martedì, aprile 24, 2007

Hot post

In questo post si parla di sesso. Quindi allontanate i minori, qualora ve ne fossero.

Più che di sesso in generale, si parla di sesso dopo la comparsa di bambini nella vita di un adulto sano e titolare di una vita sessuale (fino a questo momento) attiva e soddisfacente. Questa indagine su “tutto quello che avresti voluto sapere sulla maternità ma non hai mai osato chiedere” è iniziata tanto tempo fa, con un vecchio post sulla maternità. La teoria è la seguente: se uno conoscesse tutte le implicazioni del diventare genitore (ma quando dico tutte voglio dire proprio TUTTE), non gli verrebbe mai in mente di farlo. Ora, non è che io voglia coprire il ruolo di pubblico anticoncezionale, ma semplicemente credo che sia ora di finirla con i miti e le leggende sulla genitorialità, sulle gioie della maternità, l’orgoglio della paternità, sul “quanto i bambini ti cambiano la vita. In meglio, eh!”. Questo, come l’altro post, del resto, è da prendere come un post-verità, il risultato di una ricerca sul campo, un’osservazione alla Superquark. E honni soit qui mal y pense!

Ormoni, questi sconosciuti
Non parliamo neanche del periodo immediatamente seguente il parto. A quell’epoca a me era venuta voglia di farmi ricamare un bel divieto d’accesso a punto croce proprio lì. Perché diciamo che la zona è un po’ sensibilizzata, e non chiede altro che di starsene buona buona indisturbata il più a lungo possibile. Superato questo periodo, però, non è che le cose migliorino tantissimo. Nel mio campione di neomamme ben poche manifestano i segni di una spiccata propensione all’amplesso. Ci sono un sacco di fattori esterni che influiscono negativamente sul desiderio, d’accordo (per esempio la stanchezza cronica non aiuta), ma il problema, a ben vedere, è più complesso: è l’ormone che si sottrae e sonnecchia, anche quando stimolato. È inevitabile: fai un figlio, ti passa la voglia. Tornerà, prima o poi. Per alcune più poi che prima, e non senza un certo sforzo di volontà. E quando ti passano per la mente – ormai obnubilata da suoni di carillon, colori pastello, odori acri di pannolini sfruttati – certe notti a luci rosse, ti viene automaticamente da pensare: “Ma ero proprio io?”. Di solito a questo punto il bimbo irrompe nella stanza distruggendo ogni timido tentativo di risveglio dell’ormone di cui sopra.

L’accesso fa male all’amplesso
Il colpo più duro al sesso coniugale è quello che viene inferto dal bambino malato. Già quando il bimbo è ammalato una non ha proprio la testa per pensare “a quelle cose là”, perché è tutto un “gli salirà la febbre?”, “ha preso tutte le medicine?”, “domani come faccio che la babysitter non c’è?”, e altre cose simili, volte alla gestione sanitario-logistica della creatura. Ma, senza che si arrivi alle situazioni di reale malattia (in cui un marito/papà coscienzioso dovrebbe astenersi dal fare richieste, punto e basta), ci sono le miriadi di altre situazioni più light, che si verificano di solito tutti gli anni, da settembre a maggio: i raffreddori, le due-linee-di-febbre, la tosse. La tosse. Ecco. Quella è la peggiore di tutte. Perché se il pargolo si esibisce in un accesso di tosse proprio mentre voi siete lì che, insomma, vi state divertendo un po’, è proprio la fine. Non ci si riprende più. No way. La tosse spazza via la poesia, l’atmosfera e anche la concentrazione, con pessime ricadute sul momento.

“Mamma, papà, che state facendo?”
È lì, e vi sta parlando. Si rivolge proprio a voi, un po’ arrotolatiattorcigliatiunosullaltro insomma non proprio disponibili al colloquio familiare, e vi guarda incuriosito, e capite subito che sarebbe disponibile, trovandolo divertente, a giocare anche lui con voi, oppure, in alternativa, se gli sembra che qualcuno si stia facendo male, ad intervenire per far trionfare la giustizia. Che fate? Ovviamente niente, vi ricomponete come meglio potete e lo invitate a tornare a dormire. Eventualmente ce lo ricacciate di forza, nel suo letto. E al ritorno al talamo, anche stavolta adieu. Ognuno al posto suo e facciamo che ci riproviamo un’altra volta. Intendiamoci, questa del bimbo che interroga può anche non essere reale. Spesso è una proiezione: ci si immagina che il bimbo sia sveglio, si sia alzato e ora vi stia osservando con espressione indagatoria e curiosa. Ma non fa differenza: davanti a una creatura innocente, non si possono che avere pensieri puri. Figuriamoci le azioni.

