29 luglio. Il treno per Lecce deve partire alle 7 da Milano Centrale. Alle 6.35 siamo già in tanti in banchina, fantozzianamente in anticipo, ma io ad esempio l’ho fatto per avere il tempo di fare colazione in uno dei bar della stazione e prendermi un panino per il viaggio. Non ci riesco, i bar sono chiusi e non apriranno fino alle 7. C’è un problema, però: molti di noi hanno la prenotazione per le carrozze 9 e 10, ma l’ultimo vagone del treno è l’8. Ops.
Lamentele, imprecazioni, “ho pagato e quindi”, “Trenitalia di merda” e luoghi comuni come se piovesse. Dopo un quarto d’ora si palesa il capotreno. Il quale ci dice che assegnerà dei nuovi posti a tutti, lungo tutte le altre carrozze del treno, ma bisogna che lo seguiamo, in ordine, prima quelli della carrozza 10 e poi quelli della carrozza 9.
Mentre il primo gruppo inizia a sistemarsi arrivano gli altri viaggiatori, non fantozziani, e ricomincia il coro delle lamentele, imprecazioni, “ho pagato e quindi”, “Trenitalia di merda” e luoghi comuni come se piovesse. Qualcuno più intraprendente entra di peso in una carrozza qualsiasi, andando quasi subito a scontrarsi con il corteo della ex carrozza 10 capitanato dal capotreno che sembra una guida turistica alla fine del suo turno.
Quando mancano 30 secondi alle 7 l’annuncio: “Sul binario bla bla è in partenza il treno bla bla. Ferma a bla bla”. Sta parlando di noi, del nostro treno. Panico. A questo punto sulla banchina ci sono ancora una trentina di persone, che hanno appena sentito dalla voce ufficiale della stazione centrale di Milano che il treno sta per andarsene, lasciandoli lì, cornuti e mazziati. E quindi: assalto al treno. La gente entra ovunque, in tutte le carrozze, molti pretendono un posto in prima classe come risarcimento. Ovviamente è un falso allarme. Il capotreno è ancora a bordo col suo codazzo di aspiranti viaggiatori incazzati come delle bisce. Le operazioni si velocizzano un po’ e con poco meno di mezz’ora di ritardo siamo partiti.
Certo, adesso ad ogni stazione è lo stesso cinema: a Bologna siamo rimasti fermi 20 minuti, a Rimini un quarto d’ora, ma è salito di tutto e di più, e due capotrenesse molto carine e multilingue cercano di districare il casino tra prenotazioni saltate, posti assegnati in via definitiva, posti assegnati provvisoriamente, gente che è salita senza biglietto né prenotazione di sorta, gente che, ingannata dal ritardo, ha sbagliato treno.
Nel frattempo, però, già due volte l'altoparlante ha inviato il mitico messaggio: "C'è un medico a bordo?". Salta fuori che due persone stanno male. Salta fuori anche che l'aria condizionata è rotta, in tutte le carrozze. Non in quella in cui mi trovo io, che infatti diventa luogo di pellegrinaggio di viaggiatori sfiniti che ogni tanto vengono a respirare - nella calca. In compenso i bagni sono fuori servizio, quasi dappertutto.
Poco prima di arrivare a Foggia ci avvisano che la coincidenza ci aspetterà: siamo in ritardo di circa mezz'ora, che gentili! non mi toccherà aspettare due ore al sole della stazione di Foggia per prendere il treno successivo per Potenza. Scendiamo a Foggia, io e un altro ragazzo diretto a Potenza. Andiamo al mitico binario 4 tronco Sud, ma la nostra littorina non c'è. Una decina di minuti più tardi, l'annuncio: 15 minuti di ritardo. In realtà sono pasati ben più di 15 minuti, ma ce ne stiamo lì buoni, andiamo solo a prenderci una bottiglietta d'acqua. Non so quanto tempo sia passato, ancora. So che c'era un phon che ci soffiava addosso, e che mi sembrava di svenire, quando un capotreno ha chiamato tutti gli aspiranti passeggeri del locale per Potenza e ci ha scortati a bordo: non un annuncio, non una scritta, una campanella, un citofono, niente di niente. Chi era in quel punto del marciapiede e ha sentito il capotreno è salito, chiunque fosse al bar o al gabinetto è rimasto là.
Sulla littorina niente da dire: è rimasta esattamente com'era 20 anni fa. Aria condizionata no, quando sono state costruite queste carrozze non si sapeva neanche cosa fosse, e 2h 20 per fare 100 km sono assolutamente normali.
Ecco, un viaggio così credo di non averlo mai fatto, neanche quando andavo all'università, in un'altra era geologica. Sono disgustata. Il solo treno con cui si può sperare di arrivare in tempo è la Frecciarossa, treno peraltro identico a tutti gli altri (dove in seconda classe ti tieni le ginocchia tra i denti e la valigia sotto i piedi), che ti fa provare l’ebbrezza dell’alta velocità solo per brevi tratti, ma che te la fa pagare un prezzo senza senso. Appena ti sposti da lì è la desolazione. E poi dice che la privatizzazione.
giovedì, luglio 30, 2009
Trenitalia e lo strano caso delle carrozze scomparse
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mercoledì, luglio 22, 2009
Libri: Thomas Jay
Conosco Alessandra come blogger.
