I miei casini familiari mi portano spesso nel piacentino. Il vantaggio è che si mangia bene. Stavolta, però, in un solo giorno mi sono capitati due posti che meritano di essere citati.
Le Giare
Presente nella Guida Michelin, a noi viene segnalato da un amico a cui abbiamo chiesto un’indicazione al volo. In un ambiente familiare ma raffinato, si serve cucina per lo più a base di pesce, ma ci sono anche piatti tipici piacentini. Il proprietario è gentilissimo e si preoccupa che mio figlio non riesca a finire il suo risotto (con verze, salsiccia e zafferano – il nano è fatto così, quando si tratta di mangiare). Cosa che puntualmente accade, ma solo perché il piccolo si è lasciato tentare dai miei tagliolini con verdure e bottarga di tonno. Così il risotto me lo sono finito io, con grande soddisfazione.
Ma la vera sorpresa sono i pisarei e fasò. Ho mangiato questo piatto in decine di occasioni, ma questa volta è un’altra cosa: questi pisarei sono di una categoria superiore, niente in comune con gli altri (mio marito si è fatto un punto d’onore nel riuscire ad eguagliarli, minacciando etti di burro per dargli qual qualcosa in più che mi ha incantato. Vedremo).
I prezzi sono “milanesi”: 16 euro gli antipasti, 12 i primi, mentre i secondi variano molto. A proposito degli antipasti: ci hanno servito un culatello di Monticelli, buono, ma quello di Zibello è meglio, che si sappia.
RISTORANTE LE GIARE
Via san pietro in corte secca 6
29010 - Monticelli d'ongina (PC)
Tel. 0523.820200
Anche su Due Spaghi.
La sera, il programma era quello di tornare a casa. Ma ormai s’era fatto tardi, e il piccolo reclamava, per cui abbiamo deciso di fare un giro per Monticelli alla ricera di una bettola qualsiasi in cui mangiare qualcosa. Non si può dire che Monticelli offra tutta questa vita notturna, e quando stavamo già per prendere la macchina e fermarci nel primo posto che avessimo trovato per strada, abbiamo visto questa insegna di “trattoria con alloggio”.
I Malpensanti del Trieste
La trattoria si rivela un ristorante molto raffinato, e il primo pensiero che ci passa per la testa è che, forse, ci toccherà di nuovo: 1) mangiare bene, 2) spendere parecchio. Ce ne facciamo una ragione. E facciamo bene.
Piatti della cucina piacentina, per lo più, ma anche carne, e una lista dei vini ricca e molto accattivante, come direbbero i nostri colleghi del marketing. Ma poi ci sono i prezzi, e qui è veramente una sorpresa: i primi vanno dai 5 ai 7 euro, i secondi arrivano a 10 (per il filetto). E mezzo litro di rosso dei colli piacentini (dovendo fare ancora 100 km alla guida non era il caso di esagerare) ci costa 4 euro. Tutto buonissimo, cucinato e presentato con grande cura. La delizia al cioccolato, alla quale indulgiamo alla fine del pasto, un po’ per curiosità,un po’ perché abbiamo bisogno di tirarci su dopo la faticosa giornata, fa fare cattivi pensieri.
Il tutto paganto praticamente quanto per un panino, una minerale e un caffè sotto l’ufficio.
Ce ne andiamo commossi, e comunichiamo subito la scoperta a chi bazzica queste zone.
I MALPENSANTI DEL TRIESTE
Via Trieste, 3
29010 Monticelli d’Ongina (PC)
tel. 0523.815269
www.imalpensantideltrieste.it
info@imalpensantideltrieste.it
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lunedì, febbraio 23, 2009
lunedì, maggio 19, 2008
Scambio di coppie
Non è mica come nei film, no no. Non c’è la luce azzurrina che ti fa vedere benissimo dove ti trovi e cosa hai intorno. C’è un buio pesto, soprattutto se la rappresentazione è già iniziata. Cosa che si è puntualmente verificata sabato sera. Insomma, entriamo nel palco e Lella Costa era lì che declamava. La prendiamo nel mezzo di un discorso su Gardel, e dopo un attimo Andrea Concetti, il basso, inizia a cantare. Un’ora e spacca di tango. Che vola, perché è tutto meraviglioso: la musica, le canzoni, i ballerini, la recitazione. C’è un bis, com’era prevedibile. Il tutto ammorbidisce la sensazione di straniamento dell’inizio, del nostro ingresso nel palco, quando non capivo se ero seduta su una sedia o su uno sgabello, se trattavasi di oggetto amovibile o no, il tutto con l’obiettivo di trovare una posizione sufficientemente comoda per seguire lo spettacolo senza piegarmi dal mal di schiena.