Il voto del silenzio
Ultimo ma non meno importante punto di questa veloce carrellata nel fantastico mondo del sesso da genitori, è, amplificato di un centinaio di volte, quello che succede in un casa di studenti sovraffollata: fare piano, il più silenziosamente possibile. Solo che se nel caso degli studenti si tratta solo di una questione di discrezione, a casa vostra, con vostro figlio che vi dorme nei pressi, è ben più complessa. Che lui abbia una cameretta è un dettaglio, perché tanto il rischio di svegliarlo rimane. E allora nel tempo si imparano modi, si perfezionano tecniche, si sperimentano modi, tutto per arrivare al silenzio perfetto. Certo, fare l’amore in stato di deprivazione sensoriale non è il massimo della vita, ma ci si abitua. E quando, per qualche motivo, ci si ritrova in condizioni normali, cioè senza la compagnia di muri dotati di orecchie, ecco che il silenzio si riappropria dell’atto, quasi si fosse fatto un voto. In altre parole: ci si diverte molto meno.

Insomma, una delle cose che non ti dicono quando stai per diventare mamma (e che però dovrebbero esserti dette assai prima che tu ti cacci in questa situazione) è che la tua vita sessuale, dopo l’arrivo di un bambino, diventa un inferno. Al quale potrai sfuggire per brevi e fortunati momenti, ma che sarà sempre lì a spalancarti le fauci ogni volta che fai pensieri meno puri di quanto il tuo ruolo non consenta. Vuoi mettere una bella arrotolata da single?

lunedì, aprile 23, 2007

Legittime violazioni della privacy

Mi è stato consegnato il cellulare aziendale, al quale ho diritto in seguito alla recente (…) promozione. Sapevo che doveva essere un cellulare di qualche collega, ma mi è venuto da ridere quando ho scoperto che ho ereditato nientepopodimenochè il telefonetto di mio marito. Con il faccione del mio bimbo sul display. E la sua rubrica (per questo, mi sono detta, lui sarà contento, visto che non è riuscito a scaricarla tutta sul computer). E… i suoi SMS.

A questo punto, il dubbio: che faccio, li leggo? D’altra parte dovrò pur cancellarli. Certo, leggere i messaggini degli altri, anche (e forse soprattutto) se si tratta di tuo marito, è una cosa ben meschina. Almeno, io non avrei piacere che lui lo facesse. Mica perché chissà che cosa contengono, solo per una questione di privacy. Così come non leggerei mai un diario altrui, un’agenda e quant’altro, come non metterei mai le mani in una borsa che non fosse la mia, e così via.

L’altra cosa era: e se ora scopro che ha un’altra? Se trovo che ha una relazione con la dentista? (Dico per dire, ma insomma la nostra dentista è anche una nostra amica. Giovane giovane, mooolto carina ed estremamente simpatica, è la persona che Alberto frequenta di più dopo di me, e con questo cambio di lavoro forse di più in assoluto). O con una collega? O con una che non conosco? O con UNO??? Io sono della scuola occhio non vede, cuore non duole. Gliel’ho detto fin dall’inizio: se mi fai le corna, tienitelo per te. Perché se ti viene voglia di confessarmelo per scaricarti la coscienza, è giusto che tu sappia che della tua coscienza, a quel punto, non me ne frega proprio niente. Dovevi pensarci prima. Mi metti in condizione di farti trovare le tue cose sul pianerottolo di casa, e con tutto quello che ho da fare è proprio un’occupazione di cui faccio volentieri a meno. Quindi sappilo: non voglio sapere niente, non me ne frega niente delle questioni tipo fiducia tradita e tutto. Con le questioni di principio non si va molto avanti. E perciò: se mi fai le corna tienitelo per te, e fai in modo che io non lo scopra, così tutti amici come prima.

