giovedì, marzo 29, 2007

Un'altra cronaca dalla Lucania (inopinatamente) felix

Come resistere alla tentazione di chiedere a un testimone di prima mano cosa stia succedendo in quella mia Lucania oggi miracolosamente all'onore delle cronache? Ovviamente non potevo sottrarmi, e così ho pregato mia sorella di rimandare la doccia che aveva programmato e scrivere qualcosa per me. Lei l'ha fatto, io pubblico.


A Pescopagano c’è stato un nuovo arrivo: Angela, quarant'anni, moglie e nuora dei proprietari dell’Hotel Imperial. Nome un po’ pretenzioso per il luogo. Ma a noi insegnanti e alunni della magica terza media è andata bene. L’hotel infatti ha anche un ristorante-pizzeria dove tutto il paese festeggia battesimi e nonni centenari. Come è intuitivo, i primi sono meno frequenti dei secondi – l’anno scorso hanno festeggiato 102 e 100 anni e una sola bimba, che ha ricevuto in dono per il suo ingresso in questo mondo un corredino fatto interamente all’uncinetto - e senza occhiali - dalla vecchietta ultracentenaria (quella di 102 anni). E ogni volta che al ristorante c’è una festa, il giorno dopo arrivano in classe pizze, torte salate, dolci e ogni ben di Dio di gastronomia a conduzione familiare. E da bere non c’è mica la coca cola come alla scuola media: si va a birra, il mitico peroncino, per l'occasione nel formato magnum, da tre quarti.

Angela era in elenco fin dall’inizio, ma quando il marito aveva visto chi sarebbero stati i suoi compagni di classe le aveva “suggerito” di lasciar perdere. Sono i matti del villaggio. Le sue riserve personali erano invece – dice lei - fondate sul suo senso del pudore rispetto ad una classe, fino a quel momento, interamente maschile. Buona la prima. Si è rincuorata – soprattutto il marito - quando ha saputo della presenza di due insegnanti donne e di Maria, la zurighese. Adesso le due signore sono la punta di diamante della scolaresca: Angela si impegna per sanare una sciocca convinzione dei suoi genitori, che non la mandarono più a scuola perché anche i suoi fratelli avevano interrotto gli studi, e non poteva essere ammissibile che la femminuccia di casa ricevesse un’istruzione. Maria ha assunto invece l’atteggiamento discutibile della prima della classe. Lei si sente decisamente superiore. Ha vissuto all’estero, il più civile degli esteri, la Svizzera. Ha lavorato per tanti anni ed è ancora lontana dall’età della pensione. Parla tedesco, dunque per lei l’inglese… eccetera eccetera. E nonostante le premesse, dopo poche settimane dal suo arrivo, Angela ha raggiunto i risultati migliori.

Ma le più grandi soddisfazioni vengono da Franchino e Peppino, i due folletti. Nessuno dei due sa scrivere in corsivo e hanno le idee confuse sulla direzione che deve prendere quell’insidioso serpentello di S, ma mi impediscono di cancellare la lavagna – con una spugnetta per lavare i piatti che sostituisce il glorioso ricordo del cancellino srotolato – perché loro devono copiare. Franchino si è rasato la barba e aveva anche tolto la sciarpa – in questi giorni l’ha dovuta rimettere essendo caduta la prima neve dell’anno. Peppino invece ha proprio deciso di partecipare alle lezioni. E gli interventi di Peppino sono davvero brillanti. Qualche giorno fa ci siamo imbattuti in un from 8 a.m. to 10 a.m. Ben lontani dal preoccuparsi del significato di questa espressione, che la solerte Maria ha provveduto a spiegare alla classe, mi sentivo comunque in dovere di spiegare che a.m. vuol dire prima di mezzogiorno. E qui ho sentito Peppino bofonchiare: “E sì, dopo mezzogiorno c’è l’una. E pure dopo mezzanotte.” Geniale.

E le chicche non sono finite. Anche Antonio, insolitamente sobrio, ha fatto il suo intervento. Discutendo sull’opportunità di punire Maria per i suoi continui interventi facendola inginocchiare sulle pietre – più reperibili dei ceci – mi ha chiesto “Signò, come si dice in inglese pietra?”. Io rispondo “Stone”. Antonio “Ca si ti và ‘n cap sì ca t’ ston’”. [per i non nativi: "Se ti cade in testa, certo che ti stordisce", ndr]

La genialità dei miei allievi non è però un caso isolato: ha indiscutibilmente le sue origini nei fasti dell’Impero Romano. Che c’entra? Un giorno, di ritorno da Pescopagano, finalmente con la luce del giorno e senza nebbia – ce n’è anche qui e non si può immaginare quanta - ho fatto una scoperta: la strada tutta curve che percorro fino (quasi) a Potenza, la SS 7, è niente meno che l’antica via Appia, quella che portava da Roma a Brindisi, in Puglia. Ma allora perché lasciarsi sfuggire l’occasione?! La via Appia come la Route 66. Si noleggia un camper e la si percorre per intero, e magari si compila un diario di bordo con le foto e tutto quanto. Certo non mancherebbe un po’ di mal di mare con tutti i saliscendi lucani ma ci si potrebbe dotare dei preziosi braccialettini per il mal d’auto e affidarsi alla benevolenza dei santi – e delle sagre – lungo il percorso.

A Potenza via Appia ha mantenuto il suo nome e alcune tracce, segnate dai resti di un acquedotto, protetti per qualche giorno da una gigantesca teca di vetro prontamente massacrata dalla brillante gioventù locale, e da un ponte sul fiume Basento che scorre lungo la periferia cittadina e passa non lontano dal carcere, in questo momento, più famoso d’Italia. E qui si impongono le riflessioni sul destino di questa città. A dire il vero in questo momento piuttosto brillante.

Woodcock for President… dell’Azienda di Promozione Turistica. E già. Dove non sono arrivate le pro loco, dove hanno fallito gli amministratori locali, dove si è bloccato persino Internet, è arrivato il mitico PM. La città brulica di vip, gli alberghi e i ristoranti festeggiano, si vedono in giro addirittura dei taxi (la guida della città pubblicata dal Comune ne indicava 7 in servizio dalla stazione centrale, da contattare via cellulare non essendo disponibile un servizio radio). I navigatori satellitari di tutte le redazioni giornalistiche e televisive d’Italia hanno portato a Potenza orde di giornalisti e cameraman e fotografi. E soprattutto le signore della città sono impazzite. Le vedi assiepate avanti al tribunale (anche dentro, per la verità) armate di telefonini per scattare foto al personaggio di turno e spedire mms alle amiche. È capitato perfino alla mia amica avvocato di ricevere la foto di Raoul Bova dalla cancelleria del tribunale…

Per dirla con un sedicente imprenditore locale, a colloquio con il direttore della banca alla quale stava chiedendo un mutuo: "Signorina, non si preoccupi: sine qua non, siamo qua noi". Geniale.

mercoledì, marzo 28, 2007

Io sono una mamma che si impegna

La vita sociale che ruota attorno alla scuola mi fa orrore. Ecco, l’ho detto. Soprattutto quando, come ieri sera, torno a casa verso le 8 e la tata, con un’espressione della serie io-te-lo-dico-ma-tanto-so-già-che-non-te-ne-frega-niente mi ricorda, “nel caso mi fossi dimenticata”, che c’è una riunione dei genitori a scuola, alle 9 o alle 9.30, “non ricordo bene l’orario, ho pensato che tu avessi già preso nota”. Certo, come no. L’ho visto il cartello, mentre scongiuravo la bidella di farmi entrare (erano le 8.30 in punto, eccheccavolo), e trascinavo su per le scale il piccolino, l’ho visto, anzi no, l’ho appena registrato in qualche parte della mia testa che ha prontamente archiviato l’informazione tra le cose che sicuramente saranno da fare più avanti, tipo la prossima settimana. E invece, implacabile, la tata mi conferma che sull’orario non ci può giurare, ma la data, quella sì, è proprio il 27.

