Il mio ultimo lavoro è stato pubblicato su SlideShare (naturalmente è una supersintesi). Eccolo qua:
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venerdì, febbraio 06, 2009
lunedì, febbraio 02, 2009
Changes
Quanta crudeltà deve muovere un responsabile delle risorse umane per fissare il tuo ultimo giorno in azienda al giovedì? Mettendoti così nella scomoda posizione di iniziare una nuova vita di venerdì, giorno in cui, si sa, “non si sposa e non si parte, né si dà comincio all’arte”? Se n’è forse reso conto, quell’uomo magro, con pochi capelli e molte preoccupazioni? E io, dove avevo la testa, quando gli ho detto di sì?
Insomma, com’è, come non è, giovedì pomeriggio ho impacchettato alcuni anni. Ho restituito i “beni aziendali”. Ho salutato, personalmente, raccogliendo paure, frustrazioni, speranze, e anche qualche lacrima. Tanto per cambiare, anche un intervento a sproposito di un povero di spirito che si è introdotto chiacchierando del nulla mentre mi accomiatavo da una delle mie più antiche conoscenze. Raccogliendo domande, naturalmente, ho salutato. Cioè, per lo più una domanda: “Dove vai?”. Alla quale, invariabilmente, ho risposto: “Vedrò gente, farò cose”.
Il giovedì è finito annegato nello spritz del baretto con poche persone, quelle che mi hanno reso vivibile l’ultimo anno. E poi è arrivato il venerdì, implacabile.
Non ho acceso il computer. Sono uscita presto e sono andata dal parrucchiere. Con un programma preciso: non entrare in una nuova vita con una faccia vecchia. Programma rispettato.
E così stamattina è iniziata davvero, ‘sta benedetta nuova vita.
Prima di tutto viene lo spazio. Molti anni fa ho lavorato da casa, e ogni cosa era in equilibrio – gli spazi del lavoro, gli spazi della vita. Ma allora ero da sola, quindi era più facile, nessuna condivisione da prevedere. E quindi la prima operazione è stata quella di riappropriarmi di una radio, da qualche tempo migrata altrove, perché non si può pensare di lavorare da casa senza. E poi il computer. Uno spazio nel computer, anch’esso condiviso. C’è voluta tutta la mattina per ricostruire le cose che mi servono – quelle di base, perché il resto verrà col tempo.
La pausa pranzo è stata bellissima: su Sky davano Blade Runner, the final cut. È il mio film preferito, l’ho preso come un buon auspicio. E poi l’annuncio su Facebook, gli auguri degli amici. E nel pomeriggio rispondere alle mail depositate lì per tutto il week end, e anche da prima.
Tutto qua. Ricomincio. Senza padrone. Incrociamo le dita.
Insomma, com’è, come non è, giovedì pomeriggio ho impacchettato alcuni anni. Ho restituito i “beni aziendali”. Ho salutato, personalmente, raccogliendo paure, frustrazioni, speranze, e anche qualche lacrima. Tanto per cambiare, anche un intervento a sproposito di un povero di spirito che si è introdotto chiacchierando del nulla mentre mi accomiatavo da una delle mie più antiche conoscenze. Raccogliendo domande, naturalmente, ho salutato. Cioè, per lo più una domanda: “Dove vai?”. Alla quale, invariabilmente, ho risposto: “Vedrò gente, farò cose”.
Il giovedì è finito annegato nello spritz del baretto con poche persone, quelle che mi hanno reso vivibile l’ultimo anno. E poi è arrivato il venerdì, implacabile.
Non ho acceso il computer. Sono uscita presto e sono andata dal parrucchiere. Con un programma preciso: non entrare in una nuova vita con una faccia vecchia. Programma rispettato.
E così stamattina è iniziata davvero, ‘sta benedetta nuova vita.
Prima di tutto viene lo spazio. Molti anni fa ho lavorato da casa, e ogni cosa era in equilibrio – gli spazi del lavoro, gli spazi della vita. Ma allora ero da sola, quindi era più facile, nessuna condivisione da prevedere. E quindi la prima operazione è stata quella di riappropriarmi di una radio, da qualche tempo migrata altrove, perché non si può pensare di lavorare da casa senza. E poi il computer. Uno spazio nel computer, anch’esso condiviso. C’è voluta tutta la mattina per ricostruire le cose che mi servono – quelle di base, perché il resto verrà col tempo.