Ciò detto, ecco che leggendo gli SMS del marito una si espone alla più perniciosa delle possibilità: scoprire una relazione saggiamente tenuta nascosta. A quel punto è inevitabile entrare nel trip dell’onore, e sentire di dover lavare l’onta in qualche modo (lo so, in tutto questo discorso non ho menzionato neanche per un attimo il dolore. Non è che non lo abbia presente, ma credo che sia una cosa troppo grande per poterci ragionare in linea teorica). Poi io sono pure meridionale…

Insomma, alla fine l’ho fatto, ho letto e cancellato i suoi messaggi. Non ho trovato niente di compromettente, neanche una timida riga di testo indirizzata alla dentista, non un “micione mio” che mi portasse a credere in un’inaspettata variazione dei gusti sessuali di mio marito. C’erano invece molti messaggi di lavoro, alcuni miei messaggi, annunci di nascite, auguri di Pasqua, cose così.

L’onore è salvo. Vuol dire che i messaggi in cui si pescava nel torbido li ha cancellati?

giovedì, aprile 19, 2007

Aggiornamenti

È un sacco di tempo che non aggiorno il blog. Il fatto è che questo è un periodo un po’ affollato per me: difficilmente ho il tempo di scrivere, quasi mai ho il tempo di leggere, e quando ho tempo approfitto degli spezzoni di libertà per fumarmi una sigaretta.

Ecco cos’è successo:
1) Alberto ha dato le dimissioni. Questo è un pezzetto che mancava. Il mio post sul dimissionario si è rivelato profetico, perché nel giro di qualche giorno il mio rampante marito ha fatto una raffica di colloqui, e in capo a una settimana è tornato a casa con la lettera di impegno di un’altra società. Così non siamo più colleghi. Non nella stessa azienda, per lo meno. Il che è indubbiamente un vantaggio. Un altro vantaggio è che è riuscito ad ottenere un paio di settimane di ferie, prima di passare “di là”. Figata, faremo qualcosa, lavori in casa permettendo.
2) Aperitivi di congratulazioni, saluti, baci e in bocca al lupo ad Alberto e agli altri due che stanno salpando in questi giorni. Grande gioia e illimitate speranze per un radioso futuro. Diciamo che già se si accende una lampadina, anche una di quelle a basso consumo, dopo questo tunnel, siamo felici. Se non che un’altra splendida opportunità gli (ci) si prospetta: si è liberato un posto in ospedale per fare quegli esami che aspettava da tempo, vuole approfittarne? Come dire di no! Approfittiamone! E fanculo le vacanze.
3) Pasqua in famiglia. Due giorni fra l’assonnato (per le abbondanti libagioni) e il riflessivo (sulle relazioni, sulla famiglia, insomma, sui massimi sistemi) che mi hanno stroncato per una settimana.
4) Settimana in cui nella mia casa dissestata c’è stato un ospite d’eccezione: mia suocera, venuta per Pasqua, che molto gentilmente si è offerta di rimanere a darci una mano intanto che Alberto, durante la nostra settimana di ferie, è stato in ospedale per fare una serie di esami. Ma questo merita un capitolo a parte. Nel frattempo il soggiorno della nonna significa per me sgombrare dalla stanza in cui ci sono TV e pc verso le 10, quando lei, dicendo "Tu fai pure quello che devi, non ti preoccupare", si mette in pigiama e mi sfratta dal divano. Le mie serate finiscono così in cucina a leggere un libro nella sempre più cupa tristezza.
5) Le ferie finiscono a gambe per aria: Alberto si ricovera. Io rimango con Gabriele sempre più in ansia e vagamente convinto che il suo papà sia morto e che io gli menta, e con la suocera, anche lei in ansia. Il tutto si traduce in ansia tripla per me, che per salvare almeno un briciolo di sanità mentale decido di andare lo stesso in ufficio, almeno per mezza giornata. Così posso riposarmi e pensare ad altro.
6) Naturalmente, in tutto ciò ci sono i lavori a casa. Per fortuna tra la mansarda e l’appartamento c’è una scala che gli operai sono riusciti a tappare molto bene, e così non mi arrivano tonnellate di polvere ovunque. Tuttavia, costoro vanno seguiti. Il che significa, al mattino prima di uscire, decidere al volo dove mettere le prese di corrente, per esempio (che implica fare lì per lì quello che qualcuno più trendy di me chiamerebbe l’interior design della minuscola stanza – cosa non facile se da affrontare con il bimbo già pronto per andare a scuola e già in ritardo per la medesima, e che nonostante tutto trova il tempo per litigare con la nonna, e due telefoni che squillano all’impazzata).
7) Nel week end che segue, che dovrebbe rappresentare gli unici due giorni di vera vacanza, si va in gita nella bassa a riportare a casa la nonna (non ancora del tutto tranquilla), condendo e concludendo il tutto a botte di torta fritta e affettato.
8) Alberto inizia il nuovo lavoro. Il primo giorno rientra alle 9, il secondo alle 10, il terzo a mezzanotte e mezza. Gabriele ricomincia a pensare che il papà sia di nuovo in ospedale e che, di nuovo, io gli stia raccontando una bugia. Io comincio a sospettare che questa sua (di Alberto) nuova avventura sia una clamorosa sòla. Per la sottoscritta.