Prendo atto. Ok. Sono le 8, ho un’ora per decidere se andare o no. Cena, un po’ di Un posto al sole, poi mi vengono gli scrupoli. Non è possibile che io sia così disinteressata a questo genere di cose. È la vita di mio figlio, il suo percorso educativo. Ammetto anche che sono piuttosto stronza, visto che tali argomenti mi accendono anzichenò dal punto di vista politico. Per la riforma Moratti, per esempio, l’anno scorso mi sono responsabilmente indignata. E quindi? Ora ho il coraggio di starmene qui a finire di vedere una soap napoletana, mentre a qualche centinaio di metri da me si decide del futuro didattico di mio figlio? No, non posso. Mi vesto, saluto il pargolo, saluto il papà (che, va sottolineato, neanche per scherzo si è offerto di andarci lui) e parto.

Non essendo sicura sull’ora, faccio in modo di essere un po’ in ritardo se fosse stata alle 9 e un po’ in anticipo se fosse stata alle 9.30. Suono il campanello della scuola. Una mamma gentile viene ad aprirmi e mi fa entrare in una stanzetta dove ci sono 10 persone (solo un ometto) attorno a un tavolo. Mi scuso per il ritardo, dicendo che credevo fosse alle 9.30, e loro mi comunicano che era alle 8.30. Ah. Azz… C’è da dire che faccio pur sempre la mia porca figura, dal momento che sono l’undicesima su 200.

Si sta discutendo dell’acquisto di una casetta per il giardino, ma la discussione è praticamente finita. Si passa alle magliette da vendere alla festa dell’estate. Si contatta una mamma dotata di fornitore, le si chiede un preventivo.

Prossimo punto all’ordine del giorno: le foto. Che io non ci credevo all’inizio, ma insomma le cose stanno così: si è verificato che genitori troppo zelanti nell’attività di registrare le performance dei loro pargoli in occasione di recite et similia, in più di un’occasione siano arrivati alle mani. Non ci posso credere. Davanti ai bambini accecati e spaventati dai flash che neanche la notte degli Oscar. “Sì sì, botte. E infatti una maestra che ora non c’è più aveva vietato le feste con i genitori, per un paio di anni. Questo è esagerato, però dobbiamo fare in modo che non si ripetano situazioni imbarazzanti. Come a Natale, quando c’erano tutti i bimbi che cantavano di pace e bontà e intanto due papà si spintonavano proprio davanti al palco, e gli altri sgomitavano e facevano un casino…”

Chiaro. Proposte? “Vietiamo di fare foto e riprese. Se ne occuperà un professionista, un genitore, tanto ci sono diversi genitori fotografi, e poi le foto si potranno prenotare e acquistare”. Ovviamente la proposta apre un dibattito che potrebbe essere senza fine, se la sua promotrice non si ricordasse all’improvviso che deve proprio andare.

Rimaniamo in sei. Ci accordiamo su una soluzione di compromesso e di buon senso (dei genitori): suggeriamo di non fare foto e riprese, e le foto (che sarebbe comunque difficile distribuire, visto che a giugno molti bimbi vanno via) le mettiamo su Internet, in un sito protetto da password, che si terrà su solo per un paio di settimane, e chi vorrà potrà scaricarsele. I presenti sono profondamente analogici. Sanno che Internet esiste e che probabilmente una cosa del genere è possibile, dopodichè nient’altro. Mi offro io. Posso aprire il sito (o quello che sarà), gestire il caricamento delle foto, chiudere il sito alla fine del periodo stabilito. Problema: la sicurezza. Sarà sicuro mettere foto di bambini in Internet? No, ovviamente non lo è, ma se il sito è protetto da password? Sì, lo è di più, certo la password potrebbe anche girare, e allora saremmo punto e daccapo.

Immersa in questi pensieri torno a casa ed espongo la cosa a mio marito, che è assolutamente contrario. E allora? Come si fa?

Riepilogo il problema, e vi chiedo aiuto:
- All’inizio di giugno si farà la festa della scuola
- Per motivi di ordine pubblico, è consigliabile che le foto e le riprese vengano effettuate da professionisti e non dai singoli genitori dei bambini
- I genitori devono poi poter avere le foto, in qualunque formato, ma bisogna tener conto che molti di loro partono subito dopo la festa, e il lavoro di raccolta degli ordini e successiva stampa delle foto prenderebbe troppo tempo (probabilmente le foto sarebbero distribuite solo a settembre)
- Si è ipotizzato di metterle su un sito protetto da password, ma non siamo certi che sia sicuro.

Suggerimenti?

lunedì, marzo 26, 2007

Operazione restyling – episodio 3: si parte!

In un post di gennaio, presa dall’entusiasmo dei buoni propositi per il nuovo anno, ho parlato del mio progetto per il restyling della mia casa. Una parte di questo restyling sarà collaborativo, ma ora la fase 0 è di quelle hard, che richiedono permessi e burocrazia e imprese di costruzioni e direttori dei lavori ecc. ecc. ecc.

Insomma, lunedì la mia mansardina si scoperchia e si attrezza per diventare qualcosa di più. Ci vorrà un mese (e mi auguro che sia sufficiente!). Intanto, questo week end è stato dedicato allo sgombero. Il fatto è che questa mansardina l’abbiamo sempre usata come magazzino, oltre che come stanza degli ospiti, e in qualità di magazzino ha contenuto negli ultimi 7 anni la ex casa di Alberto. Quando lui ha traslocato, infatti, solo una parte (comunque ragguardevole) delle sue cose sono state assorbite dall’appartamento, non senza dolore da parte mia, nonché discussioni e periodiche revisioni di quanto poteva essere buttato alle ortiche (sempre poco, per il mio modesto e sommamente egoistico avviso).