Allora ho cercato il suo libro ovunque, e l'ho trovato alla fine su ibs (io sono una di quelle persone che amano l'odore delle librerie, che vogliono sentire "di che carta sono fatti" i libri, e quindi online compro solo come ultima ratio). E l'ho letto in fretta, cosa che forse non andrebbe fatta, con questo libro.
Ci ho letto molto studio e una grande profondità, una ricerca costante sull'uomo e sulle sue emozioni, motivazioni, desideri, veramente rari. La storia è un pretesto, credo, per parlare di questo mondo interiore (sospetto che quello del protagonista non sia molto diverso da quello dell'autore, e questo, lo confesso, un po' mi inquieta: mi ero fatta un'immagine diversa di lei. spunto su una riflessione profonda sui blog e su quanto emerga, attraverso di essi, della reale identità dei loro autori) complesso e anche complicato.
Un'altra utente di anobii mi ha chiesto cosa ne pensassi, e io non ho saputo risponderle. Non è un libro di cui si possa dire "mi piace, non mi piace", perché è un libro di analisi della natura umana, e di questi libri come si fa a dire "mi piace, non mi piace".
Da leggere senza interrompersi, se no si perde il filo. L'ideale è in viaggio, un viaggio bello lungo, magari in treno per guardare fuori di tanto in tanto - il "fuori" è prezioso per il protagonista, lo si rivaluta molto - senza farsi distrarre dalle chiacchiere dei compagni di strada. E poi da tenere lì, per pensare ogni tanto al nostro modo di rapportarci agli altri, alla spiritualità, al senso della scrittura, alla redenzione, al senso di colpa, alla punizione, alla giustizia. Alla vita, insomma.
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libri
lunedì, luglio 20, 2009
Posizione: cassiera
La mia amica mi ha raccontato questa storia, e io le ho chiesto di farne un post. Perché mi ha fatto prima ridere e poi pensare, a un sacco di cose. Lei l'ha fatto, ed eccolo qui.
Ore 16.30 di un venerdì di giugno.
Alla cornetta “si buongiorno, è lei XXXX ? La chiamo dall’Esselunga per un colloquio di gruppo, prenda nota…”
Io “mi scusi mi ricorda solo la posizione..”
Alla cornetta “Cassiera”.
Ebbene sì, in un momento di massimo sconforto (e chissà di cos’altro) ho compilato il form sul sito dell’Esselunga. Posizione: Cassiera.
Sono stata sincera, ho indicato il mio titolo di studio, le mie esperienze professionali e tutto il resto.
Decido di andare, per paura dell’incertezza in cui vivo e per coerenza: avevo mandato un CV, allora dovevo andarci. Chi mi consoce sa anche il tono che il mio neurone ha utilizzato per dirmi questa cosa.
Il giovedì sera sbevazzo un po’ con amici e il giovedì mattina quando suona la sveglia (molto prima del solito) mi viene quasi da piangere.
Ho le bollicine del prosecco nella mia testa: si stanno prendendo a pugni.
Mi presento (vestita anche carina) nell’ufficio formazione, situato nel cortile di una Esselunga. Salgo le scale e un odore di frutta e verdura (direi marcia) mi assale, mi viene troppo da ridere.. e forse devo ringraziare l’alcol.
Entro in questa piccola stanza con una cattedra, una quindicina di sedie e una lavagna con dei fogli intitolati: Esselunga.
Mi siedo barcollando, sorridendo ed inizio a compilare il modulo informativo: nome, congnome, etc etc. Ascolto e osservo attentamente le altre ragazze (tutte donne ovviamente). Ad un certo punto una ragazza domanda: “ Cos’è il CCNL?”. E un’altra risponde “ Contratto collettivo nazionale del lavoro” e la prima “Ahmbé: io ho sempre lavorato in nero”.
Sono nervose, alcune in particolare. Dopo scoprirò che sono mamme che non riescono a trovare lavoro perché hanno un figlio.
Il colloquio di gruppo inizia con un giro di presentazioni: io ovviamente sono la prima. Tre parole “buongiorno sono xx, ho xx anni, lavoro presso un istituto di ricerche e … niente sono qui perché ho voglia di rimettermi in gioco”.
In quel momento ho visto la me che sta scivolando lungo una parete liscia, cercando di aggrapparsi con le unghie. Insomma tipica scena da cartone animato.
E pensare che il giorno prima un’amica mi aveva detto: “Mi raccomando, preparati qualcosa perché mi sa che ti chiederanno perchè ti stai candidando per questa posizione” e io: “ma và…”
Mi fermo subito, il selezionatore alza la testa, la riabbassa sul mio modulo informativo ed inizia a leggere ad alta voce:
“Laureata in….”
“Prima esperienza lavorativa in…”
“Seconda esperienza lavorativa…”
Si ferma. Mi guarda. E aggiunge “E lei vuole fare la Cassiera all’Esselunga?”.
Lì ho rischiato di sprofondare: non chiedetemi cosa ho risposto perché non me lo ricordo neanche. So che a un certo punto ho detto “..e poi rischio di essere licenziata. Guardi che nel settore il cui lavoro le cose non vanno mica bene.. con questa crisi…”.
E qui trovo la complicità delle altre che sorridono (quasi ridono) e mi fanno sentire meno a disagio.