Nel frattempo ho iniziato a scrivere innumerevoli post, tutti interrotti, qualcuno per cause esterne (quattro telefonate di fila, per esempio, o il bimbo che litiga furiosamente con la nonna, o altre cose di questo genere), qualcuno sull’onda di pensieri più profondi su un tema che prima o poi affronterò: quanto è giusto “scoprirsi” in un blog?

Ecco perché solo oggi mi sono decisa a postare. A me sembra una discreta giustificazione. Per fortuna non devo farla firmare dal preside.

giovedì, aprile 12, 2007

Cronache dalla Lucania (misteriosamente) felix: un Codice da riscrivere

Sono giorni un po' così per me, e nel casino generale faccio fatica a scrivere. Per fortuna ce n'è sempre una dal mio avamposto potentino. Come sempre, ricevo e volentieri pubblico (poi la prima volta che ci vediamo però ti insegno a pubblicare da sola, Vale...).

È di poche settimane fa un importante servizio andato in onda su Rete 4, credo che il programma fosse “Corti di cronaca” o qualcosa del genere. Se quanto hanno scoperto viene confermato dai prossimi studi, possiamo anche dare alle fiamme il best seller di Dan Brown.
Il caso è stato sollevato dal parroco di Castelmezzano, una specie di presepe incastonato nelle Piccole Dolomiti Lucane. Il don ha studiato, cercato, esplorato e alla fine (mi dicono) è stato ospite del Maurizio Constanzo Show dove ha sganciato la bomba: da lì sono passati i Templari.
Sì, i Templari, i Cavalieri, quelli del Santo Graal. E le loro tracce non si fermano a Castelmezzano. La Basilicata ne trabocca. Anzi proprio in questa terra piccola insignificante, e fra non molto disabitata, i nobili Cavalieri avrebbero fissato i loro più preziosi avamposti. A Castelmezzano, proprio sul picco della montagna, sono evidenti le tracce di un’antica chiesetta; a Acerenza risulterebbe inspiegabile la costruzione della maestosa cattedrale normanna – collocata praticamente in mezzo al deserto lucano – se al suo interno non fossero stati rinvenuti segni di ambienti nascosti sotto la cripta disseminati di simboli templari. Ancora: pare ormai accertato che il padre fondatore dell’Ordine dei Templari fosse nato a Forenza. Come se non bastasse, il castello di Lagopesole, ritenuto sinora riserva di caccia di Federico II di Svevia – qualcuno aveva pesino dubitato che l’imperatore avesse mai messo piede da queste parti – non solo è stata una delle residenze estive del teutonico, in realtà è l’unica fra le fortezze federiciane ad avere al suo interno una cappella affrescata con scene di Crociati che donano “qualcosa” all’imperatore. Non sono a caccia della poltrona da assessore al turismo – abbiamo assodato che tocca a Henry John – ma un giretto nella zona nord della regione io lo farei… hai visto mai che a 20 km da Potenza si riscrive il Codice?!