Il week end in soffitta ci ha restituito pezzi di passato persi di vista da tempo. Ho ritrovato i materiali della mia tesi di laurea, i lavori del master, chili di appunti di musicoterapia, centinaia di lucidi (che bello quando si usavano i lucidi invece del pauerpoint!) di vari corsi. E poi un pacchetto piccolo piccolo di foto, alcune del mio 29° compleanno, con i capelli corti e un abito rosso con dei piccoli fiorellini che conservo ancora nel mio armadio e che ogni tanto uso ancora. Dalle due piccole librerie, non si sa come, sono usciti 25 scatoloncini di libri. 25. Ognuno dei quali rappresenta un viaggio per e dal garage (5 piani a piedi). Una bottiglia di plastica da un litro e mezzo piena di sabbia di una spaggia dei Caraibi, un contenitore per biscotti pieno di conchiglie, uno scatolone farcito di cravatte straordinarie e straordinariamente improbabili, di quelle con fiori, personaggi dei cartoni e altre amenità del genere, e cappellini da bowling. E ancora: un radiolone in puro stile portoricano in cui funziona solo la radio nonostante ci siano anche CD e doppia cassetta, due o tre registratori tascabili (ne abusavo quando facevo la ricercatrice), chili di penne, pennarelli, matite e altro materiale di cancelleria piuttosto fantasioso, tipo una cosa che sembra un’antenna di autoradio e invece è una bacchetta da presentazione telescopica (che ovviamente Gabriele ha amato e adottato subito come sua personale excalibur). Un lettore CD di design, bellissimo e forse funzionante; un ventilatore a pale da soffitto con lampadario; un mobiletto dell’IKEA porta Tv; un divano letto con futon (pesante questo, da portare giù); una scarpiera; la nostra collezione completa di borse e valigie. la collezione completa di riviste a fumetti di Alberto, una ventina di volumi d’arte, alcuni dei quali strenne delle banche. Attrezzi per i lavori più vari (fatti raramente…), decorazioni natalizie, dischi in vinile, piastrelle del bagno, barattoli di vernice, una valigia di un metro cubo in cui conservo gelosamente alcuni vestiti che tiro fuori ogni tot anni.

E polvere. Nuvole di polvere leggera, che va dappertutto. Ma che per una volta è la benvenuta: signori, si cambia!

venerdì, marzo 23, 2007

La lima e la raspa

Alle 5 della sera lei passa a prendere il Biondo.
Lei: “Perché dobbiamo andare dal Bruno?”
Il Biondo: “Il Pelato non ti ha detto niente?”
Lei: “No”
Il Biondo: “Lo sapevo. Il Bruno vuole entrare nel business. Dobbiamo controllare che non faccia casini”

Il Biondo non è abituato a parlare con lei. Nella rigida gerarchia che regola la vita di chi fa questo mestiere lei è due gradi sotto a lui, per cui lui parla con il suo sottopancia, il Pelato, e il Pelato le riferisce. Non sempre la comunicazione arriva come era partita. Oggi però il Pelato è impegnato su un altro fronte, e il Biondo non può fare a meno di rivolgerle la parola direttamente. Non senza una specie di schifo leggibile nella sua espressione di ghiaccio.

La tana del Bruno è l’esatto contrario di quella del Biondo: disseminata di trofei di caccia e non solo, le pareti addobbate del suo ego straripante, questa larga caverna sarebbe riconoscibile fra mille. Il Biondo invece non lascia nessun segno della sua presenza nei luoghi che attraversa.

Prima di entrare, il Biondo si incolla sulla faccia un sorriso raggelante. Il Bruno ha fatto lo stesso. Lei ci prova ma dopo un po’ le viene male alla mascella e ci rinuncia. In fondo non sono là per fare salotto, e lo sanno.

Il Bruno: “Allora, eccoci qua. Da un momento all’altro dovrebbe arrivare il Grosso, nel frattempo fatemi capire perché questo incontro”
Il Biondo: “Chi è il Grosso?”
Il Bruno: “Un nuovo acquisto. Valeva la pena. Meglio con noi che contro di noi”
Il Biondo: “Ok. Volevamo coordinarci con voi. Se dobbiamo presentarci insieme, non voglio che sembriamo dei dilettanti allo sbaraglio”
Il Bruno: “Io non ho questa proccupazione, e mi dispiace per te se sei in ansia. Voi che cosa avevate in mente?”

Il Biondo e il Bruno sono come la lima e la raspa: rigidi, pericolosi, se si incontrano producono un effetto sonoro paragonabile a quello di un gessetto contro una lavagna. E se sei in mezzo, ti stritolano. Sono entrambi enfant prodige, intelligenti e furbi, ma soprattutto intimamente convinti che il fine giustifichi i mezzi.

Il Biondo espone la sua strategia in maniera sommaria. Lei non lo interrompe neanche quando lui dice delle evidenti bestialità. Quando la lima e la raspa si sfregano, meglio non trovarsi fra l’una e l’altra, o peggio, contro l’una o l’altra, e sopportare in silenzio quel rumore.

Nel mezzo dell’esposizione del Biondo entra un omone nero e dall’aspetto trasandato: deve essere il Grosso.

Il Bruno: “Biondo, lui è il Grosso. Grosso, ci racconti quello che ci siamo detti?”

Ovviamente non è una richiesta, è un ordine. Il Grosso inizia a parlare con l’entusiasmo di chi ancora non ha mai avuto a che fare con l’incontro tra una lima e una raspa. Questa volta lei può intervenire. Con discrezione. Lui è imperterrito nella sua esposizione. Quando finisce, ha lo sguardo di chi si aspetta un pubblico riconoscimento. Che non arriva, puntuale.
Invece il Biondo ha perso la pazienza. Ignora ostentatamente sia il Grosso con il suo sorriso un po’ bovino, sia lei che gli rivolge sguardi di preghiera, come per dire: “Non farlo, non farlo, non farlo”. Invece lui lo fa. Estrae il coltello.

Il successivo quarto d’ora è una capoeira che alterna momenti di aperto combattimento a fasi di alta diplomazia. Tutti partecipano, ora, perché in fondo nella bagarre c’è da divertirsi. Volano parole grosse e attestazioni di stima, pugni e pacche sulle spalle, calci sul mento e piroette verbali, coltellate e scuse. È evidente che si tratta di uno scontro tra titani, in cui lei e il Grosso hanno un ruolo del tutto ininfluente. Solo, la lima e la raspa hanno bisogno di testimoni, giusto perché qualcuno possa tramandare le loro gesta. Quando risulta chiaro che nessuno avrà la meglio, non in quel round, lei e il Biondo aprono la porta per andarsene. Il Biondo ha un labbro spaccato e un taglio nella manica della camicia che inizia a tingersi di rosso; lei ha preso un calcio nello stomaco e le sanguina un sopracciglio. Il Bruno dietro di loro è furioso. Afferra la testa di un toro impagliata e la scaglia verso la porta. Nel momento esatto in cui un ragazzino sta passando, diretto chissà dove. Incuriosito dai rumori sordi che si sentono da fuori, si è affacciato per vedere cosa sta succedendo. Il corno lo prende in pieno petto. Nessuno saprà mai dove stava andando, né perché.

La lima e la raspa: 0 a 0. Il resto è un dettaglio.

Questa è una storia inventata. Ogni riferimento a persone o fatti reali è del tutto casuale.

mercoledì, marzo 21, 2007

Son soddisfazioni

Ieri pomeriggio ho fatto un tuffo nel passato, quando facevo il mio mestiere con soddisfazione. Ho partecipato quasi per caso a una presentazione e dopo dieci minuti di chiacchiere che non andavano a finire da nessuna parte l’ho presa in mano.