La pausa pranzo è stata bellissima: su Sky davano Blade Runner, the final cut. È il mio film preferito, l’ho preso come un buon auspicio. E poi l’annuncio su Facebook, gli auguri degli amici. E nel pomeriggio rispondere alle mail depositate lì per tutto il week end, e anche da prima.
Tutto qua. Ricomincio. Senza padrone. Incrociamo le dita.
mercoledì, gennaio 07, 2009
La parola dell'anno
Ho letto pochi oroscopi per questo 2009, e ognuno dice una cosa diversa. Così ho deciso di fare da me, e scegliermi il mio mantra senza la benedizione delle stelle.
Vorrei che la parola dell'anno fosse "coraggio". Ho già scritto del coraggio, quando l'elezione di Obama ha dato a tutti - chi più chi meno, s'intende - un'emozione che almeno per un attimo ci ha fatto credere in quel suo "Yes, we can". L'Uomo Nero alla Casa Bianca, chi l'avrebbe mai detto? Yes, they can.
E allora perché io no? Poi ci penso e ci ripenso, e mi viene in mente che non è una passeggiata. Perché svegliarsi ogni mattina e pensare "coraggio" (ma non in senso consolatorio, non quel "coraggio" che si dice ai parenti di un signore appena spirato nel corso di un intervento peraltro perfettamente riuscito. No, non quello. E' più un coraggio del genere "In hoc signo vinces", appunto, un "Yes, I can". Chiaro, no?), ecco, dicevo, svegliarsi ogni mattina così non è una passeggiata, perché richiede l'acquisizione di una prospettiva complementare, l'allontanamento da quel primo gradino della piramide di Maslow (hai presente, i bisogni primari? mangiare, bere, la sicurezza, ecc.) in cui troppo spesso per quieto vivere/per pigrizia/per stanchezza ci rintaniamo, e poi non viviamo più.
Vorrei che il mio coraggio per il 2009 significasse dare alle cose il loro nome, e non un nome di convenienza. E guardare le persone per quello che sono, prima che per quello che rappresentano. E fare scelte in base al presente, non al futuro (che tanto può cambiare in qualunque momento, indipendentemente da quello che ho fatto per costruirmi un certo destino invece che un altro), né al passato (che ormai è andato, e chi ha dato ha dato, chi ha avuto ha avuto).
Ecco, per quest'anno niente buoni propositi, solo una parola: coraggio.
Che sia l'anno del coraggio per tutti. Buon 2009.
Vorrei che la parola dell'anno fosse "coraggio". Ho già scritto del coraggio, quando l'elezione di Obama ha dato a tutti - chi più chi meno, s'intende - un'emozione che almeno per un attimo ci ha fatto credere in quel suo "Yes, we can". L'Uomo Nero alla Casa Bianca, chi l'avrebbe mai detto? Yes, they can.
E allora perché io no? Poi ci penso e ci ripenso, e mi viene in mente che non è una passeggiata. Perché svegliarsi ogni mattina e pensare "coraggio" (ma non in senso consolatorio, non quel "coraggio" che si dice ai parenti di un signore appena spirato nel corso di un intervento peraltro perfettamente riuscito. No, non quello. E' più un coraggio del genere "In hoc signo vinces", appunto, un "Yes, I can". Chiaro, no?), ecco, dicevo, svegliarsi ogni mattina così non è una passeggiata, perché richiede l'acquisizione di una prospettiva complementare, l'allontanamento da quel primo gradino della piramide di Maslow (hai presente, i bisogni primari? mangiare, bere, la sicurezza, ecc.) in cui troppo spesso per quieto vivere/per pigrizia/per stanchezza ci rintaniamo, e poi non viviamo più.
Vorrei che il mio coraggio per il 2009 significasse dare alle cose il loro nome, e non un nome di convenienza. E guardare le persone per quello che sono, prima che per quello che rappresentano. E fare scelte in base al presente, non al futuro (che tanto può cambiare in qualunque momento, indipendentemente da quello che ho fatto per costruirmi un certo destino invece che un altro), né al passato (che ormai è andato, e chi ha dato ha dato, chi ha avuto ha avuto).
Ecco, per quest'anno niente buoni propositi, solo una parola: coraggio.
Che sia l'anno del coraggio per tutti. Buon 2009.
(Colonna sonora del post: Volta la carta, Fabrizio de André)
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