E il giro nella zona nord ho cominciato a farlo. Questa risale a ieri. Ancora una volta mi chiamano dalla scuola media di Rionero. Stessa segretaria, stesso copione: c’è una cattedra di inglese per due settimane ma dobbiamo sentire chi ti precede. Lo so. Aspetto. Non mi richiamano. Allora chiamo io. Sì, pronto, sono la prof. Mi hanno chiamato stamattina e non ho capito se domani devo venire o no. Non so niente, la segretaria non c’è e qui abbiamo da fare. Bene, mi sa che è saltato tutto. E invece, colpo di scena. Alle 8.20 stamattina mi telefona mia madre. Vale, ma hai ancora il cellulare spento?! Hanno chiamato da Rionero, vogliono sapere se accetti. (Per fortuna sulle varie domande al provveditorato ho lasciato anche il numero dei miei genitori). Pronto? Rionero? Sì, sono ancora la prof. Ieri non vi ho più sentito… La serafica segretaria risponde che c’è stato un malinteso. Fra tre quarti d’ora devo essere in aula. Traduco. Ho tre quarti d’ora per uscire di casa e fare 50 km. Caffè sul fuoco, letto disfatto, mi infilo il primo tailleur che trovo (meno male non l’ho lavato ieri come previsto), ho il cuscino stampato sulla faccia, sarà meglio metterci su un po’ di fondotinta. Abito in centro, quindi la macchina è parcheggiata ad una passeggiata da casa. La passeggiata diventa una corsa con la giacca e la borsa trascinate tipo Linus. Entro in macchina, accendo la radio – prima la inserisco, da quando me l’hanno rubata la porto in borsa, ma non rinuncio ai miei riti anche se sono in ritardo – richiamo la scuola. Sono partita, sto arrivando. Dall’altra parte, la segretaria ancora più serafica di prima: ti aspettiamo ma non correre, quella strada è molto pericolosa (io: lo so, da quando c’è la Fiat a Melfi la SS è tutta una bisarca).

Diversi tir più tardi arrivo in segreteria. Sei passata dalla presidenza? Lascia stare, è tardi, vai in aula. Quale? Fatti dire l’orario dalla bidel…collaboratrice. Porca miseria. Ho quattro ore di lezione in quattro classi diverse. Pensa allo stipendio, e al punteggio. Pensa all’anno prossimo. Pensa al lavoro che forse hai finalmente trovato. Ma la scuola mi deprime, insegnare mi intristisce, e il pellegrinaggio per le routes – vabbè che parliamo della via Appia e della via dei Templari, ma parliamo pure di salite discese e curve -, chissà quanto dura.

Pensa allo stipendio. Devi rifare il tetto. Ho trovato la motivazione giusta. Il pensiero dell’ultimo preventivo da panico mi sospinge e come una vela dell’America’s Cup. Ritorno in segreteria all’una e mezza. Devo firmare il contratto. E guardare finalmente l’orario settimanale. Ci siamo. Il sabato entro alla prima ora (pazienza, eliminiamo anche l’uscita del venerdì sera, in fondo è solo per due settimane). Gli unici due giorni in cui finisco alle 13.30 a Rionero devo fare lezione a Pescopagano nel primo pomeriggio. Poco male, ci sarà pure un bar aperto all’ora di pranzo. E poi un’altra magica strada mi porterà dal nord-est al nord-ovest della Basilicata.

martedì, aprile 10, 2007

Questioni di famiglia

Lo ammetto. Non sono mai stata una fan della famiglia. Al contrario, ho sempre creduto più validi i legami in cui le persone si scelgono, piuttosto che quelli di sangue, così perniciosamente affidati al caso. Mea culpa. E tuttavia negli ultimi anni ho rivalutato il tutto, alla luce di eventi lieti e meno lieti che hanno visto come protagonista la famiglia. Solo che ora lo sguardo è molto più critico, essendo stato acquisito in età adulta (dopo un lungo rifiuto durante gli anni dell’educazione). Perciò oggi ho le idee piuttosto chiare su quello che posso aspettarmi e sul valore da dare a certe relazioni familiari. In questa mia visione della famiglia ci sono, in forma piuttosto atipica, anche gli amici, o per lo meno certi amici, per la maniera in cui mi sono stati vicini e io sono stata vicina a loro.

Intendiamoci, non è che ne faccia una questione di do ut des. Al contrario, è una questione di relazioni: che devono essere coltivate, secondo me, per avere valore; se no sono finte, e allora non vedo perché considerarle. Sangue o non sangue. Per esempio, un familiare che vive a 30 km da casa mia (il che ne fa il familiare più vicino) e che è sempre troppo occupato con i figli adolescenti per passare a vedere se siamo vivi o morti, anche in situazioni particolari, tipo bimbo o marito in ospedale. Ovviamente il fatto che nostro figlio è piccolo non ci ha mai impedito di fare la nostra gita periodica per andarli a trovare. Ecco, un familiare così, detto fuori dai denti, non lo considero granché familiare. Più che altro una voce nell’asse ereditario. Nello specifico, di mio marito.