Ho raccolto il cliente, l’ho portato su un piano che non era il suo, ho illustrato, argomentato, proiettato, disegnato scenari. L’ho confuso ben bene. Poi l’ho ripreso e a poco a poco ho sciolto i nodi. Ho temuto in alcuni momenti di essere troppo aggressiva, ma ho dosato con cura, mestiere e buon senso. Come da manuale, o da anni e anni di questo lavoro.

Non sono sicura che averlo come cliente mi renderà felice, sospetto di no, ma almeno ieri mi sono divertita. Alla fine ero stremata, consumata, distrutta. In due ore ho messo l’energia che mediamente impiego in due giorni, se sono di quelli pieni. Era un sacco di tempo che non ne avevo l’opportunità. E forse oggi ho anche le idee più chiare su quello che voglio per il mio futuro.
Son soddisfazioni.

Update: Mi sentivo ispirata su questi temi, e un'osservazione di MarketingPark sul mio ultimo post ha perto i rubinetti per una riflessione ulteriore sul "dove vogliamo andare e dove è meglio che andiamo". Su Triclinio.

lunedì, marzo 19, 2007

Giovanni e il sito da 4 tonnellate

L’intenzione era di andare a vedere la mostra di Giovanni. Poi, quando siamo arrivati a Bergamo, quattro adulti e due bambini, Giovanni ci ha portato in trattoria. Non saprei ripetere dove fosse, la Trattoria dell’Alpino, però abbiamo mangiato bene. Se passate da quelle parti non fatevela sfuggire (vabbè, chiedete informazioni, mica posso sempre dirvi tutto! Perché io ho cercato, ma in rete ce n’è una le cui foto non somigliano nemmeno lontanamente a quella dove sono stata ieri), ma tenete presente che sarà necessario armarsi di un bel po’ di pazienza. Noi siamo usciti dopo due ore e mezzo, avendo preso un piatto a testa e il dolce (il caffé al banco perché non ne potevamo più). E dopo che fai, vai alla mostra, che non c’è parcheggio, e ci sono i carri che sfilano, e dobbiamo essere a Milano per le 7? Meglio una passeggiata nel bosco, alla mostra torneremo. Forse. Se no Giovanni ci manda le foto.

Giovanni non è solo un artista. In realtà fa il gruista in una fonderia, ma anni fa era art director in una web agency. A un certo punto ha deciso che non ne poteva più di star dietro a clienti schizofrenici e colleghi primedonne e ha mollato tutto, al grido di “Voi fate quello che volete, io vado a lavorare”.
Il suo lavoro dà certezze matematiche: dura sempre 8 ore (ci ha raccontato di una sola volta in cui ha fatto un’ora di straordinario, perché c’era la neve e si andava a rilento), sa sempre perfettamente quello che deve fare (“spostare le cosa da qua a là”), non varia al variare dell’umore di chi gli sta attorno.

Ieri però diceva che adesso si sentirebbe anche pronto a tornare a fare quello che faceva prima. Mettendo alcuni paletti:
1. che gli diano 2 mouse (“come i comandi della gru, che non sono più abituato a usare solo una mano”)
2. che gli lascino fare siti di almeno 4 tonnellate di peso (“come si chiamano le tonnellate? Giga, tera…? Ecco, almeno 4, se no non se ne fa niente”)
3. che gli affidino i clienti più difficili, quelli che non vuole nessuno (“so io come trattarli, datemeli, datemeli…”)
4. che gli facciano coordinare un po’ di persone (“già me li vedo, tutti delicatini, che difendono la loro creatività. Creatività???!!! Non la chiameranno mica lavoro?! Botte, e fare pagine, che non è mica lavorare, questo è divertirsi!”)

Ecco, io non lo so se Giovanni tornerà mai a fare l’art, e sospetto di no. Ma sono sicura che se ciò dovesse avvenire, ci si divertirebbe un sacco!

venerdì, marzo 16, 2007

Questione di dettagli

Per dirla à la Meringa: mai hiusband dasn’t giv mi satisfecscion. Quando mi racconta le cose, intendo. E non perché non abbia il senso della narrazione, tutt’altro: può intrattenere per ore compagnie più che esigenti da questo punto di vista, e non avere nessun problema. Il suo fraseggiare è ricercato e d’effetto (soprattutto d’effetto), le sue pennellate sugli eventi precise e ricche. Insomma, uno che dà soddisfazione.

Quando parla con me, invece, fine della festa. Lui non mi parla di una cosa che gli è successa, mi informa; non mi riferisce una conversazione, me la sintetizza. E io sono là, come una cretina, con il mio gusto per il tocco di colore, il mio scarso senso della sintesi (al servizio della narrazione, naturalmente), la mia curiosità da paparazzo di tutti quelli che sui rotocalchi di gossip non ci andranno mai; io sono là, che aspetto il seguito e lui ha già finito. Ma come? Quello andava bene come occhiello, mica come articolo! E che sei, un marito free press come Metro e City? A me non pensi, che mentre tu eri lì a gustarti cotanto avvenimento, ero altrove in chissà quali faccende affaccendata? Egoista.

Perché gli uomini non si rendono conto. Non si rendono conto di quanto siano importanti i dettagli. Ad esempio, riportare un discorso in forma diretta invece che indiretta significa restituire l’atmosfera, costruire un contesto, lasciar intuire il carattere delle persone, la loro espressione, i loro toni e il loro mood. E così via. Se invece si “dice” e basta, è come praticare la lettura veloce (lui lo fa): la storia passa, la scrittura si perde (lui dice di no ma io non ci credo, qualcuno mi convinca).

Quindi sono qui a chiedere solidarietà a tutti voi raccontatori: non ho ragione a sentirmi un po’ defraudata quando ricevo comunicazioni sintetiche al posto di lunghi e dettagliati racconti, di quelli da passarci tutta la cena e magari anche di più? Non dico sempre, che magari a volte non hai il tempo o non hai la testa o stai facendo o pensando ad altro, ma insomma quando ci sono delle cose importanti, o anche magari solo interessanti, credo di meritare di più. Ecco.

mercoledì, marzo 14, 2007

Musica e musicanti

Io ho un problema con la musica, un problema grandissimo, addirittura invalidante: quando ascolto la musica dal vivo mi viene da piangere. Sempre. A prescindere da chi e come venga prodotta. Fa eccezione solo la musica che sento in metropolitana, forse perché il rumore di fondo mi distrae e non avviene, da parte mia, un vero e proprio atto di ascolto.

Questa cosa è veramente imbarazzante. Immagina di essere in un locale dove si suona jazz, per esempio, e renderti conto che al tavolo di fianco al tuo c’è una che si sta sciogliendo in lacrime. Mica perché canta Billie Holiday, eh, che allora potrebbe essere anche comprensibile; no, basta una che ha fatto tre lezioni al CPM (tanto di cappello comunque al CPM, è solo per dire che non deve essere necessariamente una professionista) e io non mi trattengo. Ecco, spesso i miei vicini di tavolo si trovano in questa situazione, e inizia un tam tam in tutto il locale, con tutti che si danno di gomito e si dicono “Guarda quella, guarda quella”, e a un certo punto la voce arriva alla cantante che mi rivolge un tenero sguardo e a momenti si mette a piangere anche lei. Ecco. Per fortuna è un sacco di tempo che non frequento i jazz club.

