la casa, perchè bisogna mettere da qualche parte i regali di nozze. Abbiamo comprato un mobile apposta per contenerli, e l’abbiamo piazzato nell’ingresso, di fronte alla libreria Kartell (è anche dello stesso colore); l’effetto è cambiato parecchio, e non sono così certa che sia migliore di quello di prima. Quando ce l’hanno consegnato ho avuto una botta di gastrite.

La terza svolta è stata quella più dura: con l’arrivo di Gabriele tutti gli spazi, i mobili, gli interstizi, si sono riempiti. Lettino, fasciatoio, armadio, e poi vasino, pannolini, assurdi elettrodomestici tipo lo sterilizzatore, e naturalmente chili e chili di peluches e di giochi hanno invaso lo spazio a disposizione, che di colpo ha assunto le sembianze del deposito di una clinica psichiatrica che rilevi tutte le suppellettili dei suoi ospiti.
Stiamo per finire le pratiche per la ristrutturazione della mansarda, che diventerà la nostra camera da letto, così Gabriele avrà un suo spazio e noi smetteremo di spaccarci le gambe inciampando nei suoi giochi in sala.
Ma è chiaro che non basta.

Nel prossimo episodio: il piano di progetto. Stay tuned.

5 commenti:

copyman ha detto...

Mica male la sistemazione descritta; quanto meno non potrai dire che non rispecchia la personalità di chi la vive e la gode (a parte la mancanza di ascensore e il citofono farlocco che, al momento, irride & scherza chi scampanella ignaro e speranzoso di avere udienza) :-)

La Meringa ha detto...

Abitavi in avenue des gobelins!!
Io ho abitato per anni a belleville!
Che ricordi quelle case con i parquets rinseccoliti!

MarketingPark ha detto...

Cambiare il pavimento costerebbe parecchio (materiali, muratori, sporco). Potresti semplicemente ricoprirlo di parquet (va molto il rovere). In poche ore la casa sembrerà già un'altra. Porte in tinta, ovvio (la parte boiserie dev'essere sempre coordinata), ce ne sono di belle anche in fascia economica.
Sono pratica di queste cose (avrai letto delle mie recenti imprese http://marketingpark.blogspot.com/2006/11/un-futuro-assicurato.html ).
Se metti insieme i consigli degli amici blogger avrai il 1° Open Source Interior Design del mondo. Ti pare poco?

TZ

Seni da Sogno ha detto...

Ottimo blog scoperto solo oggi, bello da leggere.
Saluti.

giuliana ha detto...

copyman: non so se il fatto che mi rispecchi sia interpretabile come un complimento o un insulto ;) opto per la prima ipotesi, grazie

meringa: sììì, il trictrac sotto i piedi, che indimenticabile esperienza!

titti: continuo a pensarci, mi hai dato uno spunto eccezionale. ci sto lavorando, mi sa che l'open source s'ha da fare!

seni: grazie, piacere mio!