È proprio come con gli amici: uno può essere grande amico per anni, condividere tutto, e poi a un certo punto sparire dalla circolazione. Io ho un’amica così: una o due volte l’anno si palesa con un messaggino in cui dice qualcosa di piuttosto criptico, del tipo “ci dobbiamo vedere assolutamente ti devo raccontare ti chiamo appena torno da india tre settimane”; che più o meno dovrebbe significare che si trova in India e che fra tre settimane torna e ci vediamo. Di solito la prima cosa che faccio è chiamarla lo stesso, ché magari è ancora in aeroporto, e lei non risponde o mi dice in modo concitato: “G non puoi capire, sta succedendo di tutto! Ci dobbiamo assolutamente vedere! Ti chiamo io! Ora devo scappare! Ciao!”, tutto così, pieno di punti esclamativi. Moltiplicato per dieci anni, con molto dispiacere non la chiamo più. Se al ritorno da uno dei suoi viaggi vorrà vedermi mi chiamerà. Se non avrò impegni sarà bello chiacchierare con lei.

Una forte commistione tra amici e famiglia si è verificata anni fa, quando avevo iniziato a frequentare Alberto. Venivo da un periodo piuttosto animato, sentimentalmente parlando: per essere più espliciti, il sentimento non c’entrava proprio niente. Mi divertivo e basta, e pure parecchio. Finché non è arrivato Alberto. Che in una sera mi ha messo in riga.
A quel punto i miei amici non sapevano cosa pensare. Così un pomeriggio mandarono un’emissaria, L., che mi convocò per un aperitivo, con aria di urgenza. Mi presentai puntuale all’aperitivo, e lei era piuttosto imbarazzata. La prendeva alla larga, del tipo: “Allora, coma va?” e io “Bene!” e così via. Dopo il primo Negroni le si sciolse la lingua.

“Giuliana, ci siamo visti e…”
“Vi siete visti chi?”
“Tutti. Io, F., G., E…. Insomma tutti. Il fatto è che siamo un po’ preoccupati”
“Preoccupati?”
“Sì. Insomma, noi ti conosciamo da tanto tempo, e devi ammettere che questa cosa, adesso… Insomma, questo fidanzamento… Sarà sicuramente una brava persona, però…”
“L., mi stai dicendo che avete paura che mi sia messa in casa un maniaco?”
“Beh, proprio un maniaco… Però sì, insomma. Che ne sappiamo noi? Anche tu, mica puoi conoscerlo così bene…”

Ha parlato abbastanza a lungo da farmi capire che la sua, la loro ansia era reale, e che non era certo per ficcare il naso nelle mie cose. L’ho convinta che Alberto non era un maniaco, e neanche uno perseguitato dalla legge, che era (in maniera accettabile) sano di mente e che io ero molto felice. Dunque non c’era niente di cui preoccuparsi. E però li ringraziavo molto del loro interessamento.

Era vero. Neanche per un attimo ho vissuto questa intromissione dei miei amici nella mia vita privata come una mancanza di discrezione. Al contrario, mi sono sentita protetta. E mi ha fatto un gran bene sapere che attorno a me c’erano persone su cui contare. Sangue o non sangue.

sabato, aprile 07, 2007

Il cinema a casa mia

"Ho visto come lo hai guardato".
Gli rivolgo uno sguardo di traverso, come per dire "di che cavolo stai parlando?", ma la verità è che sì, mi ha sgamato, so perfettamente di cosa sta parlando.
"Ho notato il tuo sguardo lubrico"
Lubrico? Addirittura lubrico? Beh, a tanto no, non ero arrivata. Semmai sorpreso, piacevolmente sorpreso, e solo un po' maliziosetto.

Il fatto è che ieri mattina alle 9 è entrato il cinema a casa mia. Né Nicole Kidman né John Travolta, però. E' entrato Johnny Depp nel ruolo dello zingaro di Chocolat, solo un po' più alto, seguito niente popodimenochè da Keanu Reeves in versione 7 anni in Tibet, ma con gli occhiali. Il che gli conferisce un'aria un po' intelletuale che lo fa anche più intrigante.
Lo sguardo di cui parla mio marito era rivolto allo zingaro bello e impossibile, perché l'altro non l'avevo ancora notato. Ecco. Un venerdì mattina alle 9, il Venerdì Santo, per essere precisi, giorno di contrizione, con l'azienda chiusa (contrita?) per un anticipo di feste di Pasqua, una si aspetta due operai, magari del genere bergamasco, ben piantati ed efficienti ma niente di che dal punto di vista estetico, e invece scopre che a fare e disfare il tetto, il bagno e altre amenità simili ci sono due così. Che in coppia, a vederli lavorare, tutti tempestati di muscoli ma lontani dall'estetica un po' gay di Vogue Uomo, stanno benissimo insieme.