Poi iniziano le altre: 3 mamme, due licenziate, un’altra che non ha mai lavorato in vita sua, una studentessa, 2 commesse che vogliono “migliorare la propria posizione scegliendo un’azienda solida in grado di offrire un contratto decente”.
Dopo il giro di presentazioni, il selezionatore si alza e ci fa una piccola presentazione di Esselunga (come se ce ne fosse bisogno) e della posizione di Cassiera. Diritti e doveri, inquadramento, orari.
Spesso mi guardava, sorrideva, diceva frasi tipo “.. quando gli altri si riposano voi siete lì a lavorare, .. la sera non avrete neanche voglia di uscire,… sentirete il “bip bip” nella testa..” Forse voleva spaventarmi. Come se non lo fossi già abbastanza (e non di fare la Cassiera ovviamente..). Se fosse andato avanti altri 5 minuti mi sarei alzata in piedi e avrei urlato “ok, ok ho paura di restare disoccupata e ho un mutuo da pagare, contento?”
Mancano 10 minuti al termine del colloquio e della prova di gruppo ancora nessuna traccia.
A un certo punto ci distribuisce un foglio con alcuni requisiti che deve avere una buona Cassiera: competenza, velocità, educazione, pazienza, … Ci chiede di ordinarli dal primo all’ultimo, e di farlo insieme.
A questo punto le ragazze iniziano a parlare, a ragionare, cercano di farsi sentire.. e passa il tempo.
Alla fine prendo in mano la situazione e mettiamo in ordine i requisiti in ben 8 minuti. Il selezionatore mi guarda come per dire “.. ma che cavolo ci sei venuta a fare…” Mentre noi altre eravamo tutte sorridenti e contente. Alla fine è stato piacevole e divertente. Meglio di una delle mie attuali giornate di lavoro.
Ci sono mille considerazioni che potrei scrivere.. e duemila ne ho fatte tra me e me.
Però ci sono giusto un paio di cose che mi sono rimaste davvero impresse:
Che gli straordinari si fanno fare alle PERSONE MERITEVOLI…
I modi e toni del selezionatore: direi arroganti, di una persona sicura che può dire ciò che vuole perché le persone sedute in quella stanza hanno davvero tanto bisogno di trovare un lavoro
Me stessa: che riesco ad emergere giusto in queste situazioni!
E qui scatta una risata. La mia.
Ore 16.30 di un venerdì di giugno.
Alla cornetta “si buongiorno, è lei XXXX ? La chiamo dall’Esselunga per un colloquio di gruppo, prenda nota…”
Io “mi scusi mi ricorda solo la posizione..”
Alla cornetta “Cassiera”.
Ebbene sì, in un momento di massimo sconforto (e chissà di cos’altro) ho compilato il form sul sito dell’Esselunga. Posizione: Cassiera.
Sono stata sincera, ho indicato il mio titolo di studio, le mie esperienze professionali e tutto il resto.
Decido di andare, per paura dell’incertezza in cui vivo e per coerenza: avevo mandato un CV, allora dovevo andarci. Chi mi consoce sa anche il tono che il mio neurone ha utilizzato per dirmi questa cosa.
Il giovedì sera sbevazzo un po’ con amici e il giovedì mattina quando suona la sveglia (molto prima del solito) mi viene quasi da piangere.
Ho le bollicine del prosecco nella mia testa: si stanno prendendo a pugni.
Mi presento (vestita anche carina) nell’ufficio formazione, situato nel cortile di una Esselunga. Salgo le scale e un odore di frutta e verdura (direi marcia) mi assale, mi viene troppo da ridere.. e forse devo ringraziare l’alcol.
Entro in questa piccola stanza con una cattedra, una quindicina di sedie e una lavagna con dei fogli intitolati: Esselunga.
Mi siedo barcollando, sorridendo ed inizio a compilare il modulo informativo: nome, congnome, etc etc. Ascolto e osservo attentamente le altre ragazze (tutte donne ovviamente). Ad un certo punto una ragazza domanda: “ Cos’è il CCNL?”. E un’altra risponde “ Contratto collettivo nazionale del lavoro” e la prima “Ahmbé: io ho sempre lavorato in nero”.
Sono nervose, alcune in particolare. Dopo scoprirò che sono mamme che non riescono a trovare lavoro perché hanno un figlio.
Il colloquio di gruppo inizia con un giro di presentazioni: io ovviamente sono la prima. Tre parole “buongiorno sono xx, ho xx anni, lavoro presso un istituto di ricerche e … niente sono qui perché ho voglia di rimettermi in gioco”.
In quel momento ho visto la me che sta scivolando lungo una parete liscia, cercando di aggrapparsi con le unghie. Insomma tipica scena da cartone animato.
E pensare che il giorno prima un’amica mi aveva detto: “Mi raccomando, preparati qualcosa perché mi sa che ti chiederanno perchè ti stai candidando per questa posizione” e io: “ma và…”
Mi fermo subito, il selezionatore alza la testa, la riabbassa sul mio modulo informativo ed inizia a leggere ad alta voce:
“Laureata in….”
“Prima esperienza lavorativa in…”
“Seconda esperienza lavorativa…”
Si ferma. Mi guarda. E aggiunge “E lei vuole fare la Cassiera all’Esselunga?”.