Però mi basta molto meno. Per esempio domenica scorsa, ero a casa di mia suocera. Sentiamo arrivare della musica, e lei dice che deve essere il genero della signora di fianco che ogni tanto va a farle la serenata con la fisarmonica. Visto che dovevamo comunque passare a salutare, approfittiamo del concertino. E lì la sorpresa: il fisarmonicista c’era, ma chi stava suonando in quel momento era il nipotino di 8 anni con la sua tastiera. Era bravo, molto bravo per avere quell’età, e soprattutto straordinariamente a suo agio nonostante la piccola platea che lo osservava; come se fosse nato per suonare. Il che probabilmente è vero, perché questo bambino ha scoperto di avere l’orecchio assoluto a 5 anni. Già l’orecchio assoluto (che è la capacità di riconoscere qualunque suono, ad esempio sapere quando una nota è un fa oppure un do, senza avere punti di riferimento) è una dote parecchio rara, pare ce l’abbia solo il 5% della popolazione; la vera difficoltà sta però nell’accorgersene, perché la maggior parte delle persone che ce l’hanno se ne rendono conto solo in occasioni particolari, tipo esami al Conservatorio. Dunque, scoprirlo a 5 anni significa avere buone possibilità di diventare un emulo di Mozart. E mentre questo piccoletto suonava a me venivano i lucciconi, e cercavo di nascondermi e non ce la facevo, non ce la facevo proprio, non riuscivo a trattenermi dal piangere come una fontana.

Quindi, se mi succede questo in un contesto così banale, figuriamoci ai concerti. Lì non mi trattengo proprio, e consumo fazzoletti su fazzoletti, che neanche il più cattivo dei raffreddori di fine stagione.

C’è poi un tipo di musica che non posso proprio ascoltare, e non è un genere, ma un gruppo di strumenti: i tamburi (non le percussioni in generale, proprio i tamburi). Kodo, ad esempio, che credo sia bellissimo, mi trascina in quattro e quattr’otto sull’orlo di un attacco di panico. Ovviamente, appena la musica cessa (o io mi allontano, ma non è detto che riesca sempre, a volte rimango lì senza potermi muovere) passa tutto.

Ora, lo so che ci sono delle spiegazioni molto profonde di tutto ciò, e in parte posso immaginarle, perché rappresentano un pezzo importante della mia storia, ma insomma il punto è che così si fa veramente fatica. Per esempio è stato molto difficile quando Bruce Springsteen ha interrotto “The River” per chiedermi se poteva fare qualcosa per me…

martedì, marzo 13, 2007

È nato Triclinio!

Nella sala da pranzo delle abitazioni degli antichi Romani il triclinio era l'insieme di tre divani, disposti su tre lati, su cui si sdraiavano per mangiare i padroni di casa e i loro ospiti. Durante il banchetto, che durava anche 10 ore, canti e danze servivano ad allietare gli ospiti. Nel frattempo la società romana si muoveva inesorabilmente verso la dissoluzione.

È nato un blog (lo so, lo so, ce n’era proprio bisogno?) per tutti quelli che:

- si sentono sul triclinio e ci stanno comodi;
- hanno paura che qualcuno li butti giù dal triclinio;
- sono sul triclinio, ma non vogliono che si sappia in giro;
- odiano quelli che stanno sul triclinio;
- dal triclinio vorrebbero scendere ma non sanno come fare;
- sono da sempre sul triclinio ma non sanno chi è il padrone di casa;
- pensano di essere su un triclinio, ma sono semplicemente con il culo per terra.

Indipendentemente dalla posizione che volete assumere verso e sul triclinio, se le categorie del post-moderno vi stanno strette, se non avete capito perchè ancora non vi hanno fatto amministratore delegato, se alla vista della Gabanelli su Rai 3 vi ricordate che un tempo vi piaceva la politica, se imperterriti continuate a sognare di aprire un agriturismo in Toscana e non vi siete definitivamente rovinati con i gratta e vinci da 10 €, un po’ di confronto su idee, esperienze e tecniche di sopravvivenza non dovrebbe fare male…

Io, Francesco e un po’ di altri amici vi aspettiamo anche di là.

p.s.: Non siate troppo severi, è appena nato!

lunedì, marzo 12, 2007

Lettera a un'amica

Quando è stato che hai smesso di guardarti allo specchio? Non me la spiego diversamente la tua faccia: le borse sotto gli occhi, i capelli bianchi che ti incorniciano in un’aureola che urla vendetta, i solchi che mettono tra parentesi la tua bocca. Lo so quando è successo. Era sera, tardi, e non è che tu ti fossi divertita, ma proprio non ce la facevi a struccarti e metterti le tue cremine, per cui sei passata oltre. E la mattina dopo, uscita dalla doccia, eri troppo di fretta per idratarti. E avanti così: ogni sera e ogni mattina, c’era sempre un buon motivo per non curarti. Poi lo specchio è diventato superfluo, e anzi adesso mi pare di vederti, quando ci passi vicino e lo eviti.

Ecco, ora che ti ho detto come la penso su come stai trattando il tuo corpo, mi sento già più leggera. Non che mi interessi molto, il tuo corpo, a dir la verità, ma ho la sensazione assai sgradevole che tu ti stia comportando allo stesso modo con la tua anima. Che tu la stia maltrattando. Dici di no? E allora dimmi un po’: da quanto tempo non ti fai una risata, di quelle crasse, di cuore, con le lacrime? Da quanto tempo non ascolti la tua musica? Da quanto tempo non suoni? Dici che non ti interessa più. A quale parte di te non interessa più? Alla testa? Al cuore? Non ti manca l’aria, quando sei in apnea nella quotidianità?

Quanto spesso dici di sì pensando “preferirei morire”, o rinunci a una cosa (una cosa qualunque, un oggetto da comprare, una serata con gli amici, un piatto al ristorante) dicendo che non è importante e poi però rimani lì a pensarci? Non hai mai calcolato quanto ti costa tacere un’opinione in nome del (più) quieto vivere? Dev’essere per questo che hai messo la bocca tra parentesi.

So cosa vuoi dire: riprendere le fila di tutto questo significa fare scelte dolorose, non solo per te ma anche per le persone che ti stanno attorno. Oppure no. Oppure significa solo ricordare a queste persone come ti hanno comprata, specchio e tutto, e far loro notare che era quella la persona che avevano scelto, non l’ombra che sei diventata.

C’è stato un periodo molto doloroso, in un passato abbastanza recente, in cui spesso ho sentito di stare vivendo la vita di un’altra persona. Non c’è niente di più pesante, frustrante, brutto e basta, che sentirti fuori da te, vederti vivere e non condividere quello che fai, avere i tuoi desideri in un altro luogo, che non sei tu, che non è dentro di te. Acquisire abitudini che non ti appartengono, dire cose che non pensi, perfino preoccuparti per situazioni che non ti spaventano: ogni azione è una negazione, tu sei una negazione, vivere è negazione. Di questo passo si finisce in manicomio, e speriamo che ci sia qualcuno a portarti una rosa.

Allora adesso io non vorrei che anche tu arrivassi a questo. Non vorrei che tu iniziassi a vivere la vita di un’altra persona. Non lo vorrei proprio, perché poi dovrei venire a trovarti e regalarti una rosa, e a me gli ospedali fanno veramente schifo.