La serata è promossa dalla Fondazione Arturo Toscanini, ed è anche quella di chiusura della stagione del Teatro Municipale di Piacenza. Alla fine dello spettacolo, perciò, siamo invitati nel ridotto del teatro per un piccolo rinfresco con gli artisti. La responsabile della Fondazione corteggia discretamente il mio accompagnatore, che l’anno scorso è stato uno sponsor munifico, e finge di non cogliere il riferimento di lui al fatto che io non sono sua moglie. Al contrario, come per trarsi d’impaccio, quando va via infila in una frase a caso un “la signora” (accompagnato da un cenno del capo verso di me) che suona addirittura ostentato. Come a dire “Ti ho scoperto, brutto maiale, ma vedi che s’ha da fa’ per un assegno…!”.
A me la cosa diverte, al mio accompagnatore, forse, un po’ meno. Sarà perché l’incontro tra gli astanti e sua moglie prima o poi avverrà, e allora magari qualcuno si ricorderà di questo precedente.
Insomma, brindisi con gli artisti, sbocconcelliamo un po’ e decidiamo di andarcene. Usciamo dal ridotto e seguiamo i cartelli che indicano l’uscita. La quale, com’è giusto, è sbarrata. Sentiamo delle voci, cerchiamo di andargli incontro sperando che si tratti di altri ospiti che stanno uscendo, ma li perdiamo. Imbocchiamo una scala, porta ai camerini. Un’altra, al palco. Ma non c’è segno di vie d’uscita. Ecco: lui esce con una che non è sua moglie, la spaccia per tale nel corso di un evento mondano, e per buon peso, prima di andarsene, i due si infrattano nei meandri del teatro.
Arriviamo a casa verso mezzanotte. Mio marito mi sta aspettando in piedi. In realtà non è tanto che è rientrato anche lui. Era a casa del mio accompagnatore, con sua moglie. Mi fa presente che per questa volta va bene, ma la prossima i bambini ce li becchiamo noi.
La serata è promossa dalla Fondazione Arturo Toscanini, ed è anche quella di chiusura della stagione del Teatro Municipale di Piacenza. Alla fine dello spettacolo, perciò, siamo invitati nel ridotto del teatro per un piccolo rinfresco con gli artisti. La responsabile della Fondazione corteggia discretamente il mio accompagnatore, che l’anno scorso è stato uno sponsor munifico, e finge di non cogliere il riferimento di lui al fatto che io non sono sua moglie. Al contrario, come per trarsi d’impaccio, quando va via infila in una frase a caso un “la signora” (accompagnato da un cenno del capo verso di me) che suona addirittura ostentato. Come a dire “Ti ho scoperto, brutto maiale, ma vedi che s’ha da fa’ per un assegno…!”.
A me la cosa diverte, al mio accompagnatore, forse, un po’ meno. Sarà perché l’incontro tra gli astanti e sua moglie prima o poi avverrà, e allora magari qualcuno si ricorderà di questo precedente.
Insomma, brindisi con gli artisti, sbocconcelliamo un po’ e decidiamo di andarcene. Usciamo dal ridotto e seguiamo i cartelli che indicano l’uscita. La quale, com’è giusto, è sbarrata. Sentiamo delle voci, cerchiamo di andargli incontro sperando che si tratti di altri ospiti che stanno uscendo, ma li perdiamo. Imbocchiamo una scala, porta ai camerini. Un’altra, al palco. Ma non c’è segno di vie d’uscita. Ecco: lui esce con una che non è sua moglie, la spaccia per tale nel corso di un evento mondano, e per buon peso, prima di andarsene, i due si infrattano nei meandri del teatro.
Arriviamo a casa verso mezzanotte. Mio marito mi sta aspettando in piedi. In realtà non è tanto che è rientrato anche lui. Era a casa del mio accompagnatore, con sua moglie. Mi fa presente che per questa volta va bene, ma la prossima i bambini ce li becchiamo noi.
martedì, marzo 04, 2008
Che fatica la primavera
Domenica mattina. C’è un tempo spettacolare. È deciso: si va al Parco delle Cornelle. E ci portiamo anche il figlio dei nostri amici, 6 anni, grande amico di Gabriele. La sua mamma è stata per anni il mio incubo come Casalinga Perfetta, e poi, come era giusto, è diventata La Mamma Perfetta.