Lì ho rischiato di sprofondare: non chiedetemi cosa ho risposto perché non me lo ricordo neanche. So che a un certo punto ho detto “..e poi rischio di essere licenziata. Guardi che nel settore il cui lavoro le cose non vanno mica bene.. con questa crisi…”.
E qui trovo la complicità delle altre che sorridono (quasi ridono) e mi fanno sentire meno a disagio.
Poi iniziano le altre: 3 mamme, due licenziate, un’altra che non ha mai lavorato in vita sua, una studentessa, 2 commesse che vogliono “migliorare la propria posizione scegliendo un’azienda solida in grado di offrire un contratto decente”.
Dopo il giro di presentazioni, il selezionatore si alza e ci fa una piccola presentazione di Esselunga (come se ce ne fosse bisogno) e della posizione di Cassiera. Diritti e doveri, inquadramento, orari.
Spesso mi guardava, sorrideva, diceva frasi tipo “.. quando gli altri si riposano voi siete lì a lavorare, .. la sera non avrete neanche voglia di uscire,… sentirete il “bip bip” nella testa..” Forse voleva spaventarmi. Come se non lo fossi già abbastanza (e non di fare la Cassiera ovviamente..). Se fosse andato avanti altri 5 minuti mi sarei alzata in piedi e avrei urlato “ok, ok ho paura di restare disoccupata e ho un mutuo da pagare, contento?”
Mancano 10 minuti al termine del colloquio e della prova di gruppo ancora nessuna traccia.
A un certo punto ci distribuisce un foglio con alcuni requisiti che deve avere una buona Cassiera: competenza, velocità, educazione, pazienza, … Ci chiede di ordinarli dal primo all’ultimo, e di farlo insieme.
A questo punto le ragazze iniziano a parlare, a ragionare, cercano di farsi sentire.. e passa il tempo.
Alla fine prendo in mano la situazione e mettiamo in ordine i requisiti in ben 8 minuti. Il selezionatore mi guarda come per dire “.. ma che cavolo ci sei venuta a fare…” Mentre noi altre eravamo tutte sorridenti e contente. Alla fine è stato piacevole e divertente. Meglio di una delle mie attuali giornate di lavoro.
Ci sono mille considerazioni che potrei scrivere.. e duemila ne ho fatte tra me e me.
Però ci sono giusto un paio di cose che mi sono rimaste davvero impresse:
Che gli straordinari si fanno fare alle PERSONE MERITEVOLI…
I modi e toni del selezionatore: direi arroganti, di una persona sicura che può dire ciò che vuole perché le persone sedute in quella stanza hanno davvero tanto bisogno di trovare un lavoro
Me stessa: che riesco ad emergere giusto in queste situazioni!
E qui scatta una risata. La mia.
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lavoratori
lunedì, luglio 13, 2009
Di esantemi, FriendFeed e figure di
Come ti rovino il week end appena trascorso
Al ritorno da un week end al mare, uno che fa? Tenta di tenersi stretti i benefici che ne ha ricavato il più a lungo possibile. Io sono riuscita a trattenerli per circa due ore, il tempo che ci è voluto a mio figlio per maturare una robusta febbre che, partita lunedì sera con 38.5 si è espressa ai suoi massimi livelli martedì e mercoledì, arrivando a 40, fino a giovedì, quando finalmente è scesa sotto i 38. Settimana di passione, dunque, e di arresti domiciliari a bagnare pezzette e alternare farmaci per domare l’incendio del pupo.
Il pediatra, da cui lo porto mercoledì, durante una pausa dalla temperatura da cavallo – il mio pediatra non visita a domicilio, e a dir la verità non visiterebbe neanche in studio, se non che, dopo che una volta l’ho minacciato di denunciarlo, ora alla seconda-terza telefonata tende a visitare il malato – mi dice che non c’è niente, che probabilmente è qualcosa di virale, che come è venuto se ne andrà.
Venerdì infatti va meglio, pare. Mi programmo un week end a casa e serenamente mi ci appresto.
Lei ha vinto un esantema! (Forse)
Ma no. Mentre Gabriele si mette il pigiama, vedo che ha tutto il tronco, davanti e dietro, pieno di macchioline rosse. Pieno. Fantastico. E mò? Ormai è tardi, e comunque non ci sono altri sintomi, per cui vediamo che succede domani mattina.
E sabato mattina le macchie sono lì, un po’ meno forti, forse, ma sono lì. In compenso il pargolo è assai più vispo: ha la faccia di uno guarito, non c’è dubbio. Però quelle macchie... Ovviamente il sabato il pediatra non c’è, e la fantastica novità milanese è che non esiste più la guardia medica pediatrica (servizio che doveva sembrare superfluo più o meno come un insegnante in più alle scuole elementari, suppongo), per cui se hai un bambino nelle peste devi andare al pronto soccorso.
Ma no, io al pronto soccorso mio figlio non ce lo porto. Primo, perché se anche non hai niente lì ti becchi di sicuro qualcosa, con tutte le schifezze che girano. E secondo, perché ne ho avuto abbastanza. Proprio di bambino arrivato in pronto soccorso, con tanto di ambulanza e codice rosso, con le convulsioni febbrili. Tre volte. Ho perso dieci anni di vita ogni volta, e sono diventata ansiosissima, oltre che ipersensibile rispetto a certi luoghi.
