lunedì, dicembre 06, 2010

Confessioni di una startupper [Re: reframing]

Giorni fa, Flavia ha scritto questo post su VereMamme in cui lancia il tema del reframing: la capacità di raccontarsi una storia cambiando il punto di vista, e, semplificando molto, trasformando la lettura in chiave pessimistica di un’esperienza nella scoperta di un’opportunità.

Il post di Flavia è molto bello, e racconta una storia che per molti aspetti somiglia alla mia. Il concetto di reframing è un po’ lontano dalle mie corde, provenendo da un approccio comportamentista alla psicologia, mentre io ho sposato mille anni fa quello strutturalista, e tant’è. Sempre in sintesi, e semplificando, la scuola comportamentista lavora sui singoli pezzi di esperienza, agevolando l’adozione di comportamenti (appunto) che modificano il vissuto in una chiave più funzionale; la scuola strutturalista, al contrario, ricerca nelle cause, e, attraverso lo scioglimento dei nodi all’origine dei problemi, cerca di risolverli. È un po’ come rivolgersi ad un ortopedico quando ci si rompe una gamba (funzionalismo- comportamentismo) e fare indagini approfondite se una brutta tosse non ci abbandona da mesi (strutturalismo). Contesti diversi, approcci diversi.

Ciò detto, ho riletto la mia esperienza, e questa è la storia.

All’inizio del 2009 ho lasciato l’azienda in cui lavoravo da 11 anni. I trascorsi erano molto pesanti, e non c’era futuro. Non è stato facile prendere una decisione (ci ho messo anni), ma a un certo punto mi sono sentita pronta. Il mio ultimo giorno di lavoro è stato un giovedì. Scelta piuttosto crudele, essendo a quel punto costretta a dare inizio alla mia nuova vita di venerdì. Perciò, pur essendo convinta di non dovermi fermare, il mio primo giorno da disoccupata l’ho investito in un lauto conto dal parrucchiere, e al lunedì mi sono messa a ragionare sul mio futuro.

Nelle prime settimane ho fatto dei colloqui. Alcuni interessanti, la maggior parte meno. Non so se sono mai stata convinta di quello che stavo facendo, quando mi presentavo a questi direttori marketing che sembravano usciti dal grembo degli anni 80 e, appena fuori dalla porta dell’Hollywood (nota discoteca milanese), avevano scoperto il “web 2.0”, che che cosa fosse chi lo sa, ma faceva molto figo dirlo.

Poi ho conosciuto gente, tanta gente, e dopo qualche mese, in un barcamp, mentre intervenivo durante la presentazione di Gianluca Diegoli raccontando per la prima volta un’idea che ancora non aveva preso forma ma appena accennata proprio con Flavia, due biglietti da visita si sono materializzati davanti a me. Per me The Talking Village è nato in quel momento, mentre Gianluca parlava e Pepe e Alessio si giravano per sbigliettare.

Ho lasciato perdere i direttori marketing emersi dagli after hour. Ho lavorato moltissimo. Ho visto il mio conto in banca calare (non ha ancora smesso, avete mai visto uno startupper guadagnare nel suo primo anno di attività?). Ho rinunciato a cambiare casa, e anche a fare nella mia un po’ di lavori che me la renderebbero più vivibile.

Periodicamente ho delle crisi profonde: e se va male? Ho davvero il diritto di far subire alla mia famiglia le conseguenze della mia scelta? Quando sarò definitivamente in rosso che cosa succederà? Ho fatto il passo più lungo della gamba? Sarò in grado? Posso davvero fare l’imprenditrice, o sono una scappata di casa?

Qualche settimana fa ne ho parlato con mio marito. Cercando di fare la tara sulla sindrome premestruale. E gli ho detto che mi dispiaceva. Mi dispiaceva per la casa che non potremo comprare prima di chissà quando, mi dispiaceva perché oggi non me la sento di imbarcarmi in una vacanza dall’altra parte del mondo, mi dispiaceva, e forse avrei dovuto trovarmi un lavoro salariato da qualcun altro, e passare sopra ai capelli unti di gel dei famosi direttori marketing. E lui mi ha detto va bene, è vero, avremmo una casa più grande, ma tu saresti felice?