MP: “Guarda che ho messo delle cose nello zainetto del Nano”
Io: “Che cosa?”
MP: “Due succhi per merenda e carote per le capre”
Io (soprappensiero): “Ok, ciao, buona giornata”
MP: “Buona giornata!”
Io: “Nano, che significa carote per le capre?”
Nano: “Al parco ci sono le capre, ho portato le carote per fargliele mangiare”
Io: “Siamo sicuri che si possa dare da mangiare agli animali?”
Nano: “…”
Naturalmente all’ingresso del parco c’è un cartello grosso come uno striscione da stadio che dice che chi dà da mangiare agli animali verrà subito estromesso dal medesimo.
Io: "Guarda, nano, leggi là"
Nano: "E' se-ve-ra-me-nte vie-ta-to dare da ma-ngia-re agli animali. Ehi, ma le carote?"
Io: "Le riporteremo alla tua mamma per farcisi un impacco"
Nano: "..."
Dopo 10 minuti il caldo è diventato insopportabile. Ci togliamo giacche e maglioni, e ci carichiamo. Io ho il mio fido zainetto, che non so perché pesa 4 kg, il mio giaccone invernale, la giacca a vento e il maglione del nano, il mio maglioncino legato in vita. Alberto porta la borsa della videocamera, la sua giacca a vento, la giacca a vento e la felpa di Gabriele e lo zainetto del Nano. Che pesa uno sproposito, ma non è stato ancora aperto.
Ci raggiungono altri amici e si chiacchiera amabilmente mangiando hot dog e patatine fritte – praticamente è la versione OktoberFest di una gita al parco. Il Nano ha sete. Prende dal suo zainetto una bottiglietta d’acqua. Un quarto d’ora più tardi il Nano deve andare in bagno. Apre lo zainetto e tira fuori un sacchetto.
“Che c’è in quel sacchetto?”
La mia amica è per il momento children free, quindi non può sapere certe cose.
“Credo che siano salviettine igienizzanti, oppure sono quei cosi di carta che si appoggiano sull’asse del water quando si è fuori”
“Ma quando i bambini vanno fuori usano tutte ‘ste cose? Io la facevo all’aria aperta…”
“Beh, questo bambino ha una mamma molto scrupolosa” (e si vede benissimo che io ho iniziato a sentirmi una merda perché a una cosa del genere non avrei mai pensato).
“Ma che c’è in quello zainetto? Alberto diceva che è pesante…”
“Non so, vediamo…”
Apro lo zainetto. A parte l’acqua e i cosi di carta (che risulteranno inutilizzabili visto che ci sono i gabinetti alla turca) lo zainetto contiene:
MP: “Guarda che ho messo delle cose nello zainetto del Nano”
Io: “Che cosa?”
MP: “Due succhi per merenda e carote per le capre”
Io (soprappensiero): “Ok, ciao, buona giornata”
MP: “Buona giornata!”
Io: “Nano, che significa carote per le capre?”
Nano: “Al parco ci sono le capre, ho portato le carote per fargliele mangiare”
Io: “Siamo sicuri che si possa dare da mangiare agli animali?”
Nano: “…”
Naturalmente all’ingresso del parco c’è un cartello grosso come uno striscione da stadio che dice che chi dà da mangiare agli animali verrà subito estromesso dal medesimo.
Io: "Guarda, nano, leggi là"
Nano: "E' se-ve-ra-me-nte vie-ta-to dare da ma-ngia-re agli animali. Ehi, ma le carote?"
Io: "Le riporteremo alla tua mamma per farcisi un impacco"
Nano: "..."
Dopo 10 minuti il caldo è diventato insopportabile. Ci togliamo giacche e maglioni, e ci carichiamo. Io ho il mio fido zainetto, che non so perché pesa 4 kg, il mio giaccone invernale, la giacca a vento e il maglione del nano, il mio maglioncino legato in vita. Alberto porta la borsa della videocamera, la sua giacca a vento, la giacca a vento e la felpa di Gabriele e lo zainetto del Nano. Che pesa uno sproposito, ma non è stato ancora aperto.
Ci raggiungono altri amici e si chiacchiera amabilmente mangiando hot dog e patatine fritte – praticamente è la versione OktoberFest di una gita al parco. Il Nano ha sete. Prende dal suo zainetto una bottiglietta d’acqua. Un quarto d’ora più tardi il Nano deve andare in bagno. Apre lo zainetto e tira fuori un sacchetto.
“Che c’è in quel sacchetto?”
La mia amica è per il momento children free, quindi non può sapere certe cose.