Ok, ma allora? Allora faccio quello che farei se si trattasse di me: chiedo consiglio in Friendfeed. Mi rispondono in tanti, è gente di esperienza, se non di medici almeno di genitori, e tanto basta. Ma su una cosa sono tutti d’accordo: sarà un esantema, ma meglio farlo vedere.
Il servizio di continuità sanitaria
Per fortuna la dottoressa della guardia medica è una persona gentile e disponibile. Mi indirizza ad una ASL dove c’è un servizio di continuità sanitaria – in pratica la ex guardia medica – dove non troverò un pediatra, ma insomma un medico ci sarà, e anche se non sarà molto a suo agio con gli esantemi, un’indicazione la darà lo stesso.
Saluto gli amici di FF e la famiglia sale in macchina. Mio marito è scettico, ma mi asseconda senza sbuffare.
La figura di
Arriva il nostro turno. Il medico vede il paziente. Gli fa alzare la maglietta.
Non c’è più niente. Niente di niente, solo un po’ di rosino in un angolo del petto. Il dottore, assai paziente, ci fa notare che “per vedere qualcosa, ci vorrebbero i raggi ultravioletti”. Noi incassiamo. È ufficiale: Gabriele è guarito, non sappiamo da cosa, ma è guarito.
Per festeggiare andiamo a fare la spesa al Farmer Market. E un altro week end è andato. E oggi è lunedì ma mi sento come se fosse il terzo venerdì di una serie di settimane senza sabato e domenica.
Al ritorno da un week end al mare, uno che fa? Tenta di tenersi stretti i benefici che ne ha ricavato il più a lungo possibile. Io sono riuscita a trattenerli per circa due ore, il tempo che ci è voluto a mio figlio per maturare una robusta febbre che, partita lunedì sera con 38.5 si è espressa ai suoi massimi livelli martedì e mercoledì, arrivando a 40, fino a giovedì, quando finalmente è scesa sotto i 38. Settimana di passione, dunque, e di arresti domiciliari a bagnare pezzette e alternare farmaci per domare l’incendio del pupo.
Il pediatra, da cui lo porto mercoledì, durante una pausa dalla temperatura da cavallo – il mio pediatra non visita a domicilio, e a dir la verità non visiterebbe neanche in studio, se non che, dopo che una volta l’ho minacciato di denunciarlo, ora alla seconda-terza telefonata tende a visitare il malato – mi dice che non c’è niente, che probabilmente è qualcosa di virale, che come è venuto se ne andrà.
Venerdì infatti va meglio, pare. Mi programmo un week end a casa e serenamente mi ci appresto.
Lei ha vinto un esantema! (Forse)
Ma no. Mentre Gabriele si mette il pigiama, vedo che ha tutto il tronco, davanti e dietro, pieno di macchioline rosse. Pieno. Fantastico. E mò? Ormai è tardi, e comunque non ci sono altri sintomi, per cui vediamo che succede domani mattina.
E sabato mattina le macchie sono lì, un po’ meno forti, forse, ma sono lì. In compenso il pargolo è assai più vispo: ha la faccia di uno guarito, non c’è dubbio. Però quelle macchie... Ovviamente il sabato il pediatra non c’è, e la fantastica novità milanese è che non esiste più la guardia medica pediatrica (servizio che doveva sembrare superfluo più o meno come un insegnante in più alle scuole elementari, suppongo), per cui se hai un bambino nelle peste devi andare al pronto soccorso.
Ma no, io al pronto soccorso mio figlio non ce lo porto. Primo, perché se anche non hai niente lì ti becchi di sicuro qualcosa, con tutte le schifezze che girano. E secondo, perché ne ho avuto abbastanza. Proprio di bambino arrivato in pronto soccorso, con tanto di ambulanza e codice rosso, con le convulsioni febbrili. Tre volte. Ho perso dieci anni di vita ogni volta, e sono diventata ansiosissima, oltre che ipersensibile rispetto a certi luoghi.
Ok, ma allora? Allora faccio quello che farei se si trattasse di me: chiedo consiglio in Friendfeed. Mi rispondono in tanti, è gente di esperienza, se non di medici almeno di genitori, e tanto basta. Ma su una cosa sono tutti d’accordo: sarà un esantema, ma meglio farlo vedere.
Il servizio di continuità sanitaria
Per fortuna la dottoressa della guardia medica è una persona gentile e disponibile. Mi indirizza ad una ASL dove c’è un servizio di continuità sanitaria – in pratica la ex guardia medica – dove non troverò un pediatra, ma insomma un medico ci sarà, e anche se non sarà molto a suo agio con gli esantemi, un’indicazione la darà lo stesso.
Saluto gli amici di FF e la famiglia sale in macchina. Mio marito è scettico, ma mi asseconda senza sbuffare.
La figura di
Arriva il nostro turno. Il medico vede il paziente. Gli fa alzare la maglietta.
Non c’è più niente. Niente di niente, solo un po’ di rosino in un angolo del petto. Il dottore, assai paziente, ci fa notare che “per vedere qualcosa, ci vorrebbero i raggi ultravioletti”. Noi incassiamo. È ufficiale: Gabriele è guarito, non sappiamo da cosa, ma è guarito.
Per festeggiare andiamo a fare la spesa al Farmer Market. E un altro week end è andato. E oggi è lunedì ma mi sento come se fosse il terzo venerdì di una serie di settimane senza sabato e domenica.