E io ho risposto no, non sarei felice. Neanche lontanamente potrei essere felice come mi sento adesso di andare la mattina presto in ufficio – il mio miniufficio di 40 mq – e mettere la mia musica e iniziare a lavorare prima degli altri e finire dopo. Neanche lontanamente potrei essere felice come mi sento adesso di aver voglia di spazi per me per fare le mie cose, per far rientrare nella mia vita cose a cui avevo rinunciato e che faticosamente cerco di riprendermi. Neanche lontanamente potrei essere felice come mi sento adesso di non poter organizzare una festa di inaugurazione perché voglio invitare tutti, proprio tutti quelli che mi sono stati vicini in quest’anno e mezzo, ma l’ufficio è piccolo e allora dove li metto.

Sono abbastanza sicura di non aver fatto reframing, raccontando questa storia. Il dubbio è che raccontarsela sia un inganno. Non voglio che dirsi che “va bene così” sia un modo per mangiare ‘sta minestra e non dover saltare la finestra. Io la minestra me la sto facendo da capo. E intanto, va bene tutto, ma incrocio le dita.

15 commenti:

Anonimo ha detto...

Ci è voluto un grande coraggio per lanciarti in questa avventura e ce ne vuole ancora di più per perseverare! Questo progetto è il frutto della passione: non puo' andare storto! ;-)))Io credo che si è veramente felice quando si fa quello che si ama nella vita! anche se deve comportare qlche sacrificio economico ... (per un po'.. ;-)
Incrocio le dita e tifo per voi! :)
Baci!
Isabelle.

Amanda Gris ha detto...

Io credo che la fede venga sempre premiata e il tuo è stato un atto di fede.

giuliana ha detto...

grazie Isa! mi dispiace che tu sia così lontana, sarebbe bello se potessimo anche vederci, così il francese sarebbe più facile ;)))

giuliana ha detto...

@amanda: fede è una parola grande, ma non lo è forse anche felicità?

Labelladdormentata ha detto...

Ho ricominciato un sacco di volte, perchè non sopportavo ambienti di lavoro che mi stavano stretti, e alla fine ho sempre avuto ragione. Farai qualche sacrificio per un po', ma non saranno nemmeno sacrifici, e avrai la gioia di vedere crescere la tua "creatura" proprio come desideravi.
Vi abbraccio tutti e tre!
Anna Paola

M di MS ha detto...

Io amo le persone intelligenti e coraggiose e tu lo sei.
Ad essere intelligenti ma troppo pavidi magari si ha lo stipendio ma si tira a campare.
Non credo che in Italia oggi esistano certezze, men che meno per i salariati.
Segui la tua strada, perchè hai i numeri per stare a galla in questo mare. Del resto se fossi in un ufficetto con il badge non potresti venire a contatto con molte idee, incontri e fantasie che possono diventare business.
E questo non è reframing!

Flavia ha detto...

uhe! io sono orgogliosa e lusingata di averti come compagna di avventura, e contenta del mio post sul reframing che ha fatto parlare :), ma non vorrei che mi prendesse una deriva semantica non prevista! non significa proprio raccontarsela, è il contrario. significa trovare le opportunità, cambiare gli ingredienti e il sapore della minestra con un atto creativo della mente e - ancora più importante perchè funzioni - del cuore! e tu quello ne hai da vendere. d'accordo, invece, pienamente sul comportamentista vs strutturalista. a me si addice la dimensione del fare.per es. io ho capito per esempio da dove vengono un sacco di miei problemi caratteriali ed emotivi. ora però mi interessa capire che cacchio devo FARE per non averli più :)))

monica - pontitibetani ha detto...