“Credo che siano salviettine igienizzanti, oppure sono quei cosi di carta che si appoggiano sull’asse del water quando si è fuori”
“Ma quando i bambini vanno fuori usano tutte ‘ste cose? Io la facevo all’aria aperta…”
“Beh, questo bambino ha una mamma molto scrupolosa” (e si vede benissimo che io ho iniziato a sentirmi una merda perché a una cosa del genere non avrei mai pensato).
“Ma che c’è in quello zainetto? Alberto diceva che è pesante…”
“Non so, vediamo…”
Apro lo zainetto. A parte l’acqua e i cosi di carta (che risulteranno inutilizzabili visto che ci sono i gabinetti alla turca) lo zainetto contiene:
- due succhi di frutta,
- due barrette di cioccolato,
- due pacchetti di crackers,
- una macchina fotografica usa e getta e
- un sacchetto di carote. A occhio e croce un chilo, carota più carota meno.
Peso totale dello zainetto: due chili e mezzo circa.
Chiudo lo zainetto e lo riconsegno a Alberto, tentata di lasciare le carote nel primo cestino dei rifiuti. Ma il cibo non si butta via, e quindi riprendiamo il nostro assetto da sherpa e riprendiamo il cammino tra leoni, tigri, giraffe e alligatori.
Spero che la primavera prosegua più leggermente di come è iniziata.
lunedì, ottobre 29, 2007
Trattamento gastronomico dei sensi di colpa: l'Osteria della Madonna
Sabato il programma prevedeva di essere a casa di amici a Bereguardo alle 19.00, aperitivo e poi cena. Poi però salta fuori che alle 18.30 sono ancora in ufficio. Allora mi scuso ma tolgo le tende.
Senso di colpa per lo scarso attaccamento al lavoro dimostrato al sabato sera. Mi sento una lavoratrice inaffidabile.
Arrivo a casa senza fiato, Gabriele non mi rivolge la parola perché sa che rimarrà a casa con la nonna, cerco di coinvolgerlo, ma lui niente.
Grande senso di colpa perché ho valutato che fosse meglio per tutti se il bimbo fosse rimasto a casa, potendo per una volta approfittare della presenza della nonna. Mi sento una mamma superficiale.
Mi cambio al volo, ho già mezz’ora di ritardo. Alberto riesce ad uscire senza troppi problemi, io invece rimango con Gabriele appiccicato alle gambe che proprio non ne vuole sapere di lasciarmi andare.
Senso di colpa enorme perché in tutta la settimana appena trascorsa ci saremo visti sì o no per un paio d’ore. Mi sento una pessima mamma.
Facciamo uno scambio. Stasera mi lascia andare, e domani stiamo insieme tutto il giorno.
Troppo poco.
Andiamo a vedere Ratatouille al cinema (ma non insisto troppo, è molto probabile che non ci si potrà andare).
E ovviamente non basta.
Gli regalo un Gormita. Questo funziona. Ma i Gormiti devono essere di più. Apre tutte le dita delle mani, come se ne avesse 5 o 6, di mani. Ok. Domani Gormiti. Stasera però fai il bravo. Ok. Buona serata, mamma. Ho appena comprato mio figlio con degli orribili mostriciattoli. Mi sento un politico di bassa lega, una specie di Cetto Laqualunque.
Sono consumata dal senso di colpa perché ho messo in atto esattamente uno dei comportamenti che più facilmente mi irritano negli altri genitori. Mi sento una mamma che predica bene e razzola male.
Però andiamo. Il nostro amico ci annuncia che ci porta all’Osteria della Madonna. Battute scontate e irrilevanti.
Peo, il proprietario, è un signore piccolino, dall’età imprecisata, capello nero un po’ lungo tenuto su con un cerchietto, che parla con gli avventori, gira come una specie di Diavolo della Tanzania per il ristorante e dà ordini a destra e a manca. Ci fa sedere e 10 secondi dopo sulla nostra tavola si materializzano acqua, vino (una Bonarda prodotta dai suoceri) e piatti di antipasti.
Mentre gli antipasti si portano via il mio senso di inadeguatezza come lavoratrice (pura poesia, gli antipasti: frittatina al pesto, torta salata, tortino di funghi, formaggio impanato, prosciutto crudo, coppa al vino e melone) Peo viene a recitarci la lista dei primi. Che 10 secondi dopo la sparizione dei piatti vuoti compaiono e ci allietano: straccetti ai funghi porcini, gnocchi di zucca burro e salvia, pasta e fagioli, pennette salsiccia e radicchio. Gli aromi che ci circondano mi fanno accettare un po' di più il fatto di non essere proprio una mamma modello.