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vita da mamma
martedì, luglio 07, 2009
Il grado 0-8 della vacanza
“Ma sai che conosco un sacco di gente che va in vacanza a Marina Romea, e però si vergogna di dirlo?”
Guardo Veronica e mi viene da sorridere. In effetti anch’io non ne vado orgogliosa. Però col tempo ho trovato alcune buone ragioni per farlo:
1) I bambini si divertono: gli stabilimenti (“i bagni”) hanno aree attrezzate di giochi di ogni genere, per cui a metà pomeriggio in generale le creature salutano e vanno a scatenarsi lontano. Inoltre l’acqua è bassa per chilometri e chilometri, e quindi la caccia alla conchiglie può essere fatta dai piccoletti anche in autonomia.
2) Ci si riposa davvero: messi a giocare i bambini, rimane poco altro da fare che leggersi un libro o farsi due chiacchiere coi vicini di ombrellone. Certo, il rovescio della medaglia è l’assenza quasi totale di vita notturna, anzi serale: un paio di pizzerie, due gelaterie, una passeggiata, e alle 11 tutti a nanna.
3) Non costa tanto: cioè, è sempre Romagna, e non parliamo di Rimini. Quindi si affitta una casa a costi ragionevoli, anche ad agosto, e venendo da Milano quasi tutti i prezzi sono assolutamente normali, non da posto di villeggiatura.
4) Si mangia strabene: insomma, che lo diciamo a fare. La piadina è romagnola, la migiore del mondo si mangia a Ravenna, e qui siamo proprio attaccati. Ma ovviamente c’è anche tutto il resto. Anche qui, rovescio della medaglia: io ingrasso un sacco.
Ma allora perché alcuni si vergognano? (Suppongo, comunque, che siano milanesi, costoro). Il fatto è che Marina Romea è il grado zero della vacanza. Anzi, il grado 0-8, perché difficilmente puoi pensare di aver voglia di andarci dopo gli 8 anni (tuoi o di tuo figlio, naturalmente).
Per esemplificare, un piccolo aneddoto. Eravamo qui, a casa di cugini, a vedere la finale di Coppa del Mondo. L’Italia vince, e poo-popopo-po-poo-poo, si scatenano i cortei, la festa, la lunga notte dei mondiali, in tutta Italia. Noi, dal giardino in cui avevamo pregato, urlato, esultato – sempre circondati da un silenzio profondo addirittura inquietante – sentiamo delle macchine che strombazzano. Sono tre, le macchine. A bordo, due o tre ragazzini per auto. Urlano, clacsonano, passano oltre. “Ma come, già finito?” Ci diciamo noi, abituati, nel centro di Milano, ad altre dimensioni festerecce. No, non era finito. Le stesse tre macchine sono ripassate tre volte. Alè! Poo-popopo-po-poo-poo.
Quest’anno saremo qui in agosto, ma abbiamo deciso di concederci un piccolo anticipo, così sistemiamo anche le ultime cose (accordi per la casa, prenotazione “bagno”, ecc.). Di solito ci fermiamo a casa dei cugini, a Ravenna, ma stavolta vorremmo stare proprio qui, sul mare, a respirare aria di pineta e mangiare spaghetti allo scoglio sulla spiaggia. Così arriviamo e, prima di tutto, andiamo a definire il contratto d’affitto della casa con l’immobiliare. Chiediamo all’agente se ci dà qualche dritta per passare qui 3 notti, e lui, gentilissimo, fa un po’ di telefonate. Alla fine delle quali ci rendiamo conto che una notte a Marina Romea per due adulti e un bambino di 5 anni costa non meno di 100 euro. Cioè, 100 € è il bed and breakfast, il campeggio parte da 103,50 + un supplemento forfettario di 13.50 (per il soggiorno breve), gli alberghi tutti a salire. C’è solo un due stelle per 80 euri, ma è pieno. Io e marito ci guardiamo: costa più di Nizza. Seriamente. Che a Nizza ogni tanto ci andiamo, l’ultima volta è stata a Pasqua, e il massimo che abbiamo speso, sempre, è di 85 euro, ma in un bellissimo hotel. Mmm... Ovviamente abbiamo accettato l’ospitalità dei parenti, ma, lo confesso, non senza una sgradevole sensazione: quella che gli operatori stiano spennando i polli, o per lo meno ci stiano provando. E di solito questo atteggiamento non prelude a sviluppi fantastici.
Ah, en passant. Ho incontrato, qualche ombrellone più avanti del mio, e complice una shopper del MomCamp che campeggiava sul mio tavolino, Alebegoli. Che, oltre a non vergognarsi di andare a Marina Romea, è una bellissima persona. Spero di ritrovarla in agosto.
Guardo Veronica e mi viene da sorridere. In effetti anch’io non ne vado orgogliosa. Però col tempo ho trovato alcune buone ragioni per farlo:
1) I bambini si divertono: gli stabilimenti (“i bagni”) hanno aree attrezzate di giochi di ogni genere, per cui a metà pomeriggio in generale le creature salutano e vanno a scatenarsi lontano. Inoltre l’acqua è bassa per chilometri e chilometri, e quindi la caccia alla conchiglie può essere fatta dai piccoletti anche in autonomia.