E allora cercavo di immaginarmi una trama nella quale metterli tutti e due, il mistico-intellettuale (Keanu) e il passionale-misogino (Johnny). Fra Hollywood e Cinecittà, forse un buon compromesso, partendo da questi caratteri, può essere un film alla francese. E poi: storia di zingari (me la vedo ambientata in Camargue, tra l'acqua e i cavalli, e andare un po' più a nord solo per incontrare qualche vigneto, che ci sta sempre bene in queste storie qua) o tecno-metropolitana (una Parigi del futuro, un po' Matrix e un po' Quinto elemento, tanta azione, effetti speciali come se piovesse ma à la Luc Besson)? Non vedo donne, in questo film, magari solo una, ma molto dura, piuttosto mascolina e con un solo tratto di estrema sensulaità. No, Angelina Jolie è fuori discussione. Penso a dettagli come un paio di occhi dal colore improbabile o un fisico efebico con la sola eccezione di una protesi tipo tacco 12; una Milla Jovovich, per esempio.

Con questi pensieri nella testa mi accingo a celebrare la Pasqua. I due che sudano nella mia mansarda li considero la mia sorpresa, visto che anche quest'anno a me un uovo non toccherà.

Buona Pasqua a tutti!

giovedì, aprile 05, 2007

Sognando La Paranza

La paranza è una danza
Che ebbe origine sull'isola di Ponza
Dove senza concorrenza
Seppe imporsi a tutta la cittadinanza ...

Ore 6.35
Pluf!
Ough!
“Mamma!”
“Gabri! Che fai? È ancora presto, torna nel tuo letto!”
“Mamma, facciamo un patto”
“Un patto? Che patto?” (ecco, questo è il primo errore: mai dare corda a un bambino che si è tuffato sul tuo stomaco alle 6.30 del mattino. Non imparerò mai)
“Facciamo così: facciamo colazione insieme”
“Sì, Gabriele, ma fra 5 minuti, quando suona la sveglia”
“No, ora”
“No, quando suona la sveglia, ormai manca poco. Appena inizia la musica andiamo a fare colazione” (ho imparato in fretta e non gli ho chiesto quale fosse la seconda parte del patto. Il fatto è che il sonno mi chiude gli occhi e proprio non ce la posso fare, non ancora)

Ore 6.45
“Mamma”
“Gabri, ho detto quando inizia la musica” (odio il trillo della sveglia, di qualsiasi sveglia, perciò uso la radiosveglia. Certo, a volte non la sento, altre volte la canzone che mi fa aprire gli occhi è della serie Dormiamo ancora un po’ che la vita fuori è un inferno, ma insomma, sempre meglio che un cicalino che ti trapana le orecchie)
“Mamma, chi c’è di là?”
“La nonna, Gabriele, c’è la nonna che dorme, in sala” (la chiamo sala perché a Milano il soggiorno si chiama così. Pretenzioso come la maggior parte delle cose milanesi)
“Va bene. Allora quando inizia la musica ci alziamo”
“Sì. Dormi”

Ore 7.00
(La radio parte e sparge in ogni dove le note di La Paranza. Lo prendo come un segno positivo. Una giornata che si apre con La Paranza non può essere troppo male)
“MAMMA!!! LA SVEGLIA!!!”
“Sì…”
“Andiamo!”
“Sì…” (spengo la radio. Peccato per La Paranza. Però se la faccio continuare sveglio tutta la casa)
(Andiamo in cucina. Inizio a mettere su il caffé. Gabriele si affaccia alla porta della sala, io ne approfitto per andare in bagno)
“MAMMAAA!!! MAMMAAA!!!” (Gabriele urla da dietro la porta del bagno. Io sono impossibilitata ad andare a zittirlo. Lui piomba dentro, urlando come un forsennato. Vuole venirmi in braccio, cerco di farlo ragionare, continua a urlare, si prende una pacca sul sedere, si calma solo per un attimo)
“Gabrieleeee!” ecco, la nonna si è svegliata. Tanto abbiamo fatto…
Io: “Gabriele, vai dalla nonna, aspettami. Arrivo tra un attimo e facciamo colazione.”
La successiva mezz’ora non presenta altri eventi di rilievo. Facciamo colazione, lui sta con la nonna a farsi raccontare una storia, io mi preparo. Oggi ho anche il tempo di truccarmi.