Vedi, amica mia? Si comincia dal rimmel e si finisce al festival di Sanremo. Quindi, mai sottovalutare il rimmel.

Con affetto
Giuliana

venerdì, marzo 09, 2007

Il ghigno del dimissionario

È tempo di turn over da noi. Negli ultimi due mesi è andata via una persona alla settimana, uno dei “vecchi” alla settimana. Se continua con questo ritmo, in capo a due mesi non ci sarà più nessuno in grado di sapere come sono partiti la maggior parte dei progetti su cui lavoriamo. Un reset della memoria aziendale. Via la zavorra, largo ai giovani, che loro sì che hanno fame, che vivono con le mamme e che neanche si sognano di comprare casa o fare figli. Un bel respiro per il bilancio. E se non sono capaci, che fa, magari li facciamo manager subito, così non hanno da sapere niente.

Però sono belli da vedere, i dimissionari. Hanno un rictus sulla faccia che non è un sorriso ma di più. Danzano per i corridoi con una serenità del tutto nuova, per loro e per chi li conosce da anni. E si prendono le loro piccole rivincite, soprattutto se, dopo aver consegnato la fatidica lettera, rimangono ancora a lungo.

È un mese da favola. Mandano mail al cliente che neanche nei loro sogni più arditi hanno mai mandato, parlano al telefono con le zampe distese sulla scrivania, e intanto non si fanno nessuno scrupolo. E non c’è cattiveria, non c’è accanimento: c’è solo una serafica consapevolezza di star vivendo un lunghissimo venerdì pomeriggio, che non avrà nessuna conseguenza sul lunedì. Anzi, dopo il quale non ci sarà un lunedì. Uno stato di beatitudine paragonabile solo a quello del collega appena rientrato dalla lezione di yoga o dalla vacanza di due settimane alle Maldive: chakra attivati, atteggiamento zen, apertura al mondo. Solo che questi dello yoga e delle Maldive mezz’ora dopo sono punto e a capo, mentre il dimissionario no, lui è un recidivo della felicità.

Il meglio di sé uno non lo dà quando arriva in azienda, lo dà quando se ne va. È solo allora che non ha più niente da perdere e quindi, fatalmente, inizia a vincere su tutti i fronti. Ci metterei la firma per lavorare sempre con almeno un dimissionario in un ruolo chiave del team. È vero che sono meno coinvolti, ma sono anche più lucidi, senza più pressione addosso. E poi sono più belli: più alti, più biondi, con gli occhi più azzurri, i tratti più distesi. Credo che anche la loro vita sessuale sia più intensa, in questo periodo.

Le dimissioni sono uno stato dell’anima. A volte travestito da tristezza per quello che si sta per lasciare, da stress per il cambiamento, ma è tutta una finta. Li vediamo dopo un po’, i dimissionari. Invitati agli aperitivi di addio di altri dimissionari. Sono belli come il sole, chi fumava ha smesso e chi era un integralista del no smoking ora si accende qualche sigaretta. Sono dimagriti i più ex pingui, hanno messo su un po’ di carne quelli che tendevano all’anoressia. E soprattutto sorridono. Parlano entusiasti del loro lavoro, lo dipingono come la figata più stratosferica del mondo. Sorridono parlando.

Gli aperitivi dei dimissionari sono una kermesse da non perdere assolutamente. Ci sono i colleghi di oggi e di ieri, ci sono quelli che arrivano presto perché ci tengono a fare quattro chiacchiere prima del casino e quelli che arrivano in ritardo perché gli hanno fissato una riunione alle 7, ci sono quelli che dicono di non reggere l’alcol e dopo mezz’ora sono seduti su un tavolo a raccontare barzellette, ci sono quelli timidi e quelli chiacchieroni, quelli che ci scherzano su ma hanno il cv in tasca e lo volantinano in giro.

Umanità dimissionaria, umanità beata. Un bel momento, davvero un bel momento. Bisognerebbe imparare a farlo ogni due anni.

giovedì, marzo 08, 2007

Ci vuole un fisico bestiale

Leggo solo oggi un post della Coniglia, che si lamenta per come i “bambini di oggi” siano viziati e maleducati. Ci sono troppe considerazioni da fare, troppe cose da dire, e così ho deciso di non commentare e di riprendere a mia volta l’argomento (che ovviamente mi coinvolge direttamente), anche se preferisco soffermarmi sui “genitori di oggi”, dal momento che tutto nasce da lì.

Sono stata una single spietata: non ho mai amato particolarmente i bambini, e se devo essere sincera tuttora ho delle difficoltà ad accettare gli inviti alle feste di compleanno degli amichetti di Gabriele. Per fortuna le feste sono sempre alle 4 del pomeriggio, orario in cui ho sempre un alibi di ferro. Gabriele ci va lo stesso, ma con la tata (che ha una vita sociale assai più vivace della mia, proprio in conseguenza di queste sue frequentazioni parascolastiche).

Poi, quando è arrivato Gabriele, di colpo mi sono trovata ad essere io l’educatrice. E, dall’altra parte della barricata, le ho vissute tutte: l’innamoramento, la solitudine (non credo di essere la sola: se passi da 14 ore di lavoro al giorno in un mondo di adulti a 24 ore al giorno con un bimbo, dopo un po’ fai fatica anche a parlare italiano), la depressione; e poi il ritorno al lavoro e il senso di colpa, la consapevolezza di stare delegando un momento prezioso della sua e della mia vita a degli estranei, la felicità della sera e l’intimità di quando lo porto a letto e cantiamo insieme la ninnananna; e poi la stanchezza, quella stanchezza che mi porta a dire, in una di quelle giornate in cui il lavoro sembra non finire mai, che la parte più pesante deve ancora arrivare, e allora tanto vale godersi l’ufficio, che in confronto è così rilassante. E poi c’è la questione dell’intimità della casa: se hai un figlio e lavori, te la puoi scordare. Perchè mentre tu sei lì che ti sbatti per un cliente, a casa c’è la baby sitter, che dopo un po’ conosce ogni anfratto, che sa meglio di te che cosa manca nella dispensa, che deduce le tue abitudini e in base a quelle ti giudica, e che se fai tardi troppo spesso ti molla (oppure non lo fa, ma dietro lauta ricompensa).

Me lo vedo già, l’anonimo di turno, che si indigna e commenta: “Voi mamme di oggi pensate solo a voi stesse, dov’è il bambino in tutto questo discorso?”.
Così come ho visto il pediatra che venne a visitare mio figlio di otto mesi con la gastroenterite e che, con grande delicatezza, mentre si intascava gli 80 euro della visita, mi elargì una pillola di saggezza degna di miglior causa: “I bambini così piccoli non devono andare all’asilo, devono stare a casa, magari con la mamma”. A lui ho chiesto se fosse disponibile a tenermelo lui, il bambino, o, magari, se potesse darmi lui lo stipendio che perdevo per stare in casa. All’anonimo chiedo il suo numero di telefono, così lo metto in viva voce e si rende di conto di dove sia il bambino.