2) Ci si riposa davvero: messi a giocare i bambini, rimane poco altro da fare che leggersi un libro o farsi due chiacchiere coi vicini di ombrellone. Certo, il rovescio della medaglia è l’assenza quasi totale di vita notturna, anzi serale: un paio di pizzerie, due gelaterie, una passeggiata, e alle 11 tutti a nanna.
3) Non costa tanto: cioè, è sempre Romagna, e non parliamo di Rimini. Quindi si affitta una casa a costi ragionevoli, anche ad agosto, e venendo da Milano quasi tutti i prezzi sono assolutamente normali, non da posto di villeggiatura.
4) Si mangia strabene: insomma, che lo diciamo a fare. La piadina è romagnola, la migiore del mondo si mangia a Ravenna, e qui siamo proprio attaccati. Ma ovviamente c’è anche tutto il resto. Anche qui, rovescio della medaglia: io ingrasso un sacco.
Ma allora perché alcuni si vergognano? (Suppongo, comunque, che siano milanesi, costoro). Il fatto è che Marina Romea è il grado zero della vacanza. Anzi, il grado 0-8, perché difficilmente puoi pensare di aver voglia di andarci dopo gli 8 anni (tuoi o di tuo figlio, naturalmente).
Per esemplificare, un piccolo aneddoto. Eravamo qui, a casa di cugini, a vedere la finale di Coppa del Mondo. L’Italia vince, e poo-popopo-po-poo-poo, si scatenano i cortei, la festa, la lunga notte dei mondiali, in tutta Italia. Noi, dal giardino in cui avevamo pregato, urlato, esultato – sempre circondati da un silenzio profondo addirittura inquietante – sentiamo delle macchine che strombazzano. Sono tre, le macchine. A bordo, due o tre ragazzini per auto. Urlano, clacsonano, passano oltre. “Ma come, già finito?” Ci diciamo noi, abituati, nel centro di Milano, ad altre dimensioni festerecce. No, non era finito. Le stesse tre macchine sono ripassate tre volte. Alè! Poo-popopo-po-poo-poo.
Quest’anno saremo qui in agosto, ma abbiamo deciso di concederci un piccolo anticipo, così sistemiamo anche le ultime cose (accordi per la casa, prenotazione “bagno”, ecc.). Di solito ci fermiamo a casa dei cugini, a Ravenna, ma stavolta vorremmo stare proprio qui, sul mare, a respirare aria di pineta e mangiare spaghetti allo scoglio sulla spiaggia. Così arriviamo e, prima di tutto, andiamo a definire il contratto d’affitto della casa con l’immobiliare. Chiediamo all’agente se ci dà qualche dritta per passare qui 3 notti, e lui, gentilissimo, fa un po’ di telefonate. Alla fine delle quali ci rendiamo conto che una notte a Marina Romea per due adulti e un bambino di 5 anni costa non meno di 100 euro. Cioè, 100 € è il bed and breakfast, il campeggio parte da 103,50 + un supplemento forfettario di 13.50 (per il soggiorno breve), gli alberghi tutti a salire. C’è solo un due stelle per 80 euri, ma è pieno. Io e marito ci guardiamo: costa più di Nizza. Seriamente. Che a Nizza ogni tanto ci andiamo, l’ultima volta è stata a Pasqua, e il massimo che abbiamo speso, sempre, è di 85 euro, ma in un bellissimo hotel. Mmm... Ovviamente abbiamo accettato l’ospitalità dei parenti, ma, lo confesso, non senza una sgradevole sensazione: quella che gli operatori stiano spennando i polli, o per lo meno ci stiano provando. E di solito questo atteggiamento non prelude a sviluppi fantastici.
Ah, en passant. Ho incontrato, qualche ombrellone più avanti del mio, e complice una shopper del MomCamp che campeggiava sul mio tavolino, Alebegoli. Che, oltre a non vergognarsi di andare a Marina Romea, è una bellissima persona. Spero di ritrovarla in agosto.
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giovedì, luglio 02, 2009
Ordinarie Odissee
Sono a Parma, devo raggiungere Milano. Ho perso il treno delle 18, sono circa le 18.25. in biglietteria chiedo di cambiare il mio biglietto: c’è un treno alle 18.43.
“No”.
“…”
“Questo biglietto non glielo posso rifare”
“Ok. Come faccio allora?”
“…”
“Insomma, io a Milano ci devo proprio andare”
“…”
“Mi ci faccia arrivare”
“Ci sarebbe un treno alle 19.43”
“Come, alle 19.43??? Ce ne sono altri due, prima”
“Sì, ma sono diversi da quello che lei ha perso”
“Cioè, quello delle 18 che ho perso lo recupererei?”
“No”
“…”
“…”
“Quindi?”
“Le faccio un nuovo biglietto”
“Per quale treno?”
“Quello delle 18.43”
“…”
(l’omino fa il biglietto)
“18.50”
“Ma non era 18.43?”
“Euro”
“Ah”
Pago.
Sono le 18.40. Sul binario il monitor annuncia un ritardo di 15 minuti per il treno diretto a Piacenza, che ancora deve passare. Mi faccio due conti: come fa un treno ad arrivare e ripartire in due minuti circa? Vabbè, non è un mio problema, basta che mi fate tornare a Milano, dopo quello che mi è costato.