Ore 7.40
Pirulì!
Messaggio in arrivo: “Mi daresti un passaggio x andare in ufficio, please? :)”
È una mia collega che si è rotta un piede e va con le stampelle ormai da un tempo incalcolabile. Giorni fa le ho detto che non era un problema per me passare a prenderla, visto che sono di strada, ma lei non ne ha mai approfittato, fino ad oggi. Quando c’è la casa piena (mio marito in ferie, il piccoletto e la nonna) e presumibilmente la macchina la useranno. Anzi, più che presumibilmente. Ci provo lo stesso:
“Alberto? Alberto…”
“Sgrunf!”
“Ti serve la macchina oggi?”
“Che razza di domanda è? Non è prevedibile. Sgrunf!”
Ok. Messaggio di risposta: “Sorry, sono a piedi anch’io. Mi dispiace”. E intanto sono dilaniata dai sensi di colpa. Annoto mentalmente il secondo errore della giornata: mai dare la disponibilità per qualcosa se non si è certi al 200% di poterlo fare. Suppongo che avere una macchina in due dimezzi le certezze sul suo utilizzo incondizionato.

Il Cielo mi ha concesso di uscire di casa senza ulteriori inconvenienti. Arrivo in ufficio, trovo una mail di una collega, spedita alle 2 del mattino. C’è chi sta peggio di me.

E intanto mi rimane nell’orecchio La Paranza,
e cresce
la mia voglia
di latitanza.

Uomini uomini c'è ancora una speranza
Prima che un gesto vi rovini l'esistenza
Prima che un giudice vi chiami per l'udienza
Vi suggerisco un cambio di residenza
E poi ci vuole solo un poco di pazienza
Qualche mese e già nessuno nota più l'assenza
La panacea di tutti i mali è la distanza

lunedì, aprile 02, 2007

Qui si fa RItalia o…

Il contesto
Circa un mese fa è stato presentato il sito Italia.it, il portale del turismo italiano. Si tratta di un progetto istituzionale, promosso dall’ex ministro Stanca (Ministero dell’Innovazione) con la partecipazione dell’Agenzia del Turismo (ex ENIT, ente nazionale del turismo). La presentazione è in pompa magna, Rutelli vive il suo quarto d’ora di celebrità grazie ad un video che fa rapidamente il giro della Rete, ma le critiche sono già iniziate. Il fatto è che questo fantastico prodotto digitale è costato 45 milioni di euro. Una cifra senza senso. A fronte di un risultato che definire mediocre è un complimento.

La mobilitazione
I blogger più barricaderi si mobilitano immediatamente: bisogna fare qualcosa. Nasce il progetto Ritalia: italia.it va ri-fatto, ri-pensato, ri-progettato, e chi più ne ri-ha più ne ri-metta. In tre settimane si organizza, grazie al primo nocciolo duro di promotori, un primo incontro, che, con il metodo del BarCamp (la non-conferenza in cui tutti partecipano e nessuno è spettatore) intende affrontare la questione.

Il RItaliaCamp
Sabato quindi tutti in Bicocca. La “conversazione” è stata essenzialmente un grande brainstorming intervallato da presentazioni. Che nel giro di tre settimane deve produrre delle idee concrete e perseguibili. Sostanzialmente il problema è: facciamo un nuovo italia.it e lo regaliamo a chi ha fatto questo? Oppure sviluppiamo un nuovo progetto parallelo? Con quali obiettivi? Eccetera eccetera.

Perché mi è piaciuto
Perché il BarCamp è divertente per definizione.
Perché ero curiosa: come fanno 2 o 300 persone a lavorare insieme?
Perché, soprattutto, se va a finire da qualche parte sarà una grande dimostrazione di democrazia: un movimento spontaneo di esperti (a vario titolo) che si costituisce come interlocutore delle istituzioni, quando le istituzioni fanno una cosa palesemente sbagliata. Se si realizzerà qualcosa di concreto potrebbe diventare un bel precedente, e non è poco.

I riferimenti
Per chi avesse voglia di saperne di più, questo è il blog e questo il wiki del RItaliaCamp. Ci si può ancora iscrivere (attraverso il wiki) e partecipare. Lì trovate anche i nomi degli organizzatori, ai quali va comunque un grazie in caratteri cubitali.

Che dite, ci ri-prendiamo la parola?