Meraviglia.
I secondi non sono da meno: ci arrivano davanti, sempre in temi da record, fegato alla veneziana, petto d’anatra all’aceto balsamico, tagliata di manzo, filetto ai porcini. Mi dico che forse posso considerarmi almeno una "madre sufficientemente buona".
Sui dolci mi dicono che ci sia stato un calo di performance, ma il mio sorbetto al limone con la vodka era molto buono – e abbondantemente condito di vodka.
Senso di colpa? Neanche per sogno.
Quindi, grazie Peo!
Osteria della Madonna
da Peo
via Cardano 63ang. Via dei Liguri
Pavia (Zona Duomo)
tel 0382/302833
osteriadellamadonna@todine.net
Senso di colpa per lo scarso attaccamento al lavoro dimostrato al sabato sera. Mi sento una lavoratrice inaffidabile.
Arrivo a casa senza fiato, Gabriele non mi rivolge la parola perché sa che rimarrà a casa con la nonna, cerco di coinvolgerlo, ma lui niente.
Grande senso di colpa perché ho valutato che fosse meglio per tutti se il bimbo fosse rimasto a casa, potendo per una volta approfittare della presenza della nonna. Mi sento una mamma superficiale.
Mi cambio al volo, ho già mezz’ora di ritardo. Alberto riesce ad uscire senza troppi problemi, io invece rimango con Gabriele appiccicato alle gambe che proprio non ne vuole sapere di lasciarmi andare.
Senso di colpa enorme perché in tutta la settimana appena trascorsa ci saremo visti sì o no per un paio d’ore. Mi sento una pessima mamma.
Facciamo uno scambio. Stasera mi lascia andare, e domani stiamo insieme tutto il giorno.
Troppo poco.
Andiamo a vedere Ratatouille al cinema (ma non insisto troppo, è molto probabile che non ci si potrà andare).
E ovviamente non basta.
Gli regalo un Gormita. Questo funziona. Ma i Gormiti devono essere di più. Apre tutte le dita delle mani, come se ne avesse 5 o 6, di mani. Ok. Domani Gormiti. Stasera però fai il bravo. Ok. Buona serata, mamma. Ho appena comprato mio figlio con degli orribili mostriciattoli. Mi sento un politico di bassa lega, una specie di Cetto Laqualunque.
Sono consumata dal senso di colpa perché ho messo in atto esattamente uno dei comportamenti che più facilmente mi irritano negli altri genitori. Mi sento una mamma che predica bene e razzola male.
Però andiamo. Il nostro amico ci annuncia che ci porta all’Osteria della Madonna. Battute scontate e irrilevanti.
Peo, il proprietario, è un signore piccolino, dall’età imprecisata, capello nero un po’ lungo tenuto su con un cerchietto, che parla con gli avventori, gira come una specie di Diavolo della Tanzania per il ristorante e dà ordini a destra e a manca. Ci fa sedere e 10 secondi dopo sulla nostra tavola si materializzano acqua, vino (una Bonarda prodotta dai suoceri) e piatti di antipasti.
Mentre gli antipasti si portano via il mio senso di inadeguatezza come lavoratrice (pura poesia, gli antipasti: frittatina al pesto, torta salata, tortino di funghi, formaggio impanato, prosciutto crudo, coppa al vino e melone) Peo viene a recitarci la lista dei primi. Che 10 secondi dopo la sparizione dei piatti vuoti compaiono e ci allietano: straccetti ai funghi porcini, gnocchi di zucca burro e salvia, pasta e fagioli, pennette salsiccia e radicchio. Gli aromi che ci circondano mi fanno accettare un po' di più il fatto di non essere proprio una mamma modello.
Meraviglia.
I secondi non sono da meno: ci arrivano davanti, sempre in temi da record, fegato alla veneziana, petto d’anatra all’aceto balsamico, tagliata di manzo, filetto ai porcini. Mi dico che forse posso considerarmi almeno una "madre sufficientemente buona".
Sui dolci mi dicono che ci sia stato un calo di performance, ma il mio sorbetto al limone con la vodka era molto buono – e abbondantemente condito di vodka.
Senso di colpa? Neanche per sogno.
Quindi, grazie Peo!
Osteria della Madonna
da Peo
via Cardano 63ang. Via dei Liguri
Pavia (Zona Duomo)
tel 0382/302833
osteriadellamadonna@todine.net
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