Il fatto è che siamo una generazione di passaggio. Quelli di noi che sono cresciuti con la mamma in casa hanno un’idea di madre che non si discosta da quella che hanno avuto, con tutto quello che ciò comporta, prima di tutto il senso di inadeguatezza verso una responsabilità così grande. Seguito dal senso di inadeguatezza verso un amore così grande. Perchè è ovvio che non saranno mai all’altezza. Mica per immaturità emotiva (magari per qualcuno sì, ma certamente non per tutti), e neanche perchè prede di sindrome da utopia (quando ci si pongono obiettivi irrangiungibili, condannandosi ad essere perennemente frustrati), ma semplicemente perchè non possono garantire ai figli la presenza di cui loro stessi, a quell’età, hanno goduto. E che non mi salti fuori il signor anonimo con la storia della qualità del tempo: la qualità è inscindibile dalla quantità, quando si tratta di bambini.

Siamo una generazione di passaggio perchè i nostri genitori non avevano sensi di colpa, e non si facevano scrupoli ad imporci le loro regole eventualmente anche ricorrendo ad approcci non proprio improntati alla dolcezza. Mentre noi, diciamoci la verità, ci sentiamo un po’ delle merde se, tornati a casa alle otto di sera, l’unica relazione che riusciamo ad avere con nostro figlio è condotta strillando. Un’ora prima di metterlo a nanna.

Siamo una generazione di passaggio perchè i nostri genitori sono vissuti nel pudore e forse anche nella vergogna per le loro emozioni e i loro sentimenti, e allora noi abbiamo imparato ad esprimere le nostre emozioni e i nostri sentimenti sulla poltrona di un analista, e l’ultima cosa che vorremmo per i nostri figli è lasciar loro un’eredità di anni e anni di sedute alla Woody Allen.

E quindi eccoci: piegati dalle responsabilità, pieni di sensi di colpa, stanchi da morire e lontani anni luce dalla nostra vita precedente, che in molti casi è ancora la vita dei nostri amici; e però finalmente liberi di pronunciare le parole “ti voglio bene”, talmente liberi che non ci stanchiamo mai di farlo, anche quando ci rendiamo conto che attraverso quelle parole i nostri pargoletti ci tengono in scacco.

Ci vuole un fisico bestiale per fare l’educatore. Ma soprattutto ci vuole una lucidità nel rendersi conto di quello che sta succedendo davvero (ad esempio, che stai tirando su un futuro serial killer) che non è affatto banale. E che, attenzione, ai nostri genitori non serviva, perchè, semplicemente, la loro vita era diversa dalla nostra, non più facile o più difficile, solo diversa. Ci si arriva spesso per una questione di sopravvivenza, quando la situazione si fa troppo pesante per andare avanti così. Allora ci si fa una violenza pazzesca, si va contro tutti i propri principi, o forse contro tutte le proprie emozioni, e si cambia registro. Non me la sento, francamente, di condannare i genitori dei bambini “maleducati”. Anche perchè io ancora non so quale sarà il risultato della mia educazione.

martedì, marzo 06, 2007

Su e giù per il naviglio. In hovercraft

Salta fuori ieri su EPolis Milano (purtoppo per ora il sito offre solo il pdf scaricabile del numero del giorno), a firma di Thomas MacKinson, un interessante articolo su questa perla di città che ci troviamo ad abitare.

Salta fuori che:

[…] La Polizia Municipale - tra i vari mezzi - dispone anche di tre gommoni e due hovercraft. Sono le imbarcazioni sostenute da un cuscino d'aria e mosse da una o più eliche. Solitamente vengono impiegate nei grandi porti con funzioni di sicurezza e trasporto veloce. I due hovercraft alla milanese non è che possano andare chissà dove. Così si trovano a bagno al Parco delle cave […]

Che uno fa presto a chiedersi: “Capisco i gommoni (che già, non abitando a Venezia, richiedono un certo sforzo di immaginazione per un loro utilizzo sensato), ma perché la Polizia Municipale, con tutto il rispetto, dovrebbe usare degli hovercraft a Milano?”.
E però si sbaglia a pensar male, perché personalmente non riesco ad immaginare un mezzo più adatto a muoversi a zonzo per i Navigli, proprio quando si ricomincia a navigarli, per diletto. E se qualcuno cadesse dal battello? E se, poniamo, c’è da fare un inseguimento dal centro di Milano in direzione di Pavia alle 6 di sera? Come fai a muoverti, quando ci riesci ad acchiappare i malviventi, all’ora di punta? Impossibile? Ma no! Con l’hovercraft è un attimo. Ecco, magari sono un po’ sovradimensionati, però utili sono utili. Sì sì.
E poi vuoi mettere l’impatto? Una cosa che ricorderebbe, che so, il fantastico inseguimento attraverso i canali di Amsterdam in Amsterdamned. Altro che la banalità di una corsa sulla circonvalla. Ci pensi come si divertirebbero i bambini? Con ‘sti cosi enormi che volano sull’acqua e fanno i testacoda sulle chiuse per schivare le pantegane tuffatrici? Accidenti, roba da Mission Impossible, mica La Squadra!
Sai come deve essere stata bella la conferenza stampa di presentazione di questi gioiellini! Il sindaco Albertini con la fascia tricolore e l’assessore Manca (oggi presidente di Metroweb e consigliere comunale) che sorridono in macchina e varano i due bolidi marini… Chissà chi era la madrina? Letizia?

E comunque non finisce qua, perché lo shopping del Comune di Milano in questo momento di euforia (perché di ciò deve essersi trattato) è andato oltre. Per esempio, riporta sempre lo stesso articolo,

[…] Il consigliere Basilio Rizzo ricorda la vicenda delle motorette che dovevano servire a raccattare la cacca dei cani. Sono state messe a bilancio. Salvo scoprire che erano incompatibili con il codice della strada […]

Chissà se a tutta la combriccola sono stati tolti dei punti alla patente. È pur vero che alle cacche ci si fa l’abitudine. I bambini milanesi imparano a camminare meglio degli altri, perché si ricordano sempre di guardare dove mettono i piedi: in agguato c’è sempre un deposito, che finchè è di un barboncino sporca e puzza ma fa un danno limitato, ma se è di un alano i piccini sono spacciati. Si racconta di bimbi scomparsi mai più recuperati da queste simpatiche sabbie mobili metropolitane. C’è anche la versione Hagakure della cacca sul marciapiede, soprattutto in autunno: è la più insidiosa di tutte, perché si nasconde sotto una foglia secca e si manifesta solo quando ci sei dentro fino al polpaccio.

E, a proposito di viabilità:

[…] A Milano ci sono 70 km di strade da percorrere pedalando. Quaranta appositamente realizzati con costosi interventi. Ma i pochi percorsi realmente ciclabili possono finire contro un muro (è il caso della nuova pista che collega piazza del Cimitero di Greco alla Bicocca) oppure in un campo, come in via Novara, dove sali su un ponte appositamente realizzato e scendi tra margherite e zolle.
Non solo. Almeno 15 km di piste sono fatti di piccoli spezzoni che nessuno utilizza. Quanto ci sono costati? L'architetto Eugenio Galli è consulente tecnico di Fiab-Ciclobby: “Un chilometro di pista in media costa circa 100 mila euro” è il dato. Così un milione e mezzo di euro si sono volatilizzati e le auto continuano a congestionare Milano […]


Ma questa è storia. Tutti quelli che vanno in bici a Milano sanno di essere dei martiri. Al di là dell’ecologia del gesto, per la quale tutti ringraziamo, si beccano piste ciclabili fantasma e strade col pavé, che non sono esattamente una passeggiata di salute per il fondoschiena, binari del tram sempre pronti ad ingoiare le ruote delle bici da passeggio meno sofisticate, e naturalmente una quantità di smog e gas di scarico che allora tanto vale fumare due pacchetti di sigarette al giorno. Però il moto fa bene, eh!