Mettiamola così,
mi piace un sacco il vostro progetto, perchè sembra il fumo CON l'arrosto, perchè trovo che Flavia con VM abbia svecchiato molto l'idea di blog e socialnetwork e di mamma... (che sono migliaia di anni che la Mamma è qualla roba là ..)
mi piace che uno degli standard della pedagogia, ossia raccontare storie di attraversamenti sia quello che hai fatto ora
mi piace che raccontare non sia raccontarsela (roba un poco solitaria), e che sia fare una narrazione pubblica che narra, impara e insegna ...

e poi ammiro il coraggio.
non so se basta sentirselo dire quando sai che la strada è lunga... ma mi piace...

monica

Mamma Cattiva ha detto...

La prima cosa che voglio dirti è che ti stimo dalla punta dei capelli ricci a quella dei piedi scalpitanti.
Sei una delle persone che mi piace più leggere e con cui mi piace ragionare sul tema del cambiamento.
Ma comportamentismo vs. strutturalismo è come coaching vs. psicoanalisi? Sto dicendo sicuramente una boiata perché a parte un esame di psicologia più di 20 anni fa e qualche libro non ne so tanto ma questa cosa mi ha sussurrato qualcosa sul diverso approccio alle soluzioni nella propria vita, chi può farlo attraverso comportamenti tattici funzionali, chi andando a scavare sul perché si prova disagio per poi adottare la scelta che elimina il problema alla radice. Se così è forse capisco perché le mie scelte tattiche non hanno risolto la questione alla fonte e sono tornata a girare la rotonda.
BTW se penso che a quel barcamp dovevo esserci ma poi ricoverarono mio figlio x una febbre reumatica e se penso che c'è stato un momento in cui credevo che fossi mia concorrente nell'allora colloquio e se penso a quello che c'è stato dopo...la vita è curiosa.

gluca ha detto...

mai nessuno che stia attento durante le presentazioni ai barcamp :).
btw complimenti per il tutto il resto.

piattinicinesi ha detto...

io credo che il reframing lo facciamo ogni giorno e dobbiamo farlo ogni giorno. specialmente in questo tempo di valori confusi, di strade labirintiche e di flessibilità forzata, la vita ci porta a ridefinire continuamente la lista delle nostre priorità e a fare scelte, che non sono mai definitive, anche se condizioneranno i nostri percorsi. quello che posso dirti/dirvi è in bocca al lupo, dal cuore

giuliana ha detto...

@MdiMS: tu potresti farmi da coach, lo sai? :)

@flavia: flà, attenzione. capisco il senso del reframing e capisco anche che non significa raccontarsela. tuttavia capisco anche che raccontarsela sia una scorciatoia facile da prendere, quando si fa quest'esercizio (tu stessa hai fatto notare a paola, nei commenti del tuo post, che il suo racconto non era esattamente reframing). e quanto al fare, attenzione di nuovo: fra qualche giorno cadrà, giustappunto, il governo del fare (speriamo!). fare non significa agire a casaccio. tutti fanno, anche chi lavora sulle radici. ancora una volta, è una questione di approccio e di necessità: se mi sono rotta una gamba, ho bisogno di farmela ingessare; ma se ho un problema ho bisogno di capire di che si tratta, prima di mettermi un cerotto.

@monica: grazie :)

@gluca: guarda che tutto è nato proprio perché ti stavo seguendo con attenzione! :D

giuliana ha detto...

@MC: e la vita è curiosa sì, e curiosa come in questi anni credo lo sia stato raramente :D
sugli approcci, è una domanda troppo difficile, andrebbe fatta ad un professionista. di solito in psicoterapia si adotta un approccio misto, che aggiusta le ossa ma insieme va a sciogliere i nodi. come dire che ti metti il cerone ma intanto ti curi l'acne. il cerone ti aiuterà a vederti meglio da subito, e il fatto di vederti meglio probabilmente ti aiuterà anche con l'acne, ma rimane il fatto che quello che ha causato l'acne va comunque curato. non so se mi spiego.
e se tu ci fossi stata, a quel barcamp, chissà se ci saremmo conosciute. e se avessi risposto di sì a quel colloquio (dove non eravamo concorrenti) magari adesso sarei a girare sulla rotonda con te. chissà

giuliana ha detto...

@piattini: tu mi devi una lunga conversazione vis à vis, perciò... grazie :)

Anonimo ha detto...

Sono fiera di te!
Chiara