Detto fatto, il treno per Piacenza arriva e se va. Ci mette evidentemente più di due minuti. Una volta partito, il monitor si aggiorna: il treno per Milano ha 30 minuti di ritardo. Mi faccio di nuovo due conti: in biglietteria dovevano saperlo, e mi hanno fatto lo stesso il biglietto da treno figo di farmene uno da 8 euro per il treno che parte dal binario vicino, sulla stessa banchina, alle 19.05. Il treno lento è già qui, bello fresco, ma no. Aspetterò, visto che ho pagato intendo fare meno fermate possibile.
Fa caldo. Molto. Vado a prendermi da bere. Torno al binario. Il monitor si è aggiornato di nuovo. Il ritardo annunciato è ora di 35 minuti. Quasi quasi… No. È una questione di principio: prenderò il treno figo, l’altro si ferma in tutte le stazioni. Solo a Milano ne fa tre, di fermate. Figuriamoci fino a lì. Quasi quasi… Tanto arrivo più o meno alla stessa ora.
Entro nel treno lento. Vediamo un po’, se il ritardo del treno figo diminuisce, scendo e passo dall’altra parte. Ovviamente non diminuisce. Si siede vicino a me un’allegra compagnia fatta di mamma-circa-50-tenuta-molto-bene, figlia maturanda, ragazza australiana in Erasmus, giovane biologa belga bellissima, in Italia per amore. Cerco di capire le relazioni, ma a parte quella tra mamma e figlia, forse non ci sono: si sono incontrate sulla banchina e sono unite nel dolore di questo cavolo di treno, che intanto è arrivato a 40 minuti di ritardo.
Ok, ovviamente sono partita con il treno lento, in cui mi trovo adesso. Non è neanche così male, anche se non c’è il tavolino e la presa per attaccare il computer, così fra un po’ la batteria si scaricherà e addio. In compenso c’è in atto un allagamento: pare che si tratti dell’impianto di condizionamento che perde. La signora che mi parla di fianco, quella molto bella e tenuta molto bene, dice però che c’è un tubo che perde copiosamente. Dice proprio così, “copiosamente”. E il liquido odora vagamente di sapone. Boh.
Lo so, questa storia non è ancora finita ed è già trita.
“No”.
“…”
“Questo biglietto non glielo posso rifare”
“Ok. Come faccio allora?”
“…”
“Insomma, io a Milano ci devo proprio andare”
“…”
“Mi ci faccia arrivare”
“Ci sarebbe un treno alle 19.43”
“Come, alle 19.43??? Ce ne sono altri due, prima”
“Sì, ma sono diversi da quello che lei ha perso”
“Cioè, quello delle 18 che ho perso lo recupererei?”
“No”
“…”
“…”
“Quindi?”
“Le faccio un nuovo biglietto”
“Per quale treno?”
“Quello delle 18.43”
“…”
(l’omino fa il biglietto)
“18.50”
“Ma non era 18.43?”
“Euro”
“Ah”
Pago.
Sono le 18.40. Sul binario il monitor annuncia un ritardo di 15 minuti per il treno diretto a Piacenza, che ancora deve passare. Mi faccio due conti: come fa un treno ad arrivare e ripartire in due minuti circa? Vabbè, non è un mio problema, basta che mi fate tornare a Milano, dopo quello che mi è costato.
Detto fatto, il treno per Piacenza arriva e se va. Ci mette evidentemente più di due minuti. Una volta partito, il monitor si aggiorna: il treno per Milano ha 30 minuti di ritardo. Mi faccio di nuovo due conti: in biglietteria dovevano saperlo, e mi hanno fatto lo stesso il biglietto da treno figo di farmene uno da 8 euro per il treno che parte dal binario vicino, sulla stessa banchina, alle 19.05. Il treno lento è già qui, bello fresco, ma no. Aspetterò, visto che ho pagato intendo fare meno fermate possibile.
Fa caldo. Molto. Vado a prendermi da bere. Torno al binario. Il monitor si è aggiornato di nuovo. Il ritardo annunciato è ora di 35 minuti. Quasi quasi… No. È una questione di principio: prenderò il treno figo, l’altro si ferma in tutte le stazioni. Solo a Milano ne fa tre, di fermate. Figuriamoci fino a lì. Quasi quasi… Tanto arrivo più o meno alla stessa ora.
Entro nel treno lento. Vediamo un po’, se il ritardo del treno figo diminuisce, scendo e passo dall’altra parte. Ovviamente non diminuisce. Si siede vicino a me un’allegra compagnia fatta di mamma-circa-50-tenuta-molto-bene, figlia maturanda, ragazza australiana in Erasmus, giovane biologa belga bellissima, in Italia per amore. Cerco di capire le relazioni, ma a parte quella tra mamma e figlia, forse non ci sono: si sono incontrate sulla banchina e sono unite nel dolore di questo cavolo di treno, che intanto è arrivato a 40 minuti di ritardo.
Ok, ovviamente sono partita con il treno lento, in cui mi trovo adesso. Non è neanche così male, anche se non c’è il tavolino e la presa per attaccare il computer, così fra un po’ la batteria si scaricherà e addio. In compenso c’è in atto un allagamento: pare che si tratti dell’impianto di condizionamento che perde. La signora che mi parla di fianco, quella molto bella e tenuta molto bene, dice però che c’è un tubo che perde copiosamente. Dice proprio così, “copiosamente”. E il liquido odora vagamente di sapone. Boh.
Lo so, questa storia non è ancora finita ed è già trita.
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