Quindi, ecco, volevo rendere partecipe chi non è di Milano e chi, pur essendolo, si fosse perso questa chicca. Con tanti ringraziamenti a Thomas MacKinson.

lunedì, marzo 05, 2007

Voci e volti

Dopo Maurizio, Marco, Antonio, Simone e Marcello, questa volta è Anna Paola ad avere finalmente un volto.

Ci siamo incontrate a Milano, dove lei era impegnata per un corso, e siamo riuscite a stare insieme solo un’oretta, ma fitta fitta di chiacchiere.

Anna Paola è una signora deliziosa ed estremamente interessante, con la quale si è parlato di tutto: il suo lavoro, il mio lavoro, le nostre città e lo spirito delle città in generale, insomma tutte quelle cose che servono a contestualizzare le persone per iniziare a conoscerle anche dietro la loro voce via blog. Confesso che sarei rimasta con lei molto più a lungo, ma questo week end la mia situazioni casalinga era decisamente incasinata, e così abbiamo rimandato una cena e una passeggiata per la Milano con la quale lei ha meno familiarità ad una prossima volta.

Anna Paola, è stato un piacere.

E poi toccherà al gruppo dei romani…

venerdì, marzo 02, 2007

Emigrante? No, turista

Sarà per il racconto di mia sorella, sarà per il bellissimo libro che ho appena finito di leggere, ma in questi giorni il tema dell’emigrazione ritorna sempre più spesso.

Io sono un’emigrante. Non avevo valigie con lo spago, ma la sostanza non cambia. Mentre è cambiato il fatto che essere andata via è una specie di colpa (“eh, sì, tu te ne stai a Milano!”), atto di infinito egoismo che dovrò pagare per sempre. A meno che, naturalmente, non decida di tornare. In quel caso avrò fallito (“ma che si era messa in mente di fare?”), ma insomma alla fine, come il Figliol Prodigo, un vitello grasso forse verrebbe sacrificato.

Ci sono due temi sui quali i miei concittadini tornano periodicamente, animati da uno spirito che ancora mi rifiuto di decifrare, a distanza di tanti anni. Io ho lasciato Potenza a 19 anni, per andare all’Università a Bologna (“Vai al Dams??? Ma là ci sono i drogati!”, oppure “Ma dai, vai a fare l'attrice!”), e naturalmente i miei non volevano. Comunque la mia idea non era quella di andarmene per sempre, e in effetti fino alla laurea ho pensato di tornare. Poi le cose sono andate diversamente. Non sempre le nostre scelte sono coerenti, per fortuna.

Comunque dicevo che di solito la discussione si articola su due temi, abbastanza in contraddizione tra loro:
1. beata te che te ne sei andata
2. si fa presto ad andarsene, il difficile è rimanere

Sottoscrivo entrambe le affermazioni. Anzi, siccome fa più figo, quoto. Non si tratta di un sintomo di disturbo bipolare, perchè entrambe contengono una qualche verità.

E però.

Beata te che te ne sei andata
In effetti devo dire che sono mediamente più contenta di molti di quelli che sono rimasti. O meglio: la mia percezione è di essere più contenta. Nel senso che, superato lo scoglio veramente tragico del lavoro, chi è rimasto ha una vita tranquilla, la famiglia vicina, gli amici d’infanzia che ancora incontra quando fa una passeggiata in centro all’ora dell’aperitivo. Però non ha la vita rutilante di Milano, le feste, le nottate interminabili in locali fichissimi, tutto questo trendy che ti sommerge, e non fa mestieri che nessuno capisce cosa siano ma ti fanno fare sempre tardi in ufficio, tra meeting e briefing e altre cose in –ing che si portano un sacco. E allora le loro vite a volte mi sembrano soffocanti. Poi penso che neanch’io faccio tutta questa vita, perchè in fin dei conti la sera esco dall’ufficio e torno a casa, metto a letto il bimbo e guardo la TV, tutt’al più navigo un po’ (cosa che si può fare anche a Potenza). Però beata me. Vivo in una città dove i trasporti pubblici funzionano, anche se molti se ne lamentano, e ci sono un sacco di servizi, e la logica per fare un documento non è quella del “conosco uno al Comune”. Quindi forse sì, beata me. Solo perchè ho acquisito il senso di alcuni miei diritti, e non li considero più favori. Poi che metà dei soldi che entrano in casa finiscano in mutuo, baby sitter e spese condominiali (ho un amministratore che ancora devo capire che gioco fa...), non importa. Che cos’è mai questo, davanti al fatto di vivere come in un’eterna vacanza, insomma di essere praticamente una turista della vita!

Si fa presto ad andarsene, il difficile è rimanere
Difficile è difficile, rimanere. Ci vuole un gran coraggio. Non che ad andarsene ce ne voglia meno, a dir la verità. Perchè sbarcare in una città che non conosci e doverti organizzare da zero, senza poter contare su nessuno, non è esattamente una passeggiata. Devi imparare ad affrontare il non conosciuto, ma in un modo diverso da come te lo hanno insegnato i tuoi. Io per esempio ho dovuto imparare a fidarmi. Anche se non sapevo chi avevo davanti. Ho imparato che non tutti sono lì apposta per fregarti, e che se chiedi un’informazioni quasi sempre te la danno. A meno che non siano nelle tue stesse condizioni. Chi rimane no, ha tutte le certezze: la casa che gli ha lasciato la nonna, la mamma che gli tiene i bambini e che di tano in tanto gli fa da mangiare, e soprattutto che è lì per guarire le ferite, quando ce n’è bisogno (ovvio che la mamma non è necessariamente la mamma. La mamma è uno stato dell’anima). E invece io, vigliacca, me ne sono andata. Ho voluto per forza provare i miei limiti. Ho lasciato tutti nella palta, che facessero pure le loro battaglie. Io sono andata a fare la turista.

Ecco, io non gliel’ho mai detto, ai miei concittadini, ma quando mi dicono così non li sopporto. Anzi, se non fossi sufficientemente civilizzata da considerare il gioco di mano un gioco da villano, li menerei proprio. Non prima di aver fatto loro notare che non sono un’emigrante, ma una turista.
Il libro bellissimo si intitola Scontro di civiltà per un ascensore in piazza Vittorio. Consiglio caldamente. Soprattutto se ve la state spassando facendo i turisti.

Update: Gianluca ha pubblicato ieri un annuncio di lavoro in cui si cercano blogger con requisito minimo la laurea al Dams. Non so come interpretare la cosa: vuol dire forse che i blogger sono tutti drogati? ;)